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jerry bergonzi trio all'Art Blakey di Busto arsizio

JERRY BERGONZI TRIO

 

www.manomanouche.com

Luogo: Art Blakey, Busto Arsizio (VA)
Data: 27 febbraio 2012
Voto: 7,5

 

Jerry Bergonzi - sax tenore

Dave Santoro - contrabbasso

Andrea Michelutti - batteria

 

 

 

Di italiano, a Jerry Bergonzi non resta che il nome: è l'orgoglio americano (concetto così affascinante, forse perchè così estraneo a noi italiani) a trasudare non solo dal look del celebre sassofonista, da quei jeans, T-Shirt e cappellino da baseball che sembrano una divisa nazionale, ma anche e soprattutto dalle parole che accompagnano il brano di apertura. «E' giusto amare un presidente che ama la musica» dichiara, e omaggia Barack Obama dedicandogli il pezzo.

Così prende il volo la serata che vede Bergonzi tornare all'Art Blakey Jazz Club a distanza di dieci anni dalla prima volta; l'occasione è il terzo appuntamento della rassegna JAZZaltro, che cade in concomitanza con l'ultimo concerto della stagione live del club.

Dalla tematica temporale si passa a quella spirituale con il brano successivo, Awake, ispirato al compositore da una parabola su Buddah: l'illuminato, sceso dalla cima della montagna su cui stava meditando da tempo, a chi gli domandava se fosse un un dio, un santo o un alieno, rispondeva semplicemente: «Son desto» (I'm awake, appunto). Sono le vivacissime note del sax tenore a tracciare l'andamento del brano, poi le bacchette di Andrea Michelutti prendono il sopravvento; una battuta di contrabbasso e l'ensemble si riunisce per il finale.

Di sè Jerry Bergonzi dice solo che sfotunatamente non ha mai imparato l'italiano. Ma dei suoi compari di ribalta tesse le lodi definendone metaforicamente le qualità: Michelutti è «l'uomo che ti seguirebbe ovunque, anche in un vicolo oscuro, e che sa sempre darti la cosa di cui hai bisogno al momento più oppurtuno». Dave Santoro è invece il "big man" dietro al contrabbasso, «quello che dirige il traffico o che sta dietro ai fornelli. Insomma, il cuoco».

E, subito dopo, le note di note di Silent Flying iniziano a fluire dal sassofono di Bergonzi, sembrano levitare impalpabili sopra al fruscio delle spazzole, fluttuano ambigue e infine si dissipano sul solo di contrabbasso.  Segue Demolian Mode, altro brano tratto da Three for All.

Il primo set si chiude come si era aperto, con una dedica, questa volta diretta ad un caro amico di Bergonzi, il primo che - ci spiega il sassofonista - ha creduto in lui: You're My Everything.

Protagonista assoluto del rientro in scena è il sassofono tenore: un solo eclettico e variegato permette a Bergonzi di far sfoggio di tutta la maestria strumentale per cui è celebre nel mondo. Tocca a Michelutti l'avvio del pezzo successivo: le bacchette scorrono su tom e rullante, la cordiera inizialmente è assente, e poi inserita per marcare la seconda parte nel solo più frenetica e serrata. La batteria carica e il sassofonista rientra a pieno regime, con un fraseggio e un'intensità interpretativa che provocano l’esaltazione del pubblico.

La ballata successiva serve a ripristinare lo stato di quiete in sala, lo swing spensierato di chiusura a congedare allegramente il pubblico che affollava il club.

Informazioni aggiuntive

  • Artista Jerry Bergonzi Trio
  • Luogo Art Blakey Jazz Club - Busto Arsizio (VA)
  • Data Lunedì, 27 Febbraio 2012
  • Evento Tour 2012
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Tutti insieme appassionatamente per l’Associazione Onlus ARES

Tullio De Piscopo & Band - dal Blues al Jazz con ... Andamento Lento

TULLIO DE PISCOPO & BAND

www.tulliodepiscopo.it

Luogo: Teatro Galleria, Legnano (MI)
Data: 24 febbraio 2012
Voto: 6

Mattia Cigalini - sax alto
G.Luca Silvestri - chitarre
Fabio Visocchi - tastiere e piano
Cesare Pizzetti - contrabbasso ed electric bass
Matteo Mammolo - percussioni
Tullio De Piscopo lead - voce e drum

Nulla come la musica riesce a intrappolare e conservare le nostre emozioni, stati d’animo, sensazioni, e a restituirceli, fossero anche trascorsi decenni, con la stessa vividezza del momento in cui li abbiamo vissuti. Così è per alcune canzoni che si sono insinuate nei nostri primi anni di vita, formando una specie di colonna sonora, spesso annidata nell’inconscio, che attende solo di essere rievocata. Per questo motivo, mi chiedo quanti, bambini negli anni ottanta, non abbiano  indissolubilmente impresso nella memoria il riff e il nonsense di Andamento Lento, e quanti abbiano provato la mia stessa emozione e curiosità di fronte alla possibilità di sentirla intonare dal vivo dall’autore a 24 anni dalla sua creazione.

Possibilità che si è concretizzata grazie al progetto di beneficienza di Eventi per il mondo, per la cui causa si sono esibiti nel Teatro Galleria di Legnano artisti del calibro di Gino Paoli, Giorgio Conte e, appunto, Tullio De Piscopo.

Ma il lato nostalgico non è l’unico che rende affascinante questo concerto: De Piscopo è un batterista virtuoso e sanguigno, esuberante e tecnicamente ineccepibile, passionale e virtuoso. Un mix decisamente allettante.

Anticipano l'ingresso del festeggiato (cade, infatti, proprio il 24 febbraio il compleanno di De Piscopo, come suggerisce un grande striscione affisso dai fan in galleria) i suoi giovani scugnizzi, in realtà jazzisti affermati e conosciuti; l’intro strumentale crea attesa, l’atmosfera resta sospesa fino all’ingresso di De Piscopo tra gli applausi del pubblico.

Già durante il primo brano emerge l'effervescente Mattia Cigalini: perfettamente a proprio agio sul palcoscenico si renderà protagonista, nel corso dell'esibizione, di duetti spumeggianti con l'incontenibile De Piscopo che sentenzia, abbracciandolo: «Così giovane, eppure così bravo!»

La componente scenica è evidentemente parte integrante e imprescindibile dello spettacolo: così il ritmo tribale di Primavera è sottolineato nel finale dalle percussioni suonate da tutti gli strumentisti schierati a bordo palco. Da lì, il passaggio all' "Hidee-hidee-hidee-ho" (Minnie The Moocher) lanciato verso il pubblico è breve.

Tocca a Cesare Pizzetti l'introduzione del brano successivo in cui De Piscopo si lascia andare ad un assolo a dir poco pirotecnico, passando in rassegna ogni singolo componente della batteria, senza esclusione di colpi.

Abbandona quindi la postazione dietro le pelli, si porta al microfono e lo spettacolo si trasforma in vera e propria commedia famigliare: prima il batterista si cala nella parte di nonno Tullio, afferra il nipotino in platea e gli fa provare l'ebbrezza del palcoscenico (cui il bambino sembra del tutto indifferente). Poi la leggerezza dell'infanzia lascia il posto alla tema grave della morte, quella della madre di De Piscopo, che il musicista rievoca con un racconto e col suono degli hang.

Pagina chiusa, è ora il ritmo festaiolo di Conga Milonga ad imporsi, con tanto di inserto rap di Cigalini. E dopo il riscaldamento, ecco lo slancio di Andamento Lento che si fonde con Sex Machine e Blues Brothers, prima di ritonare sul suo celebre refrain: le bacchette di De Piscopo, scatenate, non risparmiano nemmeno le corde del basso di Pizzetti.

Il ritratto famigliare lasciato in sospeso viene ora completato con l'esibizione della nipotina che accompagna il nonno durante la canzone ispirata dalla sua nascita, Ballando ballando.

Il momento più clou della serata è toccato quando De Piscopo riprone il brano presntato all'academie de france che gli valse il primo premio consegnatogli direttamente dalle manio di Billy Cobham: l'assolo scorrre sulle pelli, tra cui spicca una seconda grancassa inserita tra il raid e il china, sfocia nella dance e trionfa sui Carmina Burana, mentre coriandoli piovono dal cielo.

Per i bis Tullio De Piscopo riserva Torero, brano che - ci spiega - avrebbe dovuto reincidere assieme al suo illustre conterraneo Renato Carosone (progetto che sfortunatamente non si sarebbe mai concretizzato). C'è spazio ancora per un paio di brani e un omaggio per il compleanno del cantante, prima che la sala inizi lentamente a svuotarsi.

 

jerry bergonzi trio // Art Bllakey Jazz Club, Busto ArsizioLa rassegna JAZZaltro inconta il pubblico Art Blakey Jazz Club in occasione di un importante appuntamento: il concerto del Jerry Bergonzi Trio. Nato a Boston da genitori italo-americani, Bergonzi vanta uno stile che ha riunificato molti dei principali dialetti del tenorismo moderno, oltre ad una genialità compositiva  e maestia stumentale riconosciute da jazzisti di tutto il mondo.

Il suo è in raltà un ritorno sul palco del club di vicolo Carpi (aveva già calcato quel palcoscenico nel 2001): un evento unico che testimonia ancora una volta l'eccezionalità delle scelte artistiche dell'Art Blakey Jazz Club.

LEGGI LA RECENSIONE

Conoscere il jazz 2012 // Stefano Zenni racconta Charles MingusNon aspettatevi di sentirvi raccontare una storiella biografica, non pensate di arrivare a metà di una conferenza di Stefano Zenni e conoscere vita e opere del personaggio di cui parla: è un'illusione che non vi darà mai. Ma, quando avrà finito di parlare, quel personaggio lo sentirete più vicino, quasi fosse un amico che vi ha confidato qualcosa di sè, intimamente. Ed è proprio questo il punto ideale da cui iniziare a conoscerlo.

Nel corso del quarto appuntamento di Conoscere il jazz 2012, Stefano Zenni lascia che sia Charles Mingus a spiegarsi, gli permette di farlo attraverso la sua musica, le note di copertina che lui stesso (o il suo psicanalista!) ha lasciato. Sublime e sottile intermediario tra l’artista e pubblico, Zenni, quando racconta aneddoti, persone o episodi della vita di Mingus, lo fa per aiutarci a comprendere il significato della sua eredità artistica, la sua musica, ciò che in fondo ha voluto lasciarci.

Per questo motivo gli ascolti che Stefano Zenni riesce, per quanto complessi, a rendere accessibili anche ai non addetti ai lavori, sono una componente fondamentale della narrazione, oltre a qul pizzico di ironia che permette di lubrificare il discorso anche nei punti più spessi.

Quarta delle cinque conferenze del ciclo, The Black Saint. Biografia in musica di Charles Mingus tra composizione e improvvisazione denota ancora una volta l'alto livello delle proposte di Bollate Jazz Meeting, che il pubblico sembra apprezzare notevolmente, data la serie di domande sottoposte al relatore dopo due ore di conferenza.

 


APPUNTAMENTO FINALE

Marzo 2012 – Ore 21
Bollate Palazzo Seccoborella (piazza C.A.Dalla Chiesa 30)

GIANNI GUALBERTO

Contaminazioni nella scena musicale e culturale americana

 

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Manomanouche Quartet Jazz'Appeal - Melo di Gallarate

MANOMANOUCHE QUARTET

 

www.manomanouche.com

Luogo: Melo, Gallarate (VA)
Data: 21 febbraio 2012
Voto: 8,5

 

Nunzio Barbieri - chitarra

Luca Enipeo - chitarra

Jino Touche - contrabbasso

Massimo Pitziani - fisarmoni

Fantasia tzigana

Le parole non servono: sono i gesti, gli sguardi, le sfumature di colore a guidare le note dei Manomanouche, quartetto zingaro nel tocco e nel piglio, che non sosta nemmeno per il tempo di una canzone.
E’ affidato alla chitarra di Nunzio Barbieri il compito di introdurre il pubblico al gipsy jazz dei Manomanouche Quartet. La base ritmica di contrabbasso e chitarra coglie il momento ed incalza, spingendo la fisarmonica sd impadronirsi della scena; uno stop, un solo di Jino Touche e l’ensamble ripropone il tema principale che porta alla chiusura del primo brano. Il ritmo gitano del pezzo successivo è lo sfondo del solo acrobatico di Barbieri: Massimo Pitziani lo scruta, si compiace e lo segue virtuoso fino allo scrosciare degli applausi.
Segue un tre quarti sostenuto ed arioso, un valzer gipsy-musette su cui la fisarmonica respira e spiega ampiamente le ali: chissà quanti dei presnti si sono sentiti trasportare, per il tempo della canzone, in un’antica brasserie sulle rive della Senna.

Pochissime parole di ringraziamento di Nunzio Barbieri precedono la sognante Manoir des Mes Reves, blanda composizione di Django Reinardth in cui chitarra solista e fisarmonica dialogano, si rincorrono, intrecciano e poi districano armoniosamente.

Prima della pausa ecco il quartetto alle prese con la celebre Minor Swing: prima le due chitarre tacciono, poi entrano in crescendo con un arpeggio ipnotico riproposto subito dopo dalla fisarmonica. Il pezzo si dilunga in una serie di falsi finali, quasi a voler suggerire l’importanza della contaminazione (o l’ascendente rock?) nella musica dei Manomanouche: la sei corde cita con una disinvoltura sconfinante nell'ironia Michelle (Beatles), Babe I’m Gonna Leave You e Stairway To Heaven (Led Zeppelin), Smoke on the Water (Deep Purple), e addirittura la Marcia alla Turca di Mozart, prima di arrendersi al finale.

Il rientro dopo la pausa è inaugurato da un arpeggio ossessivo della chitarra solista, ancora una volta seguita a ruota da un assolo di fisarmonica degno del Volo del calabrone: non è improvvisazione ciò che sta accadendo sul palco del Melo, è di più, un vero e proprio atto creativo guidato da un sottile filo d’intesa. Ancora un pezzo spagnoleggiante che vede Jino Touche esibirsi in un assolo accompagnato esclusivamente dal picchiettare ritmato delle dita degli altri musicisti, e poi a richesta arriva Que Reste-t-il De Nos Amours?, di Charles Trenet; il tempo viene aumentato prima del finale, ancora una volta all’insegna della citazione: canzoni popolari e inni francesi, questa volta. Il concerto termina con Tears, melodia languida, ideale per un congedo.

Il quartetto, nonostante l’indicazione di Barbieri che sottolineava ironico come i bis si possano tranquillamente ascoltare sul CD in vendita, rientra in scena per quel rituale cui - pare - nessuno può sottrarsi. Ecco quindi Bossa Dorado, gli applausi della sala gremita e i Manomanouche che ripongono gli strumenti acustici nelle custodie. Speriamo di incontrarli al più presto durante il loro  girovagare tzigano.

Manomanouches a Jazz'Appeal // Concerto al Melo di GallaratePer il secondo appuntamento del mese di febbraio 2012, martedì 21 alle ore 21.00 in Sala Planet, via Magenta 3 a Gallarate (VA), si esibirà sul palco il Manomanouche Quartet, formazione composta da Nunzio Barbieri (chitarra), Luca Enipeo (chitarra), Massimo Pitzianti (accordion) e Jino Touche (contrabbasso).

Il progetto Manomanouche nasce nel 2001 dall’incontro di musicisti di differente estrazione, con l’intento di far conoscere ad un pubblico più vasto la cultura e la tradizione musicale degli zingari Manouches. Nell’arco di soli tre anni Manomanouche diventa una realtà di riferimento nel panorama Gypsy Jazz, un caso unico per la qualità della ricerca, dell’arrangiamento e per la valenza personale ed emotiva che questo progetto ha per i suoi musicisti. La loro intensa attività concertistica li porta a assumere e consolidare uno stile sempre più personale, ricco di contaminazioni diverse, ma senza mai dimenticare l’essenza, lo spirito che li caratterizza e dal quale traggono ispirazione. La loro proposta artistica è quindi caratterizzata da un originale e personale lavoro di ricerca del suono, degli strumenti e dell’approccio caratteristici dello Swing Manouche.

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Venerdì, 17 Febbraio 2012 13:49

Storia di musica n. 8 - Piero Ciampi

Scritto da

 «Sono livornese, anarchico e comunista»

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Piero Ciampi - Storie di musica

Per viatico chiese un fiore e un bicchiere di vino fresco. Poi vide i fianchi dell'infermiera sparire rotondi oltre la corsia, e finalmente scivolò nel nulla. Sorridendo di sollievo, come mai gli aveva concesso la vita. Furono pochi i giornali che annunciarono la morte di Piero Ciampi, in quel diaccio gennaio del 1980 che lui coronò il sogno di un'esistenza «tutta passata a morire, ad ogni cosa che faccio». Parlarono invece i poeti: «Cantò la normale stranezza della realtà - lo descrisse Maurizio Cucchi - con voce così poco canora che non potevi fare a meno di considerarla viva e parlante». Gino Paoli fece eco: «Mi ricordava Vian, Bianciardi e Céline, visse come scriveva: iroso, acre, tenero, assurdo». «Preferiva alla rabbia il litigio, alla provocazione la bagarre», disse Paolo Conte. E Carmelo Bene, compagno di litigiose partite a dama, ringhiò: «Scompare, al solito, una delle rare persone eccezionali che abbiamo, e ci si accorge di lui troppo tardi».

Fu l'epitaffio più sferzante, quello che Ciampi avrebbe prescelto come il più consentaneo alla sua anima buona e rissosa. Sarebbe stato il più dolce degli epicedi, per la sua boria indifesa e per la sua anima fragile, rafforzata dalle zuffe. «Di mestiere farò il poeta, ma se va male lavorerò in porto dove i cazzotti non mancano mai», confidava ai parenti, ancora bambino.

Ché furono, i cazzotti, un suo modo di far poesia, insieme al vino e agli amori: pochi, allegri e devastati dall'incuria e dal malanimo, come in fondo fu tutta la sua esistenza. Imparò a fare a pugni fin dall'infanzia, figlio d'un venditore di perle e d'una madre morta giovane, che gli aprì nel cuore una ferita perpetua. Un giorno, con un fratello, diede fuoco alla casa paterna: per allegria, per sfregio o per vedere l'effetto che fa. Studiò di contraggenio, come s'addice alle menti profonde, ebbe amici rissosi come lui e, diplomatosi, emigrò a Milano per compiacere il padre, che lo voleva ingegnere. Ma Milano era euforica, torbida e senza mare, lui era un pirata, abituato al maestrale e al salino. Era un rock'n'roll di cantieri e motori, lui misurava il tempo di vivere sui ritmi lunghi delle onde. Così se ne tornò a Livorno e alle sue asprezze, ché «noi livornesi - diceva, orgoglioso - siamo toscani come gli altri, solo più antipatici».

Si guadagnò da vivere vendendo lubrificanti, e da sopravvivere scrivendo poesie come questa: Ho visto/ un cuore/ giacere rossastro/ sulla strada/ e un gatto/ mangiarlo/ tra gente/ indifferente. Nel '55, compiuti i ventun anni, andò al Car di Pesaro, in servizio di leva. Tra le reclute c'era Gianfranco Reverberi: musicista, baffi guasconi, risata pronta. All'attesa per le assegnazioni, Gianfranco sentì «una voce da menefreghista - disse - che articolava un blues», la raggiunse, si presentò e i due furono subito amici. Misero su un complessino, tennero banco nelle balere fino a ferma conclusa. Ciampi scriveva canzoni sui tovaglioli delle osterie, Reverberi ne lesse alcune e disse: «Strane come sono, piacerebbero in Francia». E Ciampi partì per Parigi.

Portò con sé una camicia, la chitarra e il biglietto d'andata. Sul passaporto pretese che scrivessero: Ciampi Pietro, Livorno 20 settembre 1934, professione poeta. Visse due anni tra ammezzati, conventi e cantine. A mezzogiorno sfilava dai frati per un piatto di brodo, al pomeriggio faceva la questua in Boulevard Saint Germain, la sera cantava nei bistrot, tre locali ogni sera, la ruggine in gola e uno pesudonimo, Piero Litaliano, che i francesi pronunciavano tronco, Litalianò. In un bar del quartiere latino un uomo magrissimo lo ascoltò e poi lo invitò al suo tavolo. Aveva la voce impastata nel cognac ed era Louis-Ferdinand Céline, ormai vicino a morire. Trovò nel livornese allampanato un altro se stesso, gli insegnò il mestiere sottile dell'autodistruggersi, che è un modo di vivere senza il peso di esistere.

Gli amori francesi di Ciampi furono brevi come fiati di vento: brevi, veementi. Gli chiesi, anni dopo, se ne avesse mai avuto uno felice, che dai suoi versi non si sarebbe detto. «Un paio, ma così corti», rispose brusco. E accennò alla strofa, famosissima, che in una sera parigina gli aveva bofonchiato Céline, appunto: Plasir d'amour ne dure qu'un moment/ chagrin d'amour dure toute le vie. Gli domandai come fosse, Céline. «Aveva una voce d'agonia e un sarcasmo da ciclope, non capii mai se, sotto sotto, amasse più la vita o la morte», ricordò, e fu tutto. Mi parve di vederli, il livornese con gli occhi azzurri che gesticolava senza requie, e di fronte a lui il vecchio fragile, arrivato al termine della notte, che ansimava con ironia di morente.

Lasciata la Francia, Piero Litalianò vagò tra Inghilterra, Spagna e Irlanda. Seguiva una sua geografia sbilenca, fondata su un atlante arbitrario: la Calabria è un'isola, diceva, l'Irlanda è un paradiso e l'America non esiste più. Quando non trovava dove esibirsi faceva la fame, ma senza rancore: d'altronde «un poeta - spiegava - può andare a cena soltanto sulle stelle». Proponeva canzoni piene di tenerezza furtiva e d'esplicita rabbia, spiegando che cantava «per non ammazzare», e dicendosi «sempre incazzato per tre buoni motivi: sono livornese, anarchico e comunista». Alle sue risicate platee parlava spesso di Livorno, «che è un'isola ma è anche il mondo, e io ne sono il Robinson Crusoe». Infatti ci tornò, senza un soldo come quando l'aveva lasciata, costretto dal rimpianto e dal fatto che all'estero non aveva mai ottenuto, tutte insieme, le quattro cose che più gli premevano: una frittata di cipolle, un bicchiere di vino, un caffé caldo e un taxi alla porta.

A una festa, a Genova, incontrò un'irlandese alta, snella e bionda. Il suo estro di navigante gliela fece apparire bellissima e in lei s'arenò, la ragazza apprezzò, di lui, la faccia ribalda e la timidezza aspra. Si sposarono, ebbero due figli, poi l'irlandese se ne fuggì: Piero l'amava dal pirata che era, lei cercava il tepore della stabilità. La rincorse in America, non la trovò perché l'America non è Livorno, è un universo dai confini impossibili, dove c'è tutto e nulla. Così si risposò, ma con l'alcol: che non tradisce, alla pari d'un amore s'infiltra nel sangue e pian piano ti consuma. Pochissimi da allora lo videro sobrio. Diceva: «In tutto quello che faccio c'è un po' di morte».

Visse tra Roma e Livorno con quello squarcio nell'animo. Gino Paoli lo impose alla Rca, gli procurarono un contratto e una casa, lui firmò, prese i soldi e sparì. Fece dischi con etichette rionali, firmandosi ora Piero Litaliano, ora Ramsete, poi col suo nome e cognome, e ogni volta con lo stesso insuccesso. Sul palco arrivava quasi sempre ubriaco, dimenticandosi i testi e reinventandoli all'impronta, con la logica storta e la coerenza bambina del poeta che credeva di essere, e probabilmente non fu. Del valore dei soldi non ebbe mai cognizione, gli piaceva la fama ma mal sopportava le telecamere: «Se vogliono riprendermi paghino - diceva -, sono ricchi, questi signori della tivù: portano mocassini da diecimila lire». Cantanti e cantautori? Se ne sentiva disamato, li chiamava "pezzi di merda" e preferiva frequentare pittori e scrittori: Bevilacqua, Turcato, Schifano, Carmelo Bene. E tuttavia Paoli gli incise vari brani, Aznavour lo volle al suo fianco in tivù, altre sue cose le interpretarono Gigliola Cinquetti, Connie Francis, Milly, Nicola di Bari, Morandi. E Nada la livornese, stregata da quel suo sguardo «dolce, triste, profondo: lo sguardo d'un bambino che sa ma non sa come fare». Ché piaceva, in fondo, l'impudicizia del suo mettersi a nudo, la voglia di autoritrarsi in pagine come questa: Ha tutte le carte in regola/ per essere un artista/ ha un carattere malinconico/ beve come un irlandese...

Trascorse così vent'anni: tribolando e divertendosi tra lucidissime sbronze, prestiti mai restituiti, contratti disattesi, parchi successi, turbolenti concerti, amicizie e inimicizie egualmente riottose. E per vent'anni, sorso dopo sorso, preparò la sua fine, aspettando che il fegato gli si spappolasse nell'alcol: invece il destino gli giocò l'ultima beffa, uccidendolo di cancro alla gola. Un ospedale romano gli fu ultima casa e ultima spiaggia, finché se ne andò come in una pagina del suo Céline, l'ultima di Voyage au bout de la nuit: «È crollato, tranquillo, tra enormi sospiri. Ha dormito. Che non se ne parli più». Gli restò, sul viso, un sorriso di pace, come mai la vita gli aveva concesso. Non fu difficile, trasferirlo dal letto alla bara: il male aveva reso il suo corpo sottile come una vela, tanto che sotto il lenzuolo - fu detto - rimaneva soltanto la sua intelligenza. Quando gli portarono il vino del commiato e il fiore della tregua, cadde nel sopore della buona morte. Tra i poeti, veri, che gli dissero addio, l'epicedio più bello glielo dedicò Francesco De Gregori: «Nella noiosa foresta della Gente Muta, le sue canzoni sono i sassolini che ci portano alla spianata da cui, con un po' di buona sorte, puoi vedere un pezzetto di luna».

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