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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Sabato Marzo 28, 2026
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16 aprile 2012

THE JAZZ TRAVELLERS

Pietro Tonolosax

Paolo Birropianoforte

Lorenzo Contecontrabbasso

Emanuele Manìscalcobatteria

 

Questa formazione trae la sua forza dalla profonda conoscenza reciproca de per la passione per la più genuina tradizione jazzistica e il repertorio che la rappresenta.

Birro e Tonolo suonano in duo da diversi anni; la loro collaborazione, documentata dal cidì Simbiosi (Splasc(h), 1995) e dal CD Autunno, uscito nel 2001 per Fetichetta Egea. Con Lorenzo Conte Birro ha avuto modo di accompagnare in innumerevoli occasioni molti importanti jazzisti italiani e stranieri; insieme hanno suonato fra l'altro nel CD Spring Jazz Trio (con Elliot Zigmund) e i due cidì realizzati dal gruppo Jazz Breakers, tutti pubblicati da Azzurra Music.

Completa il quartetto Emanuele Maniscalco, musicista di cui lo straordinario talento e originalità trovano espressione sia con il piano sia, come in questo caso, con la batteria. Il repertorio comprende brani originali e la rivisitazione di alcuni standards.

 

Art Blakey Jazz Club -C/o Comunità Giovanile -Vicolo Carpi, 5 - 21052 Busto Arsizio (VA)

 

 

 

Venerdì, 30 Marzo 2012 08:51

Storia di musica n. 11 - Laurie Anderson

Scritto da

 

Piccola Sibilla elettronica

 

Laurie Anderson - Storie di Musica

Scarica la storia in PDF

Era un giorno del '94, in una Monaco rannuvolata. Laurie Anderson s'assopì, come spesso le accadeva, nel tiepido della controra. Chiuse dietro le palpebre i grandi occhi impertinenti e il sogno non tardò a intrufolarsi nel sonno. Era un suo modo di lavorare, il sogno: un'irruzione di fantasia sfrenata nel suo rigido mondo di relais e microchip, voci paranormali di origine ignota a rammentarle il primato dell'imponderabile sull'amatissima scienza. Vide una piana brulla, e su quella una stereofonia di tamburi che correvano come scoiattoli. Ma prima che la vicenda si evolvesse il telefono la distolse dal sonno, e dal sogno.

Era Lou Reed, di passaggio in Baviera. Si erano conosciuti due anni prima su un set, poi nelle fuggevoli occasioni che costellano la vita delle rockstar. Ora lui le proponeva di cenare insieme: e siccome nulla li accomunava, erano due rette parallele proiettate verso mondi inconciliabili, Laurie disse sì. A cena gli raccontò la sua visione interrotta, e il sogno divenne una canzone da cantare a due voci: In our sleep, nel sonno mentre parliamo/ ascolta il rullo dei tamburi/ nel sonno dove c'incontriamo. Non solo: la cena s'allungò fino a diventare una convivenza, come quando due rette parallele s'incrociano contro le leggi della geometria, e si rifugiano in un loft di New York che è città troppo magmatica perché qualcuno si stupisca di qualcosa, o s'accorga di te.

Davvero un'insolita coppia, quei due che di uguale hanno solo l'iniziale del nome di battesimo, e il mestiere di musicista scritto sul passaporto. Lui col suo collo da lottatore e l'aspetto da guappo di Coney Island, epopee di droga e di torbidi amori, poeta di dannazioni suburbane e d'inferni quotidiani. Lei radiosa nell'irta raggiera dei capelli e nella non-bellezza da Piaf postmoderna, innamorata della tecnologia quanto lui lo è della rude manualità del rock'n'roll, cinque lauree e un curriculum che accomuna il suo nome a quelli di Philip Glass, John Cage, Peter Gabriel, William Burroughs, Brian Eno, Allen Ginsberg. Fino al Dalai Lama, a Rauschenberg e a Cab Calloway, suo partner in uno storico show di capodanno.

Se è vera la metafora platonica dei due amanti come parti ricongiunte d'una mela divisa, fu una distrazione degli dei l'avere unito due metà di mele tanto diverse: e tuttavia quella tra Laurie Anderson e Lou Reed è un'unione felice. Il che mai avrebbe previsto, la Laurie dabbene che da scolara modello sognava di fare la bibliotecaria, nella Chicago dov'era nata nel '47 da un verniciatore e da una violinista, discendenti da antenati puritani venuti dall'Inghilterra per esercitare il prezioso diritto di perseguitare chi non la pensava come loro, perché il re gli vietava di punire chi lavorava di domenica. Quando poi capì che il bibliotecario è soltanto un secondino che tiene i libri in libertà vigilata, Laurie sterzò verso la musica. Spinta dall'esempio materno e dall'appartenenza ad una famiglia di narratori abituali affascinati dal linguaggio: ognuno aveva il suo, lo usava per inventare storie e canzoni, e ci capivamo per telepatia.

Tutto nella biografia di Laurie Anderson, o nel pochissimo che ne è trapelato, è nel segno della genialità infusa: eccola studiare violino a quattordici anni e a sedici suonare nella Chicago Youth Orchestra, a vent'anni studiare storia, scultura e arte alla Columbia University e intanto occuparsi di fotografia, architettura, elettronica e musica d'avanguardia, a ventidue laurearsi in storia dell'arte e a venticinque in scultura. Mescolando tutto ciò, nei ritagli di tempo, in complicati lavori teatrali, frequentando musicisti d'avanguardia, progettando installazioni multimediali e tenendo corsi universitari per studenti più anziani di lei. Vive in un loft non riscaldato, gira d'inverno senza cappotto più per esprit de bohème che per indigenza, scrive spettacoli e testi inconsueti: un Concerto per automobili in scena nel Vermont e un saggio su Narcolessia e sogni. Nel '73 la sua prima invenzione: una serie di scatole che discorrono tra loro, ciascuna sul suo piedestallo. Seguiranno la livella parlante (se la inclini da un lato ne esce una voce di donna, dall'altro risponde una voce maschile) e il Tape bow violin, con un nastro magnetico al posto del crine, estremo discendente dell'intonarumori futurista. Non paga, nei suoi spettacoli, la Anderson affida la propria voce al filtro d'un congegno, il Vocoder, che improvvisamente ne muta il timbro in quello d'un cavernoso baritono, lasciando di stucco la platea. Segue una cabina telefonica interattiva, un clone digitale di Laurie medesima, sorta di doppio virtuale da usare nei video, e un congegno ritmico disseminato lungo il suo corpo, che lei suona dandosi grandi manate sul petto, sui fianchi e in fronte. Fare musica è come frugarmi addosso, sfogliare la bibbia dei nervi, che è appunto il mio corpo, spiega lei, e Newsweek parla di Cassandra elettronica che ci nutre con parole immagini suoni melodie gag e storie, altri la definisce l'Archimede Pitagorico del pop. Finché i ladri le svuotano il loft col suo campionario leonardesco di computer, strumenti, formule e appunti.

Laurie abbandona l'ingrata patria trasferendosi in Messico, dove impasta tortillas per gli indiani Tzotil, che esterrefatti per le sue lenti a contatto la battezzano Loscha, donna brutta con gioielli. Poi si compra una canna da pesca e un'accetta e colleziona esperienze al polo nord, torna a New York e vive in una comune tra agricoltura biologica, radiofonia clandestina, droghe psichedeliche, filosofie orientali. Nel '77 due settimane di silenzio in un ritiro buddista preludono a un giro degli States con una valigia piena di violini, nastri e arnesi elettronici, punteggiata da concerti e conferenze in bar e musei. L'uscita del primo singolo, It's not the bullet that kills you, non le impedisce di fare la raccoglitrice di cotone nel Kentucky, poi la spalla del comico Andy Kaufman a Coney Island e infine di tenere corsi di recitazione alle suore benedettine del Wisconsin. Né di ricevere tre lauree honoris causa e di stupire i viennesi con una movimentata performance: canta e affabula su un palco spennellato di sangue, irrompe la polizia e una spettatrice indignata contrappunta il recital a suon di cazzotti. Il pubblico pensa che il tutto faccia parte del copione, e l'unica a restare imperturbabile è lei, la protagonista. Sono incidenti siffatti a preservare Laurie Anderson dagli algidi stereotipi e dagli astratti furori dell'avanguardia, insieme al suo senso indomito della realtà. Così l'impietoso affresco di United states è la caricatura esistenziale e sociale, visiva e sonora di un'America madre e matrigna: Stringimi Mamma tra le tue braccia elettroniche/ le tue braccia petrolchimiche/ le tue braccia militari, canta la Cassandra di Chicago in Superman, gran successo nell'81.

Eppoi c'è il sogno, che è la realtà proiettata nella surrealtà, e riemersa dagli abissi del desiderio e dell'inconscio. E', anche, la sola concessione all'autobiografia che emerge dal ferreo riserbo di Laurie, e dalla piana oggettività della sua musica. Sognai che sostenevo un esame in una latteria, su un pianeta lontano. Alieni scrutavano la Terra con un telescopio al posto degli occhi, racconta la Anderson, e prontamente il sogno diventa canzone. Oppure: Ero l'amante di Jimmy Carter senza averlo mai visto. Alla Casa Bianca, con altre amanti, discutevamo un suo decreto, che estendeva ai morti l'eleggibilità presidenziale. "Questa sì che è democrazia", dicevano. Altra canzone. O ancora: Arrivai in auto in una caverna preistorica, dovevo insegnare ai cavernicoli ad usare frullatori e tostapane. Ero un cane in una mostra canina. Passarono mio padre e i miei amici: non ero mai stata guardata così a lungo. Ero su un'isola piena di divi della tivù. C'era un panorama stupendo, ma nessuno lo vide perché tutti dicevano: guardami, guardami. E infine: Sognai Haensel e Gretel, lei faceva l'entraîneuse a Berlino e lui l'attore per Fassbinder. Haensel disse: "Sei una puttana, ho perso la vita in quella stupida favola quando il mio vero amore era la strega cattiva. Tanti sogni, altrettante canzoni.

La spinta onirica è tanto forte, per la piccola Sibilla elettronica, da permeare la stessa realtà. Così eccola alle pendici dell'Himalaia per cercare il Lama Latso, un lago sulle cui acque - sostiene Laurie - è scritto in codice il nome del futuro Dalai Lama. O trascorrere giorni a progettare, con altri artisti, scienziati, fonici mascherati da paperi e elettricisti in frac, il più improbabile dei suoi spettacoli: un parco e sopra di esso una nube più nera del nero, dal cui ventre sprigioni l'imput segreto capace di donare la favella agli alberi. Spettacolo mai realizzato, s'intende: se la fantasia non conosce limiti la tecnologia ne ha, e grossi.

Luogo: Milestone, Piacenza

Data: 25 marzo 2012

Relatori:
Stefano Zenni, Riccardo Scivales (10:00/13:00)
Tom Perchard, Claudio Sessa (15:00/18:00)

Riccardo Zegna in concerto: “Monk-a-ning. Riccardo Zegna plays Monk” (18:30)

Inside Monk

Il Piacenza Jazz Fest, come ogni anno, organizza un meeting divulgativo all'interno della kermesse musicale, incentrato sulla figura di un artista fondamentale della storia del jazz.

Thelonious Monk - Piacenza jazz festivalQuesta edizione, ha acceso i riflettori del piccolo palco del Milestone sul mito di Thelonious Monk, il cui contributo stilistico e compositivo all'evoluzione del jazz ha influenzato molti autori e musicisti, in differenti contesti musicali e generazionali. Il convegno ha celebrato, nel trentennale della morte avvenuta il 17.02.1982, il lascito artistico del pianista americano tra intuizioni geniali e legami con la tradizione, con l'intervento di alcuni autorevoli esperti dell'universo monkiano, che ne hanno tratteggiato, da differenti angolazioni, il carattere innovativo.

Le relazioni, integrate da supporti audio/video, hanno permesso ai concetti espressi di prendere forma con esempi esplicativi, attraverso l'ascolto di brani, filmati di repertorio e analisi tecnico-stilistiche.

A Stefano Zenni, musicologo e presidente SidMA, il compito di aprire la giornata, con un intervento mirato a determinare l'influsso di Monk, come compositore oltreché improvvisatore, su musicisti di diversa estrazione e area strumentale, aiutato da alcuni schemi semplificativi; Zenni decodifica il linguaggio jazz per renderlo fruibile anche ai non addetti ai lavori, riuscendo, complice un eloquio fluido e sornione, a catturare l'attenzione del pubblico.

L'oratoria di Riccardo Scivales, musicista e insegnante, risulta a volte frastagliata, anche se la sua analisi riesce a cogliere nel segno, fotografando il legame tra Monk e la tradizione stilistica pre-Bebop (stride in primis), tramite l'ascolto di brani storici del repertorio e il confronto fra originale e rilettura monkiana.

Nel pomeriggio si alternano sul palco Tom Perchard, dell'University of London, residente a Parigi e autore della biografia di Lee Morgan per Odoya Editore, ed il noto giornalista e critico musicale Claudio Sessa, titolare tra l'altro del volume “Le età del Jazz, I Contemporanei” (Il Saggiatore); Perchard affronta la tematica monkiana da una prospettiva trasversale: le controverse osservazioni/riflessioni dei critici francesi dell'epoca sull'approccio anticonvenzionale del pianista del North Carolina, affiancate dall'esposizione di alcuni licks e figure musicali ricorrenti nel suo repertorio.

Sessa attualizza la figura di Monk con gli ascolti di jazz contemporaneo, anche di matrice europea, dove la ricerca e il rinnovamento elaborano una musica dai mille volti, che rigenera quella complessa invenzione creativa tipica dello spirito monkiano, mantenendo vivo il vincolo col passato.

L'immagine di Monk che traspare dal convegno è quella di un musicista eclettico, sovversivo, un modernista radicato nella tradizione e per certi versi metodico, con una feconda eredità in continua riscoperta.

A conclusione della maratona un concerto di Riccardo Zegna in piano solo, nel quale il musicista piemontese presenta l'ultimo album “Monk-a-ning. Riccardo Zegna plays Monk” (Incipit Records, distribuzione Egea) pubblicato nel 2011. Il pianista rilegge alcune composizioni note e meno note dell'artista americano tra cui, Bright Mississippi, 52nd Street Theme, Straight No Chaser, Skippy, Let's Cool One, Children's Song, con l'innesto di un'equilibrata discrezione, che lo contraddistingue, nelle angolari costruzioni monkiane.

 


 

Piacenza Jazz Fest
Nona   Edizione
26 febbraio – 31marzo 2012

LEGGI LA RECENSIONE

Carmen di Bizet - Teatro Coccia Novara

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Venerdì 30 marzo 2012 ore 20.30 – Turno A
Domenica 1 aprile 2012 ore 16.00 – Turno B

CARMEN

Opéra-comique in quattro atti su libretto di
Henri Meilhac e Ludovic Halèvy

Musica di Georges Bizet

 

Maestro concertatore e Direttore d’orchestra: Valerio Galli
Regia e scene: Beppe De Tomasi
Disegno luci: Jean Paul Carradori
Maestro Del Coro: Gianmario Cavallaro
 
F.V.G. Mitteleuropa Orchestra
Coro del Teatro Coccia - Balletto di Milano
Coro voci bianche dell’Accademia di Canto e Musica da Camera M. Langhi, Novara
M° del Coro voci Bianche Alberto Veggiotti
Allestimento della Fondazione Teatro Coccia

Produzione
Fondazione Teatro Coccia Novara


INFORMAZIONI
Acquisto biglietti online su www.fondazioneteatrococcia.it o presso il Teatro in Via Fratelli Rosselli, 47.
Biglietteria aperta da martedì a sabato dalle 11.30 alle 17.30 e a partire da un’ora prima di tutti gli spettacoli, fino alla mezz’ora successiva l’inizio.

Telefono 0321.233200
www.fondazioneteatrococcia.it
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Venerdì 30 ore 21.00 OLGIATE OLONA
Cinema Teatro Nuovo Area 101
Via Bellotti 22

CORDOBA REUNION


Ebbene JAZZaltro ha il piacere e l'orgoglio di presentare una delle più belle, interessanti, fulgide realtà musicali che ci siano sulla scena internazionale.

Quattro tra i migliori musicisti argentini, tutti nativi della stessa città, Cordoba, e tuttavia residenti in paesi diversi (Francia, Italia e Argentina), si ritrovano e danno vita ad un progetto musicale dove la tradizione e la cultura argentina, densa di solarità, ritmo, passione ma anche contraddizioni, colori e sapori diversi, si fondono magistralmente.

Javier Girotto - sassofono
Gerardo di Giusto - pianoforte
Carlos "el tero" Buschini - contyrabbasso
Gabriel" Minino" Garay batteria e percussioni

I Cordoba Reunion hanno bellezza compositiva, fierezza di stile, calore, passione tipicamente argentina. La loro musica si lascia ascoltare con semplicità toccando le corde più intime di appassionati non solo di musica jazz, ma di musica “tout court”. Si esibiscono sulle scene di tutto il mondo da circa 7 anni con un impatto sorprendente.

LEGGI LA RECENSIONE DELL'ALBUM SIN LUGAR A DUDAS

Info e/o prenotazioni
Mario 347 8906468
Leo 338 3327832
Laura-Area101 327 7471296
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Romantiche sperimentazioni

Tavolazzi e Saggese a Dialoghi: jazz per due di Pavia

Luogo:  Santa Maria Gualtieri
Data: 19 marzo 2012

Secondo appuntamento della manifestazione pavese e ritorno al palcoscenico della sua sede storica.

La dimensione raccolta dei suggestivi interni di Santa Maria Gualtieri, risultano essere la cornice ideale per accogliere il tono colloquiale dell'esibizione di Ares Tavolazzi e Christian Saggese. Il duo regala una performance raffinata e quasi “cameristica”, che non manca di elargire emozioni sul filo di una proficua interazione.

La figura di Tavolazzi non necessita di presentazioni, rappresenta un trait d'union tra vari universi musicali, passando dal rock (e non solo) sperimentale degli esordi con gli Area, alle collaborazioni successive con jazzisti internazionali, dalla sfera cantautoriale a musiche per rappresentazioni teatrali (Fondazione Teatro di Pontedera).

Di estrazione classica, Saggese è chitarrista dal tocco equilibrato e aperto a influenze extracolte, vincitore di premi internazionali (Andres Segovia di Almunecar), vanta collaborazioni illustri anche in ambito rock (Tony Levin, Adrian Belew, Mick Karn, Trey Gunn).

L'approccio “anarchico” dell'artista ferrarese al contrabbasso, produce una gamma espressiva policroma, ricca di dettagli ritmico-percussivi e melodico-armonici, che interagiscono con gli arpeggi e gli sviluppi del chitarrista in elaborazioni ricercate ma mai auto-celebrative, esibendo un repertorio che spazia in molteplici direzioni. La scaletta del concerto incorpora rielaborazioni di brani degli Area, tra cui Luglio, Agosto, Settembre (nero), che apriva il fondamentale Arbeit Macht Frei, composizioni di Tavolazzi scritte per l'opera teatrale Amleto (Silence in the heaven, Danza I), contenute nell'album Godot e altre storie di teatro (Dodicilune, 2008), dove lo stesso Saggese appare come ospite in alcune tracce.

Quasi un divertissement la versione per contrabbasso solo di Norwegian Wood dei Beatles, a cui fa eco l'esecuzione in solitaria del chitarrista con Memoria e Fado di Egberto Gismonti e la Sonata op.47 di Alberto Ginastera.

Una musica contraddistinta da una lieve sfumatura jazz, increspata da influssi classici e sapori mediterranei nel segno di una sperimentazione romantica.

 


 

Leggi anche:

PROSSIMI APPUNTAMENTI:

  • Martedì 3 aprile 2012– ore 21  Fabrizio Bosso (tromba)Luciano Biondini (fisarmonica) 
  • Venerdì 13 aprile 2012– ore 21 Joe Bowie (trombone, voce, percussioni)Mauro Ottolini (trombone, sousaphone)

 

Romantiche sperimentazioni
Mercoledì, 21 Marzo 2012 17:32

Spettacoli dal vivo: forma o sostanza?

Scritto da

Franco Battiato - ArcimboldiIl primo a lanciare l’allarme, più di trent’anni fa, era stato Franco Battiato, già vecchio saggio all’epoca: “E non è colpa mia/ se esistono spettacoli/ con fumi e raggi laser” (Up patriots to arms, 1980). Già da qualche anno in verità, era sorta l’usanza d’ incartare il “prodotto musica” in confezioni sgargianti, forse più attente alla forma che alla sostanza.

Palchi enormi, con scenografie futuriste, artisti e ballerini che svolazzano come al circo, gru come nei cantieri, tribune moventi, soffitti e pavimenti che s’innalzano ai cieli o sprofondano agli inferi, a seconda del tenore emotivo dello spettacolo in corso.. Naturalmente il fenomeno s’è espanso (è proprio il caso di dirlo) nel corso degli anni), non c’è rockstar che non si sia piegata, e non continui a farlo, alla logica dello show spaziale.

Malauguratamente, negli ultimi tempi s’è cominciato a pagare qualche conto doloroso. Le recenti vicende di Matteo Armellini, romano trentenne, e di Francesco Pinna, triestino ventenne, deceduti tra dicembre e marzo proprio durante le operazioni di montaggio dei palchi dei concerti di Jovanotti e la Pausini, hanno riproposto il problema della sicurezza. E al di là degli inevitabili tributi di solidarietà emessi dalle star coinvolte e dal loro entourage, forse qualcosa sta, finalmente, cominciando a cambiare a livello di mentalità. La buona notizia è che ci sono degli artisti che stanno progettando shows “moderati”.

I prossimi live di Ligabue e della Minogue, secondo i rumours degli addetti ai lavori, sostituiranno le parole d’ordine “eccesso” e "magnificenza” con “sobrietà e “sicurezza”; maggiori informazioni in tal senso dovrebbero essere a breve disponibili. Ma al di là dell'esempio pratico, è questa una mossa non solo opportuna, ma anche inappuntabile dal lato della resa tecnica. Perché in molti casi certi allestimenti scenici eccessivi, pacchiani, rumorosi, invece di risultare funzionali alle esibizioni, d’esserne l’attraente contorno, costituiscono semplice elemento di disturbo e distrazione. Senza contare che è anche ad esse che si deve il recente dilatarsi a dismisura dei prezzi degli spettacoli.

Non vorrei a questo punto far passare il messaggio che la buona musica debba per forza essere presentata all’insegna del minimalismo, alla penombra di tavolati spogli da cinque per quattro, tipo free-jazz da domenica sera, ma è anche vero, è ancora più vero, che non sono poche le mega produzioni che assegnano un’indebita certificazione di qualità a manifestazioni live spesso scadenti, come quelle di certe starlette d’oltre oceano o di alcuni prodotti (non tutti) degli spesso giustamente vituperati talent show.

Non c’è bisogno di giocare a star wars per proporre buoni spettacoli: basta essere in grado di produrre buona musica, anche se è un concetto indigeribile dal business odierno.

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