Di bello, Courtney Love ha soprattutto la bocca, con quelle labbra così perfette che sembrano disegnate. Ma a sedurre Kurt Cobain, suo marito, fu la parlante rotondità delle sue natiche, e forse quel suo carattere da efferata bambina, che marcia contro le avversità della vita col solo intento di inventarne di nuove. Entrambi musicisti, entrambi cantanti, entrambi eroinomani, lui in continua altalena tra depressioni mortali ed entusiasmi caduchi, lei sempre intenta a scagliare folgori al cielo, per dissiparne l'azzurro. Lui impregnato di morte fin dall'infanzia, terrorizzato dalla celebrità, tormentato dall'incapacità a «scrivere musiche che, riascoltandole, mi piacciano», lei assetata di fama purchessia, dotata di un suo arrogante amore per la vita.
Furono quello che si dice una strana coppia, eppure perfetta: tanto simili e tanto opposti da integrarsi in una sorta di dissonante armonia. E a loro agio nella passione come nella rissa. Quando si sposarono - nel '90, in Estremo Oriente, lui strafatto e lei tutta un florilegio di fuck e fuck you - Courtney aveva ventotto anni. Era nata nel '64 a San Francisco, primogenita d'una quindicina tra fratelli e fratellastri, da una psicologa alquanto svitata, Linda, e da un biografo dei Grateful Dead, Hank Harrison. Poi i genitori divorziarono e Linda, trasferitasi in una comune neozelandese, portò con sé la piccola Love Michelle, cambiandole il nome in Courtney e scaricandola or qua or là, tra collegi ed affidamenti. Tutti resi effimeri dal caratterino di quella pupattola biondissima, lattea, il cui aspetto ricordava certe sataniche fanciulle da film horror. «Alle feste tutti s'aspettano che appicchi il fuoco o spacchi i vetri - dirà anni dopo -, io cerco di mostrarmi gentile ma alla lunga non reggo».
Non fu propriamente un'infanzia felice, ma ricca di premonizioni e di esperienze, questo sì. Non ancora adolescente, Courtney vede Tatum 'O Neal recitare in Paper moon, decide: «Farò l'attrice» e la sua vocetta tiene banco in jingles pubblicitari e doppiaggi. Intanto la madre si trasferisce nell'Oregon e la riprende con sé. Courtney festeggia il trasloco facendosi sorprendere a rubare in un negozio e scappando da casa. Ha diciotto anni, va a Liverpool e lavora in una discoteca per travestiti, poi vola a Minneapolis e s'improvvisa divetta punk fondando le Sugar Baby Doll, delle quale dirà: «Erano penose, speriamo che non abbiano lasciato registrazioni in giro». Del resto l'ambiente musicale, a Minneapolis, le sembra un deserto, «e io sono troppo estroversa per sentirmi parte di qualsiasi ambiente», decreta. Così torna a San Francisco, canta con i Faith No More, va in Alaska dove, da cameriera di topless bar, diventa spogliarellista da duecento dollari a sera: «Non sono una bellezza, sono scarsa di stile e di tette», riconosce, ma sopperisce con la verve.
Trapiantata a Los Angeles il regista Alex Cox la fa recitare in un western, Diritti all'inferno, poi la vuole in Sid & Nancy, un film su Sid Vicious (Sex Pistols) morto dopo avere assassinato la fidanzata Nancy Spungen: dapprima, Courtney dovrebbe impersonare quest'ultima, poi Cox le preferisce Chloe Webb e la dirotta in un ruolo di contorno. Lei abbozza: «E' insensato inseguire la fama», sentenzia, e fonda gli Hole, tuttora il suo gruppo, guadagnandosi da un recensore la definizione di "diabolica, splendida icona punk".
Durante un concerto Kurt Cobain la vede e ne è attratto: perché è bionda come lui, perché gli ricorda per l'appunto Nancy Spungen, perché dice quello che pensa, «magari parlando prima di pensare». Lei ricambia l'interessamento pur essendo fidanzata con Billy Corgan, degli Smashing Pumpkins: sedotto, costui, dal fatto che «Courtney, se diventasse un'artista solista, supererebbe la fama di Patti Smith. Ha un enorme talento grezzo e nella sua follia c'è l'intelligenza d'un genio. Ma è un personaggio da fumetti, è posseduta da un'idea parossistica del rock». Cobain le dedica pubblici apprezzamenti, Courtney gli invia una scatola a forma di cuore piena di pigne, conchiglie, fiori, una bambola e un servizio da te in miniatura. E Kurt ringrazia scrivendo Heart-shaped box. La prima volta che s'incontrano, Courtney gli allunga una pacca sullo stomaco che gli toglie il fiato, l'altro gliela restituisce e dopo una cordiale chiacchierata si congedano a calci nel didietro.
La neonata amicizia dà sui nervi a Corgan, che una sera caccia di casa la fidanzata ingiungendole: «Va' dai Nirvana e non tornare più». La ragazza lo prende in parola: va da Cobain, gli si dà e la loro storia decolla. E' il 1991. Negli alberghi i due si presentano come Simon Ritchie, vero nome di Sid Vicious, e signora, il confine tra tenerezze e contumelie è sempre più stretto. A un telecronista Courtney dichiara che «Kurt mi fa fermare il cuore ma è uno stronzo», lui ricambia in versi: «Tienimi stretto con respiri di verità/ ti auguro un male terminale». Il primo album degli Hole, Pretty on the inside, fa scrivere a un critico che «quella sballata scopatrice di star e cercatrice d'oro ha preso tante sberle, ma finalmente ce l'ha fatta». Gli Hole, per ora, sono più famosi dei Nirvana, e quando Kurt e Courtney decidono di sposarsi, lei pretende un contratto prematrimoniale: «Per evitare - spiega - che, se ci separiamo, tu scappi con i miei soldi». Cosa l'ha sedotta in quel timido eroinomane, bello come un paggio, d'una biondezza contro natura, divorato dalle nevrosi? Forse un contorto senso materno, unito all'amore per la marginalità. E per la stravaganza, che a Kurt non difetta: ha battezzato Fecal Matter, materia fecale, il suo primo gruppo, ama gli scrittori - Burgess, Beckett, Bukowsky, Burroughs - il cui cognome comincia per "b", gli piace adornare muri di case e portali di chiese con scritte del tipo: «Dio è gay», «Nixon ha ucciso Hendrix», «Abortite Cristo». E' stato portiere in un ostello, maestro di nuoto, custode di studi dentistici. Ha vissuto in un tugurio con le pareti coperte di bambole squartate, disegni orrifici, foto di vagine malate strappate a libri di medicina, in compagnia d'un reggimento di topi, gatti, conigli e tartarughe cresciute ad hamburger. Tra le droghe, disdegna la cocaina «che rende troppo socievoli», e predilige l'eroina «che costa, ma dà sollievo». E vi converte l'amata, con qualche fatica perché la ragazza non sopporta aghi e siringhe. E', insomma, un amore impregnato di autodistruzione, quello che Courtney definisce «un rituale d'accoppiamento per gente affetta da disfunzioni». A una sfilata di moda i due amanti cominciano baciandosi e finiscono lanciandosi bicchieri tra un fuggi fuggi di mannequin, uscendo lui dichiara che «di lei mi piace il fatto che, in qualsiasi momento, qualcuno potrebbe accoltellarla», lei ribatte che «Kurt è un gran maiale scontroso e io sono la troia che sta rovinando i Nirvana, una specie di Yoko Ono». Un giornale la definisce «un urlante fantoccio a molla dagli occhi spiritati», dopo che Courtney, in pochi giorni, ha invaso le cronache con le seguenti prodezze: scazzottare il presidente d'una casa discografica, malmenare una biografa dei Nirvana, appiattire con un pugno il naso d'un fan dei medesimi, che l'aveva chiamata "Courtney whore", Courtney puttana.
Al matrimonio, in vetta a una collina vicino al mare di Waikiki, Kurt arriva in pigiama verde, la sposina veste di pizzo, gli invitati sono cinque e Courtney è incinta da un mese. Durante la gravidanza abbandona l'eroina, il che la rende felicemente intrattabile. Per impedirle di bucarsi la casa discografica le mette alle costole due guardie del corpo, che i neo-coniugi eludono fuggendo dalla porta di servizio del loro albergo. Quando vede l'ecografia della nascitura, l'aspirante mamma esclama: «Bella, sembra un fagiolo», e infatti la bimba sarà battezzata Frances Bean, fagiolo. Il parto avviene nell'agosto '92, al Cedar Sinai di Los Angeles, dove anche Cobain è ricoverato per un'utopica disintossicazione. Quando comincia il travaglio Courtney schizza dal letto, trascinandosi dietro il trespolo della fleboclisi, e irrompe nella stanza del marito urlando: «Non mi lascerai farlo da sola». Kurt la segue in sala parto e quando Frances comincia a venire al mondo prima vomita, poi sviene. Il Tribunale della Famiglia, sobillato dalla stampa, vieta a «quei due drogati» di tenere la figlioletta, affidandola a una zia, e il dolore porta entrambi a progettare il suicidio. Che per lui è solo un appuntamento rinviato per anni: l'8 aprile 1994 si chiude nel garage della sua villa e si spara in bocca. Nessuno sa dove sia, Courtney dà fuori di matto finché, tre giorni dopo il suicidio, un elettricista trova il cadavere. Alle esequie la moglie improvvisa un irrituale elogio funebre. Legge la lettera d'addio in cui il marito dichiarava di essere stufo del rock, e lo arricchisce d'una personalissima chiosa: «Ma allora - urla -, perché cazzo non hai cambiato mestiere?». Poi guida la folla in un coro di "scemo, scemo". Due anni dopo Il Duce, un carneade del rock, sosterrà d'avere ucciso Cobain su mandato di Courtney, in cambio di cinquantamila dollari. «Meglio bruciare che svanire lentamente», gli avrebbe detto la donna, citando Neil Young. Nulla di vero, una volta tanto.
Direttamente da quella fucina di talenti artistici che è Los Angeles, giunge quella che potrebbe rivelarsi un’autentica next big thing.
Loro si chiamano Vintage Trouble e - benchè al debutto con questa sigla – sono un gruppo di veterani che da anni distribuisce scosse d’adrenalina in lungo ed in largo per la costa occidentale degli USA.
Ty Taylor (voce), Nalle Colt (chitarra), Rick Barrio Dill (basso) e Richard Danielson (batteria) sono i quattro volti di questa piccola rivoluzione artistica.
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NICOLA MINGOwww.myspace.com/nicolamingo Luogo: Blue Note, Milano
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Nicola Mingo - chitarra | Roberto Tarenzi - pianoforte | Giorgio Rosciglione - contrabbasso Gegè Munari - batteria |
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Nicola Mingo approda al Blue Note di Milano per mettere in scena il suo ultimo lavoro: We Remember Clifford è un tributo al Clifford Brown in cui composizioni originali si alternano a brani rivisitati del celebre trombettista hard bop.
L’apertura della serata è affidata agli accordi iniziali di Brown’s Blues, brano a firma Mingo, eseguiti sulla sei corde dall’autore: classico minor blues in puro stile hard bop, ci fornisce il primo assaggio del tocco dell’ensemble attraverso gli assolo di chitarra, piano e contrabbasso; stessa sequenza per la successiva Daahoud, la cui esecuzione risulta però sporcata da un paio di corde calanti della chitarra.
La ritrovata accordatura coincide con lo scoccare dell’interplay nell’esecuzione di Sandu: l’intesa diventa tangibile nel dialogo tra chitarra e batteria, che chiude il pezzo con i tre spericolati stop and go. Si approda quindi al ritmo incalzante della title track di album e concerto, We Remember Clifford, in cui il giovane Roberto Tarenzi non risparmia nemmeno un’ottava durante il raffinato assolo che merita l’inchino di Nicola Mingo; dopo il breve solo di Giorgio Rosciglione bastano pochi attenti accordi di pianoforte per rincondurre il quartetto verso il finale in cui i musicisti giocano con false chiusure fino a quella definitiva.
Gli animi si placano con la seguente ballata inedita composta da Clifford Brown per la moglie, La Rue, ma basta poco perchè Gegè Munari faccia ritornare alti i livelli di adrenalina sul palco e tra il pubblico grazie ad uno scoppiettante assolo in The Blues Walk, mentre Rosciglione, forse memore dei suoi trascorsi nelle orchestre di Rota e Morricone, come un regista esperto dirige con sobria autorità l’evolversi dell’esecuzione.
Un’originale sovrapposizione tra il tema di Poinciana e Joice Spring (Brown) precede il brano scelto per la chiusura, Narona (Mingo), ma il quartetto non può abbandonare il palco prima di concedere al pubblico il rituale bis richiesto a gran voce da tutto il locale. Il pezzo designato per il rientro in scena è Cherokee, standard firmato da Ray Noble su cui Gegè Munari a briglia sciolta sfodera tutto il suo temperamento partenopeo per terminare in bellezza la serata: dopo aver misurato con le bacchette ogni componente della sua batteria, si alza in piedi e continua il suo assolo strabordante percuotendo il leggio ed infine le corde del contrabbasso per dare vita, con la complicità di Rosciglione, ad un siparietto che strappa al pubblico un sorriso e l’ultimo applauso scrosciante.
I ringraziamenti finali vanno al produttore Franco Galliano che, dice Mingo «Ha reso possibile la realizzazione di questo lavoro» e ad una vecchia conoscenza dei tempi della naja che Giorgio Rosciglione, a distanza di cinquant'anni, ha avuto modo di ritrovare proprio tra i tavoli del Blue Note: a riprova del fatto che il jazz sa creare legami indelebili che non conoscono limiti di spazio e tempo.
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FEATURING: Antonio Faraò Marco Panascia Tommy Campbell |
Sabato 10 dicembre dalle ore 21 al Palazzetto dello Sport di Castelletto Ticino si terrà il concerto "UN BLUES PER GENOVA" organizzato dalla Associazione Amenoblues col Comune di Castelletto e il patrocinio della Provincia di Novara. L'incasso sarà devoluto alla Cooperativa Gulliver di Rocchetta Vara che gestisce due case alloggio per adolescenti con handicap sociale gravemente danneggiate dalla recente alluvione.
Al concerto hanno aderito a titolo gratuito molti personaggi del mondo del blues italiano e non solo: Paolo Bonfanti, Sugar Blue ( armonicista di Chicago ), Bat Battiston ( Svizzera ), Tino Cappelletti, Mauro Ferrarese & Alessandra Cecala ( Red Wine Serenaders ), Maurizio Glielmo ( Gnola Blues band ), Ilaria Lantieri, Lorena Gioia, Amanda & la Banda, Locomotion Band, BrainVox, Fabio Marza, Bluez Meg.
E' anche possibile sostenere la Coop Sociale Gulliver facendo un bonifico con la vostra eventuale offerta libera a questo IBAN: IT30X0617549720000000546980
Trattandosi di Ente no profit, la somma è deducibile dalla dichiarazione dei redditi conservando la ricevuta del bonifico. Grazie ancora a tutti del vostro interessamento.
Inizio dalla fine. I concerti di Paul McCartney durano quasi tre ore, quello di Noel Gallagher una e mezzo, e chi ha visto più live degli Oasis mi spiega che era un’abitudine dei fratellini anche quando suonavano insieme. Io purtroppo non ho avuto la possibilità di vederli dal vivo perché l’unica volta che ho acquistato un biglietto hanno deciso di sciogliersi due giorni prima, mandando a monte le ultime due date senza preoccuparsi troppo dei fan. Pazienza, questo non sarebbe di per sé un grande problema se alla durata dimezzata dell’evento corrispondesse almeno metà del talento dell’ex Beatle (che Noel ha seguito in prima fila la sera prima), ma è forse ridondante puntualizzare che non è questo il caso, sebbene non si riesca proprio a liberarsi di certi paragoni blasfemi.
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PFMLuogo: Phenomenon Music Club, Fontaneto d'Agogna (NO)
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L’incontro con Fabrizio De Andrè (da cui scaturì il celebre tour che tra il 1978 e il 1979 fece tappa in tutte le principali città italiane) è stata un’esperienza tra le più significative nella carriera artistica della PFM e, probabilmente, anche a livello umano ha lasciato il segno tra i componenti della storica band rock progressive, tanto che il pensiero di Franz Di Cioccio ad inizio concerto va proprio a lui: «Fabrizio ci ha fatto capire cos'è la poesia, e noi lo abbiamo aiutato ad acquisire la consapevolezza che la sua musica fosse meglio di quanto lui stesso credesse».
Prima che le note di basso inizino a scandire l’attacco di Come ti va, Di Cioccio termina le presentazione anticipando che il concerto avrà due anime: una più cantautoriale e una puramente progressive, cui appartiene lo zoccolo duro del loro repertorio.
Il salto d’ottava che richiede il brano d’apertura è superato senza esitazioni dal cantante-batterista della PFM e basta poco perché il suo carisma incontenibile, unito agli ottimi suoni e ad un’acustica in grado di valorizzarli, catturino la platea. Dallo stesso album di inizio anni ‘80 è tratta la successiva Quartiere 8 seguita da 46: l’assolo elettrico di Lucio “violino” Fabbri con distorsioni ed effetto wha-wha travolge il pubblico esaltato.
E’ quindi la volta di La Rivoluzione, brano balzellante estratto da Serendipity, che vede la collaborazione di Daniele Silvestri come autore del testo. Il passaggio ai tempi dispari di Traveler, puro progressive datato ‘77, segna uno stacco netto tra prima e seconda parte del concerto. «Non la suonavamo da chissà quanto tempo» spiega Di Cioccio e continua «E’ un pezzo corale, come in una partita ci calcio, la voce passa la palla al basso, che poi serve il violino che infine passa sulla fascia sinistra verso la chitarra».
Quando infine Di Cioccio siede alla batteria il sound della serata svolta decisamente (senza nulla togliere all’ottimo Roberto Gualdi): stacchi, controtempi e tom a profusione fanno scattare un’intesa viscerale tra i componenti della band che danno libero sfogo alla loro originaria estrazione prog.
Si cambia ancora genere con Suonare, suonare, impreziosita dall’assolo di basso di Patrick Djivas e cadenzata nel finale dai battiti di mani del pubblico. Seguono la terzinata Maestro della voce e Si può fare, mentre Di Cioccio, sempre più scatenato, corre per il palco, salta, brandisce il tamburello o estrae dai pantaloni una delle tante bacchette che ha infilate nella cintola per colpire il crash alle sue spalle. Franco Mussida, sotto tono per via di un malanno stagionale, inizia a mettere in guardia le prime file “Non ho voce. E vedrete quando dovrò cantare Impressioni di settembre”.
Ed infatti il brano-bandiera della Premiata Forneria Marconi, intonato a fatica dal chitarrista che cerca di sopperire al problema alle corde vocali alternano un recitativo al cantato, è eseguito in versione ridotta e troncato subito dopo l’assolo di tastiere di Gianluca Tagliavini. Il gran finale è affidato ad una versione estesa di Celebration con tanto di citazione, nel mezzo, di Volta la carta: il gioioso fraseggio di violino in stile Irish impone qualche passo di danza anche ai più riluttanti.
Non resta che completare la serata con uno spettacolare assolo a quattro mani di Gualdi-Di Cioccio che sembra divertire molto i due batteristi e, di riflesso, anche la platea ammirata. Come non esserlo, d'altra parte, di fronte a uno show di questo calibro, portato in uno sperduto paesino tra i colli novaresi con la stessa convinzione, professionalità e partecipazione di quando Di Cioccio e soci spopolavano guadagnandosi il titolo di rock band italiana di maggior successo nel mondo.
Questa non è una recensione imparziale. Vorrei mettere subito in chiaro le cose, quando ci sono i Beatles di mezzo il concetto di equidistanza mi diventa stranamente sconosciuto. Vien da sé (ma questo vale per tutti i resoconti critici, sebbene in molti sostengano il contrario) che sarà anche molto personale. Dicevamo dunque che questa è una recensione di parte, soggettiva, ma, garantisco, profondamente onesta. Premessa dovuta. La giornata è iniziata presto, un pranzo fugace, la partenza in auto, una coda di sei ore ai cancelli, la ressa all’apertura, la corsa per accaparrarsi un buon posto, e poi l’ultima attesa.
L’imminente apparizione di Paul McCartney è annunciata da un doppio filmato che scorre sui mega schermi collocati ai lati del palco. Immagini di repertorio e icone pop-rock in loop si susseguono fino a smaterializzarsi in astri che vorticano e si raggruppano in una costellazione dal profilo inconfondibile: un basso Höfner. La folla è pronta, le corde della nostalgia sono state toccate, le luci si spengono, e ‘Sir Paul’ fa il suo ingresso: completo scuro, giacca alla coreana, strumento in mano.
Le corde vocali di tutti sono già sotto sforzo quando, dopo i saluti di rito, si inizia con Hello Goodbye. Un balzo indietro di 44 anni, ossia più di quanti ne abbiano molti dei presenti. Dal volume dei cori davvero non si direbbe.
Non vorrei dilungarmi troppo sui dettagli della scaletta, quelli li potete trovare un po’ ovunque, mi limiterò a soffermarmi sui momenti salienti della serata. Vi basti sapere che la selezione spazia dai primi Beatles alla discografia recente, passando per Abbey Road e i Wings.
Le prime lacrime mi bagnano il viso quando parte All my loving, non siamo all’Ed Sullivan, ma sul maxischermo proiettano clip di A Hard days night. Chiudo gli occhi, il resto della band sparisce, accanto a Paul compaiono John e George, e sullo sfondo intravedo la testa ondeggiante di Ringo dietro la Ludwig: scherzi della mente.
Il ritorno alla realtà è immediato ed esplosivo con Jet, l’uso del video wall a volte è un po’ didascalico, ma spesso molto coinvolgente, come durante Helter skelter, a fine serata, quando la musica è accompagnata da un giro sulle montagne russe in soggettiva.
Lui scherza, interagisce con il pubblico in italiano, il copione è scritto parola per parola, ma almeno è un po’ più vario del solito “Ciao, come va? Tutto bene?”.
Purtroppo un vecchio problema che affliggeva i concerti dei Beatles non è stato risolto e si ripresenta: tutti cantano a squarciagola, e spesso le urla sovrastano l’unica voce che meriterebbe di essere ascoltata, inoltre chi ha assistito alla data di Bologna il giorno prima (o ha sbirciato su internet) conosce l’ordine dei brani, e gridando i titoli durante le pause rovina la sorpresa ai vicini. Le mani si alzano sollevando Union Jacks, vinili dei ‘Fab’ e striscioni con dichiarazioni d’affetto o proposte che difficilmente saranno soddisfatte («Why don’t we do it in the road?», domanda una ragazza a pochi passi da me…).
Il tempo purtroppo passa, e l’atmosfera diventa più introspettiva e malinconica con The Long and Winding Road, prima di una serie di performance pianistiche, che precedono il ritorno al periodo “Yeah, yeah!”, celebrato con I’ve Just Seen a Face.
Non mancano i tributi a chi non c’è più, con tanto di sguardo al cielo. Here Today per John, Something in versione ukulele per George, che, per la cronaca, mi provoca la seconda esondazione oculare quando il registro della canzone cambia, tornando all’originale, e sui monitor compaiono foto d’annata di un Harrison giovane e sorridente.
Bella la già splendida A day in the life, fusione perfetta della coppia Lennon-McCartney, che si conclude con Give Peace a Chance, altro omaggio all’ex compagno di viaggio.
La commozione diventa incontenibile, e io non riesco a sottrarmi all’onda emotiva, quando, ripreso il suo posto dietro il pianoforte a coda, esegue Let It Be. Dalle piccole luci di speranza alle fiamme però il passo è breve, e Live and Let Die è letteralmente un’esplosione, con sfere di fuoco che avvampano sul palco, razzi che lo attraversano, e un’ondata di calore che travolge le prime file.
Hey Jude è la festa della partecipazione popolare, con Paul che gioca con il pubblico e le telecamere che indugiano sul parterre, che può vedersi ritrasmesso in tempo reale. A questo punto i più sono rimasti con un filo di voce, ma di certo non il 69enne di Liverpool, che a dispetto dell’età stupisce ancora per estensione, pulizia, ma soprattutto resistenza, un prodigio della natura pensando a certi colleghi che ormai richiamano i fan più per meriti acquisiti che per l’effettivo valore artistico delle loro prestazioni. Un primo bis comprende All You Need is Love, Day Tripper e Get Back, un secondo Yesterday, Helter Skelter e il gran finale con la trilogia di Abbey Road Golden Slumbers -Carry That Weight-The End. E’ davvero la fine, dopo due ore e quarantacinque minuti di musica senza interruzioni.
L’addio è doloroso, il riaccendersi delle luci è inopportuno come il risveglio al termine di un sogno irripetibile. I volti sono stremati, ma appagati, tutti sanno di avere vissuto un’esperienza da raccontare. Il miracolo è avvenuto di nuovo, Paul è apparso a, e soprattutto per, i suoi fan, senza segni di cedimento, senza lasciar trasparire noia o indolenza per un repertorio tutt’altro che inedito. Lui ci ha sempre creduto e continuerà a crederci: il sogno è finito, bisogna andare avanti, ma almeno la memoria è salva. Paul is – not – dead, e finché ne avrà forza continuerà a gridarlo al mondo.
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