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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Sabato Marzo 28, 2026
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Stacey Kent - voce
Jim Tomlinson - sax
Graham Harvey – piano
Jeremy Brown – contrabbasso
Matt Skelton – batteria

Col suo carico di gloria, di grammies e di premi Stacey Kent, il personaggio del momento, la prima donna della vocalità jazz, sbarca ad Ascona, tra un concerto all’Olympia di Parigi ed una data al Byrdland di New York.

Costituisce ottimo risultato per il Jazz Cat essersi aggiudicato un tanto prestigioso nome: va detto come in poco più di tre anni di vita ed attività questo club è riuscito ad inserirsi nella ristretta cerchia dei grandi clubs europei , un fatto importante. Alle 20.40, dopo una breve presentazione congiunta da parte di Nicolas Gilliet (direttore artistico del Jazz Cat Club) e Paolo Keller (RSI rete 2/coproduttore della data), il quartetto prende il palco, uno dopo l’altro, (Matt Skelton alla batteria/NdR batterista mancino, Jeremy Brown al contrabbasso, Graham Harvey al piano, Jim Tomlinson ai sax – tenore e soprano) chiamati da Keller, infine la Kent ,ovviamente ultima ad essere chiamata e ad affacciarsi .

Partenza con un brano a tempo medio, con solo al tenore da parte di Tomlinson, seguito subito da una lentissima versione del classico di George & Ira Gerswin They can’t take that away from me; le cantanti indulgono spesso in ballads e brani lenti in genere, questo permette loro di far uscire al meglio le proprie qualità interpretative – il guaio è quando ne abusano…

Passaggio obbligato ad un brano di Jobim, in originale Aguas de marco - ne ricordo una bella versione di Ivano Fossati - che, nell’adattamento francese diventa Les eaux de mars, dal cd Raconte-moi. Tomlinson passa al sax soprano.

Si noti che la bella Stacey canta tutti i brani a memoria e nello stesso modo conosce la scaletta.

E’ il momento di parlare e di presentare, la nostra parla in modo velocissimo del tour mondiale che sta compiendo per presentare l’ultimo cd (live) Dreamer in concert e di come, dal suo punto di vista, le cose stiano andando a meraviglia I’m having the time of my life...; una figura sorridente, sobria, per niente diva, nella sue parole non c’è autocompiacimento o affettazione; poi (ri) presenta la band (con particolare attenzione per Tomlinson, che, oltre che sassofonista, è autore delle musiche di molti brani, produttore, arrangiatore, bandleader e ….. suo marito), non avendo sentito, da dietro il palco, la presentazione iniziale.

E’ la volta di un altro brano da Raconte-moi, cioè Mi amor, una rumba evocativa del clima fine anni ’50, con un’atmosfera da night-club, che personalmente adoro…..il concerto levita, io mi godo il clima, o meglio, il mood.

Il quartetto la serve splendidamente, sembra un vestito fatto su misura da un sarto, lei muove le spalle a tempo, canta e sorride, sospinta dalla musica e da una sua naturale grazia.

Ha un timbro vocale sottile, serico, molto duttile e sicuramente di grande fascino; può ricordare vagamente - fra le cantanti bianche - Astrud Gilberto; non fa uso di improvvisazione scat , ma si aiuta un po’, in certi brani, con la chitarra e col fischio. Una figurina luminosa, divertita e divertente, assolutamente protagonista, ma con un senso della misura che la rende deliziosa.

Il brano finisce e la nostra parla un po’in americano, poi in italiano, scherza col pubblico, sorride ancora ed io inizio a pensare questa donna ha qualcosa di speciale, ma non capisco cosa…; il tutto davanti ad una platea stranamente fredda, finora, dopo gli assolo, zero applausi: il pubblico – si sà - è la parte più imprevedibile di un concerto….. Ancora un paio di brani e ci avviciniamo alla fine del primo set: la Kent si siede ed imbraccia una chitarra classica; breve intro di contrabbasso solo da parte di Brown, intro che risolve nel tema (sempre Jobim) di How insensitive, ancora contrabbasso solo. L’ingresso degli altri musicisti - quintetto se consideriamo la nostra impegnata anche alla chitarra - ci racconta di un gruppo dal grande interplay e dai bei colori. Prima della chiusura del set, col brano Dreamer, la Kent parla del suo amore per la bossa e dell’importanza per lei della scoperta di Jobim e del disco Getz/Gilberto. Inizio secondo set, coerente col primo, la cantante continua a suonare la chitarra, ancora Jobim con Corcovado - forse troppo simile a quella contenuta nel classico LP Getz au go go; seguono un brano di Serge Gainsbourg, dal bell’inizio (voce, basso e rullante) , un originale, una I’ve grown accustomed to HIS face (versione al femminile) ed è la volta del gruppo senza di lei….

Tomlinson prende la parola e presenta lo standard Broadway, già nel repertorio di Count Basie, il quartetto si disimpegna con ottimo swing e sicuro interplay e dopo il solo di sax tenore, arriva un meritato applauso! Stessa sorte viene riservata al solo di piano. Solo di batteria e tema finale. Gruppo coeso ed equilibrato, dalle stupende dinamiche, con una serie di invenzioni e camei gustosissimi, soprattutto nel lavoro con lei. Sugli scudi Tomlinson, con buona inventiva nel fraseggio.

Altri due brani, fra cui una bella versione della bossa So nice di Marcos Valle, con cui lei racconta di aver collaborato ed il piacere avuto dal rapporto di lavoro. Qui Tomlinson passa alla chitarra. Questo segnerebbe la fine del concerto, a parte un breve bis, la chapliniana Smile ed i saluti affettuosi della Kent….Forse con un pubblico un po’ più generoso d’applausi, avremmo avuto un altro bis, o più bis, ma tant’è, non sono mancate quantità e qualità. Ho continuato a domandarmi cosa avesse la donna di così speciale e finalmente dopo lunga riflessione, ecco la risposta; la Kent ha una virtù rara: l’eutrapelia. Non sentitevi ignoranti, è un termine rarissimo, potrei sinteticamente definirlo come la capacità di mettere di buon umore, di far sorridere colui che ti sta davanti – per una donna di palco, per una frontwoman, ovviamente, è una manna.

Informazioni aggiuntive

SPECIALE JAZZ CAT CLUB DI ASCONA

Stacey Kent - Jazz Cat Club di Ascona

23 Aprile 2012 - Ore 20.30

Teatro del Gatto, Via Muraccio 21, Ascona 


Dal nostro inviato Marco Valugani un speciale Live Report su Stacey Kent > LEGGI

Con una decina di album al suo attivo (di cui due certificati disco d’oro in Francia), una nomination nel 2009 ai Grammy Awards e una media di oltre 250 concerti annui, Stacey Kent è una delle cantanti jazz del momento. “Raconte moi”, il suo ultimo album cantato in francese, è stato distribuito in 38 paesi. Americana trapiantata in Inghilterra con la passione per la lingua francese, Stacey Kent approderà al Jazz Cat con la sua musica ottimista e romantica e il suo nutrito repertorio di standard, fra un concerto all’Olympia di Parigi e un appuntamento al Birdland di New York. Un appuntamento di grande prestigio e assolutamente da non perdere.

Stacey Kent – voce
Jim Tomlinson - sax
Graham Harvey – piano
Jeremy Brown – contrabbasso
Matt Skelton – batteria

 

Info e prenotazioni
Tel +41 91 785 19 51
www.jazzcatclub.ch

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Absolutely free

Bowie-Ottolini Trombone, voce, maracas – Trombone, sousaphone)

Luogo:  Santa Maria Gualtieri
Data: 13 aprile 2012

Invenzioni “grafiche” e fuochi d'artificio. Cala il sipario sulla quattordicesima edizione nel vivace clima da happening ricreato sul palco da Joe Bowie e Mauro Ottolini.

La sensibilità blues che alimenta il cuore funk del trombonista di St. Louis si materializza in un ottica jazz aperta, rivelando una personalità composita, memore di una carriera sfaccettata e feconda di collaborazioni. Non meno articolato è l'iter artistico di Ottolini, dal conservatorio di Verona intraprende un viaggio “circense” che dalle radici del jazz lo porta ad incanalare il proprio entusiasmo in territori altri (blues, funk, reggae, rock, canzoni del varietà, contemporanea), ricomponendo queste esperienze in un humus personalissimo e moderno.

Un repertorio basato, nella prima parte, essenzialmente su standard ellingtoniani come l'iniziale Black And Tan Fantasy (dal film omonimo del 1929), introdotta da rumorismi, botti e note stridenti che sfumano nel tema e relativa improvvisazione, in un medley anomalo, che sfocia nel brano di musica contemporanea Ultramarine composto con dei grafici. L'esibizione pirotecnica, figlia di un'attitudine ludica nell'approccio alla pratica musicale, ha visto i due fantasisti confrontarsi sul terreno comune della tradizione afroamericana, l'empatia è tangibile, a fronte di una scaletta approntata in poco tempo.

L'elaborazione delle composizioni di Ellington prosegue con una versione accarezzata di Come Sunday, seguita da una Caravan aperta da Bowie a ritmo di maracas col sostegno del sousaphone di Ottolini, raggiunto dal partner al trombone. Chiude la carrellata East St. Louis Toodle-Oo, adattamento a due dell'originale per orchestra.

Spiritual composto da Josh Haden, figlio di Charlie, e il traditional gospel Just A Closer Walk With Thee, propongono Bowie al canto con una timbrica calda/ruvida e faticose arrampicate in vetta; Funky AECO scritto da Lester Bowie per l'Art Ensemble Of Chicago (The Third Decade), è pura essenza funk, un omaggio celebrativo ad un musicista innovativo dallo spirito free. Ottolini alterna il suono in “pompa magna” del sousaphone, che pulsa vibrazioni basse nelle orecchie dei presenti marcando il tempo, al trombone.

Il vasto campionario di sordine (standard e personalizzate), megafono incluso, amplia la gamma espressiva degli strumenti, in un carnevale di note “distorte”.

Il bis è un'improvvisazione estemporanea dallo stile cabarettistico, in un duello ironico a suon di note, barriti e schermaglie infantili, fino alla scomposizione dei propri strumenti e intonazione corale, col solo bocchino, di When The Saints Go Marchin' In, chiudendo definitivamente lo spettacolo.

Una moderna marching band minimale irriverentemente goliardica.

Informazioni aggiuntive

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CARMEN

Musica: George Bizet
Libretto: Henri Meilhac e Ludovic Halèvy

Luogo: Teatro Coccia, Novara
Data: 30 marzo / 1 aprile 2012

Maestro Concertatore e Direttore: Valerio Galli
Orchestra Filarmonica Italiana
Regista: Beppe De Tomasi

Se è vero che dai titoli di testa lo spettatore può intuire quale sarà lo stile, il senso e il ritmo di un film, lo è ancor di più per l'arte che del cinema è un’antica e illustre antenata, l’opera, anticipata dalla sua overture. Solo che, in questo caso, la dichiarazione d'intenti non è solo quella espressa dal compositore; è una dichiarazione che viene riscritta ad ogni rappresentazione e si affianca a quella che era l'originale intenzione: è l'impronta del direttore d'orchestra.

A luci spente e sipario abbassato ecco quindi che l'overture ci svela, attraverso i suoi celebri  temi, il tocco giovane e deciso di Valerio Galli, abile a gestire la dinamica dell’orchestra facendola risultare persino più grande di quella che la buca del Coccia può contenere: fraseggio ampio e intenso, toni smorzati all’occorrenza.

Quando il sipario scorre ai lati del palcoscenico, il teatro è già immerso nella torrida atmosfera di Siviglia: un drappello di guardie assieme ad un gruppo di candide operaie preparano l’elettizzante entrata in scena di Carmen. Tiziana Carraro, scalza e perfettamente a proprio agio nei panni del personaggio, intona una delle arie più famose della storia dell’opera (Habanera) con sicurezza spavalda, in un continuo saliscendi dal grosso tavolo di legno posto al centro della scenografia, assecondando il bisogno di dinamicità imposto dalle scelte registiche.
Sul finire della scena, Carmen lancia un fiore raccolto dallo sprovveduto Don Josè nel momento in cui è raggiunto da Micaela: la passione abbandona il palcoscenico assieme alla bella sigaraia e i due intonano un duetto più incline alla tenerezza, senza che l’intensità e il trasporto dell’interpretazione di Elena Rossi subiscano per questo alcuna incrinatura.

Nel secondo atto - il contesto è l’osteria di Lillas Pastia - Carmen parla e danza con le amiche, circondate dagli avventori che fanno baldoria. L'azione si immobilizza sulle note che fanno presagire l’arrivo di Escamillo, il torero che incanta tutti (Carmen a parte) con la sua Votre toast je peux vous le rendre. Nell'interpretazione del baritono Gezim Myshketa sembra mancare, accanto ad una bella timbrica, quel pizzico di chiaroscuro che avrebbe permesso di trasmettere con maggior incisività il fascino del personaggio.  Subito dopo Don Josè, scontata la galera per aver aiutato Carmen a sfuggire all’arresto, dichiara il suo amore alla protagonista e passa così da gendarme a fuorilegge.

Tra le montagne del terzo atto si sgretola l’amore effimero tra i Carmen e Don Josè: lo spirito indomito e libertino della donna l’ha già condotta verso un nuovo amante, Escamillo, e Don Josè, beanchè consapevole fin dall'inizio dell'indole di Carmen, non accetta l’allontanamento e giura vendetta.

Nell’ultimo atto Don Josè, sopraffatto dalla gelosia, pone fine a modo suo alla relazione tra Escamillo e Carmen che, incurante degli avvertimenti delle amiche, decide di incontrarlo, andando in realtà incontro alla morte. L’attenzione dello spettatore, per tutta la durata della scena, è catalizzata da una sorta di cassaforte collocata sullo sfondo del quadro: la serratura ha la forma di un cuore. Quando si raggiunge il clou della drammaticità la porta della cassaforte si apre e al suo interno troviamo una statua della Madonna da cui Don Josè estrae l’arma del delitto. Non è del tutto chiaro cosa abbia voluto dire Beppe De Tommasi con questo espediente, ma sicuramente un testimone di quel calibro sulla scena del crimine ha sortito l'effetto di amplificarne la tragicità.

 

PERSONAGGI E INTERPRETI

Carmen (sop.) TIZIANA CARRARO
Don Josè (ten.) ENRIQUE FERRER
Micaela (sop.) ELENA ROSSI
Escamillo (bar.) GEZIM MYSHKETA
Frasquita (sop.) ESTHER ANDALORO
Mercédès (m.s.) MONICA TAGLIASACCHI
Il Dancaïre (bar.) DAVIDE ROCCA
Il Remenado (ten.) MARCO VOLERI
Zuniga (basso) VEIO TORCIGLIANI
Moralès (bar.) LUCA LUDOVICI

 

CARMEN

Opéra-comique in quattro atti su libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halèvy Musica di
Georges Bizet

Maestro Concertatore e Direttore d’orchestra
Valerio Galli

Regia e scene
Beppe De Tomasi

Disegno luci
Jean Paul Carradori

Maestro Del Coro
Gianmario Cavallaro

Orchestra Filarmonica Italiana
Coro della Fondazione Teatro Coccia - Corpo di ballo Giovane Compagnia Dancehaus

Venerdì, 13 Aprile 2012 07:33

Storia di musica n. 12 - Jaco Pastorius

Scritto da

Jaco Pastorius - Storie di Musica

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Il viso scarno, con l’ardore degli occhi e le labbra enormi, aveva una sua contrastata bellezza: con un’idea di carnalità, che stregava le donne, e un che di ascetico, che intrigava tutti. Rammentava, dissero, quello di Akenhaton, il faraone eretico e poeta. Del resto eretico, Jaco Pastorius, lo fu la sua parte: per come d’uno strumento gregario, il basso, fece un protagonista assoluto; per come smantellò le convenzioni del jazz con iniezioni di punk, psichedelia, Bach, funk, rhythm and blues; per come dalle quattro corde del suo strumento trasse di tutto: il sospiro d’un violoncello, i pigolii d’un violino, la levità d’una chitarra, i singulti d’un sax. E come spesso è capitato agli eretici, non morì di vecchiaia, né nel suo letto.

John Francis Pastorius nacque nel ’51 a Norristown, in Pennsylvania. Il padre, batterista jazz, gli insegnò ad usare bacchette e rullante, il suo sogno, in realtà, era diventare campione di baseball ma una pallonata, a 13 anni, lo sventò per sempre, fratturandogli un polso. Non restava che la musica e Jaco, da autodidatta, imparò a suonare il basso elettrico, la chitarra, il pianoforte, il sassofono. Due anni dopo i suoi si lasciarono: assistere impotente alla fine della sua famiglia aprì una ferita che non si sarebbe mai chiusa e due matrimoni falliti, divenuto adulto, l’avrebbero resa più dolente.

Per anni lo aiutò ad occultarla quel suo orgoglio di perdente che non voleva perdere, imparato sui campi di foot-ball e di baseball . Seguì il padre a Fort Laudendale, in Florida, a Miami imparò i ritmi ipnotici dei Caraibi, quei suoni gonfi di sole. Suonò in vari gruppi, col suo basso cui aveva tolto i tasti, spalmandolo di vernice impermeabile per barche: donde quel suono unico, carnoso, adatto ai fiati lunghi della melodia più che alla secchezza del ritmo. Transitò  nei Bakers Kozen, con Paul Metheny, e nei C.C. Riders, il cui leader gli disse: «Sei un meraviglioso, fottuto bassista, hai anima, suoni da ingordo, per notti intere». Poi conobbe Joe Zawinul, lo Zawa-head - capo - dei Weather Report. Gli si presentò col suo vestito stazzonato e i capelli aggrovigliati come serpi, disse: «Sono John Francis Pastorius III, il più grande bassista del mondo». E Zawinul: «Porta il tuo culo fuori di qui». «Ma ho preparato un nastro, almeno lo ascolti». Zawinul ascoltò: «C’è un sacco di strumenti, perché non hai usato anche il basso?». «Ho usato solo quello».

Nacque un’amicizia, e più avanti Jaco entrò nei Weather Report. Per loro scrisse Teen town, su un club di Fort Laudendale dove, da ragazzo, suonava per i coetanei. Le  sue esibizioni sul palco - «fiammeggianti», le definirono i critici - dilatarono la popolarità della band. Zawinul racconta: «Mi ricordava quand’ero un ragazzaccio invadente, mi presentai a Cannonball Adderley e gli dissi: “Sono il più cattivo“. Jaco aveva addosso una specie di magia, la stessa di Jimi Hendrix».

Quattro anni, e intanto la vecchia ferita continuava a dolere. Inasprita dalla fine del matrimonio con Ingrid, che gli aveva dato due gemelli, Julius e Felix. «Quando doveva suonare in città - racconta l’ex moglie - lo capivi dall’attesa eccitata che si spandeva nell’aria: che so, un’energia misteriosa, una specie di ronzio. Bastava informarsi su quando avrebbe suonato, e dove». Si conobbero, vissero insieme, «lui amava falciare l’erba del prato, riparare l’impianto elettrico, ridipingere le pareti. Con i figli era perfetto, li faceva sentire speciali, gli insegnava i suoi giochi di prestigio imparati in tournée con Joni Mitchell. Ricordo i campeggi, le gite in barca, le serate sulla spiaggia. E quando si esercitava a suonare: ore e ore, ogni volta rappresentando lo spettacolo della sua vita». Così nacquero Mr GoneHeavy weather, Punk jazzRiver people, Three views of a secret, ogni titolo un destino.

Ma la fine della sua famiglia d’origine gli aveva inoculato, a quest’uomo assetato di famiglia, i germi del nomadismo. Nel momento in cui vide in Zawinul la controfigura d’un padre, lo prese una voglia selvaggia d’andarsene. Disse a Zawinul: «Voglio guardare il mondo attraverso i miei occhi». E fondò i Word of Mouth. Ma la vecchia ferita, dal subconscio, non s’acqueta, anzi preme per salire alla luce. Il primo album solista di Jaco s’apre con un titolo premonitore, Chrisis: una corsa a rompicollo verso il baratro, tutti gli strumenti sobillati dal galoppante basso continuo di Jaco. E poi la melanconia raggelata di Views of a secret, a contrasto col solare miraggio di Liberty City. E la "Fantasia cromatica" di Bach reinventata come un poema spettrale, il beatlesiano Blackbird col basso elettrico che canta come un contrabbasso, l’arredo urbano di Word of mouth, John and Marie elegia metafisica, oltre la vita. Fin troppo ispirato, per i tempi che corrono: figuratevi Chagall a fare il designer in una fabbrica di computer. «Pastorius era buono, gentile - dice un amico -, portava il cuore sulla camicia: inerme, insomma. Specie nei confronti dell’industria musicale, che lo avrebbe masticato e poi sputato via». Il disco è comunque un successo, la fama di Pastorius sfiora le stelle. Lo chiamano «il Duke Ellington della nuova generazione», «il futuro Miles Davis». Joni Mitchell, che lo ha al suo fianco in Hejira, vede in lui «la faccia dell’uomo sulla luna», la vertigine dei suoi assolo lo mostra egualmente connesso - dirà Metheny - col cielo e la terra.

Ma naufragò anche una nuova unione, quella con Tracy. E l’antica ferita ne trasse pretesto per salire alla luce, suppurò. Un medico la definì «depressione maniacale bipolare», male oscuro per il quale, allora, non c’erano cure. Jaco ne inventa una: alcol e cocaina. Il resto è notti su notti senza dormire, i morsi della paranoia, l’autodistruzione inseguita con cocciuto puntiglio. Senza la vicinanza paterna di Zawinul il male monta, «l’uomo sulla luna» diventa un oltraggioso attaccabrighe, le sue stramberie fanno titolo. Un tour giapponese, nell’82, fu un interminabile incubo. Lo arrestarono che girava nudo, su una moto, per le vie di Tokyo, sul palco pareva voler sabotare la sua band: se era sobrio ritrovava, d’incanto, la vecchia magia, se era ubriaco arrivava in scena con la faccia impiastricciata coi pennarelli, si lanciava in corse folli, troncava un assolo e usciva, poi rientrava e suonava sequenze insensate, insultava la platea, faceva a cazzotti con i suoi musicisti.

Nell’83, a Rimini, precipita dal balcone d’un hotel: sei metri di volo, un polso e tre costole rotte. A un festival provoca un tumulto e lo trascinano giù dal palco, rimpatriato passa sei settimane al reparto psichiatrico del Bellevue Hospital: forte depressione con atteggiamenti paranoidi, dice la prognosi. Dimesso, gira scalzo per le vie di New York, insultando i passanti. E continua a «curarsi» con bourbon e droghe. Finché di nitido, nella sua mente, resta solo la voglia di distruggersi. Dice Othello Molineaux, musicista della sua band: «Aiutarlo non fu possibile: era un guscio vuoto, lo spirito se n’era andato. L’anima che lo aveva protetto per anni, nei momenti di desolazione e nelle notti insonni, non c’era più: lasciò che lo abbandonasse».

Tornò a Fort Lauderdale ridotto a uno spiritato fantasma. L’eretico sconfitto aveva decretato da solo il proprio autodafé. Una sera del settembre ’87 saltò sul palco dove suonava Carlos Santana, interruppe il concerto con lazzi e grida, fu malmenato e cacciato. Vagò fino alle quattro di notte per le vie suburbane, si fermò davanti a un club malfamato, forse cercava droga, forse una donna. Ma l’ingresso era riservato ai soci: il portiere chiamò il buttafuori, il buttafuori chiamò il proprietario. Costui, un omaccione, atterrò l’intruso a colpi di karate: la polizia trovò Jaco bocconi sul marciapiede, il cranio sfondato. Ricoverato, impiegò nove giorni a passare dal buio relativo del coma a quello assoluto della morte. Aveva trentacinque anni.

Color swing trio // Concerto a  Inveruno

UNO SWING TRASCINANTE!

SABATO 14 APRILE 2012
ore 21.00
CONCERTO MEMORIAL In onore del Dottor Carlo Pettenati
“un medico, un amico, un uomo della nostra comunità”

 

INGRESSO LIBERO

Sala Francesco Virga
Centro Servizi per la Cultura e l’Impresa - Largo Pertini 2, Inveruno

 

Christian Meyer, batteria
Paolo Alderighi, pianoforte
Alfredo Ferrario, clarinetto

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Affinità elettive

Bosso e Biondini - Dialoghi: Jazz per due, Pavia

Luogo:  Santa Maria Gualtieri
Data: 03 aprile 2012

 

Prossimi alla realizzazione di un album per l'etichetta Abeat, in cui confluiranno alcuni dei brani presentati in concerto stasera, il tandem  Bosso/Biondini ha coinvolto l'uditorio di Santa Maria Gualtieri in una performance dalla comunicativa cangiante.
In programma, per il terzo appuntamento, due artisti accomunati da un percorso formativo ricco di affinità: gli studi classici, la scoperta del jazz e relative collaborazioni illustri, ma anche la partecipazione a progetti  alternativi in altri territori, portandoli inevitabilmente ad incontrarsi e decidere di proseguire insieme questa parte del viaggio.
Affinità che si riscontrano anche nell'approccio allo scibile musicale, liberi da condizionamenti, plasmato in funzione di una cantabilità che propende a derive melodiche, senza distinzioni di genere.  
L'espressionismo jazz, filtrato da un evidente temperamento mediterraneo, affronta un repertorio poliedrico intriso di un ponderato virtuosismo.
Così tra riletture poetiche di standard (Body & Soul, The Shadow Of Your Smile), si affacciano episodi dallo spirito latin come Matias (Girotto) o Volver (Gardel), entrambi contenuti nell'album “Sol” (Fabrizio Bosso e Javier Girotto Latin Mood, 2008), da cui arriva anche African Friends (Bosso), intervallata da una breve parentesi free; i voli pindarici del fisarmonicista contrastano le irruenze della tromba in un continuo rimando timbrico.
Dal carnet di Biondini prendono forma Bringi, (Mavì Quartet, 2004), Prendere o lasciare e Prima del cuore. Il tocco fluido e controllato di Biondini fa da contraltare all'esuberanza di Bosso, che alterna fasi introspettive a picchi quasi stridenti.
L'introduzione del bis avviene sulle note di una Ninna Nanna dallo sviluppo libero con la quale, i due musicisti, prendono congedo dalla platea, non prima di aver offerto un ulteriore bis a firma Biondini (Amoroso).
Tratto jazzistico e umori mediterranei, un innesto ad alto tasso emozionale.

 


 

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PROSSIMI APPUNTAMENTI:

  • Venerdì 13 aprile 2012– ore 21 Joe Bowie (trombone, voce, percussioni)Mauro Ottolini (trombone, sousaphone)

 

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