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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

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4 Rubber Lucid Angels live at Art Blakey Busto ArsizioPieno di swing e carico di energia, il quartetto jazz 4 Rubber Lucid Angels si esibirà lunedì 21 maggio alle 20:30 al rinomato Art Blakey Jazz Club di Busto Arsizio.

Il gruppo, composto da quattro giovani talenti (Giuseppe Santangelo - sax tenore, Federico Rupert - contrabbasso, Anselmo Luisi - batteria, Alberto Forino - pianoforte), vanta già un ricco curriculum che conta esibizioni in famosi locali milanesi tra i quali il prestigioso Blue Note e lo storico locale delle Scimmie. Non solo: il gruppo si è anche esibito in noti festival come il Ritmo delle Città e il Novara Jazz Festival.

Quello che connota la vivacità del gruppo, oltre al suo forte impatto sul palcoscenico, è il suo originale repertorio: innovative composizioni proprie si mescolano fluidamente con classici “standards” della storia del jazz, reinterpretati secondo la spiccata identità del gruppo. Per i curiosi o per gli appassionati del jazz, è un'occasione per ascoltare dal vivo una nuova e coinvolgente realtà musicale: un evento da non perdere.

10 giorni e 10 notti di festa, migliaia di spettatori attesi, circa 200 concerti che si tengono su sei palchi in riva al lago e in vari punti del centro storico. Ascona non è solo uno dei principali eventi mondiali dedicati al jazz classico e al New Orleans Beat, ma anche un festival di qualità, unico nel suo genere, che attira appassionati ed addetti ai lavori da tutta Europa. Il suo programma originale - quest’anno ampiamente dedicato alle donne nel jazz – include eventi speciali, nomi affermati, giovani emergenti e musica ad alto contenuto spettacolare che spazia dal New Orleans allo swing, dal blues al gospel, dall’R&B al funk. E tutto ciò in una location di rara bellezza e in una dimensione dove il contatto umano – in primis con gli stessi musicisti - è ancora possibile.  Bisogna insomma aver vissuto almeno una volta nella vita la magia di una serata a JazzAscona.

Per maggiori informazioni:
www.jazzascona.ch

Giovedì, 10 Maggio 2012 20:15

Storia di musica n. 14 - Tom Waits

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«Quando sei ubriaco la fortuna non può non assisterti»

Tom Waits - Storia di musica n. 14

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Nella saletta dell’hotel londinese, piena di ninnoli come lo studio d’un lord, arrivò indulgendo alla sua più usuale incombenza, quella di recitare se stesso. Fin dall’incedere traccheggiando, con digressioni inattese e brevi implosioni epilettiche, l’opacità un po’ psicotica dello sguardo azzurrino e le interminabili scarpe a punta. «Tom Waits», si presentò tendendo una mano spropositata, poi «sediamoci qui, fa così freddo», invitò guidandomi al caminetto spento.

Si lanciò in un barocco amarcord su Roberto Benigni, suo amico in dadaismo e zingarate: «Arrivò a casa mia, a Los Angeles, con un baule di spaghetti e Brunello di Montalcino, per una settimana bevemmo e mangiammo e una sera scoppiò un grande temporale. Lui sparì come un elfo: “Dov’è Roberto“, chiesi a tutti. Mistero: scomparso, tanto che mi domandai se fosse mai esistito. Finché uscii e lo vidi: in piedi sul tetto, arringava il cielo a improperi e gestacci, tutto fradicio».

Fu allora che negli occhi il sopore gli si dissolse, e mi gratificò d’una sua risata: cavernosa, biblica. Tornò serio per rispondere alle mie domande: con lapidari, intirizziti monologhi, epigrammi gentili fino all’estenuazione, calembours scagliati nel bigio di Londra, come lapilli. Era il suo modo sbilenco d’esser saggio, fuor dagli stenti manierismi della ragione. Raccontò l’intenzione d’abbandonare la California per la più estrosa New York, «senza portarmi dietro, però, il mio pianoforte: s’è creato un automatismo un po’ stucchevole, io bevo e lui si ubriaca al mio posto». Parlò di Bukowski e dei santi bevitori incontrati in decenni di vita errabonda, citò Cocteau e Buster Keaton, vagheggiò «un’orchestra così sgangherata da riprodurre i rumori che rimbalzano nella mia testa, guidata da un trombone in forma di pescespada». Disse insomma cose piene di quell’aereo buonsenso cui soltanto i genii hanno accesso, con la logica rigorosa di cui i soli clown posseggono il codice.

Si congedò, infine, che planava la sera. Offrendomi un bourbon «che è il miglior gas mai estratto dall’Uomo», chiarì, e un caffè che «a farlo, qui, gliel’ho insegnato io, e a me l’ha insegnato Benigni: è lo stesso che bevevano gli dei, dopo averne imparato la ricetta da un cuoco italiano». Tradito dal bourbon lo salutai citando Apollinaire, «la voce canta così da rantolare/ il bicchiere si schianta come uno scoppio di risa»: e lui parve gradire, da come sogghignava. O rideva tout court, col solito, feroce sghignazzo da profeta. Che ritrovai anni dopo su un palco fiorentino, con la sua gestualità di frontiera e l’impossibile viso scarnito, perso in un cosmo di smorfie. E il cappelluccio stazzonato, in bilico sui capelli, a raccontare di utopie faustiane, melanconici cani in chiesa, leoni con tre teste, treni imbizzarriti nei corral della notte: insomma la sua vita di picaro e i suoi sogni da bucaniere, spalmati su tetri giri di blues, ritornelli alla Brecht & Weill, zaffate mariachi fragranti come pietanze messicane.

Ché da quelle parti era nato il 7 dicembre ’49, a Pomona, non discosto dal confine tra Messico e California. Come racconterà lui stesso, in un’intervista famosa ed etilica: «Fui concepito in una notte d’aprile in un motel californiano, tra una bottiglia rotta di whisky e una Lucky Strike incenerita, vicino agli avanzi d’un tramezzino al tonno. E nacqui otto mesi più tardi, sul didietro d’un taxi, in un posteggio d’ospedale mentre il tassametro marciava. Sono uscito dalla pancia di mamma che avevo bisogno di farmi la barba, così ho urlato: “Times Square, e schiaccia su quell’acceleratore“».

Norvegese la madre, maestra di spagnolo e cantante in un quartetto soul, irlandese Frank, il padre, insegnante e chitarrista. Un nonno insegnò a Tom l’epopea di Jesse James, uno zio era organista e lo fregò l’incompatibilità tra la sua mano sinistra e le leggi dell’armonia. Tom legge Pinocchio, e il sadismo toscano di Collodi lo ammalia. Da Kerouac impara a fare del mondo il suo domicilio, e «il comune senso di solitudine che percorre l’America tra le due coste». A otto anni celebra il divorzio dei genitori, a quattordici fa lo sguattero in un ristorante, poi il cuoco, il portiere in un folk-club di Los Angeles, l’inserviente ospedaliero, il tassista, il benzinaio, il giocatore di biliardo. Frequenta principesse da marciapiede, bari e soprattutto fantasmi: «Si comportano come delfini - scrive -, schizzano alla luce, danzano e si rituffano nel nulla. Oppure ti vengono incontro su un galeone spagnolo, inabissandosi poi in un banco di nebbia. O t’appaiono a cavallo, spada in pugno, pieni d’amore». E un fantasma gli detta la ricetta per scacciare gli spiriti maligni: «Basta pisciarsi addosso, senza farsene accorgere».

Quando torna dal lavoro, ogni sera, Tom passa ore a scrivere versi, com’è inevitabile - assicura - per chi vive nei motel, tra gente americana. Usa la memoria come «un banco di pegni, un acquario o un ripostiglio, per pescarne storie senza senso, rigorosamente vere». Un giorno, su una bustina di fiammiferi, legge: «Arrivare al successo senza l’università? Mandate cinque dollari a P.O. Box 1531, New York City». Esegue e riceve un dépliant: «Puoi diventare meccanico, elettrauto, assicuratore, musicista, banchiere. O maniaco sessuale, omicida, disoccupato». Lui sceglie la musica: al Troubadour racconta al pubblico le sue poesie, accompagnandosi al pianoforte e ansimando in un sax. Per nove dollari affitta un bungalow al Tropicana Motel, sul Santa Monica Boulevard: per farvi entrare il pianoforte deve segare la parete di cucina. Se ne va quando vede un serpente uscire dal water, e abita sulla sua «sposa meccanica», una Thunderbird d’anteguerra. Gira con un cappellaccio di sghimbescio, la camicia unta e una giacca di due misure più larga: «dunque perfetta, del resto me l’ha disegnata Walt Disney».

Herb Cohen, che ha scoperto Frank Zappa, Tim Buckley e Captain Beefheart, gli fa incidere Closing time, ed è un flop. Ma gli consente di suonare nei club, alla sua maniera stralunata: voce da orco, testi che sono sciarade cubiste perché - puntualizza, citando Juan Mirò - «nella mia testa può esserci una donna, o un cane: il resto tocca a voi». Gli Eagles gli incidono Ol’55, lui ringrazia così: «Sono eccitanti come la vernice che asciuga, i loro album hanno una sola utilità: evitare che la polvere finisca sul piatto del giradischi. E si capisce perché: mai che i loro stivali abbiano pestato merda di vacca». Intanto legge e vive: compulsando la vita come un libro, i libri - e i dischi - come paragrafi del libro che è la vita. E così scopre Stan Getz, Gene Krupa, Duke Elligton, Brecht, Cole Porter, Gershwin, De Quincey, Lenny Bruce. Va a vedere Giulietta e Romeo e descrive Romeo, in Blue Valentine, mentre muore sparandosi in un cinema, con James Cagney grifagno sullo schermo. Fa amicizia con Bukowski, costui ama Sibelius e Tom ama il jazz, ma entrambi adorano Los Angeles, le femmine e l’alcol. E il poeta lo seduce con un’intuizione epocale: «Quando sei ubriaco - ammonisce - la fortuna non può non assisterti». Nel 1980 esce Heartattack and Vine, la stampa irride alla sua voce incatramata, «ci sarebbe da asfaltarne un’autostrada», «Louis Armstrong e Joe Coker dopo una sbronza», «tre parti di cane che abbaia, ognuna con un disperato bisogno di radersi». Lui ribatte: «Ho in gola il giusto clacson per la mia macchina: quando lo suono la gente scappa, i bambini si spaventano e i clienti mi cedono il loro posto al bar, che volete di più». Ma tre anni dopo Swordfishtrombones, e poi Rain dogs tramutano in leggenda la sua avara notorietà. E Francis Ford Coppola gli commissiona le musiche per One from the heart: composte «in diciotto mesi di noia inframmezzata da momenti di terrore: è difficile scrivere canzoni per i sogni d’un altro». Una liaison con Ricky Lee Jones decolla e serpeggia, finché Kathleen Brennan, poetessa e musicante, espugna il cuore di Tom Waits. Il loro è un matrimonio tra saltimbanchi, «lei si corica sui chiodi, s’infila un ago nelle labbra e beve il caffè. Ma dubito che abbia saltato il Grand Canoyn con Evil Knievel, come afferma», dice Tom agli amici. Nascono Kelly e Casey, lui vorrebbe chiamarli Aiax e Senator, ma la moglie lo convince a desistere: «Quando avranno diciott’anni decideranno loro», lo rassicura. E lo induce a lasciare Los Angeles per New York, «che è più intima, un pezzetto di terra dove le razze si mescolano meglio».

Oggi che non c’è più l’insuccesso, a dargli alla testa, Big Tom è un leone acchetato, un marito e un padre inoppugnabile. Non beve e non fuma più, vive con zelo la desolazione della normalità. Con Kathleen e con Bob Wilson, scrive musical di successo rielaborando, e brutalizzando, miti come Faust, Alice e il buon soldato Schweick. Ha sessantatre anni e scoppia di salute e di rimpianti. Vagheggia un grande concerto, lui in tuta stagna, immerso in un bicchiere di whisky. Ma, con previdente saggezza, ha già deciso l’epitaffio per la sua tomba: «Ve lo avevo detto che ero malato», detta.

AH-UM jazz festival 2012 - X edizioneDal 14 al 20 maggio il jazz invade le strade e i locali del Quartiere Isola di Milano con numerosi concerti, mostre e laboratori per i più piccoli. Anche la precedente edizione, tenutasi in luoghi diversi del Quartiere Isola nel maggio 2011, ha confermato AH-UM Milano Jazz Festival come una delle più importanti iniziative dedicate al jazz nazionale.  Il festival è organizzato dall'Associazione Culturale Colettivo Jam, attraverso una messa in opera di una ricca rete di scambi, collaborazioni e sinergie tra realtà istituzionali (associazioni di quartiere), culturali (gallerie d'arte, spazi polifunzionali) e commerciali (locali per pubblico spettacolo, pub, negozi, artigiani) al fine di creare un momento spettacolare e ricreativo di alto profilo e di ampio respiro.

Per ulteriori informazioni
www.ahumjazzfestival.com

Mercoledì, 09 Maggio 2012 23:26

Billy Joel // Un ventennio di silenzio

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«Non ho più niente da dire»

Billy Joes - Un ventennio di silenzioSe qualcuno rivolgesse a Billy Joel la seguente domanda: «Mr. Joel, abbiamo notato che lei non incide più un album di inediti da quasi un ventennio, potrebbe significarcene la ragione?», il pianista e cantante newyorchese si liscerebbe il pizzetto osservando di sbieco l’incauto intervistatore e replicherebbe asciutto: «Non ho più niente da dire».

L’ ultimo prodotto da studio del ragazzo di Piano Man, fresco dei suoi 63 anni compiuti proprio oggi, risale infatti al 1993, il serioso River of Dreams, trainato da brani di successo come la title track o All about soul. L’artista aveva dichiarato, dopo la pubblicazione, che sarebbe stata la sua ultima fatica, almeno in ambito pop-rock. Nessuno gli credette. Ed agli scettici non era facile dar torto.

La storia della musica rifulge di lacrimevoli, commosse dichiarazioni di addio, di “final farewell tour”, di basta non ce la faccio più, puntualmente sbugiardate dagli sviluppi successivi. E’ storia di pochi mesi fa la dichiarazione in tal senso di Ivano Fossati, che ora attende d’essere confermata dal tempo.

Occorre specificare che quello di Joel non è stato un ritiro completo, in ambito musicale. Negli ultimi vent'anni ha svolto un’estensiva attività concertistica, corredata da qualche album dal vivo, tra i quali spicca il celebre: 2000 Years – The millennium concert live, ed inevitabilmente disseminata dai pestiferi Best of che ammorbano di deja-vu i repertori delle star, ma in genere qui sono le case discografiche che raschiano senza troppi scrupoli il fondo del barile. Joel s’è permesso persino una sinora isolata digressione in campo classico, con la pubblicazione datata 2001 di Fantasies and delusions, oltretutto molto apprezzata dalla critica.

Questo è, viceversa, discorso di contenuti, di ricerca. Si parla di un professionista, reduce da lunghi anni di successo e riconoscimenti, il quale, alla soglia dei quarantacinque anni, un età ridicolmente giovane per la carriera musicale, comprende d’essere giunto alla fine di un certo percorso, e piuttosto di ripubblicare sempre lo stesso prodotto con titoli differenti, ha l’onestà intellettuale di dire basta agli inediti. I più replicheranno che per una star ricca ed affermata non è poi una tragedia rinunciare agli introiti dei dischi e “limitarsi” a portare in giro il proprio repertorio. Ma per una star ricca ed affermata, a meno che con gli anni non sia diventato un cinico mercenario, non dev’essere semplice ammettere, e soprattutto rendere pubblico, il fatto di non sentire più nulla che valga la pena esprimere a livello artistico, al di là della minestre riscaldate di stili, suoni, messaggi infinitamente uguali a se stessi coi quali riempire dischi nuovi soltanto nominalmente. Ci vuole coraggio e coerenza, la reputazione si salva anche (soprattutto) così.

Buon compleanno allora, Mr. Joel, e perdoni la domanda imprudente. La festeggeremo ascoltando un pò del suo pop rock migliore, dopotutto in vent'anni di catalogo "essenziale" c'è solo l'imbarazzo della scelta. Consiglio dello chef: An innocent man, anno 1983, magari partendo dal gioioso canto a cappella di The longest time. Un compleanno in fondo dev'essere una cosa allegra.

Bandini-Bagnoli, Il diavolo e l'acqua santaEllade Bandini
Stefano Bagnoli

batterie

Questo duo di batterie nasce dall'incontro di due fra massimi esponenti della batteria rock e jazz italiana, dalla stima reciproca e dalla voglia di suonare insieme abbattendo le classiche distinzioni tra rock e jazz. Il concerto diventa anche un seminario che illustrerà una veloce retrospettiva storica per riuscire a riconoscere la matrice comune dei due principali linguaggi popolari moderni.

Una occasione da non perdere per vedere da vicino due monumenti dello strumento.

L'esibizione è fortemente raccomandata anche agli studenti dello strumento. Una serata da condividere anche con l'intera famiglia, genitori e figli.

* ELLADE BANDINI una cultura totale fatta di musica, vita vissuta e di infiniti concerti... ha calcato i palcoscenici di tutto il mondo, affrontando ogni genere musicale, con Paolo Conte, Guccini, Capossela, Mina, Celentano, Zucchero, Eros Ramazzotti... STEFANO BAGNOLI, celebre jazzista, farà valere la sua fama di indiscusso maestro delle spazzole, tanto da guadagnarsi il soprannome di "Brush Man".

Tra le sue collaborazioni citiamo Clark Terry, Cedar Walton, Chico Buarque, Chucho Valdes, Bob Mintzer, Tom Harrell, Dado Moroni, Riccardo Fioravanti, Paolo Fresu, "Devil" Quartet, Francesco Cafiso Quartet...

 

 

Venerdì 27 ore 21.00
presso

CIRCOLO ARCI di GORLA MAGGIORE
via Roma 14 . tel 0331618407

Giovedì, 26 Aprile 2012 15:42

Storia di musica n. 13 - Sinéad O'Connor

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Bianca donna della magia

Sinéad O'Connor - Storie di Musica di Cesare G. Romana

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Fu un destino sgarbato ad assegnare a Sinéad O'Connor una madre manesca, ladra e alcolista. E un'indole alterna di santa e di strega, più un'infanzia di utopie e ossessioni. La stessa sorte imprudente ne imprigionò l'adolescenza in scuole-convento e in collegi-lager, dove il puzzo di sudore ed escrementi suppliva all'affetto: che poi, finisce che uno si metta a cantare e a scrivere, "prima che sentimenti e risentimenti ti esplodano dentro e ti mandino in pezzi", dirà lei, più avanti.

Del resto ne aveva di sgomenti da sfogare, Sinéad Marie Bernadette O'Connor, nata l'8 dicembre 1966 in una Dublino macerata da irrequietezze ataviche. Si celebravano i cinquant'anni dalla rivolta di Pasqua, era stato incoronato presidente Eamon De Valera, eroe dell'insurrezione anti-inglese, e l'Ira aveva festeggiato mandando in frantumi la statua di Nelson. Sinéad venne al mondo, così, in un clima di festa e di bombe e crebbe, coerentemente, in un crescendo di diverbi, utopie e percosse. I primi tra il padre John, ingegnere e giurista, e la madre Marie, ex sarta paranoide e cupa, che occupava il tempo libero sgranando rosari o rubando nei negozi, in compagnia della figlia. Per picchiare la quale usava mazze da hockey, racchette da tennis o battipanni, poi la scagliava per terra premendole addosso «per farti scoppiare», infine la chiudeva in un armadio a muro, lasciandola là per ore o giorni, nuda e digiuna.

«Ero abbandonata e rabbiosa, nessuno che mi venisse vicino per chiedermi cosa provassi», dirà poi Sinéad. E intanto cercava rifugio in fantasie contorte. Si persuase d'essere la reincarnazione di Bernadette Soubirous, la pastorella di Lourdes, e passava le notti ad aspettare che sul ciglio del letto comparisse la Madonna. Che non venne, e allora immaginò d'essere stata, in precedenti esistenze, la Cathy di Cime tempestose, poi Giovanna d'Arco arsa sul rogo. C'era, nei suoi deliri, una fame d'eroismo che sfumava solo di fronte alle botte: Marie picchiava e lei ferma a subire, finché la furia sbolliva.

Quando aveva otto anni i genitori si separarono, e lei se ne andò con la madre. La donna viveva di rancori, alcol e Valium, rubava, educò la figlia ai sensi di colpa e a barattare l'affetto col disprezzo. Dopo quattro anni Sinéad fuggì dal padre. Si dedicò al borseggio e ai videogiochi, girava con un tampax tra i capelli, marinava la scuola. Il padre la confinò in un collegio per ragazze "difficili", lo gestivano le suore e lei se le inimicò, dicendo in giro che «pretendono d'insegnarti la vita senza aver mai scopato». Finì in un riformatorio, che era anche un ospizio per anziane dementi. Una sorta d'inferno dickensiano accolse le sue dissipazioni: ad ogni marachella la mandavano a dormire tra le vecchie, nel lezzo di vomito, escrementi e senilità miserevole. Fu qui, tuttavia, che imparò a cantare, decidendo di diventare una star «non per i soldi, ma perché la celebrità ti dà potere». Esordì in un saggio scolastico, cantò Don't cry for me Argentina e Hurricane, di Dylan, poi la vollero a una festa di nozze. Colpì per la voce dolce e possente, e la mobilissima bellezza del viso: ora smagliante ora gelida, un po' angelo e un po' virago, maschia nelle mascelle risolute e femminea quando si pensava, o scopriva, femmina. Attratta vigorosamente dai maschi, ad onta del suo misticismo da rifugiata: per quel bisogno frustrato d'amore lasciatole dall'infanzia, cui si associavano le turbolenze adolescenti della carne.

Ebbe vari amanti, concordi nel descriverla copulatrice ingenua e sapiente, che era un altro aspetto della sua umanità contraddittoria. Craig Johnson, un musicista, fu il suo primo fidanzato ufficiale, cui ne alternò altri ma che più avanti avrebbe sposato, dandogli un figlio, Jake. Il loro amore carsico, intervallato da altre storie, sancì l'ingresso di Sinéad nel mondo della musica. Scrisse le prime canzoni per In Tua Nua, modesta band dublinese, poi formò un gruppo con Columb Farrelly, ex stuntman, bassista, esperto d'occultismo, stregoneria, voodoo, zen ed esoterismi assortiti. Sinéad, il cui nome in gaelico significa "bianca donna della magia", ne fu sedotta: ripudiò il cattolicesimo, seguì Farrelly nei suoi intrecci d'Irlanda, scale arabe, ritmi del Caribe, e concordò con lui che la band dovesse chiamarsi Ton Ton Macoute. Il nome evocava memorie sinistre: gli squadristi assassini ingaggiati da Papa Doc Duvalier, il tiranno di Haiti, e la setta di zombie sanguinari, tramandata dalla mitologia locale. Una gaffe, ma loro sostennero che la denominazione li aveva sedotti "per il suo ritmo possente" e per le sue ascendenze animiste.

Il gruppo era mediocre, non fosse stato per Sinéad. Che mise a frutto la sua anima doppia: di ribelle con vene di mansuetudine, mansueta con barbagli di ribellione. Cantare fu il suo modo di conciliare i due opposti, con quella voce purissima in cui s'incrociavano la levigatezza del folk, la selvatichezza del punk, la carnalità delle grandi interpreti nere, il lamento dei banshees, gli spiriti annunciatori di morte del mito gaelico. «Canto senza controllo - diceva - con un bagliore nero negli occhi, con l'altra parte di me che crede d'essere una regina e chiede solo di urlare». E con una sensualità primordiale, tesa, da bomba innescata: una sera, dal palco, vide un uomo tra il pubblico «che mi guardava e mi spezzò il cuore», raccontò poi. E su due piedi inventò una canzone, cantandola con gli occhi immersi in quelli ignari dell'altro.

Fu in quell'epoca, era il 1985, che la madre morì in un incidente stradale. Stava andando in chiesa, spirò in un incubo di freni ululanti e d'asfalto rigato. E la rabbia che Sinéad aveva cullato per anni, con tanta perversione d'amore, morì a sua volta. "Seppe" del lutto senza saperlo, una sera che le venne di chiedere, al fidanzato d'una notte, «cosa sarebbe di noi, se i nostri genitori morissero». E la invase un malessere dolente, del corpo e dell'animo. Seppe, l'indomani, che proprio in quel momento era diventata orfana. Per giorni e mesi sopportò uno strazio imprevisto. Sentiva la madre accanto a sé, ne avvertiva il profumo e i consigli. Tornò al cattolicesimo perché Mary, in uno di quei colloqui immaginari, glielo ingiunse. E a lei dedicò il suo primo ellepì, felice di poter liberare un affetto nascosto per anni nei recessi del cuore. Tra i suoi amori ci fu un prete protestante, nero, sposato e padre. Che la stregò e poi l'abbandonò, preferendole la famiglia, la tonaca e la parrocchia, consegnandole come dono d'addio un aspirapolvere. Lei scrisse Troy - «risorgerò Fenice dalle fiamme/ e mi vedrai tornare/ per essere quello che sono» - e lasciò l'Irlanda. A Londra abitò un appartamento umido, sbarcava il lunario leggendo i tarocchi, la testa rapata che la faceva assomigliare a un carcerato, o al "bonzo furibondo" della Butterfly, e gli occhi da Sibilla. Fece sua Nothing compares 2 U, un brano scartato da Prince, e così arrivò il successo, oggetto di finto disprezzo e in realtà perseguito con determinazione d'acciaio e senso del marketing. Ché Sinéad da allora lavora a costruisce il proprio mito, tra mattane dettate dai bollori dell'istinto e sapienti stramberie. Nutre l'appetito dei media con furiose invettive - «La Tatcher in tivù/ scioccata dai morti a Pechino/ strano che si senta offesa/ lei che dà gli stessi ordini» - ed exploit plateali: al grido di «combatti il vero nemico» straccia in mondovisione una foto di Karol Woytjla, accusa gli U2, che la stimano, di «mafiosità musicale» e ammonisce che «Milosevic non ha poi tutti i torti». Sfoggia reggiseni neri con scritto «Smetti di guardarmi le tette», annuncia e disdice tournée, rifiuta un Grammy per protestare contro «i mercanti dell'arte» e col nome di suor Bernadette Marie fonda una Chiesa tutta sua, autoproclamandosi prete. Per poi ripudiarla e spretarsi, con la stessa disinvoltura.

Nelle interviste si dichiara, via via, lesbica, bisessuale e «moglie di nessun uomo». Ma intanto, di uomini, ne sposa due, e due volte diventa madre. Qualcuno, a proposito del suo talento promozionale, la definisce malignetto «una Madonna più colta». Più colta, certo, ma anche più ispirata: per le sue canzoni figlie di un'Irlanda piagata, «razza di bambini/ che da soli si schiaffeggiano», e dei travagli dell'esistenza, gravate dal tormento della memoria, segnate dalla brama di luce e dal male di vivere. Finché, arriva l'ennesimo coup de théatre: «Abbandono la musica - fa sapere Sinéad - per coltivare la mia vita privata e intraprendere una nuova carriera», non specificata nel messaggio di congedo indirizzato ai fan, ringraziati «per ventidue anni di fedeltà» ed esortati a «non dimenticarsi di pregare per l'amore e per la pace». Un mese dopo, tuttavia, rieccola su un palco di Dublino, a fianco dei Massive Attack, a cantare, enigmatica: «Andrà bene, una buona volta/ non ci sarà un'altra volta/ ci sarà spettacolo, stavolta».

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Due anni dopo svela al pubblico dell'Oprah Winfrey Show di essere affetta da disordine bipolare e confessa di aver tentato il suicidio nel 1999, nel giorno del suo trentatreesimo compleanno. Di pochi giorni fa è la notizia che Sined O'Connor ha dovuto annullare le restanti date del tour in corso, compresa quella milanese, per  problemi di salute. E attraverso i social network la "bianca donna della magia" si scusa con i fan: «stupidamente, ho ignorato i consigli del medico a mio stesso discapito, tentando di essere più forte di quanto realmente sono».

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