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LA BOHÈMEMusica: Giacomo Puccini Luogo: Teatro Coccia, Novara
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Le quinte del teatro, negli attimi che precedono la messa in scena di un’opera, celano un microcosmo che si rifiuta di sottostare alle regole del tempo: personaggi in costume si aggirano tra gli angusti corridoi, scalini e ballatoi di legno scricchiolano sotto il passeggiare blando di un attore che ripassa la parte, vocalizzi sopranili filtrano ovattati da dietro le pareti. L’atmosfera che si respira tra il viavai di cantanti, orchestrali e maestranze, non sembra essere diversa da quella che impregnava quei locali alla fine dell’Ottocento, quando il Teatro Coccia venne inaugurato. Al di là del sipario, velluti, ceselli e inserti di oro zecchino attendono solo che il pubblico prenda posto, prima che il maestro Giuseppe Acquaviva inizi a far rivivere la Bohéme, per l’occasione nell’allestimento del Teatro Regio di Torino.
La tenda rossa svela alla sala una rivisitazione della storica scenografia firmata da Eugenio Guglielminetti: nelle intenzioni del grande scenografo, rendere adattabile l’impianto ad ogni palcoscenico grazie ad una pedana girevole sulla quale sono montati gli elementi che creano i tre ambienti dell’opera. Un cenno del direttore e siamo già nella soffitta parigina in cui Rodolfo e Marcello, scrittore e pittore squattrinati dediti alla vita bohemièn, si angustiano tanto per coltivare la propria arte quanto per raccimolare di che scaldarsi.
I due amici sono presto raggiunti da Schaunard, musicista, e Colline, filosofo: i serrati scambi di battute del primo quadro sono permeati, nonostante la situazione non proprio idilliaca, da spensieratezza e humor, che raggiungerà l’apice all’entrata in scena di Benoît, il padrone di casa beffato dai quattro tra le risa soffocate del pubblico.
Humor e versi scanzonati lasciano spazio al sentimento quando alla porta bussa Mimì, giovane fioraia in cerca di fuoco per riaccendere la candela. Rimasto solo, Rodolfo l’accoglie e il buio diventa il pretesto perchè le mani dei dui si sfiorino, dando il via a due delle arie più celebri del melodramma: Che gelida manina, se la lasci riscaldar, canta Rodolfo tracciando una sorta di autoritratto; Mi chiamo Mimì, risponde la neo-amata con lo stesso intento.
Il secondo quadro si apre sulla scena corale dell Caffè Momus: le voci di venditori ambulanti, bambini e artigiani si intrecciano e sovrappongono dando vita, assieme all’orchestra, ad un dipinto d’ambiente in cui anche il pubblico sembra coinvolto, tanto è forte l’impatto scenico. Quando men vo', la celebre romanza in tempo di valzer intonata da Musetta vale alla raffinata soprano uno scrosciare di applausi entusiasti.
La stupenda scenografia innevata del terzo atto fa da sfondo alla gelida decisione dei due amanti di lasciarsi: Mimì è malata di tisi e Rodolfo non ha i soldi per curarla; con la fine dell’inverno finitrà anche la loro storia d’amore.
La soffitta dell’inizio è la cornice in cui si svolge l’ultimo, tragico, atto. Rodolfo e Marcello ripensano ai loro amori ormai lontani quando Colline e Schaunard rientrano con un pasto prelibato: un’aringa. La situazione si trasforma in gioco e i quattro amici si lasciandno andare a scherzi e danze (minuetto, pavanella, quadriglia, fandango): è la quiete prima della tempesta. Ad un tratto dalla porta entra Musetta trascinando Mimì morente, coi capelli sciolti e il volto emaciato (Fin dal camerino, durante il trucco prima del quarto atto, inizio a calarmi nella parte: mentre mi avvicino alla soffitta in un certo senso sto già morendo ci cofesserà Elena Rossi alla fine dello spettacolo). Nel disperato tentativo di trovare i soldi per curarla, Musetta e Colline vanno ad impegnare rispettivamente gioielli e zimarra (Vecchia zimarra senti/ io resto al pian, tu ascendere/ al sacro monte or devi) ma il gesto sarà vano, Mimì è ormai alla fine.
I due innamorati hanno tempo per un ultimo duetto d’amore in cui rievocano la loro storia prima che la giovane protagonista spiri e il lamento straziato di Rodolfo faccia calare il sipario.
L'irrompere inatteso della tragedia, in contrasto con l'atmosfera scapigliata e, appunto, bohemienne del quadro ambientato nella soffitta parigina, ci offre un esempio del genio pucciniano della melodia e dell'orchestrazione: l'ampio respiro delle arie e i colori screziatissimi dell'orchestra, uniti all’interpretazione intensa e brillante dei cantanti, fanno sì che lo spettacolo coinvolga e commuova chiunque tra il pubblico, dai cultori fino ai bambini che, certo, non hanno molta dimestichezza col linguaggio operistico.
Incontriamo MimìMimì - ci ricorda Cesare G. Romana - è tra i personaggi di Bohème quello che meglio sintetizza le peculiarità della musica e della poetica pucciniane. Che in quest’opera tocca i vertici di compenetrazione tra atmosfere crepuscolari, umorismo, pathos spinto all’occorrenza fino al tragico, scanzonatezza, lirismo, pittura d’ambiente, romanticismo, comicità. Mimì è un’eroina tragica che esprime anchee i toni della commedia e del dramma borghese, e in questo senso rispecchia meglio degli altri personaggi l’indole particolarissima del repertorio pucciniano, che suole appunto spaziare dalla commedia alla tragedia all’interno di una stessa opera, mescolando in modo personalissimo spunti derivanti dall’Opéra comique e dall’Opéra lyrique francesi, dall’ultimissimo Verdi (Falstaff), dalla romanza da camera, dal romanticismo tedesco e austriaco, etc. Sempre però con un’autonomia inventiva e culturale che non si abbandona mai all’imitazione di modelli altrui. Dunque per interpretare Mimì occorre saper spaziare caratterialmente e localmente tra psicologie ben diverse, conoscendo il sorriso e la lacrima, il sospiro e l’ironia, l’innocenza e il disincanto. |
Ed infatti, proprio per l’intensità e la particolarità del ruolo e forse anchee per una sfida personale, Elena Rossici spiega come la parte di Mimì sia, assieme a quella di Violetta (Traviata), la sua prediletta: «Sono due personaggi appassionati della vita e dell’amore. E’ giusto, quasi un dovere, far rivivere le emozioni che un ruolo come Mimì ti permette di trasmettere. La lirica va svecchiata e alcune opere meglio di altre ti permettono di farlo: la Bohème è sicutamente tra queste».
Compito arduo, dato che l'impegno della soprano per arrivare al risultato che abbiamo potuto apprezzare al Teatro Coccia, non è stato da poco: «Mi sono ispirata soprattutto a Mirella Freni: ho ascoltato e riascoltato i suoi nastri fino a memorizzarne ogni dettaglio, sono arrivata a conoscere esattamente i punti in cui prende fiato in una strofa o nell'altra». Una simile dedizione non può che portare ad una resa eccellente. Per questo motivo anch noi ci auguriamo, come Elena Rossi, che questa rappresentazione possa essere tenuta in vita ancora a lungo e portata ed esportata nei teatri italiani e non. |
Mimì, Elena Rossi (soprano)
Musetta, Maya Dashuk (soprano)
Rodolfo, poeta, Niels Jørgen Riis (tenore)
Marcello, pittore, Domenico Balzani (baritono)
Schaunard, musicista, Francesco Paolo Vultaggio (baritono)
Colline, filosofo, Andrea Mastroni (basso)
Benoît, il padrone di casa / Alcindoro, consigliere di Stato, Luca Ludovici (baritono)
Parpignol, venditore ambulante, Mauro Scalzini (tenore)
Sergente dei doganieri, Gilles Armani (baritono)
Doganiere, Pier Marco Viñas (basso)
Il venditore di prugne di Tours, Filiberto Ricciardi (tenore)
Maestro concertatore e Direttore d’orchestra: Giuseppe Acquaviva
Orchestra Filarmonica Italiana
Coro del Teatro Coccia, diretto dal Maestro Gianmario Cavallaro
Coro delle voci bianche dell’accademia di canto e musica da camera "M. Langhi", diretto dal Mestro Alberto Veggiotti
Regista: Vittorio Borrelli
Bozzetti e figurini: Eugenio Guglielminetti
Disegno luci: Jean Paul Carradori
Scene: Saverio Santoliquido e Claudia Boasso
Costumi: Laura Viglioni
Allestimento del Teatro Regio di Torino
Produzione della Fondazione Teatro Coccia di Novara in collaborazione con la Fondazione Teatro Regio di Torino
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FRANCO BATTIATOwww.battiato.itLuogo: Teatro degli Arcimboldi, Milano
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Eppure il tour è lo stesso: Un Patriots To Arms ha portato per le città d’Italia un Battiato versione T-Shirt e scarpe da tennis, balzellante al grido di pump up the volume! E ora? Ora la scena si apre su quartetto d’archi e pianoforte a coda: si sa, Franco Battiato non è mai “lo stesso”. E se ripetersi non è proprio nelle sue corde, stupirci sì. Al Teatro degli Arcimboldi lo fa nel modo più sublime e al contempo disarmante, aprendo con L’addio.
«Si si, ho capito» ironizza subito per interrompere il frastuono degli applausi; «Ma quanto casino che fate» ribadirà prima dei bis. Chiaramente è una di quelle serate in cui bisogna restare in ascolto col fiato sospeso, perché la meraviglia del repertorio di Battiato potrebbe mostrarsi anche nei suoi lati più riposti. Dalla sedia il cantante ci delizia con una parentesi Fleur assieme a Brel, Endrigo, De Andrè: La Chanson des Vieux Amants, Te lo leggo negli occhi, Aria di Neve e Ma tu che vai, ma tu rimani, in cui si insinua la chitarra acustica di Davide Ferrario.
Con l'ensemble al completo è ora possibile spaziare attraverso generi e epoche, un andirivieni continuo tra gli anni 80 di No Time, no space, Un’altra vita e I treni di Tozeur , gli anni 90 di Cafè de La Paix e il nuovo millennio di Tra sesso e castità; poi ancora a ritroso con l'esoterismo de Il re del mondo.
Il momento più alto del concerto arriva con Segnali di vita, seguita da Lode all’inviolato e La cura: Davide Ferrario è sempre più scatenato e inappropriato, bravo quanto fastidioso nel suo agitarsi nevrotico e fuori luogo. Quindi Prospettiva Nevski, con i suoi arrangiamenti eterei, i suoi risvolti rock e alcuni tra i versi più significativi dell’intera discografia del cantante e compositore catanese, è seguita da uno strascico di applausi che non accenna ad afievolirsi.
La coppia Tutto l'universo obbedisce all'amore e La stagione dell’amore sono gli ultimi brani che consentono agli spettatori una fruizione canonica del concerto: sulle note di La danza, L’era del cinghiale bianco e Summer on a solitary beach è impossibile impedire il rituale accalcarsi dei fan sotto al palcoscenico (operazione parzialmente riuscita, in questo contesto, per via della buca dell’orchestra).
I bis sono ormai più che rodati: Magic Shop, L’Animale, Cucuruccuccù e Un patriots to arms; quindi Stranizza d’amuri e, ovviamente, Centro di gravità permanente.
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IVANO FOSSATILuogo: Teatro Strehler, Milano
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C’è un’intrigante schizofrenia, quasi un gradito ossimoro quando il congedo d’un grande artista assomiglia piuttosto a un ritrovarsi, la melanconia di un addio svela la speranza d’un arrivederci e così è stato nel concerto ultimo di Ivano Fossati, che nel teatro intitolato a Giorgio Strehler ha annunciato il suo non negoziabile ritiro dalle scene. Due ore di commozione ma senza dolore, anzi sorridenti, con guizzi d’autentica festa: così il pubblico milanese ha salutato uno dei protagonisti più colti, ispirati e soprattutto più schivi, e anche perciò più amati della nostra canzone d’autore.
Il quale ha ricambiato tracciando, per l’ultima volta, l’autoritratto d’un autore-interprete rigoroso, austero e tuttavia ben più comunicativo di quanto implichi la nativa, ligustica renitenza all’ammiccamento. Con un passato creativo insidiato da qualche intellettualismo, ma senza che l’intensità ne risenta più di tanto. E nell’ultima tratta, da Lampo viaggiatore in poi, svoltato verso una semplicità molto accessibile, e tuttavia meno prodiga di genialità. Forse meno ispirata, ma mai disponibile alla frivolezza.
Con questo curriculum alle spalle il “Viaggiatore d’occidente" si appresta a partire per un viaggio che sarà, d’ora in poi, rigorosamente privato, niente più microfoni e platee plaudenti. Ma intanto ecco riaffacciarsi sul palco capolavori lontani (Ventilazione, Una notte in Italia, La musica che gira intorno) e pagine recenti, da La decadenza a Quello che manca al mondo, tuttora attualissime le prime, un po’ pleonastiche le seconde ma che importa: la classe dell’autore, la sua chitarra versatile, il suo pianoforte impressionista e la sua band – molto complice, organizzata e capitanata da Piero Cantarelli – non rinunciano a rifulgere. E spesso a commuoverci, ché Ivano Fossati è artista per niente incline all’impudicizia emozionale, e tuttavia sempre disponibile all’emozione profonda, seppure discreta.
Di più: ecco un concerto che oltre a elargire vibrazioni autentiche non rinuncia a essere anche piacevole. E vario: ché il suo fluire s’agghinda di citazioni preziose, Bach (al violoncello di Martina Merchiori) e Boris Vian (Le déserteur), i Led Zeppelin e il minuetto settecentesco, i Procol Harum e il Medio Oriente. Con momenti di contagiosa squisitezza “sociale”, come Mio fratello che guardi il mondo dove il tappeto di dissonanze non compromette la purezza della melodia, e Stella benigna, la ragazza irachena sfuggita a Saddam Hussein, storia vera.
Insomma c’è in tutto il concerto un senso molto fossatiano del viaggio tra solitudini e latitudini diverse, ma intime, luoghi dell’animo più che della geografia. Donde il simbolismo volatile che alimenta via via Lindbergh («E la voglio fare tutta questa strada/ fino al punto esatto in cui si spegne»), L’orologio americano, Ho sognato una strada nonché, sempre più magiche, Ventilazione, I treni a vapore, La pianta del tè. Con inflessioni che apparirebbero, d’acchito, privatissime, ma nel progredire dell’ascolto sfoderano un’oggettività che le fa diventare di tutti: La costruzione di un amore, per esempio, raramente così toccante. Ora certo la canzone italiana perde uno dei suoi grandi. Un talento non certo minore, se uno stuolo di cantanti e cantantesse, da Celentano a Mina eppoi De Gregori, De André, Patty Pravo, e ancora le Berté, Mannoia, Zucchero hanno attinto alla sua vena sghemba, refrattaria alle “piccole cose rassicuranti”, diceva Dalla, della canzonetta usa e getta. Alla levità futile della cosiddetta musica leggera: ché se di leggerezza s’ha da parlare, in Fossati, non è certo quella della dell’esilità, dell’occasionalità, della banalità programmatica: ed ecco perché il suo canto scabro, i testi asciutti eppur complessi, le musiche armonicamente inconsuete e mai biecamente orecchiabili hanno resistito sulla ribalta per quarant’anni.
Ed è anche per questo che l’arte di un moderno trovatore può congedarsi dal pubblico senza però abbandonarci: perché nulla c’è di meno transeunte della genuinità pregnante e della profondità pudica, che sono tra i tratti salienti del canzoniere di Ivano. E il concerto ce lo ha rammentato, pur nell’ampiezza di un arco cronologico che va dai fecondi anni Settanta a questo oggi di ambigue restaurazioni politiche, insicurezze sociali, sgomenti esistenziali, ribellismi velleitari.
MUSICISTI

Atmosfere evocative, trance elettronica e pulsazioni afrocubane in un rito sciamanico dall'espressività moderna, aperta alle contaminazioni e alla rilettura della tradizione. La coppia Fresu-Sosaoltrepassa i confini imposti da un mercato sempre più omologato, in una emozionale esplorazione creativa, sfruttando la tecnologia presente in entrambi i set-up dei musicisti.
Il repertorio proviene dal nuovo disco Alma, inciso dal duo per la neonata etichetta di Paolo Fresu (Tùk Music) dove, al trombettista sardo e al pianista cubano, si aggiunge in alcune tracce il violoncello del brasiliano Jaques Morelenbaum.
La musica riflette il carattere cosmopolita dei due artisti: l'anima jazz, propulsione primaria delle composizioni, si colora di influenze mediterranee, caraibiche e africane condite da un sapiente dosaggio dell'elettronica. I campionamenti ritmici e vocali si integrano ai suoni del piano elettrico, agli effetti ricercati applicati alla tromba e al flicorno affiancati dalle linee di pianoforte, regalando brani come l'ipnotica No Trance o S'Inguldu in apertura, che dal vivo perde la connotazione fusion. La title track del disco, dall'armonia impalpabile, muta lentamente in leggeri afflati afrocubani, mentre “Angustia” è un veicolo ritmico per le evoluzioni virtuosistiche del duo.
In scaletta anche l'unico brano non originale dell'incisione, la cover “Under African Skies” di Paul Simon, tratto dal pluripremiato Graceland.
Un combo coeso dalle dinamiche variabili, aperto all'improvvisazione estemporanea, in cui l'estro giocoso di Sosa è complementare alla vena istrionica di Fresu.
Il concerto, gratificato dai lunghi applausi del pubblico, è l'ultimo di una serie di date europee per presentare l'album; nel doppio bis un sentito omaggio a Lucio Dalla con la rilettura di Caruso, arricchito da una coda improvvisata, che Fresu presenta come uno dei brani che meglio ci rappresenta all'estero.
PROSSIMI APPUNTAMENTI:

«Ecco, io ti mando il mio messaggero a prepararti la via: c’è una voce che grida nel deserto...»: così s’iniziava il libro. Steso sul suo letto d’albergo l’uomo dall’anima lunga cominciò a leggere. L’aveva appena comprato, quel volumetto smilzo, in una bottega di Soho, rovistando tra gialli, romanzetti erotici, biografie d’atleti. «Solito papista fanatico», aveva sogghignato il libraio, guardando la faccia da patibolo, lo sguardo in allerta, la piega lunatica dei capelli corvini. Non seppe mai d’aver venduto il Vangelo di Marco, versione cattolica con l’imprimatur di Basilius Hume archiepiscopus, al più ostico tra i maledetti del rock. Leggendario per le sue risse sul palco, per i suoi quarant’anni cresciuti ad eroina e alcol, per il patto col diavolo che lo faceva uscire illeso da mortali overdose e bevute da schiantare un santo.
L’uomo, che era Nick Cave, percorse d’un fiato quei sedici capitoli dalla trama fitta, poi ripartì e lesse e rilesse, folgorato come Saulo sulla via per Damasco. E per la prima volta, in quattro lustri macinati, avrebbe detto il suo amatissimo Màrquez, «da angelo condannato al marciume», la bottiglia di whisky, sul comodino, restò intonsa.
La notizia del reprobo redento percorse il mondo ciarliero del rock, e un giornale titolò che Nick Cave, innamorato com’era di Beckett, aveva superato il maestro, e aveva trovato Godot: il suo piccolo dio di speranza, cercato invano nei Profeti e in Dostoevskij, in Dylan e in Artaud, in santo Genet comedien et martyr e in tutte le bibbie della dannazione e del riscatto. Ci fu chi esultò e chi rimpianse il vecchio maudit, chi lo abiurò e chi lo scoprì. Lui rispose con cantici raggianti: «Il tuo volto s’illumina/ c’è un idioma d’amore che sale/ tutta la scienza e la conoscenza e l’arte/ non possono ottenere di più». Il suo gusto per l’eccesso lo trascinò in un parossismo di luce, e dopo aver teorizzato, negli anni, la tragedia della vita ammise: «Per decenni ho tentato d’articolare un senso di perdita che accampava diritti sulla mia esistenza», ma ora Dio è la casa stregata dal desiderio in cui abita la vera canzone d’amore».
Tre settimane di disintossicazione avevano pulito il sangue di Cave, e la sua mente, dai veleni accumulati in vent’anni, e rivoluzionato il corso franoso della sua esistenza. Cominciata in un livido meriggio australiano, era il 22 settembre del ’57, in una clinica di Warracknabeal, trecento chilometri da Melbourne. Bibliotecaria la madre, Dawn, professore il padre, Colin. Da quelle parti era nato Ned Kelly, capo d’una banda di ladri di mandrie, rapinatori di banche e assassini di sbirri. Catturato, s’offrì al boia con un sorriso e una frase. dopo tutto, questa è la vita. La sua storia colpì nel profondo il piccolo Nicholas, come più avanti quella di Joseph Kallinger, serial killer nella cui mente sconvolta lesse «il rigore di un’impeccabile logica», o di Carl Panzram che, processato arrestato dopo venti omicidi, gridò alla giuria: «Io ho fatto il mio dovere, voi fate il vostro».
[...continua dall'homepage] Nick ne dedusse la visione d’un mondo bifronte, dove il bene ha bisogno del male, la luce della tenebra, Gesù, amato come rarità antropologica e profeta d’amore, di Lucifero, il Guevara biblico che aveva seminato nell’alto dei cieli l’azzardo dell’eversione. E lo disse in decine di testi. «Corruttore di giovani anime», «zozzone decrepito che ha costruito sul camuffarsi da cadavere la propria carriera», tuonavano i giornali. Lui rispose denunciando «la Santa Alleanza tra sinistra liberale e conservatorismo puritano», e tappezzando le pareti di casa con stampe religiose e foto porno, «perché il bene ed il male s’illuminano a vicenda». Alla musica arrivò per narcisismo, per sfidare gli dei e per conquistarsi la stima paterna, che non ebbe mai e fu questa la ferita più agra che l’infanzia gli lasciò. La sua voce stonata funestò il coro della cattedrale anglicana, a sedici anni fondò una band, Boys Next Doors, «incapaci totali, come me», a dodici anni era già maestro di ribalderie. Tentò di denudare a strattoni una compagna di classe, e rischiò un processo per stupro, fondò una setta di alcolisti anonimi e insegnò loro a distillare liquori con zucchero e bucce di patata. Accusato di pederastia, si vestì da donna e redarguì a mattonate i suoi detrattori. S’iscrisse a una scuola d’arte, frequentata da gay e ubriaconi, e dipinse torbide tele, dove l’espressionismo tedesco tendeva la mano a Tiziano, ai maestri del Gotico, al Rinascimento. In un club malfamato incontrò Anita Lane, fuggita da casa, espulsa da scuola, convinta che «pensare con la mia testa mi ha resa distruttiva»: perfetta per lui, che l’avvinghiò in un amore cocente, durato dieci anni fra baruffe, tradimenti e passione.
In breve fu noto, a Melbourne, per le zuffe che animavano i suoi concerti, i duelli con i naziskin, i festini dove si ballava con i calzoni calati, ci s’imbottiva di acidi, si sradicavano i lavandini dei cessi al ritmo iroso del punk. Fondò un nuovo gruppo, i Birthday Party, traendo il nome da Dostoevskij, e con loro volò a Londra, in cerca di gloria. Gli andò male. La sua reputazione, il suo aspetto, la mestizia dei suoi abiti gli alienarono i gestori dei locali, in albergo una cameriera lo derubò e fu la fame. Visse d’elemosine, di furti, di bottiglie vuote ripescate nelle pattumiere e rivendute per comprarne altre, piene di sidro. Fece lo spazzino e lo sguattero, rubò biciclette per procurarsi la droga e partite di cioccolata per arginare la fame, in un testo si descrisse «Nick the stripper, orrendo a vedersi», in un altro King Ink, Re Inchiostro, «un insetto che odia il suo putrido guscio».
La rabbia ne fece un poeta: secondo solo a Bob Dylan nel fulgore visionario, nei gorghi di lirismo vorace, vocaboli arcaici, interiezioni brade, conscio con Màrquez che «scrivere bene è il dovere più rivoluzionario d’uno scrittore». Alla fine arrivò un cauto successo: stufi di melassa pop e di mascherate new glamour, i giovani gli accordarono il plauso che la stampa gli negava. Tornato a Melbourne, trovò code di fan fuori dai negozi che vendevano i suoi dischi, e dai locali che lo ospitavano. Ma anche poliziotti: finì in carcere per avere speronato, ubriaco, l’auto d’un commissario, rifugiandosi poi in un bidone d’immondizie, per avere distrutto un pullmino ficcando nel serbatoio un calzino in fiamme, per avere orinato, da un furgone in corsa, sulla moglie d’un ufficiale.
Per il suo secondo album, Prayers on fire, progettò un video da ambientare in una discarica: un festino all’inferno con tossici veri e veri clochard, un vecchio hippy vestito da Cristo, un capestro su cui un Pantagruel manicomiale se ne stava appollaiato, ululando alla luna. E lui, Cave, impiccato a quel capestro. Cominciò il disgelo della critica: parlarono di «disco superbo, sull’onda di Beckett, Jarry, Père Ubu, Capt. Beefheart», di «miscele di paranoia, passione ubriaca, demenziale autoparodia». Lydia Lunch, «divina» del punk, vi lesse «l’esibizionismo dei timidi», e con Nick scrisse una serie di brevi atti unici. In uno di essi una donna, uccisa da malviventi, ascende al cielo. Poi ripiomba giù, e una voce scandisce: «Non permetteremo a nessuno di elevarsi sopra il letame». «Esprimo il mio gusto per il crimine, l’eros ossessivo, la crudeltà, le chimere», chiosò Cave. E poi, quasi citando Carmelo Bene: «Scrivere drammi è offensivo, il teatro è morto e sepolto». Una frenesia d’orrore sembra percorrere Nick: ai concerti lancia invettive in latino, scaglia microfoni in faccia ai fan, frantuma a testate i tamburi, canta con la faccia insanguinata. Ai fonici ingiunge: «Voglio un sound raschiante, brutto, pieno d’acuti. Qualcosa d’intensamente orrendo». In camerino si buca e lascia sui muri cuori disegnati col suo sangue.
Nell’83 scioglie i Birthday Party e abbandona Anita, dedicandole Cabin fever: Lui è Achab, lei l’inerme Balena «che cerca di divincolarsi tra un teschio e un pugnale». «Sono un misogino - spiega Cave - le mie opere nascono da una totale, egoistica autoindulgenza». L’anno dopo forma i Bad Seems, i Semi del Male, rubandone il nome dal Libro dei salmi. Ma l’eroina e l’alcol cominciano a fiaccarne gli estri: si ricovera, si disintossica, riconosce che «finora tutto era filtrato dal disgusto che provavo per me stesso». Salvato sul ciglio dell’abisso si trasferisce in Brasile, in cerca del suo nuovo mattino: «Mi giunse una voce così luminosa che mi coprii gli occhi», canta in New Morning.
A Sâo Paulo conosce Viviane Carneiro, disegnatrice di moda: è l’amore. E la paternità: nel 1991, il piccolo Luke viene al mondo in un mattino raggiante. La bruttezza del padre lo lascia indenne, Cave identifica in quella vita novella la propria rinascita, s’annulla in bamboleggiamenti da vecchio neonato. Ma la felicità rende più insostenibili gli orrori di cui è testimone: le favelas miserande, gli squadroni della morte, i bambini intossicati nell’anima dal baliatico della strada. Decide d’andarsene. Con Viviane pensano all’America, «ma - oppone Nick - è troppo malata di violenza , di sentimentalismo senza sentimento». Meglio Londra: quel torpore di nebbia, quel cielo muschiato di nubi proteggeranno la quiete del naufrago riemerso alla vita. Li accoglie una villa di Kensington nascosta nel verde. Finché, in un negozietto di Soho, Nick Cave trova un libro.
La TREVES BLUES BAND è la band storica del "blues made in Italy". Fabio Treves, armonicista, giornalista, dj radiofonico, produttore discografico e fotografo, porta il blues nazionale in giro per il mondo (da Memphis a Leningrado) e ha diviso il palco con nomi del calibro di Mike Bloomfield a Chuck Leavell, da Frank Zappa a Willy DeVille. Per info: http://www.trevesbluesband.com
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Gli iscritti al TBB Fan Club possono: -comprare il biglietto la sera del concerto esibendo la tessera del TBBFC avendo lo sconto di 2 euro. - prenotarlo scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. entro il 15 marzo, poi ritirarlo e pagarlo la sera del concerto
Prevendite:www.happyticket.it (su questo circuito non è possibile effettuare lo sconto soci) o shop Bloom
SCALETTA DELLA SERATA:
Apertura porte: 21.00
Inizio spettacoli: 21.45
Ingresso 12 euro
10 euro per i soci del Treves Blues Band Fan Club e Italian Blues River
Francesco Garolfi presenterà i brani tratti dal suo album 1968, ODISSEA NEL ROCK.
Una serata-evento che vuole unire il piacere di assistere a un live di Francesco Garolfi con una piccola celebrazione-omaggio allo strumento principe di questo meraviglioso musicista: la chitarra. La serata si presenta dunque come un happening, suddiviso in tre diverse esperienze: una mostra di dipinti rappresentanti le chitarre dell'artista Alice Villa, l'esposizione delle chitarre create dal liutaio Guglielmo Mariotti, il live di Francesco Garolfi.
Apertura porte: 21.00
Inizio spettacoli: 22.30
Ingresso Libero
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