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FELICE CLEMENTE QUARTET
Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arszio (VA)
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Felice Clemente - sassofono | Massimo Colombo - pianoforte | Giulio Gorini - contrabbasso | Massimo Manzi - batteria |
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Il ritorno all’Art Blackey del Felice Clemente Jazz Quartet è l’occasione per portare al cospetto del pubblico i brani tratti da Nuvole di carta, ultimo lavoro fresco di pubblicazione.
Il quartetto inaugura la serata con The Second Time, il cinque quarti che apre anche l’album da cui è tratto, Blue Of Mine.
Lenta e malinonica, Nuvole di carta è introdotta dal pianoforte di Massimo Colombo: il brano sembra non voler accettare la fine indugiando su una serie su false chiusure prima che il rientro corale lo conduca al termine definitivo.
Segue Paradossi, tratta dallo stesso album ma in completa antitesi con la title track. A guidarla è una sorta di frenesia accompagnata ad una ricerca di suoni che vanno al di là della normale percezione: corde del pianoforte stoppate e pizzicate a mani nude, aste percosse dalle bacchette, ritmo singhiozzante e note di sax sporcate dal growl.
Il sax soprano introduce il brillante tema della successiva The Courage to Try prima dell’incipiti classico, quanto incisivo, di Lost In Blues, traccia a firma Giulio Gorini: il sassofono prende il volo sulle scale di contrabbasso fino allo stop dei battenti di Massimo Manzi, quindi il quartetto riattacca (quasi) in contemporanea per il finale ricalcato sull’inizio.
Aneddoti, brano di Massimo Colombo, sancisce la chiusura della prima parte della performance.
Al rientro, sul palcoscenico ci sono solo Colombo e Clemente per due brani introspettivi, due notturni (n. 2 e n. 5) tratti dal terzo ed ultimo album citato durante la serata: Doppia Traccia, che di notturni a firma Colombo ne contiene nove.
Si ritorna a Nuvole di carta con The young prince and princess, tratto dalla suite di Rimskij Korsakov ispirata a Le Mille e una notte per poi passare a To Clifford, omaggio swingante e incalzante di Massimo Colombo a Clifford Brown.
To Mjg ci accompagna con l’andamento spedito del terzinato verso la fine del concerto. A tracciare il passo del pezzo è Massimo Manzi, subito seguito da sax soprano, contrabbasso e pianoforte; un assolo di batteria e si riparte col tema iniziale che porta alla chiusura.
Il bis in levare stacca dal resto del concerto e accompagna all’usicta il pubblico dell’Art Blackey Jazz Club, come sempre coccolato dalle scelte artistiche dell’organizzazione.
La rassegna musicale Jazz'Appeal ha portato sul palco del Melo di Gallarate grandi nomi e importanti personaggi della scena jazz internazionale. La prima trance di concerti, datati 2011, ha visto protagonisti artisti del calibro di PAOLO TOMELLERI, GIORGIA BAROSSO, MAXX FURLAN, STEFANO BAGNOLI, CHRISTIAN MEYER, PAOLO ALDERIGHI, ANNE DUCROS e molti altri.
Martedì 24 Gennaio, ore 21,30
ELISA MARANGON Quartet
Elisa Marangon, voce
Walter Calafiore, sax
Roberto Olzer, piano
Yuri Goloubev, contrabbasso
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Martedì 7 Febbraio, ore 21,30
CLAUDIO SALINA Quartet
Claudio Salina, piano
Claudio "Wally" Allifranchini, sax
Fabio De March, contrabbasso
Massimiliano Salina, batteria
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Martedì 21 Febbraio, ore 21,30
MANOMANOUCHE Quartet
Nunzio Barbieri, chitarra
Luca Enipeo, chitarra
Massimo Pitzianti, accordion
Pierre Steve Jino Touche, contrabbasso
Per informazioni è possibile chiamare tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, dalle 14.30 alle 17.30, allo 0331-708224.
Contatto e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. Informazioni sul sito: www.melo.it
Università del Melo
via Magenta 3
21013 GALLARATE
Il fascino delle leggende, delle trame che fioriscono da decenni intorno all'universo patinato della musica rock, risiede nel fatto che siano, appunto, soltanto invenzioni fantasiose, inverosimili, spudoratamente false, messe in giro ad arte, in molti casi, dai protagonisti stessi.
"Paul is dead" rientra perfettamente in questo canone.
Una credenza, secondo la quale il beatle bello sarebbe deceduto all'alba del 9 novembre 1966 in un incidente d'auto dopo essere praticamente fuggito da Abbey Road al termine di un furibondo litigio con gli altri, che riscuote da anni un seguito enorme a livello mondiale, e non poteva essere altrimenti, vista la dimensione dei protagonisti. Un mito che i Beatles stessi si sono divertiti ad alimentare, anche dopo lo scioglimento del gruppo, disseminando prove abilmente costruite sui propri dischi, sulle covers e quant'altro. Basti ricordare la celeberrima copertina dell'album Abbey Road, ove Mc Cartney cammina a piedi nudi sulle strisce pedonali mentre una Wolkswagen targata "28IF" (28 anni, se fosse ancora vivo..) faceva bella mostra di sè, oppure il biascicare di Lennon al termine di I'm so tired, da molti (tutti) interpretato come "Paul is dead, miss him, man"…Ce ne sono centinaia, d'indizi. L'ultimo l'ha creato Paul stesso, nel suo album del 2007, Memory almost full.
Suonando al contrario il pezzo Gratitude, pare che il Macca mormori: "I was Willie Campbell", ossia "Io ero Willie Campbell". E qui sta il punto. Paul sarebbe stato sostituito da un sosia, il poliziotto canadese William Campbell, assomigliante in misura notevole al Beatle, che a partire dal 1967 sarebbe entrato nel gruppo dopo alcuni interventi "migliorativi" di plastica facciale e qualche lezione di basso, senza, ovviamente che nè media nè popolo s'accorgessero d'alcunchè.
Più o meno da questo punto è partita la trasmissione di giovedì sera, su RAI 2, Almost true, condotta da Lucarelli. Il programma s'intitola "quasi vero", il che sottintende che presentatore, autori e staff sono consapevoli che si sta parlando di favole. Hanno delineato un ritratto davvero improbabile dei Beatles orfani di Paul, con i quali, sfortunatamente, William nostro non avrebbe legato per nulla. Mediocre musicista, poco affine agli altri a livello umano, insomma un corpo estraneo, sarebbe stato fin da subito messo in un angolo e riesumato solo per le foto ufficiali, per tenere in vita il gioco. Un bel giorno, Campbell avrebbe scoperto come utilizzare le apparecchiature di Abbey Road, e sarebbe riuscito a creare una serie infinita di suoni sperimentali, rumori, loops, effetti, in sostanza tutte quelle amenità che si possono ascoltare, ad esempio, al termine di Good Morning, Good Morning o nell'intera Revolution 9. Questo sarebbe stato d'ora in poi il suo apporto "tecnico". Gli altri facevano le canzoni, lui in sostanza, provvedeva a fornire l'immagine ufficiale di Paul e ai pastrocchi da studio.
M'è sinceramente parso una forzatura: il "Mito" ufficiale era che Campbell fosse, oltre che un sosia, anche un musicista di talento, capace di sfornare le canzoni di McCartney dal novembre'66 in poi, e non esattamente canzoncine (Hey Jude, Blackbird, Golden Slumbers, Helter Skelter... ). L'essere stato un gioppino da studio, rende la favola in effetti un pò indigesta. Anche perchè significherebbe che le suddette canzoni siano state scritte da altri e gentilmente concesse a William/Paul a livello ufficiale, nei dischi. Dopo tutto lui era la seconda mente dei Beatles, non poteva non fare più nulla.
Considerando gli ego dei ragazzi, John in particolare, la vedo dura. E come si spiega, poi, ad esempio, il concerto sul tetto della Apple (30 gennaio 1969), dove Paul/Willie canta e suona dal vivo? E perchè, continuando in storture, dire che fu la morte di Paul a decretare la fine dei concerti dal vivo dei quattro? L'ultimo spettacolo della band s'è tenuto al Candelstick Park, San Francisco, il 29 agosto 1966, settanta giorni prima dell'incidente di McCartney, e tutti sapevano (Brian Epstein era disperato in proposito), che non ci sarebbero state altre esibizioni.. Infine, come avrebbe fatto il povero Willie, mero giullare, manipolatore d'effetti speciali, a tracciare poi una carriera solistica di quarant'anni filati?!?
Insomma, bella la spettacolarizzazione della leggenda, divertente il colorare di toni ancora più foschi e fantasiosi un mito già intrigante di suo, ma un minimo di buonsenso, un occhio ai riscontri storici andava dato, non che si possa inventare tutto. Comunque il 7 febbraio prossimo uscirà il nuovo disco di Willie Campbell, pardon, Paul Mc Cartney… chissà se è lui.
Quando il fiume lo restituì, Jeff Buckley era un gonfio pupazzo di carne fracida, due ombre per occhi, il viso da serafino devastato dai pesci e dalla corrente. Otto giorni prima, quando il gorgo l'aveva inghiottito, era ancora il più bello tra i travagliati angeli del rock: diafano, lo sguardo sfuggente dei timidi, il sorriso malcerto di chi si porta appresso quella melanconia atavica che fa sentire le donne un po' amanti e un po' mamme. Apparteneva, insomma, alla razza apollinea dei Jim Morrison, dei Jackson Browne, dei Syd Barrett, dei Brian Jones. E di Tim Buckley, suo padre.
Era un crepuscolo di maggio, quando morì. L'aria di Memphis s'imporporava come in un distico di lui, Jeff: «C'è un orizzonte rosso/ fiammeggia urlando i nostri nomi». Buckley aveva lavorato per ore al nuovo disco, ora ascoltava i Led Zeppelin sulla riva del Wolf River, poco lontano cantava il Mississippi. Poi lo videro alzarsi, gettarsi vestito nell'acqua, sparirvi. Si mormorò di suicidio e si vociferò di incidente. Si evocò il fantasma del padre, morto diciotto anni prima di droga, detestato, adorato, eluso, bramato da questo figlio così simile a lui. «Ora, dovunque siano, sono davvero uniti», si consolò alle esequie Ann Marie, sorellastra di Jeff.
Il breve patrimonio della sua vita lo spese a inseguire un fantasma, suo padre. Per decidere se odiarlo o amarlo, esserne il calco o l'antitesi. Concluse il suo inutile viaggio in un gorgo del Mississippi, era il crepuscolo, l'acqua di maggio era tiepida e la morte dovette sembrargli mansueta. Ora, fu detto, lui e l'altro avrebbero potuto incontrarsi.
Questa è la storia di Jeff Buckley, musicista rock annegato a trent'anni. Storia strana ed estrema quella dei Buckley, Jeff annegato a trent'anni, Tim ucciso dalla droga a ventotto. Mediamente noto, da vivo, il primo, e idolatrato in morte, amatissimo in vita il secondo, e quasi dimenticato poi. Al figlio, Tim aveva trasmesso di tutto: il viso d'angelo, il talento, la voce eterea ed estesa, la voglia e il rovello di vivere. Ma solo per via genetica: Buckley senior se ne andò da Los Angeles che la moglie Mary, diciotto anni, era ancora incinta di Jeff. Approdò a New York lasciando ad entrambi soltanto una canzone sbruffona e dolente d'addio: «Non so nuotare nelle tue acque - diceva alla donna - né tu camminare sulle mie terre». Poi una strofa su quel nascituro «fasciato di amare storie e mal di cuore/ mendico d'un sorriso». Versi feroci e facilmente profetici, ché a Tim bastava guardarsi allo specchio, per sapere come suo figlio sarebbe stato, e di quali patemi sarebbe vissuto.
E' il giugno '66, siamo ad Anaheim, Los Angeles.
Jeff nasce quattro mesi dopo, è il giugno '66. Cresce con Mary, i suoi amanti, una zia e una nonna, senza padre e tuttavia impregnato di lui. Carico di rancore per il suo abbandono, eppure mendico di quel sorriso, in una bipartizione dell'io che è l'anticipo della schizofrenia. Padre e figlio s'incontrano una sola volta, il ragazzo ha otto anni e il padre venti di più, ma una settimana di convivenza non sana il reciproco disagio né rafforza il reciproco radicamento: semmai dovette accrescere, in entrambi, il timore d'un possibile affetto, che nessuno dei due cercava ed entrambi inconsciamente volevano. E che li avrebbe come mutilati, Tim nella sua irresponsabilità vagabonda, Jeff nel suo bisogno d'identità: non il figlio di Tim Buckley, la star, ma semplicemente Jeff Scott Buckley, musicista.
Con quel vuoto dentro Jeff viene su, come vuole la convenzione biografica, "normalmente felice". Ma non troppo: una qualche saggezza già adulta, i capelli, alla nascita, quasi canuti, una connaturata mestizia inducono i familiari a chiamarlo el viejito, il vecchietto. La nonna materna ama citare, guardando il nipotino, Thomas Hardy e il suo Piccolo Padre Tempo: «Era la vecchiaia mascherata da giovinezza, così maldestramente che la sua vera identità trapelava dalle crepe». Ed è come se il piccolo cherubino crescesse con due anime: l'una colma di grazia, l'altra oscura, ribelle, da perseguitato. Mary gli suona le canzoni di Tim, lui dirà a tutti, per anni, di non averne mai sentita una: e intanto gli monta una gran voglia di conoscerlo, l'uomo che lo ha rifiutato. Per adorarlo, chissà, o per ferirlo a morte, per scegliere se esserne il doppio o l'antitesi.
La nonna gli regala una vecchia chitarra, lui si diverte a far rotolare tra le corde biglie di vetro, per cavarne liquescenze e sospiri. E' la radice delle canzoni future.
Quando Mary sposa Ron Moorhead, un meccanico appassionato di rock, Jeff assorbe quella passione ma non riesce a surrogare col patrigno il suo padre fantasma. La metà più ombrosa del suo carattere scatena il sarcasmo degli amici: «Sciocco moccioso», «Tonto caccoloso», «Scotty vasino» sono i soprannomi che gli infliggono, e peggio di tutti «Buckley-Fuckley». Anche per questo, all'asilo, lo iscrivono come Scott Moorhead. Ma alla morte di Tim si riprenderà il cognome paterno: «Non so perché lo faccio. O forse sì", spiegherà, senza spiegare.
Quell'assenza paterna, dunque, scandisce l'adolescenza di Jeff. E con essa la musica: quella che Mary suona al pianoforte o al violoncello (Chopin, Mendelssohn) e poi Bacharah, Edith Piaf, Led Zeppelin, Joni Mitchell. E Jim Morrison, grande amico di Tim. Poi la poesia:in una canzone a lui dedicata, i Cocteau Twins chiameranno Jeff «cuore di Rilke», ma un bisogno di filiazione lo spinge, piuttosto, verso i grandi visionari, quale era stato suo padre: Neruda, Lorca, Ginsberg una cui strofa - «Hipsters con la faccia d'angelo/ ardenti per l'antico contatto celeste/ fluttuanti sulle vette della città contemplando jazz» - sembra il suo ritratto.
Nel '75 Mary scopre che l'ex marito terrà un concerto a Hunkington Beach, un sobborgo di Los Angeles. Ormai Tim è un Icaro bruciato dai sogni e dalle droghe, il suo successo ha scalato il cielo ed è franato giù, nell'anticamera del dimenticatoio. Ma che importa: Mary conduce il figlio al concerto - «era tutto eccitato, gli fiammeggiavano gli occhi, non riusciva a stare seduto». Poi gli presenta il padre. Risultato: un abbraccio di dieci minuti e l'invito a trascorrere insieme le feste di Pasqua. Che, come si è detto, non spianano la strada ad un vero legame: i due sono troppo uguali per scoprirsi complementari, e perché sull'emulazione prevalga l'amore. Un mese dopo un'overdose si porta via Tim, e Jeff non va ai funerali: non l'hanno invitato.
Diventato adulto il giovane Buckley sbarca il lunario da centralinista e da commesso, fa il barista negli stessi locali in cui, smesso il grembiule e imbracciata la chitarra, intrattiene i tiratardi. Finché nel '90, a ventiquattro anni, fa la stessa scelta di Tim: lascia la California, "paese di selvaggi e di gente repressa", e se ne va a New York. Canta negli stessi locali dove aveva cantato suo padre, non dice a nessuno di esserne il figlio ma i meno immemori risconoscono in quell'atteggiarsi da bimbo smarrito la fragilità di Tim, il suo sguardo, la voce estesa ed eterea, intrisa di spleen e di sogni. E quando lo invitano a partecipare a un Tim Buckley Memorial, nella St. Ann's Church di Brooklyn, Jeff s'arrende, ma a patto che nessuno annunci il suo nome. Poi sale sull'altare e canta I never asked to be your mountain, la canzone con cui il padre, venticinque anni prima, si era congedato da Mary. E conclude attaccando Once I was a soldier: «Qualche volta mi domando - urla - se anche solo per un attimo/ ti ricorderai di me».
Ora Jeff Buckley è un musicista noto. Suona alla radio accompagnando, all'harmonium, le declamazioni di Allen Ginsberg e Peter Orlovsky, tiene applauditi concerti al Sin-é, firma il contratto che gli consente di registrare Live at Sin-é, il suo disco d'esordio. Gira l'Europa e l'America. Le sue sono, formalmente, canzoni d'amore, ma il tema dell'abbandono vi domina e rimanda ad un'altra perdita, mai accettata. «Se solo tornassi da me», sospira in Mojo Pin. «Soffocano il mio nome, così facile da imparare», soggiunge in Lorca. «Non essere come colui che mi ha fatto invecchiare/ come chi ha lasciato dietro di sé solo un nome», chiede in Dream brother. Un giorno, a Parigi, durante un suo concerto, due hippy intonano un brano di Tim. Lui li guarda poi mima, sarcastico, una morte per overdose. A un giornale dichiara: «Che Tim Buckley sia mio padre non è affar mio. Non si dedicava a me, ha aperto delle porte ma io non le ho mai attraversate». Quando, però, gli mostrano una fanzine dedicata a Tim, Jeff la sfoglia, le mani gli tremano, gli occhi s'inumidiscono, vede una foto del padre e sussurra: «Qui doveva avere bevuto". Poi accarezza l'immagine, con una tenerezza che nessuno gli aveva mai visto.
Finalmente ha instaurato, col ricordo paterno, un rapporto positivo, esultano i familiari. E una sera del maggio '97, a Memphis, il giovane ascolta dischi in riva al Wolf River. Il Mississippi scorre poco lontano, il sole tramonta e ricorda una canzone di Jeff, «c'è un orizzonte rosso, fiammeggia urlando i nostri nomi». Gli amici vedono Buckley tuffarsi, vestito, e nuotare fino al gorgo che lo inghiotte. E' l'estrema illusione, il ritorno agognato tra le braccia paterne. E la celebrità ormai inutile, l'alluvione di inediti, gli omaggi postumi, Joni Mitchell che parla di «scintilla che sfreccia nel cielo della notte, verso uno strano posto», Bono che piange «quella pura goccia di suono, in un oceano di rumore».
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...A TOYS ORCHESTRA
Luogo: Circolone di Legnano (MI)
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In occasione del penultimo appuntamento di Fridays On My Mind il Circolone di Legnano offre il palcoscenico alla musica indipendente italiana ospitando gli ...A Toys Orchestra, band rock-pop campana salita agli onori delle cronache nel 2007 per aver vinto con Technicolor Dreams il Premio Miglior disco dell’anno assegnato dal P.I.M.I.
La serata prende il volo dopo le undici, quando la scena si libera dei vocalizzi ammorbanti di un pesonaggio fluorescente alle prese con tastiera, basi e vocoder, per accogliere la indie-band che si avvale nell’esibizione live del polistrumenstista Paolo Iocca in agiunta alla formazione regolare.
I suoni della band, come l’assetto dei musicisti sul palcoscenioco, sono ricercati ed originali, motivo per cui la forte personalità degli ...A Toys Orchestra emerge e si impone sull’ascoltatore già dopo l'esecuzione di una manciata di brani. Con effetto coreografico i musicisti si scambiano strumenti musicali e postazioni, balzellando tra voce, synth, piano, chitarra, basso e, addirittura, melodica; dai coi emerge di tento in tanto la voce di Ilaria D'Angelis, infantile e allo stesso tempo intrigante, perfetta per evocare il suono, appunto, di un’orchestra di giocatoli (peccato per l’intonazione quasi sempre incerta, ma forse anche quella fa parte del gioco).
Qundo Enzo Moretto siede al pianoforte è il momento di Invisible, ballatona struggente dalla dinamica e dalla struttura armonica trite e ritrite, e probabilmente per questo molto orecchiabile. Cambio di rotta per la successiva Cornice Dance, marcetta propulviva di "cabaret punk" con inserti brit, sprigiona un’energia isterica e turbata che sembra essere la componente più originale e affascinante degli ...A Toys Orchestra.
Dall’ultimo album è tratta l’attesissima Midnight (R)evolution che costringe anche i più reticenti a muovere il capo o battere il piede a tempo. Ma i generi e gli stili messi in gioco dagli ...A Toys Orchestra non si fermano qui e continuano a divertire e trascinare il pubblico con intrusioni ska, chitarre mariachi e sintetizzatori prima che il dj set di Madsoundsystem porti a chiusura la serata.
Tre anni di vita bastano a JAZZaltro per raggiungere una maturità degna delle più affermate manifestazioni musicali a livello intrnazionale. Il programma parla chiaro: un mix di musica d'alto livello, suggestione e magia investirà per ben dodici serate il terrirorio di Olgiate Olona, Busto Arsizio, Castellanza, Solbiate Olona, Gorla Maggiore e Gorla Minore grazie all'impegno profuso congiuntamente da Area 101 e Abeat Records, oltre alla sensibilità dimostrata dalle amministrazioni locali.
La peculiarità e punto di forza di JAZZaltro sta nella ricerca, nella volontà di proporre non solo jazz, ma "musica del mondo ": Jazz, Etnico, World Music. Una grande opportunità per allargare i propri orizzonti musicali, per incontrare sonorità e ritmi sconosciuti al nostro orecchio, per apprendere qualcosa in più su culture che ci appaiono lontane e che la musica riesce meravigliosamente a portare al nostro cospetto.
Come se tutto questo non fosse ancora abbastanza, l'organizzazione di JAZZaltro ha deciso di vendere il biglietto d'ingresso ad un prezzo davvero "popolare", per dare ancora più concretezza alle intenzioni espresse nel programma musicale.
Si riporta di seguito un riassunto del programma. Per maggiori dettagli è possibile scaricare la brochure
sabato 28 GENNAIO - Cinema Teatro Nuovo a Olgiate Olona, via Bellotti 22 - ore 21
La Drummeria: cinque batteristi che hanno scritto la storia della musica pop, rock e jazz in Italia,
Ellade Bandini, Walter Calloni, Maxx Furian, Christian Meyer, Paolo Pellegatti
+ Zayt trio:
Dudu Kouate, voce e percussioni
Anahì Gendler, voce
Roger Rota, sax e duduk
venerdì 17 FEBBRAIO - Cinema Teatro Nuovo a Olgiate Olona, via Bellotti 22 - ore 21
Quinteto Mágico: latin jazz, il jazz cubano
Nelson Betancourt Duarte, piano
Rodolfo Guerra, basso
Jorge Barona, sax
Davide Rinaldi, batteria
Alfredo Munoz, percussioni
lunedì 27 FEBBRAIO - Art Blakey Jazz Club a Busto Arsizio, Vicolo Carpi - ore 21
Jerry Bergonzi Trio
Jerry Bergonzi, sax tenore
Dave Santoro, contrabbasso
Andrea Michelutti, batteria
venerdì 23 MARZO - Auditorium Peppo Ferri a Gorla Minore - ore 21
Antonella Montrasio e Max De Aloe Quartet : bossa nova
Antonella Montrasio, voce
Max de Aloe, armonica cromatica
Roberto Olzer, pianoforte
Marco Mistrangelo, contrabbasso
Nicola Stranieri, batteria
+ Danno Compound : ensamble di 12 percussionisti capitanati da Massimiliano Varotto
venerdì 30 MARZO - Cinema Teatro Nuovo a Olgiate Olona, via Bellotti 22 - ore 21
Cordoba Reunion: Argentina
Javier Girotto, sax
Gerardo Di Giusto, piano
Carlos "el tero " Buschini, basso
Gabriel "minino" Garay, batteria, percussioni
venerdì 13 APRILE - Auditorium del Centro Socio Culturale Solbiatese a Solbiate Olona - ore 21
Mu: nu jazz
Davide Merlino, vibrafono e percussioni
Dario Trapani, chitarra elettrica, ebow
Simone Prando, basso elettrico
Riccardo Chiaberta, batteria, percussioni
+ Beat Box e Rap
Stefano Santabarbara, beat box
Andrea Randazzo, free style rap
venerdì 27 APRILE - Area Feste a Gorla Maggiore - ore 21
Il Diavolo e l'Acquasanta:
Stefano Bagnoli, batteria
Roberto Gualdi, batteria
+ We Kids Trio
Stefano Bagnoli, batteria
Francesco Patti, sax alto
Giuseppe Cucchiara, contrabbasso
domenica 6 MAGGIO - Centro commerciale Le Betulle a Solbiate Olona - pomeriggio, concerto gratuito
Tango Spleen
Mariano Speranza, piano, voce
Silvio Jara, chitarra
Giampaolo Costantini, bandoneon
Andrea Marras, violino
Elena Luppi, viola,
GianLuca Ravaglia, contrabbasso
con l'esibizione di ballerini di Tango
venerdì 25 MAGGIO - Palazzo Marliani Cicogna a Busto Arsizio - ore 21, concerto gratuito
Musica e Vino con Dado Moroni Trio: concerto e degustazione!
Dado Moroni, pianoforte
Riccardo Fioravanti, contrabbasso
Stefano Bagnoli, batteria
selezioni di vini messi a disposizione dalla cantina Grandi Vigne del supermercato Iper la grande I di Solbiate Olona
venerdì 1 GIUGNO - Cinema Teatro di Via Dante a Castellanza - ore 21
Cuarteto Nuevo Encuentro: una avvincente girandola degli stilemi musicali argentini
Miguel Angelo Acosta, chitarra e voce
Lautaro Acosta, violino
David Pecetto, bandoneon
Carlos "el tero" Buschini, basso e bombo
venerdì 15 GIUGNO - Palazzo Marliani Cicogna a Busto Arsizio - ore 21, concerto gratuito
Musica e Cinematografia con Mag Trio
Gianfranco Calvi, piano
Michele Tacchi, basso
Angelo Corvino, batteria
Stefano Belloli, contributi visivi e filmati
domenica 24 GIUGNO - Area feste a Gorla Maggiore - ore 21, concerto gratuito
Gaia Cuatro: Giappone e Argentina
Aska Kaneko, violino, voce
Gerardo Di Giusto, pianoforte
Carlos "el tero" Buschini, basso, contrabbasso
Tomohiro Yahiro, percussioni
per informazioni : mario 347 8906468, leo 338 3327832 oppure scrivete a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Continuano nel 2012 gli appuntamenti
con la musica raffinata di Novara Jazz Winter.
PROGRAMMA 2012
14 GENNAIO 2012, Auditorium CANTELLI, ore 21:00
Nexus Workshop di Tiziano Tononi e Daniele Cavallanti
Daniele Cavallanti - tenor & baritone saxophones, ney flute
Achille Succi - alto saxophone & bass clarinet
Emanuele Parrini - violin, viola
Silvia Bolognesi - double-bass
Tiziano Tononi - drums, percussion
4 FEBBRAIO 2012, Auditorium CANTELLI, ore 21:00.
The Thing feat. Peter Evans & Agusti Fernandez
Mats Gustafsson sax
Ingebrigt Haaker Flaten bass
Paal Nilsson-Love drums
Peter Evans trumpet, pocket trumpet
Agustí Fernández piano
17 MARZO 2012, Auditorium CANTELLI, ore 21:00.
Dave Liebman with Ellery Eskelin trio
David Liebman tenor saxophones
Ellery Eskelin -tenor saxophones,
Tony Marino -double bass
Jim Black -drum
14 APRILE 2012, Auditorium BRERA, ore 21:00.
Paolino Dalla Porta Giovanni Falzone
Paolino dalla Porta double bass
Per maggiori informazioni:
Marco Scotti
Ufficio Stampa Novara Jazz
+39 340 3411099
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