Nella serata di martedì, durante la prima puntata del Festival di Sanremo 2012, lo stesso s’è trasformato, com'era prevedibile, nell’ A.C.Show, un siparietto d’un ora circa con più parole che musica, nel corso del quale il Maestro è stato accompagnato da comparse assortite, tra cui i conduttori del Festival, Morandi e Papaleo, Pupo, la Canalis.
Dopo un’ introduzione apocalittica e superflua, in particolare in questo momento, il monologo è partito, pronti via, con una stoccata violenta contro i preti, che non svelano il motivo per cui siamo nati e non parlano del paradiso, e certi giornali e riviste cattoliche (Famiglia cristiana e Avvenire), ipocriti, che andrebbero chiusi.
La bomba l’ ha sparata più tardi, con un attacco frontale alla Consulta, che ha bocciato il referendum sulla legge elettorale. Verso la fine dello spettacolo, dal niente, ha dato del deficiente ad Aldo Grasso, stavolta senza significarne i crimini.
Senza entrare nel merito delle questioni sollevate, giova umilmente ricordare che i sacerdoti in Italia sono circa 30000 (in stabile calo, e qualcosa avrà certamente a che farci, questo continuo sparare nel mucchio contro la categoria sull’altare di una moderna e illuminata generalizzazione), e forse Adriano li conosce tutti e sa che tutti dimenticano di parlare del paradiso.
Basta poi sfogliare un numero qualsiasi dei giornali citati per rendersi conto come le accuse di politicizzazione loro rivolte siano quanto meno fantasiose, assai più pregnante è il messaggio di fede, tolleranza e altruismo che propagano.
La domanda è sempre la stessa: perché?
Risposta: per audience, si sa. Il molleggiato s’era premurato, opportunamente, di far sapere che l’enorme ingaggio sarebbe finito in beneficienza. Ma la stessa audience, forse di più l’avrebbe raccolta semplicemente cantando, il suo mestiere da cinquantacinque anni.
Nelle troppo brevi sezioni dedicate alla musica, Celentano ha riproposto un paio di brani dall’ultimo album, tra cui Facciamo finta che sia vero con la virtuale presenza di Battiato (e infatti il testo è allineato a Povera patria) e qualche old fashioned rock’n’roll.
Ma per un solo, grande momento, Adriano è riuscito a dare l’emozione che ci aspettavamo: è stato durante l'esecuzione di Prisencolinensinainciusol, una genialità di quarant’anni e che sembra sempre scritta l’anno prossimo. E’ stata anche l’unica occasione in cui il volto del Mito è sembrato più disteso, sorridente, quasi. Per il resto, l’espressione è sempre stata austera, grave, oserei dire sofferente, in alcuni punti.
Il succo del discorso, con Celentano, è sempre lo stesso: si sente in dovere di pontificare, criticare, diatribare su cause politico-sociali, insomma esprime opinioni come farebbe l’italiano medio in pantofole sul divano, e uno poi, può essere più o meno d’accordo.
Ma allora a cosa serve che le faccia proprio lui?
Come più o meno d’accordo si può essere circa l’utilità della gag, poco divertente in realtà, con Pupo, Morandi e Papaleo; si potrebbe dire che rientra nei suoi doveri di entertainer, ma qui ci si sarebbe aspettati qualcosa di meglio.
La verità è che ci aveva visto giusto Baccini, che non è uno stupido, vent’anni fa quando ha inciso Nomi e cognomi. Il primo brano del disco, intitolato appunto Adriano Celentano contiene un’esortazione assolutamente condivisibile: «Adriano, perché ti lamenti / è meglio che canti, che parlare alla Rai».
La musica promossa dall'associazione Ares Onlus - Eventi per il Mondo ci accompagnarci nei primi mesi del 2012 con tre imprtanti appuntamenti al Teatro Galleria di Legnano.

Di seguito il programma completo
Venerdì 24 Febbraio 2012 ore 21:00
Tutti insieme appassionatamente per l’Associazione Onlus ARES con Tullio De Piscopo & Band dal Blues al Jazz con ...Andamento Lento
Mattia Cigalini (sax alto)
G.Luca Silvestri (chitarre)
Fabio Visocchi (tastiere e piano)
Cesare Pizzetti (contrabbasso ed electric bass)
Matteo Mammolo (percussioni)
Tullio De Piscopo (lead voce e drum)
RECENSIONE e GALLERIA FOTOGRAFICA
Venerdì 2 Marzo 2012 ore 21:00
Giorgio Conte
Giorgio Conte (voce)
Walter Porro (fisarmonica,pianoforte e coro)
Alberto Parone (batteria, percussioni e vocal bass)
Venerdì 9 Marzo 2012
Fabrizio Bosso & Javier Girotto-Latin Mood Vamos Sextet
Fabrizio Bosso (tromba)
Javier Girotto (sassofono)
Natalio Mangialavite (piano)
Luca Bulgarelli (contrabbasso)
Lorenzo Tucci (batteria)
Bruno Marcozzi (percussioni)
I Biglietti sono acquistabili in prevendita presso:
Rivendita Autorizzata "Matic" via Mazzini Angolo via Cadorna – Busto Garolfo (MI) - prenotazioni telefoniche 199.426.809
Casa del Disco: Piazza del Podestà, 1 - Varese - Tel: +39 0332.232229 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Carù Dischi: Piazza Garibaldi, 6 - Gallarate - Tel: +39 0331.792508 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Disco Stores: Via Felice Cavallotti, 1 - Legnano - Tel: +39 0331.594093 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Libreria Boragno: Via Milano, 4 - Busto Arsizio - Tel: +39 0331.635753 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Oppure attraverso la prevendita Online raggiungibile cliccando sui seguenti link:

Nei giorni 5, 6 e 7 marzo 2012 l'associazione Bollate Jazz Meeting ospiterà in città il musicista olandese Han Bennink (classe 1942) uno dei più straordinari improvvisatori del nostro tempo.
Negli anni ’60, suonò al fianco di molti jazzisti americani, come Sonny Rollins, Cecil Taylor, Dexter Gordon e Eric Dolphy. La sua lunga e durevole partnership con Misha Mengelberg è stata una delle più fertili della recente storia musicale. Attraverso gli anni, Bennink è andato sperimentando un esteso equipaggiamento di percussioni.
Verranno programmati in varie location delle azioni performative dell’artista che ha tutte le caratteristiche per suscitare attenzione e stupore nelle persone che vi presenzieranno, costituendo così un traino per la rassegna che avrà inizio la settimana successiva alla sua permanenza. L’iniziativa si inserisce nell’ambito del progetto Le Anime della Musica, con il sostegno della fondazione Cariplo “Avvicinare nuovo pubblico alla Cultura".
Il grande jazz torna alla Galleria Boragno: dopo la positiva esperienza di "Musica in cortile", la sala di via Milano 4 torna a ospitare tre appuntamenti musicali aperti a tutti.
Mercoledì 15 febbraio si esibiranno gli "Harp & Harp": Marcella Carboni all'arpa e Max De Aloe all'armonica cromatica. Un duo di nuovissima formazione che unisce due strumenti inusuali nel repertorio jazzistico. Il concerto, a ingresso libero, inizierà alle 21.
I successivi appuntamenti con la rassegna sono fissati per il 14 marzo con l'Elisa Marangon Trio e per il 18 aprile, quando ad esibirsi sarà il duo formato da Max De Aloe e Roberto Olzer.
(immagine di Marcella Carboni con Max De Aloe durante un concerto dello scorso dicembre - foto Tonyneutri)

Fu lei stessa a diagnosticare il male che l’affligge ormai da sessant’anni, l’insidiosa patologia della libertà. Comparandosi «al cuore d’un cactus», morbido dentro ma intoccabile fuori, in una delle sue canzoni più chiaroveggenti. Il testo le nacque al volante, mentre correva lungo l’East Coast in uno dei suoi raid solitari, e riflettendo sui perché della vita spense il motore e annotò, sul retro d’una multa: «Convinta d’amarli tutti/ li ha portati dentro i suoi sensi/ hanno riso dentro la sua risata». Poi ci ripensò ed aggiunse: «Ma guai se qualcuno la volesse in eterno/ impegnata com’è a essere libera».
Fu così che Joni Mitchell codificò la sua vocazione all’incompiutezza, prepotente fin da quando, pittrice stregata da Botticelli e Van Gogh, un destino scortese le assegnò un futuro da cantautrice. Incompiutezza ribadita dai suoi molti amori, tutti grandi e non grandi abbastanza da resistere al tempo. E già presumibile nell’irrisolta bellezza del suo stesso viso: fatato nei presupposti, con quegli occhi d’acquamarina e i capelli di finissimo oro, e tuttavia spigoloso, quasi la natura avesse dimenticato di levigarne le asperità.
Un’infanzia nomade, condivisa con una madre insegnante, Myrtha, che cercò di educarla ai sovrani principi americani, e un padre aviere, William, che le trasmise il batterio dell’indipendenza, fu l’humus nel quale, anno via anno, germogliarono le sue irrequietezze. Nata nel ’43 a Fort MacLeod, poco più che un villaggio nell’ovest del Canada, visse poi a Calgary, quindi a North Buttleford e ancora a Saskatown, a un passo dalle riserve indiane di Saskatchewan. Crebbe tra le melopee pellerossa e le filastrocche della nonna materna, l’impazienza del jazz, le musiche di Mozart e il garbo viennese di Schubert. Le infinite praterie, le danze coloratissime degli indiani, il turchese dei grandi laghi accesero il suo amore per la pittura, lo studio del pianoforte suscitò una più mansueta vocazione alla musica, una poliomielite domata a fatica alimentò la sua insicurezza e ad indirizzarla alla poesia fu un’insegnante della Queen Elizabeth School, che vide i suoi disegni e dedusse: «Se sai raccontare con i pennelli, puoi farlo anche con le parole». Fu così che Roberta Joan Anderson, dodici anni, intraprese il cammino che l’avrebbe tramutata, tempo un decennio, in Joni Mitchell. Si comprò un ukulele e le feste dei teen ager, poi le pedane delle coffee house, le offrirono la prima platea. Rifaceva Mozart a tempo di folk, rileggeva Ray Charles, Chuck Berry, gli Everly Brothers. Le lezioni all’Alberta College of Arts l’annoiavano, le esibizioni al club The Depression le diedero qualche brivido in più e a ventun anni salì su un treno per Toronto, l’ukulele a tracolla, in borsetta la sua prima canzone, Day after day per viatico i dischi di Judy Collins. Un compagno del liceo le offrì il destro di diventare madre, incompiuta anche in questo: la neonata fu data in affidamento, lei se ne dimenticò per ritrovarla trent’anni dopo e vivere, già anziana, una maternità differita.
A Toronto rimase perché le mancarono i soldi per il ritorno: conobbe Dave Van Ronk e Odetta, frequentò le cantine con Leonard Cohen, Buffy Sainte-Marie e Neil Young, faticò a trovare ingaggi e fece la commessa in un emporio. Qui conobbe un folksinger più squattrinato di lei, si chiamava Chuck Mitchell e le disse: «Sposami, avrò cura di te». Obbedì. Si lasciarono un anno appresso, dopo un soggiorno a Detroit e una canzone The Last Time I Saw Richard, scritta per formalizzare l’addio. Altri treni la condussero a New York, poi in Florida, quindi in California. E un nuovo amore la gettò tra le braccia di David Crosby: generoso, massiccio, perso in un circuito di droghe, alcol, utopie hippy. Nell’éra dei figli dei fiori, lui divenne il guru della West Coast, Joni ne condivise gli ideali e le sbornie. Finì due anni dopo, lei scrisse: «Mi mandò a quel paese/ barcollai verso la porta/ un altro uomo allungò la mano/ io la colmai d’argento». E, coerente, si trasferì tra le braccia di Graham Nash, che di Crosby era tra gli amici più stretti. Ma prima fece in tempo a pubblicare Joni Mitchell, il suo album d’esordio, a cogliere tiepidi applausi alla Royal Festival House londinese e a partecipare ad un tour con Crosby, Stills, Nash & Young: trionfale per loro, disastroso per lei che ogni sera fuggiva dal palco, piangendo per la disattenzione del pubblico. Un nuovo disco Clouds, con la parentesi pacifista di The Fiddle And The Drum, ne raddrizzò la pencolante notorietà. A Woodstock, invitata, non andò ma descrisse quel raduno come l’ultimo avamposto di un Eden possibile: «Ho sognato di vedere bombardieri - cantò - mutarsi in farfalle/ sopra la nostra nazione/. Siamo polvere di stelle/ dobbiamo tornare al Giardino». L’anno dopo era già una star, stanca e alienata. La consueta insicurezza l’indusse ad annunciare il ritiro dalle scene «per dipingere, distrarmi e viaggiare», e dopo tre mesi a smentirsi con Ladies Of The Canyon: autobiografico, solare, la fedele chitarra folk immersa in un alone gentile di violoncello, pianoforte, flauto, clarino. E anche Nash fu consegnato all’album dei ricordi. Ci fu una crociera con Crosby, un tour europeo, un soggiorno in Grecia, l’amore fulmineo con un contadino trovato in una comune naturista, dopo quelli con un gigolò cocainomane e con un prete conosciuto in un aeroporto: perché «ogni volta mi sento appena nata/ uno squarcio di luce nella tempesta».
Fu proprio la sua incompiutezza di donna a rendere grande la sua musica. Scavalcò i generi come una farfalla curiosa. Dall’impressionismo passò al jazz e nella sua tenuta, tra il verde della British Columbia, affluirono Jaco Pastorius, Stanley Clarke, Gerry Mulligan, Wayne Shorter, John McLaughlin. La cercò il grande Charles Mingus e le propose un album su versi di Eliot. Lei passò una notte a leggere: «Ci sarà tempo per chiedersi "Avrò il coraggio?"/ e poi "Avrò il coraggio?"/ e ancora: “Avrò il coraggio?“/ tempo per voltarsi a scendere le scale/ con una chiazza calva in mezzo ai capelli». All’alba decise che non ce l’avrebbe fatta, chiamò il maestro e disse: «Sarebbe più facile rifare la Bibbia». Mingus ribatté: «Allora scriviamo altre cose». Era costretto su una sedia a rotelle, morì in corso d’opera ma l’album, Mingus, uscì egualmente, incompiuto rispetto alle intenzioni, perfetto negli esiti. E tuttavia l’insuccesso fu clamoroso, le radio lo ricusarono, la critica ne fu spiazzata.
Un giro in auto, tutta sola, nel sud degli States, e la partecipazione alla Rolling Thunder Revue di Bob Dylan - «per studiare il misticismo e le malformazioni dell’ego» -, la nascita e la fine d’un nuovo amore col batterista John Guerin fornirono a Joni l’idea di Hejira: trasse il titolo dal viaggio di Maometto tra la Mecca e Medina, che consacrò l’avvento dell’Islam, ma ne fece il simbolo della sua itinerante inquietudine. I critici ironizzarono - «È sempre in cerca d’un approdo sfuggente» -, lei annunciò l’ennesimo ritiro, s’occupò di cinema e fotografia, imparò a giocare a nascondino col proprio mito. In un film mai distribuito impersonò un ragazzo nero e lo chiamò Art Nouveau, poi a richiamarla alla musica fu Paolo di Tarso: Joni lesse la seconda Lettera ai Corinzi e la trasformò in canzone sull’amore, «che si compiace della verità/ mai dell’ingiustizia/ e vede come vede un bambino». Tornò su un palco al fianco degli U2, ne fu surclassata e se ne andò, urlando alla platea: «Tenete le bombe per dopo». Ma, questa volta, non pianse: la sua insicurezza aveva trovato il puntello dell’aggressività, e gliene venne un’inconsueta gioia di vivere. Era l’89 quando andò al premio Tenco: cantò con la febbre alta, «avvolta in calzoni e scialli tzigani», nel dopoteatro un pianista azzardò un samba e la vedemmo in piedi su un tavolo, a ballare in una sorta di transfert orgiastico. Il suo compagno era, all’epoca, il bassista Larry Klein. Lo sposò, col suo aiuto ritrovò la figlia ignorata per trent’anni, poi lo lasciò. Al catalogo delle incompiutezze risolte aggiunse la maternità e s’inoltrò in un’imprevista avventura, quella di un’esistenza appagata. Accanto al nuovo compagno, Dan Freed, alla figlia Kilauren e alla figlia di costei, s’inventò madre e nonna e la sua musica s’adeguò alla quiete finalmente trovata. Un critico l’accusò di «raccontare gli anni Ottanta da idealista intristita degli anni Sessanta», lei rispose nel più eloquente dei modi, con le tinte solatie di Man From Mars. E se un brano rammentava il distacco da Klein, Joni ne esorcizzò con ironia l’occasionale mestizia, attribuendone il testo «non alla fine del mio matrimonio, ma alla scomparsa del mio gatto». E si rifugiò tra le braccia di Freed. Ora era una donna in pace, «emersa - secondo una sua metafora - dall’indaco tumultuoso». Alle soglie dei sessant’anni il cactus aveva perso le spine: «Che il nostro slancio non venga mai meno - implorò in Facelift - la felicità è il migliore di tutti i lifting possibili».

Il ciclo di conferenze sulla musica afroamericana promosso dall'Associazione Bollate Jazz Meeting inizia in grande stile: le parole di Luca Bragalini, docente e musicologo, indagano la storia di un gigante della musica del Novecento, Louis Armstrong, da un punto di vista inedito e affascinante.
Maschera, icona, personaggio, Louis Armstrong è il musicista jazz che tutti conoscono e riconoscono, che anche i profani possono permettersi di citare, non foss'altro che per il timbro inconfondibile della sua voce. Voce che, per l'intera durata della conferenza, Luca Bragalini evita accuratamente di dare in pasto alla pubblico, riservando per il finale un unico frammento di canto, esausto, commovente e impregnato di umanità.
Nelle intenzioni di Bragalini, oratore rodato e architetto della parola, presentare un musicista significa entrare in profondità nella vita e nelle opere di un personaggio, afferrarne le sfumature e usarle come appigli per scalare le pareti scivolose della conoscenza. Attraverso l'interpretazione di segnali disseminati tra note e giornate di un artista, Bragalini può sradicare una convinzione, cancellare dalla mente degli ascoltatori una certezza e spingerli ad osservare da un'altra angolazione; svelare la persona Armstrong e costringere il pubblico ad ascoltarlo per la prima volta.
Per raccontare cosa accade "dentro la fucina del jazz" Luca Bragalini costruisce una storia che appassiona, muove e commuove: piccoli colpi di scena disseminati lungo il percorso sono scosse che accendono lampadine, pungoli che stimolano a guardare oltre, senza mai cadere (e scadere) in una facile aneddotica gossippara. E al di là di ogni sua parola esiste un mondo, che il musicologo non descrive (il tempo a disposizione non lo permette) ma non dimentica mai di evocare. Il risultato di questa operazione si può leggere negli sguardi rapiti degli astanti, nello stupore di chi per la prima volta si trova di fronte ad una realtà diversa da quella che gli era sempre stata raccontata.
Ecco quindi che il Louis Armstrong che tutti pensano di conoscere, il simpaticone che canta, ride e suona la tromba, diventa un altro Louis Armstrong, rivoluzionario, artista colto, raffinato e geniale che, grazie a questo incontro, anche noi inizieremo a conoscere.
Il ciclo di conferenze continuerà con gli interventi di Maurizio Franco, Claudio Sessa, Stefano Zenni, Gianni Gualberto come da seguente programma:
9 Febbraio 2012 - Ore 21
Novate M.se Villa Venino (largo Padre Fumagalli 5) - tel. 02.35473272
16 Febbraio 2012 - Ore 21
Arese Biblioteca comunale (via dei Platani 6) - tel. 02.93527265
23 Febbraio 2012 - Ore 21
Bollate Palazzo Seccoborella (piazza C.A.Dalla Chiesa 30) - tel. 02.35005575
1 Marzo 2012 - Ore 21
Bollate Palazzo Seccoborella (piazza C.A.Dalla Chiesa 30) - tel. 02.35005575
Per ulteriori informazioni consultare www.jazzmeeting.it
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TOMMASO STARACE QUARTET
Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arszio (VA)
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Tommaso Starace - sassofono | MIchele di Toro - pianoforte | Attilio Zanchi - contrabbasso | Tommasco Bradascio - batteria |
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L’Art Blackey Jazz Club di Busto Arsizio affida l’ultimo saluto al 2011 alle mani sapienti di quattro formidabili musicisti riunitisi sotto la guida di Tommaso Starace per omaggiare uno dei più apprezzati pianisti jazz di tutti i tempi: Michel Petrucciani.
Il sassofonista italo-australiano, introduce con eleganza e competenza i brani, il personaggio cui è dedicata la serata e i suoi compagni di palcoscenico: MIchele di Toro, Attilio Zanchi e Tommasco Bradascio.
Nella gremita sala del jazz club, le note di She Did it Again si fanno largo tra fette di panettone e calici di spumante: la band ha già in pugno la platea. Even Mice Dance scalda il pubblico, subito dopo assorto, in religioso silenzio, nell’ascolto del Preludio n. 20 di Chopin: quando le dita di Michele Di Toro (formazione classica, mestiere e sensibilità) si posano sui tasti del pianoforte sembra che un incantesimo sia sceso sulla sala.
Incantesimo che viene dissipato dalle variazioni latin su cui gioca il pianista nella seguente Looking Up, dimostrando una versatilità e un virtuosismo davvero invidiabili.
Il percorso attraverso la storia musicale di Michel Petrucciani prosegue con una serie di brani celebri del pianista francese, tra cui spicca la stupenda Hidden Joy.
Il risultato è una serata riuscita, di altissimo livello, come tante ce ne sono in questo piccolo e riservato tempio del jazz.
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