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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Febbraio 22, 2024
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Conoscere il jazz 2012 // Stefano Zenni racconta Charles MingusNon aspettatevi di sentirvi raccontare una storiella biografica, non pensate di arrivare a metà di una conferenza di Stefano Zenni e conoscere vita e opere del personaggio di cui parla: è un'illusione che non vi darà mai. Ma, quando avrà finito di parlare, quel personaggio lo sentirete più vicino, quasi fosse un amico che vi ha confidato qualcosa di sè, intimamente. Ed è proprio questo il punto ideale da cui iniziare a conoscerlo.

Nel corso del quarto appuntamento di Conoscere il jazz 2012, Stefano Zenni lascia che sia Charles Mingus a spiegarsi, gli permette di farlo attraverso la sua musica, le note di copertina che lui stesso (o il suo psicanalista!) ha lasciato. Sublime e sottile intermediario tra l’artista e pubblico, Zenni, quando racconta aneddoti, persone o episodi della vita di Mingus, lo fa per aiutarci a comprendere il significato della sua eredità artistica, la sua musica, ciò che in fondo ha voluto lasciarci.

Per questo motivo gli ascolti che Stefano Zenni riesce, per quanto complessi, a rendere accessibili anche ai non addetti ai lavori, sono una componente fondamentale della narrazione, oltre a qul pizzico di ironia che permette di lubrificare il discorso anche nei punti più spessi.

Quarta delle cinque conferenze del ciclo, The Black Saint. Biografia in musica di Charles Mingus tra composizione e improvvisazione denota ancora una volta l'alto livello delle proposte di Bollate Jazz Meeting, che il pubblico sembra apprezzare notevolmente, data la serie di domande sottoposte al relatore dopo due ore di conferenza.

 


APPUNTAMENTO FINALE

Marzo 2012 – Ore 21
Bollate Palazzo Seccoborella (piazza C.A.Dalla Chiesa 30)

GIANNI GUALBERTO

Contaminazioni nella scena musicale e culturale americana

 

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L'insidiosa patologia della libertà

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Joni Mitchell - Storie di musica di Cesare G. Romana

Fu lei stessa a diagnosticare il male che l’affligge ormai da sessant’anni, l’insidiosa patologia della libertà. Comparandosi «al cuore d’un cactus», morbido dentro ma intoccabile fuori, in una delle sue canzoni più chiaroveggenti. Il testo le nacque al volante, mentre correva lungo l’East Coast in uno dei suoi raid solitari, e riflettendo sui perché della vita spense il motore e annotò, sul retro d’una multa: «Convinta d’amarli tutti/ li ha portati dentro i suoi sensi/ hanno riso dentro la sua risata». Poi ci ripensò ed aggiunse: «Ma guai se qualcuno la volesse in eterno/ impegnata com’è a essere libera».

Fu così che Joni Mitchell codificò la sua vocazione all’incompiutezza, prepotente fin da quando, pittrice stregata da Botticelli e Van Gogh, un destino scortese le assegnò un futuro da cantautrice. Incompiutezza ribadita dai suoi molti amori, tutti grandi e non grandi abbastanza da resistere al tempo. E già presumibile nell’irrisolta bellezza del suo stesso viso: fatato nei presupposti, con quegli occhi d’acquamarina e i capelli di finissimo oro, e tuttavia spigoloso, quasi la natura avesse dimenticato di levigarne le asperità.

Un’infanzia nomade, condivisa con una madre insegnante, Myrtha, che cercò di educarla ai sovrani principi americani, e un padre aviere, William, che le trasmise il batterio dell’indipendenza, fu l’humus nel quale, anno via anno, germogliarono le sue irrequietezze. Nata nel ’43 a Fort MacLeod, poco più che un villaggio nell’ovest del Canada, visse poi a Calgary, quindi a North Buttleford e ancora a Saskatown, a un passo dalle riserve indiane di Saskatchewan. Crebbe tra le melopee pellerossa e le filastrocche della nonna materna, l’impazienza del jazz, le musiche di Mozart e il garbo viennese di Schubert. Le infinite praterie, le danze coloratissime degli indiani, il turchese dei grandi laghi accesero il suo amore per la pittura, lo studio del pianoforte suscitò una più mansueta vocazione alla musica, una poliomielite domata a fatica alimentò la sua insicurezza e ad indirizzarla alla poesia fu un’insegnante della Queen Elizabeth School, che vide i suoi disegni e dedusse: «Se sai raccontare con i pennelli, puoi farlo anche con le parole». Fu così che Roberta Joan Anderson, dodici anni, intraprese il cammino che l’avrebbe tramutata, tempo un decennio, in Joni Mitchell. Si comprò un ukulele e le feste dei teen ager, poi le pedane delle coffee house, le offrirono la prima platea. Rifaceva Mozart a tempo di folk, rileggeva Ray Charles, Chuck Berry, gli Everly Brothers. Le lezioni all’Alberta College of Arts l’annoiavano, le esibizioni al club The Depression le diedero qualche brivido in più e a ventun anni salì su un treno per Toronto, l’ukulele a tracolla, in borsetta la sua prima canzone, Day after day per viatico i dischi di Judy Collins. Un compagno del liceo le offrì il destro di diventare madre, incompiuta anche in questo: la neonata fu data in affidamento, lei se ne dimenticò per ritrovarla trent’anni dopo e vivere, già anziana, una maternità differita.

A Toronto rimase perché le mancarono i soldi per il ritorno: conobbe Dave Van Ronk e Odetta, frequentò le cantine con Leonard Cohen, Buffy Sainte-Marie e Neil Young, faticò a trovare ingaggi e fece la commessa in un emporio. Qui conobbe un folksinger più squattrinato di lei, si chiamava Chuck Mitchell e le disse: «Sposami, avrò cura di te». Obbedì. Si lasciarono un anno appresso, dopo un soggiorno a Detroit e una canzone The Last Time I Saw Richard, scritta per formalizzare l’addio. Altri treni la condussero a New York, poi in Florida, quindi in California. E un nuovo amore la gettò tra le braccia di David Crosby: generoso, massiccio, perso in un circuito di droghe, alcol, utopie hippy. Nell’éra dei figli dei fiori, lui divenne il guru della West Coast, Joni ne condivise gli ideali e le sbornie. Finì due anni dopo, lei scrisse: «Mi mandò a quel paese/ barcollai verso la porta/ un altro uomo allungò la mano/ io la colmai d’argento». E, coerente, si trasferì tra le braccia di Graham Nash, che di Crosby era tra gli amici più stretti. Ma prima fece in tempo a pubblicare Joni Mitchell, il suo album d’esordio, a cogliere tiepidi applausi alla Royal Festival House londinese e a partecipare ad un tour con Crosby, Stills, Nash & Young: trionfale per loro, disastroso per lei che ogni sera fuggiva dal palco, piangendo per la disattenzione del pubblico. Un nuovo disco Clouds, con la parentesi pacifista di The Fiddle And The Drum, ne raddrizzò la pencolante notorietà. A Woodstock, invitata, non andò ma descrisse quel raduno come l’ultimo avamposto di un Eden possibile: «Ho sognato di vedere bombardieri - cantò - mutarsi in farfalle/ sopra la nostra nazione/. Siamo polvere di stelle/ dobbiamo tornare al Giardino». L’anno dopo era già una star, stanca e alienata. La consueta insicurezza l’indusse ad annunciare il ritiro dalle scene «per dipingere, distrarmi e viaggiare», e dopo tre mesi a smentirsi con Ladies Of The Canyon: autobiografico, solare, la fedele chitarra folk immersa in un alone gentile di violoncello, pianoforte, flauto, clarino. E anche Nash fu consegnato all’album dei ricordi. Ci fu una crociera con Crosby, un tour europeo, un soggiorno in Grecia, l’amore fulmineo con un contadino trovato in una comune naturista, dopo quelli con un gigolò cocainomane e con un prete conosciuto in un aeroporto: perché «ogni volta mi sento appena nata/ uno squarcio di luce nella tempesta».

Fu proprio la sua incompiutezza di donna a rendere grande la sua musica. Scavalcò i generi come una farfalla curiosa. Dall’impressionismo passò al jazz e nella sua tenuta, tra il verde della British Columbia, affluirono Jaco Pastorius, Stanley Clarke, Gerry Mulligan, Wayne Shorter, John McLaughlin. La cercò il grande Charles Mingus e le propose un album su versi di Eliot. Lei passò una notte a leggere: «Ci sarà tempo per chiedersi "Avrò il coraggio?"/ e poi "Avrò il coraggio?"/ e ancora: “Avrò il coraggio?“/ tempo per voltarsi a scendere le scale/ con una chiazza calva in mezzo ai capelli». All’alba decise che non ce l’avrebbe fatta, chiamò il maestro e disse: «Sarebbe più facile rifare la Bibbia». Mingus ribatté: «Allora scriviamo altre cose». Era costretto su una sedia a rotelle, morì in corso d’opera ma l’album, Mingus, uscì egualmente, incompiuto rispetto alle intenzioni, perfetto negli esiti. E tuttavia l’insuccesso fu clamoroso, le radio lo ricusarono, la critica ne fu spiazzata.

Un giro in auto, tutta sola, nel sud degli States, e la partecipazione alla Rolling Thunder Revue di Bob Dylan - «per studiare il misticismo e le malformazioni dell’ego» -, la nascita e la fine d’un nuovo amore col batterista John Guerin fornirono a Joni l’idea di Hejira: trasse il titolo dal viaggio di Maometto tra la Mecca e Medina, che consacrò l’avvento dell’Islam, ma ne fece il simbolo della sua itinerante inquietudine. I critici ironizzarono - «È sempre in cerca d’un approdo sfuggente» -, lei annunciò l’ennesimo ritiro, s’occupò di cinema e fotografia, imparò a giocare a nascondino col proprio mito. In un film mai distribuito impersonò un ragazzo nero e lo chiamò Art Nouveau, poi a richiamarla alla musica fu Paolo di Tarso: Joni lesse la seconda Lettera ai Corinzi e la trasformò in canzone sull’amore, «che si compiace della verità/ mai dell’ingiustizia/ e vede come vede un bambino». Tornò su un palco al fianco degli U2, ne fu surclassata e se ne andò, urlando alla platea: «Tenete le bombe per dopo». Ma, questa volta, non pianse: la sua insicurezza aveva trovato il puntello dell’aggressività, e gliene venne un’inconsueta gioia di vivere. Era l’89 quando andò al premio Tenco: cantò con la febbre alta, «avvolta in calzoni e scialli tzigani», nel dopoteatro un pianista azzardò un samba e la vedemmo in piedi su un tavolo, a ballare in una sorta di transfert orgiastico. Il suo compagno era, all’epoca, il bassista Larry Klein. Lo sposò, col suo aiuto ritrovò la figlia ignorata per trent’anni, poi lo lasciò. Al catalogo delle incompiutezze risolte aggiunse la maternità e s’inoltrò in un’imprevista avventura, quella di un’esistenza appagata. Accanto al nuovo compagno, Dan Freed, alla figlia Kilauren e alla figlia di costei, s’inventò madre e nonna e la sua musica s’adeguò alla quiete finalmente trovata. Un critico l’accusò di «raccontare gli anni Ottanta da idealista intristita degli anni Sessanta», lei rispose nel più eloquente dei modi, con le tinte solatie di Man From Mars. E se un brano rammentava il distacco da Klein, Joni ne esorcizzò con ironia l’occasionale mestizia, attribuendone il testo «non alla fine del mio matrimonio, ma alla scomparsa del mio gatto». E si rifugiò tra le braccia di Freed. Ora era una donna in pace, «emersa - secondo una sua metafora - dall’indaco tumultuoso». Alle soglie dei sessant’anni il cactus aveva perso le spine: «Che il nostro slancio non venga mai meno - implorò in Facelift - la felicità è il migliore di tutti i lifting possibili».

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