E’ scomparso in questi giorni uno dei più talentuosi tastieristi che la scena rock abbia visto in azione: parliamo di Jon Lord, settantun anni compiuti da qualche settimana, anima storica dei Deep Purple, per i quali impreziosì i suoni di virtuosismo in tutti i dischi editi tra il 1968 e il 1998.
Lord ha attraversato il pianeta- tastiera sperimentandone ogni possibile ambito, ed invariabilmente con risultati strabilianti. Formatosi da studi classici (frequentò il Royal College of Music a Londra), s’interessò dapprima agli ambienti jazz, per poi essere catturato, a metà degli anni sessanta, dal vortice del rock psichedelico, del quale era impregnata profondamente la prima proposta artistica del gruppo, sino ad approdare all’hard rock così come l’abbiamo maggiormente conosciuto e apprezzato.
Nel primo settennale di vita della band, Lord ne fu fondatore e leader artistico: nei primi dischi dei “Deep Purple”, e in modo particolare in “The book of Talyesin”, il musicista comincia a trasferire su vinile la sua massima ambizione: fondere rock E classico; il risultato è udibile in tracks come “Shield” o “Anthem”. L’amore per la sperimentazione portò Lord a raggiungere traguardi impensabili, per l’epoca: come l’ amplificare il proprio Hammond attraverso un Marshall da chitarra, agevolando così non poco il lavoro dell’unico chitarrista Blackmore che si sforzava per dare ai Purple il suono più duro possibile. Contrario, assolutamente, all’avvento del sintetizzatore, che adoperò col contagocce, arrivò a perfezionare questa sua tecnica particolare in album come “In rock”, 1970, a ragione ritenuto il vero capolavoro del gruppo, in tracce quali “Child in time” o “Speed king”. I Purple terminarono poi la prima parte della loro esistenza a metà decennio, con l’abbandono di Blackmore, susseguente a quelli di Gillan e Glover.
Negli anni successivi, Lord intraprese una carriera solistica inevitabilmente di più basso profilo rispetto a quella con la band, ma nel corso della quale si tolse, per sua stessa ammissione, le migliori soddisfazioni, come in “Sarabande” o nel sofferto, più orientato al classico “Pictured within”, della fine degli anni ’90. Per quell’epoca, i Deep Purple s’erano già riformati, ripartendo da “Perfect strangers” (1984), naturalmente con la presenza del tastierista, che vi rimase sino allo scioglimento definitivo, sancito da un’opera dal titolo profetico, “Abandon” del 1998. Da non dimenticare la sua presenza, in tono leggermente defilato, nei Whitesnake di David Coverdale. L’ultimo lavoro di Jon Lord è un prodotto blues-rock, datato 2007, sotto la sigla “Hoochie Coochie Men”. Poi la battaglia con il cancro, intrapresa nell’agosto del 2011 e persa meno di un anno più tardi.
Quale modo migliore di rendere omaggio al genio di Lord se non quello di (ri) scoprire la sua musica? Oltre alle citate opere da studio, imprescindibile è l’ascolto delle produzioni live più emozionanti, quali “Concerto for Group and Orchestra” del 1969, o “Made in Japan” , del 1972.

www.jazzascona.ch
Continuando il mio viaggio in quella multiforme e variegata sarabanda del Festival di Ascona (Jazzascona 2012), ho trovato conferme e novità, senatori ed emergenti, vecchie garanzie e nomi finora sconosciuti, da tenere sott’occhio, buoni da ascoltare di nuovo, alla prima occasione.
Va da sé che ciò che descrivo è solo una parte di un ben più ampio scenario: con molti concerti ogni giorno in contemporanea, nessuno è in grado di vedere tutto il festival, e ognuno ha un suo festival da ricordare. Dovrò glissare quindi su una pletora di concerti magnifici e/o importanti, dalle Sorelle Martinetti/Orchestra Maniscalchi a Nina Attal, da Till Bronner ad Irma Thomas e tanti altri ancora: bisogna fare delle scelte. Definitivamente ottimo il quintetto dal nome programmatico Old Fashioned della pianista-cantante Silvia Manco, con una delle mie sezioni ritmiche italiane preferite (Giorgio Rosciglione al contrabbasso e Gegè Munari alla batteria) e con un giovane trombonista – se non erro boliviano - Humberto Amesquita ed una vecchia conoscenza degli strumenti ad ancia (qui al sax tenore e clarinetto), Luca Velotti, - anzi, come lo presenta il suo datore di lavoro Paolo Conte, "Sir Luca Velotti". Grande swing e divertimento a piene mani, sia che fossero stra-classici (It don’t mean a thing, Speak low) o pezzi meno conosciuti (Substitute di Jelly Roll Morton o No moon at all).
Sorpresa dell’anno, ricordo che il sottotitolo del festival era Sophisticated lady/La città delle donne, la bravissima trombettista e cantante canadese Bria Skomberg, vista in azione con un gruppo di vecchi frequentatori di Jazzascona (Paolo Alderighi al piano, Nicki Parrott al contrabbasso e alla voce, Warren Vachè (nientemeno!) alla cornetta ed un batterista straordinario Guillaume Nouaux) alle prese con un repertorio sufficientemente variegato e accattivante, da cose più prevedibili (la versione di Fever a cura della Parrott) ad altre più filologiche (lo strumentale Trio di Erroll Garner, Alderighi naturalmente sugli scudi – non mi stupisce, conoscendolo, e so benissimo che il giovane pianista milanese è uno dei nostri jazzisti da esportazione più richiesti , un set davvero eccitante!
Già presente l’anno scorso, il trombettista Jon Faddis (uno dei personaggi centrali del jazz planetario) si è esibito con la Stanford University Jazz Orchestra (un’orchestra di giovani) diretta dal trombettista Frederick Berry: detto che Faddis è davvero notevole in quello che è il punto debole o spina nel fianco di tutti i trombettisti – il registro acuto ed i sovracuti – ed ha improvvisato e svolto temi da par suo, bisogna ammirare il lavoro dell’orchestra, in cui si sono distinti alcuni elementi come la baritonista Sophie Miller ed il trombettista Graham Davis (un destino nel cognome!). Complimenti a tutti, in primis a Berry che ha orchestrato e diretto con sensibilità ed intelligenza, producendosi anch’egli come trombettista (di rango) in Manteca. Una segnalazione per la bravissima cantante Emma Pask, alle prese con un repertorio classico ed accompagnata da The Australians, di cui avevo già scritto da queste colonne: ha swing e personalità.
Altra grandissima amica del festival, Lillian Bouttè, cantante neworleansina di stanza in germania, un nome una garanzia, con una band precisa per lei (Gumbo Zaire) ed un ospite di riguardo, il tenorista Pee Wee Ellis, che forse molti di voi ricorderanno alla corte di James Brown o con Maceo Parker. Ho potuto vivere grandi momenti come la A-tisket a-tasket, con duetto tra voce e sax od un calypso strumentale tutto a cura di Ellis con grande spazio per il coro del pubblico: mi aspettavo St Thomas da un momento all’altro, invece ecco Caravan, poi tema iniziale e fine brano. Un buon gruppo, ottimi i momenti di interplay tra i due giganti. Ancora musica nella notte – ne dubitavate? – con la jam session all’Hotel Tamaro, con tanti giovani e bravissimi musicisti e musiciste (le Lady 4et di Rhoda Scott), in compagnia di maestri e vecchie volpi come il pianista/cantante David Paquette, il violinista/cantante George Washingmachine, Alderighi e lo stesso Ellis….chi non ha mai visto una di queste sedute ha davvero perso qualcosa di straordinario!!
Congedo e uscita in stile dal festival il 2 Luglio a Cannobio (VB) Italia , sotto un cielo minaccioso, che fortunatamente ci ha graziato da un ingiusto temporale ed acquazzone.
Così, nel meraviglioso scenario della piazza dell’imbarcadero (ed in uno slargo del lungolago, poco distante), con tanto di luna piena che spandeva i suoi raggi sul lago, si sono esibiti tre gruppi: apre le danze la Regeneration Brass Band, con tanto di ballerina-coreografa. Ci regalano alcuni brani, fra cui When you’re smiling, Mardì gras in New Orleans e sull’in-cipit di Dinah prendono a muovere verso l’altra parte di Cannobio.
Prende il palco il quartetto del cantante pianista Larry Franco, che, completato da Anna Korbinska al sax alto, Antonella Mazza al contrabbasso ed Enzo Lanza alla batteria, si produce in una serie di brani dal progetto del 2006 dal nome import/export, cioè standards dal songbook americano uniti in medley (per affinità strutturali) a brani della tradizione swing italiana.Un esempio potrebbe essere costituito dalle celeberrime Besame mucho ed Estate. Molto divertente e tutti davvero notevoli. All’intervallo mi godo un po’ del fantastico gruppo di choro (musica brasiliana primigenia) Creole Clarinets E Trio Perigoso, frutto di una ricerca e collaborazione tra il clarinettista/sassofonista Thomas L’Etienne (altro protagonista di molte scorse edizioni) ed un collega sassofonista tedesco Uli Wunner ed il giovane trio brasiliano (pandeiro, cavaquino e chitarra classica 7 corde): davvero ottimo. Quasi in chiusura, ancora sul palco vicino all’imbarcadero, jam session finale, al quartetto di Franco si unisce tutta la Regeneration (When the saints) ed infine anche L’Etienne (Basin Street Blues), difficile immaginare un finale migliore! Mi piace vedere che anche due comuni italiani (Stresa e Cannobio) hanno contribuito alla festa. Arrivederci al 2013.
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ROBERTA GAMBARINI QUARTETLuogo: Main Stage, Toronto
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Roberta Gambarini: voce Dave Restivo: pianoforte Neil Swainson: contrabbasso Willie Jones III: drums |
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Il Main Stage del Jazz Festival di Toronto sceglie l’ampio spazio su cui si affaccia la City Hall per installare il suo tendone bianco e riempirlo di seggiole che sembrano rubate alla sagra del pesce. Il contesto non fa presagire nulla di buono, ma la voce cui è affidata l’apertura della serata del 25 giugno pare smentire le aspettative: l’italiana trapiantata in America Roberta Gambarini annunciata dall’ufficio stampa del festival come la vera erede di Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, e Carmen McRae, sta per calcare il palcoscenico e trasformare un insulso tendone da circo in un tempio del jazz.
L’inizio a cappella della vocalist sfila senza lode nè infamia tra il rumore dei venilatori e il vociare della gente che, a pochi passi dal tendone, si gode gratuitamente l’oneroso spettacolo.
Il canadese Dave Restivo sostituisce Eric Gunnison, il pianista originale della formazione che per un contrattempo dell’ultimo minuto non si è potuto esibire: la presentazione, oltre che dalle parole della vocalist, arriva direttamente dalle dita del pianista che suscita da subito l’entusisamo del pubblico.
La scaletta prevede brani cantati in portoghese, inglese, francese e italiano, regolarmente arricchiti con qualche minuto di scat.
Quando la luce naturale inizia a lasciare posto all'atmosfera più calda del crepuscolo, la cantante originaria di Torino rievoca un ricordo d’infanzia con On the Sunny Side of the Street (presente - racconta - nella discoteca del padre nella versione di Dizzy Gillespie, Sonny Rollins e Sonny Stitt) per poi passare alla struggente Oblivion di Astor Piazzolla, con testo in francese.
Un asoolo di contrabbasso di Neil Swainson apre This Masquerade (Leon Russell), quasi un omaggio a George Benson, artista che avrebbe calcato lo stesso palcoscenico la sera successiva; è quindi la volta di With Every Breath I Take, tratta dal celebre musical di Cy Coleman City of Angels.
Nella riduzione per combo di Multi-Colored Blue, presentata da Duke Ellington nella versione per orchestra, Roberta Gambarini annuncia che sarà in grado di cantare anche la strofa centrale del brano scritta per voce maschile. L'ensamble rientra al completo sul tempo blue del brano per reggere i vocalizzi finali della vocalist.
Si passa quindi al cavallo di battaglia della Gambarini, Estate di Bruno Martino in cui per una volta lo scat lascia il posto ad un solo di cornetta simulata "a mani nude" dalla cantante.
La conclusione è affidata allo swing incalzante di Lover Come Back to Me, con lìassolo di Dave Restivo che conquista uno scrosciante applauso del pubblico di casa.
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Eric Adams - voce Karl Logan - chitarra Joey DeMaio - basso Donnie Hamzik - batteria |
Nel 1997 i Manowar inauguravano la prima edizione del Gods of Metal, il primo e il più longevo dei festival estivi italiani che esordiva al mitico PalaSharp di Milano. Oggi i Manowar sono tornati sul luogo del delitto, o quasi, per aprire la quindicesima edizione del Gods of Metal all'Arena Fiera Milano di Rho (MI).
Le ricorrenze da celebrare non si esauriscono qua: dieci anni fa usciva Warriors of the World e da quel 2002 i Manowar non avevano più fatto ritorno in Italia, in più, proprio in questi giorni, si brinda all'uscita del nuovo lavoro della band, The Lord of Steel. Eppure sarà per il caldo asfissiante, sarà che è un giovedi lavorativo e che nei prossimi tre giorni di festival sono previsti grandi nomi del hard rock e del metal decisamente più accattivanti per il grande pubblico, oppure sarà per i costi dei biglietti, ma oggi all'arena non si registra il pienone.
I Manowar, d'altronde, non sono tipi da folle oceaniche, Grammy o MTV: fieri, integralisti, lontani da ogni moda, sempre fedeli al proprio stile, a quel marchio di fabbrica che ha costituito la loro fortuna ma al tempo stesso, dopo 30 anni di carriera, li ha relegati a una forma caricaturale, una sorta di trappola dalla quale sarebbe impossibile uscire senza farsi male. Come potrebbero infatti gli unici e veri "kings of metal" tradire la lealtà di quello stesso zoccolo duro di fan che li ha incoronati re diversi anni or sono?
Così, quando sono passate da poco le 22, la band newyorkese esce sul palco appena abbandonato da Amon Amarth e Children of Bodom e dà inizio a uno show di due ore e mezza circa, tiratissimo, potente e senza troppi fronzoli. Al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare la scenografia è sobria, per non dire inesistente: giusto uno stendardo a nascondere il backstage ma niente maxi-schermi, niente Harley rombanti, niente comparse in abiti medievali o fuochi d'artificio. L'unica concessione allo spettacolo è il divertente siparietto tra il bassista Joey DeMaio e un giovane ragazzo scelto tra il pubblico delle prime file per unirsi alla band nell'esecuzione di un brano e portarsi a casa, come souvenir, una delle chitarre di Karl Logan.
A parte questo momento e il classico monologo sconclusionato e, per l'occasione, in italiano di Joey DeMaio, per il resto i protagonisti indiscussi della serata sono l'heavy metal e l'impressionante impianto audio fortemente voluto dalla "band più rumorosa del mondo" che, finalmente, ha fatto tremare l'asfalto dell'arena e implorare pietà alle nostre orecchie.
La prima parte del live è segnata dai grandi classici del gruppo come Manowar, Gates of Valhalla, Kill With Power, Sign of the Hammer, Fighting the World, Kings of Metal, Metal Warriors e dall'incontenibile entusiasmo del pubblico. Poi, senza soluzione di continuità, si passa ad alcuni pezzi della produzione più recente dei Manowar e, inevitabilmente, si assiste a un calo di tensione.
Il susseguirsi di brani dai ritmi serratissimi, come Hand of Doom, King of Kings, The Gods Made Heavy Metal, Thunder in the Sky e The Power, dove il basso di DeMaio raggiunge volumi devastanti e la doppia cassa di Donnie Hamzik si fa ossessiva e quasi fastidiosa, viene intervallato, per fortuna, dalle liriche coinvolgenti e dai toni epici di Call to Arms e Warriors of the World United.
Dopo un breve break, prima del gran finale con le mitiche Hail and Kill e Black Wind, Fire and Steel, arriva l'omaggio di Eric Adams all'Italia. Nata quasi per gioco alcuni anni fa, la rivisitazione della celeberrima romanza di Giacomo Puccini, Nessun dorma, è ormai diventata un classico delle esibizioni live della band e l'occasione per il singer di ribadire, ancora una volta, che la miglior voce in circolazione in ambito heavy metal è sempre la sua.
Mancano all'appello, a mio avviso, almeno un paio di pezzi storici come Battle Hymn e Courage che avrebbero potuto dare, tra l'altro, un bel cambio di ritmo alla seconda parte della scaletta un po' troppo monotona. A parte questo dettaglio c'è poco da aggiungere, i Manowar sono una di quelle band che dal vivo non tradisce mai.
Tematiche fantasy, vocabolario scarno, vestiario in pelle, muscoli pompati, cuore, sudore, suoni possenti e nessun compromesso sono gli ingredienti essenziali dei loro show, come dire: poche idee ma ben chiare! E se qualcuno non volesse stare al gioco farebbe bene a starsene alla larga come sentenzia il testo di Metal Warriors: "... whimps and posers leave the hall!".
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Manowar
Gates of Valhalla
Kill With Power
Sign of the Hammer
Fighting the World
Kings of Metal
Metal Warriors
Sun of Death
Brothers Of Metal
Call to Arms
The Gods Made Heavy Metal
Sons of Odin
Hand of Doom
King of Kings
Sting of the Bumblebee
Joey's Speech
Warriors of the World United
Thunder in the Sky
The Power
Hail and Kill
Nessun Dorma
Black Wind, Fire and Steel

La paura è un serpente lungo e diaccio, s'insinua tra i nervi e divora il cuore. Thom Yorke ci convive fin da bambino, quando ancora non sapeva che, un giorno, avrebbe fondato i Radiohead per sottrarsi al morso della solitudine, e dell'afasia. Aveva sette anni, Thomas Edward Yorke, quando i suoi si trasferirono ad Oxford e gli incubi cominciarono a visitare i suoi sonni. Sovvertendo un'infanzia altrimenti tranquilla: famiglia di benestanti, comuni affetti. Solo disagio la scuola, «un purgatorio che riassume tutto il peggio della borghesia inglese, snobismo, intolleranza, idiozia reazionaria». Ovvero: «Vestito da vescovo mi terrorizzi ancora/preside bastardo/bambini addestrati ad uccidere/a sbranarsi sui campi da gioco/vestiti da vescovi». Anche l'amore svela, a Thom adolescente, il suo volto più cupo: «Vidi Romeo e Giulietta, di Zeffirelli, m'innamorai di Olivia Hussey e non mi spiegavo perché, anziché uccidersi, i due non fossero fuggiti insieme. Poi m'invaghii d'una coetanea, fu una liaison tempestosa, ricordava Liz Taylor e Richard Burton in Chi ha paura di Virginia Wolf?». Così anche l'amore divenne paura. Di giorno Yorke leggeva Orwell e Noam Chomsky, esplorava Bacon il filosofo e le livide epifanie di Bacon il pittore. La notte sognava: di svegliarsi e divorare limoni la cui asprezza gli feriva le viscere, o di generare figli per farne a pezzi i corpicini neonati. L'insonnia fu il suo rifugio, nelle notti sbiancate dal terrore d'incappare in quei sogni. A causa del sonno negato un'emiparesi gli tramutò la palpebra sinistra, avrebbe detto Sherwood Anderson, in «una persiana rotta», interventi ripetuti lo martoriarono senza guarirlo. Subentrarono l'ipocondria, il bisogno d'isolamento, la paura di poteri torvi «che s'insinuano in te e ti abitano dentro, come in 1984». In un tema scolastico allarmò i professori parlando d'alieni «che vivono sottoterra, hanno enormi cervelli e occhi neri che ci filmano, come videocamere».
Fece il dee jay, il commesso in un negozio di musica - e a lungo sognò d'infrangerne le vetrine al volante d'un'auto - poi l'inserviente in un ospedale psichiatrico, «che praticava l'assistenza a domicilio: il che significava, per i medici, abbandonare i pazienti all'incuria, alla miseria e alla violenza, per i malati elemosinare, rubare, finire in galera nel disinteresse di tutti».
Aveva diciott'anni quando s'iscrisse all'università di Exeter. Ai docenti si presentò un ragazzo denutrito, «sordo quasi come Beethoven», il ciuffo afflitto alla Kurt Cobain. Abitava in una cantina senza luce e senza gas, vagheggiava una casa vivibile come un Eldorado remoto. Con un altro studente, Colin Greenwood, creò un gruppo rock e lo battezzò con la formula chimica del tritolo, Tnt. Una jam session scolastica li impegnò a suonare Dear Prudence per ventiquattr'ore di fila, Yorke stregò con movenze da marionetta e voce da crooner, inasprita dalla rabbia dei punk. Il gruppo si sciolse e ne nacquero gli On A Friday, poi Radiohead. Entrò a farne parte anche Johnny, fratello di Colin: suonatore di viola in orchestre sinfoniche, vagheggiava il «riff atonale definitivo», diramò e-mail invitando «chiunque conosca un accordo inusuale» a mandarglielo, «ne esistono dodici ma si fa presto a stufarsene».
Il brano d'esordio, Creep, nacque da un naufragio d'amore e fu, secondo il suo autore, «un monumento alla miseria, la rivendicazione della non esistenza come fine ultimo». Fu ignorato - «troppo deprimente» - dalle radio britanniche e spopolò tra quelle dei college americani. Yorke vi stipò tutti gli spettri del suo immaginario ferito: il disagio di fronte al mondo, la solitudine, la voglia frustrata di normalità. E la paura d'esistere: cosmica come L'urlo di Munch, avida come l'«abisso ronzante» di Paul Celan, scampato ad un lager nazista e finito in un gorgo della Senna. I Radiohead volarono in America, lui fu attratto «dalla follia generalizzata che la rende così divertente: giri in limousine, li guardi e non riesci a prenderli sul serio, qui sta lo spasso». Il successo, oltreatlantico, fu immediato, centinaia d'adolescenti affollarono i club per cantare in coro «starei meglio da morto», ma non offrì scudi alle fobie di Thom Yorke. «Premere il pulsante dell'autodistruzione facendo più rumore possibile», fu il suo slogan desolato e vincente. Il potere mediatico che gliene venne non allentò il suo odio per il potere, «il Grande Fratello - decretò - non è sopra, ma dentro di noi».
In una coffee house di Dallas, fuor dall'uscio bivaccavano neri senza casa e poliziotti mandati a scacciarli, una donna gli s'accostò: nei suoi occhi stravolti dall'entusiasmo, e forse dall'amore, Thom lesse una fame omicida, scappò, la rivide a un concerto e individuò in lei l'ombra di Banquo. In un bar di Los Angeles, dove l'aveva trascinato l'insonnia, un gruppo di fan gli si fece attorno: gli sembrò che volessero ridurre il suo corpo in brandelli, fuggì. «Nulla mi terrorizza quanto il terrore», ammise più avanti, citando involontariamente Montaigne. Nel '93 uscì Pablo Honey, l'album d'esordio, Thom lo definì «musica mesta per gente mesta». Un nuovo tour confermò il successo, e accrebbe le sue paure: «Siamo una macchina da pubblicità, in balia dell'industria: esistiamo, ma solo finché loro non staccano la spina». Trovò nella band il suo unico rifugio: «Sono un idiota triste - confidò -, la mia vita fuori del gruppo è inesistente».
Occorse mettersi all'opera, per un nuovo album. I testi di The Bends furono scritti in stato d'ebbrezza, nel retro d'un autobus. I vee jay di Mtv lo diffusero in tutto l'Occidente, senonché «parlare con loro viene, nella lista dei miei piaceri, subito dopo le verruche». La stampa incoronò i Radiohead come «i nuovi U2», i R.E.M. li vollero al loro fianco, in tournée, gli Oasis, invidiosi, li definirono «cinque studenti del cacchio». Partì l'avventura di Ok Computer. Le registrazioni cominciarono in un deposito di mele, in mezzo ai prati di Oxford. «C'era luce, alcol e cibo, ma niente bagno o cucina: se volevi farti una doccia, ti toccavano sette miglia a piedi». Si trasferirono a Bath, al centro d'una vallata solitaria, nel maniero del quindicesimo secolo che aveva ospitato generali, duchi e arcivescovi, e ora apparteneva all'attrice Jane Seymour. Sistemarono il mixer nella biblioteca in stile Tudor, lo studio nel salone da ballo, riempirono gli scaffali di libri e di rum le cantine. L'immenso giardino rammentava quello di Wonderland, dove re e regina giocano a cricquet usando i fenicotteri a mo' di mazze. La sera, il silenzio stellato cedeva al gemito delle volpi, di giorno accadevano inquietanti prodigi: i nastri si fermavano, ripartivano, si riavvolgevano senza che nessuno premesse i pulsanti. Tutto era paura allo stato puro, ancora una volta, e da qui sgorgò Paranoid Android, «gli yuppies che si organizzano/il panico, il vomito/quando sarò re finirai al muro». La tecnologia mostrò così, ai cinque musicisti, il suo volto più arcano e tirannico, Yorke cantò d'androidi tristi come uomini veri, la critica discettò di vette angeliche e abissi demoniaci, paura di volare, fobia patologica per un mondo di computer e plastica. E Yorke cedette a una nuova ossessione. Prese a collezionare oggetti di plastica, lì seppellì ad uno ad uno e dedusse: «Non si decompongono, sono eterni e per questo ci dominano. Di mortale c'è solo la nostra anima». Arrivò il Duemila, Yorke lo inaugurò lavorando a un fumetto, protagonista un mostro geneticamente modificato, che si nutre di bambini vivi. Poi toccò a Kid A, nuovo album. Sul libretto un'immagine di Tony Blair, gli occhi satanici, i denti aguzzi e una scritta: «Ci porterà via i soldi, porterà via i vostri bambini, distruggerà le vostre case».
«S'avvicina l'èra glaciale, scagliami nel fuoco», implorava la voce di Thom in Idioteque, qualcuno parlò di «fantasma che canta». L'anno dopo Rachel, la sua compagna, diede alla luce il loro unico figlio. Gli fu imposto il nome di Noah, «perché, al pari di Noè, progetti l'Arca, per traghettare gli innocenti in un mondo sereno, sulla Luna». La serenità familiare arginò la solitudine ma non debellò i fantasmi: quando Noah s'addormentava, il padre girava per ore, guidando rasente i campi. I fari azzurri frugavano tra i cespugli «e mi sembra di vivere un sogno, ma ho idea che qualcosa di minaccioso m'attenda».
Né il successo del nuovo album, e dei successivi, attutì il senso d'estraneità che divideva Thom Yorke dal mondo e dalla fama. «Mi sento equiparato a quella scimmietta di Michael Jackson - disse in un'intervista, citando Saul Bellow -, o alla sua valletta in guèpiêre, Madonna». E poi: «Lo strapotere dei computer ti dà un senso d'impotenza». E ancora: «Guardo chi mi parla e mi chiedo come dev'essere il suo teschio, guardo il diavolo e penso: qualunque cosa io faccia, sarà lui a ridere per ultimo». E infine: "L'ultimo messaggio di Dio, dopo la creazione, fu: ci scusiamo per i disagi arrecati».
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JAZZASCONALuogo: Stresa
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Molti ancora non sanno che il popolare festival Jazzascona (un tempo Ascona/New Orleans jazz festival), da almeno tre edizioni ha un prologo in Italia, in quel di Stresa, e – dalla scorsa edizione - un epilogo, sempre italiano, a Cannobio e ciò grazie alla collaborazione tra il direttore artistico Nicolas Gilliet e le rispettive amministrazioni comunali e la Provincia del VCO.
Quest’anno il festival ha per sottotitolo Sophisticated lady, nel segno di un festival al femminile, proponendo non solo donne cantanti, ma anche strumentiste.
Lasciata al suo destino, per motivi tattici, la “vecchia conoscenza” della Regeneration Brass Band di New Orleans, mi sono concentrato su tre (dei quattro) gruppi per me “nuovi”: la Regeneration, vista e sentita dal 2010 ed anche nel 2011 numerose volte in Ascona [come si fa a perdere una marchin’ band (gruppo di strumenti-ottoni e percussioni che suona e marcia per la strada), che tutti i giorni, più volte al giorno, è una colonna sonora ambulante per le strade ed i vicoli di Ascona, se si è “residenti” per la manifestazione?], pur validissima e molto divertente verrà di nuovo a sonorizzare le mie giornate asconesi. Questo sostanzialmente è quanto rilevo dalla mia serata di mercoledì 20 giugno a Stresa, appunto, per l’apertura del festival.
Partenza con un personaggio alla sua prima apparizione in Europa, fresca e carina, la pianista-cantante Champian Fulton, con un suo trio che vede Mathias Allamanne al contrabbasso e ospite speciale Fukushi Tainaka alla batteria. Secondo Gilliet questa giovane potrà essere una nuova Diana Krall....ma, molto più vicino a noi, in tema di pianiste/cantanti, io continuo ad amare quella Laura Fedele, che pure di festivals di Ascona ne ha fatti almeno due, e proprio qui a Stresa si era esibita con grande successo due anni orsono. La Krall lasciamola ai pivelli ed ai neofiti.
La Fulton dimostra una qual certa classe e su classici come Exactly like you, Pennies From Heaven - il primo brano che cantò in pubblico ancora bambina - o Lover Come Back To Me si muove a proprio agio: è una brava cantante, ma nel ruolo di pianista mi piace a tratti, ho apprezzato il suo solo in un brano di Cole Porter dal titolo It’s allright with me. Senza grande personalità, anche se funzionale all’organico ed ai brani, il bassista Allamanne, a differenza del batterista Tainaka, che ha carattere e si sente. Dato comunque il ruolo di apri-pista nella sua prima data italiana, il caldo umido e le zanzare che accorrono da ogni dove nella piazzetta, l’insieme è buono ed in sintesi la Fulton va tenuta d’occhio e d’orecchio…. sa regalare con facilità buone emozioni ed è una frontwoman spigliata e brillante.
Secondo gruppo della serata il quartetto (piano,sax tenore, basso e batteria) del contrabbassista/cantante Mark Brooks da New Orleans, alle prese con un repertorio variegato, ma di sicuro impatto e spessore musicale: a questo gruppo è toccato l’onere e l’onore di accompagnare le New Orleans ladies, cioè due cantanti donne, la stupenda e coinvolgente Anais St John (vedi foto) e la più matura, straordinaria Germaine Bazzle. La prima è davvero intrigante e come show-girl è scesa dal palco invitando la platea a partecipare attivamente allo spettacolo; la seconda ha dimostrato notevole espressività, arrivando a prodursi in un solo di voce ad imitazione di un trombone con sordina nella classica ellingtoniana Don’t get around much anymore.
Il quartetto ha fornito numerose prove di valore, su tutte una incendiaria versione del classico calypso St Thomas – pubblico entusiasta...
Infine quella che secondo me è stata la vera epifania della serata, il valore aggiunto ad un’apertura di festival comunque ricca di emozioni e qualità: The Australians. Costituita da elementi centrali della scena musicale australiana, ecco una swing band che ha davvero tutto per divertire un’ampia gamma di ascoltatori, dai vecchi jazzofili agli assoluti principianti; un settetto compatto e coeso, servito nelle presentazioni dallo humor del batterista Anthony Howe, con un trombonista/arrangiatore/cantante, Dan Barnett, e una figura di culto cioè il trombettista Bob Henderson, ma nessuno ha demeritato.
Prendono il palco e dopo le presentazioni di rito (rappresentante Città di Stresa e Gilliet) partono con una determinazione ed una solidità impressionanti; i brani si susseguono in un alveo stilistico di swing classico, frammisto ad episodi di jazz arcaico (Bill Russell rag, Riverboat shuffle, Shangai shuffle), tutti i membri del gruppo sono sempre sul pezzo e ci regalano gemme come una Mood Indigo vocale, dai fiati morbidissimi ed una rumba, Buena Vista, (sì, proprio da Buena Vista social club) il cui piano solo sostenuto da una lunghissima rullata di batteria crescente alla fine è da incorniciare...deliziosi, giù il cappello. Certe volte non è tanto importante COSA suonano, ma COME suonano ed in questo caso è stato così. Altre perle ci sarebbero da raccontare, come la Melancholy lullabie con chitarra in primo piano, ma voi segnatevi questo nome – The Australians – ed organizzatevi per raggiungere Ascona, - trovate tutte le info sul sito ufficiale www.jazzascona.ch - se il buongiorno si vede dal mattino, il divertimento e la qualità musicale sono assicurati.
Chissà se Paul Mc Cartney, uno degli invitati eccellenti ai festeggiamenti per il 60esimo di regno della regina Elisabetta, ha pensato almeno per un momento all’anniversario che, meno di due settimane dopo, avrebbe visto lui protagonista. Perché lunedì 18 giugno, oltre a dover pagare (grazie Monti!) l’ennesima tassa iniqua cui il Bel Martoriato Paese è soggetto, il fan medio italiano avrà rivolto un certo un pensiero al Macca nostro che, come direbbero oltremanica, turns seventy.
Settant’anni da mito vissuti neanche troppo pericolosamente, a parte qualche trascurabile vicissitudine giudiziaria, come quella derivante dallo scherzetto che l’amico Lennon (più sua moglie che lui) gli giocò nel gennaio 1980, avvisando le autorità giapponesi che l’ex bassista dei Beatles stava entrando in suolo nipponico con dell’erba in valigia (per la cronaca, scherzo pesantino: una settimana di galera, e non esattamente in una suite).
A proposito di Beatles, sembra fatto apposta, ma tra pochi mesi (5 ottobre) saranno cinquant’anni dalla pubblicazione del primo 45 giri: Love me do/P.S. I love you. La brevità della carriera dei Beatles, come ogni altra cosa riguardante il complesso, è stata fatta oggetto di studi e pubblicazioni d’ogni genere, ed uno dei peggiori e più difficilmente estirpabili luoghi comuni sulla band è che la sua fine sia stata decisa da Paul. Non è così, e ve lo dice un lennoniano de féro.
Sul finire del 1968, John si sente già un ex, abbagliato com’era dalla figura di Yoko Ono, le cui colpe nello scioglimento del complesso sono assolutamente consistenti, la quale in un colpo solo aveva sostituito Cyhntia Powell e i Beatles, diventandone moglie, partner artistico, forse persino personificando la figura della madre che John aveva traumaticamente perso due volte, anche se qui si esce un po’ dal seminato. Era stato Paul ad assumere allora la direzione artistica del gruppo, spingendolo (in armonia con George Martin) ad affrontare il progetto Get Back, quelle famose session dal vivo senza sovra incisioni del gennaio ’69, per recuperare lo spirito dei tempi d’oro, cozzando però ben presto contro il disinteresse e l’anarchia generale. Nel corso dei mesi successivi, McCartney fece di tutto per tenere insieme il gruppo, anche tiranneggiando, certo, non era possibile lasciar naufragare così un'avventura irripetibile senza lottare. Ma i mulini a vento sono quello che sono. Quando, ai primi del 1970, ascoltò il vinile di Long and winding road e si rese conto dello scempio che Spector-il-pazzoide aveva fatto sulla sua musica, semplicemente capì che non era più cosa. Si prese poi lo sfizio di annunciare al mondo la fine della band, un atto forse subdolo ma figlio della frustrazione. Un altro luogo comune lungo come la fame è il fatto che le sue opere soliste siano delle schifezze. Certo, lo shock da scioglimento può portare a Wild Life, ma due anni dopo anche a Band on the Run. Gli album degli Wings, dileggiati all’uscita, hanno opportunatamente subito col tempo una revisione critica che ne ha riconosciuto il vero valore. E gli altri? Andatevi a riascoltare i dischi di McCartney degli ultimi cinque lustri, diciamo da Flowers in the dirt a Flaming Pie, da Driving Rain a Memory almost full, passando per Chaos and Creation in the Backyard, datato 2005, il capolavoro assoluto; commuovetevi per Friends to go o English Tea e liberatevi dal pregiudizio.
Settant’anni costantemente sotto i riflettori, più di Dylan, che li ha compiuti da un anno, o di Jagger, che li compirà l’anno prossimo. Anche per i quasi trent’anni di matrimonio con “The lovely” Linda Eastman, interrotti da un tumore e non da quelle separazioni milionarie tipiche delle unioni tra vip. Pratica solo rimandata al 2006, grazie alle nozze sbagliate con Heather Mills; ma Paul è, evidentemente uno che all’amore ci crede, così ci ha riprovato: il 9 ottobre (questa data mi ricorda qualcosa) 2011 ha sposato Nancy Stivell. E se ci crede lui, figuriamoci se non ci credono le mogli, che sposano una banca vivente.
Settant’anni, infine, in cui a parlare per lui è stata la musica. Se c’è qualcosa su cui non si potrà mai discutere, è l’abilità del musicista McCartney. E i suoi live restano degli happening in piena regola. Andatevi a rileggere la cronaca entusiasta del ns.collega Signorelli sul live di sette mesi fa a Milano. Happy birthday, allora, Sir Paul.
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