Prosegue il programma 2012/2013 della rassegna di musica jazz dal vivo JAZZ’APPEAL, presso la sala Planet Soul, in via Magenta 3, a Gallarate. Ospite della serata, martedì 5 febbraio alle ore 21.30, sarà l’“INSIDE JAZZ QUARTET”, con Massimo Colombo al pianoforte, Tino Tracanna al sax, Attilio Zanchi al contrabbasso e Tommy Bradascio alla batteria.
L'espressione artistica di Tango Negro Trio riguarda principalmente il tentativo di Juan Carlos Caceres di evidenziare come il tango non consista semplicemente in una rivisitazione in chiave sensuale di modi di danza all’europea, ma contempli nel profondo della sua anima forti influenze dettate dalle tradizioni e dai ritmi africani, penetrati nell’America del Sud attraverso forme quali la milonga e il candombe.
Sabato 25 gennaio alle ore 21l'Auditorium A. Paccagnini di Castano Primo (MI) ospiterà un concerto lirico con introduzione all'ascolto e videoproiezioni sulle ambientazioni dei melodrammi per rendere omaggio e per celebrare il bicentenario della nascita del Cigno di Busseto. La storia delle sue grandi creazioni musicali e di un secolo di vita italiana, cantate e raccontate da un eccellente trio vocale, accompagnato al pianoforte da Angiolina Sensale.
Biglietto €. 12,00 - ridotto €. 10,00
Info e prenotazioni:
Auditorium A.Paccagnini piazza xxv Aprile (via Magenta)
tel.3484020648 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.auditoriumpaccagnini.it
So che sulle pagine di AMAmusic siete abituati ad altre recensioni, concerti rock, pop, jazz, magari anche opera, ma si dà il caso che per un po' di tempo vivrò a Londra, uno dei poli mondiali di un genere che adoro, il musical, dunque mi sono chiesto: «perché non azzardare qualche recensione?». Ovviamente la mia risposta è stata «perché no?», in fondo anche cercando sul web è molto più difficile reperire informazioni su questo tipo di spettacolo, soprattutto sulle novità, che non sul concerto della rock star di turno, perciò eccomi qua.
A volte, assistendo a certi concerti, ho l’idea di trovarmi davanti alla perfezione, sebbene sia opinione comune che tale stato non appartenga a questo mondo. Così andavo ragionando la sera del 18 Dicembre u.s., circa le doti rare dispiegate dai musicisti nel locale e tante altre virtù e felici risultati che hanno fatto di quel concerto un evento memorabile.
Quando il trepestio dei piedi, sulle predelle dei banchi, segnalò l'impazienza della scolaresca, il maestrino smise di declamare e ripose nel cassetto Lo Hobbitt di Tolkien. Poi da sotto la cattedra trasse il basso e collegò il cavo con la presa, erano tempi artigianali. «Proviamo Singin' in the rain», ordinò, e da sotto ogni banco scaturì uno strumento: un umile ottavino e la cavernosa maestà d'una tuba, silhouette serpentine di sax, la snellezza retrattile d'un trombone, un flicorno petulante e due chitarre dall'accordatura precaria. Sulla quarta B le finestre irradiavano un lucore invernale e sorella Ruth, la preside, reputò inutile affacciarsi per dire, col suo tono burbero: «Non discuto i suoi metodi, professor Sumner, ma riduca il rumore: disturba le altre classi». L'episodio tornò alla mente di Sting dodici anni dopo, era l'87 e su Rio de Janeiro pioveva un acquoso dicembre. L'auto portò lui e Trudie nel cuore della foresta, la facciata gotica emerse tra il verde e parve annunciare una chiesa cristiana, più che un tempio sincretista: era, in realtà, entrambe le cose. Entrarono. Lo striscione, sopra l'altare, prometteva luz, paz, amor, i fedeli vestivano tuniche verdi trapunte di stelle, un prete intonò una nenia. Nei boccali il liquido - melmoso, marrone - aveva un ingrato sentore di petrolio: bevvero, e il sapore era ributtante quanto l'odore.
Il più celebre ed esterofilo dei musicisti indiani s’è spento martedì a quasi novantatrè primavere. Ai suoi allievi più celebri, nei cui gruppi d’appartenenza ha introdotto il suono gracido e ammaliante del sitar, è sopravvissuto di un quarantennio abbondante (Jones) e di undici anni (Harrison). Operazione non riuscita col compositore statunitense Philip Glass, con cui collaborò in alcune produzioni a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.
Ravi Shankar, l’ ambasciatore della cultura indiana nel mondo, nel cui curriculum spicca uno show alla Casa Bianca al cospetto dell’allora presidente Ford, assurge a fama internazionale dopo la metà degli anni sessanta, quando gli ascoltatori dell’album “Revolver”, un dischetto di poche pretese che sparì in fretta dalle classifiche e dall’immaginario collettivo, avvertirono un sound non proprio rispondente ai canoni, peraltro in fase di totale sconvolgimento, del quartetto di Liverpool. Il sitar esordì in “Love you to”, e avrebbe accompagnato altre composizioni di Harrison, tra cui “Within you without you” e la magnifica, pressoché dimenticata “The inner light”, ascoltabile all’epoca solo sul retro del quarantacinque giri “Lady Madonna”. Per gli Stones, la musica del sitar è udibile nel celeberrimo singolo “Paint it, black” e nell’album “Between the buttons”, sempre a cura di Brian Jones, assai più talentuoso di Richards o Jagger ma purtroppo anche assai più debole. Il momento di maggior notorietà del maestro è certamente il “Concert for Bangladesh”, 1971, nel quale Harrison, riconoscente e generoso, concede a lui e ai suoi strumentisti addirittura venti minuti di spazio per le proprie musiche, oltretutto all’inizio del concerto; gli spettatori dovevano essere muniti di spirito Zen, se è vero che tributarono loro le stesse ovazioni destinate poi ai vari Clapton e Dylan.
Nel corso del decennio, Shankar rimase, quasi sempre grazie a George, ancorato al music-biz. Fu un infarto, dovuto allo stress probabilmente, a consigliarli di limitare la sua presenza sotto i riflettori, intorno al 1975. Non smise comunque di produrre musica ed incidere dischi, quasi fino ai giorni nostri, visto che l’ultima opera, “Flowers of India”, risale al 2007 quando contava ormai ottantasette anni suonati. L’ultima partecipazione in pubblico di rilievo, l’happening al Royal Albert Hall per il George Harrison Tribute, avvenne nel 2002, nel primo anniversario del decesso dell’ex-Beatle. Il suo virtuosismo gli ha fruttato anche due Grammy.
Lascia una testimonianza artistica imponente e d’impatto assai significativo sulla cultura occidentale. Da una vita privata che definir vivace è un blando eufemismo, lascia anche due figlie musiciste, di cui la più celebre è la mai riconosciuta (malgrado il “parere” del DNA) Norah Jones, più altri eredi da altre relazioni…alla faccia dello zen!
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