E’ scomparso in questi giorni uno dei più talentuosi tastieristi che la scena rock abbia visto in azione: parliamo di Jon Lord, settantun anni compiuti da qualche settimana, anima storica dei Deep Purple, per i quali impreziosì i suoni di virtuosismo in tutti i dischi editi tra il 1968 e il 1998.
Lord ha attraversato il pianeta- tastiera sperimentandone ogni possibile ambito, ed invariabilmente con risultati strabilianti. Formatosi da studi classici (frequentò il Royal College of Music a Londra), s’interessò dapprima agli ambienti jazz, per poi essere catturato, a metà degli anni sessanta, dal vortice del rock psichedelico, del quale era impregnata profondamente la prima proposta artistica del gruppo, sino ad approdare all’hard rock così come l’abbiamo maggiormente conosciuto e apprezzato.
Nel primo settennale di vita della band, Lord ne fu fondatore e leader artistico: nei primi dischi dei “Deep Purple”, e in modo particolare in “The book of Talyesin”, il musicista comincia a trasferire su vinile la sua massima ambizione: fondere rock E classico; il risultato è udibile in tracks come “Shield” o “Anthem”. L’amore per la sperimentazione portò Lord a raggiungere traguardi impensabili, per l’epoca: come l’ amplificare il proprio Hammond attraverso un Marshall da chitarra, agevolando così non poco il lavoro dell’unico chitarrista Blackmore che si sforzava per dare ai Purple il suono più duro possibile. Contrario, assolutamente, all’avvento del sintetizzatore, che adoperò col contagocce, arrivò a perfezionare questa sua tecnica particolare in album come “In rock”, 1970, a ragione ritenuto il vero capolavoro del gruppo, in tracce quali “Child in time” o “Speed king”. I Purple terminarono poi la prima parte della loro esistenza a metà decennio, con l’abbandono di Blackmore, susseguente a quelli di Gillan e Glover.
Negli anni successivi, Lord intraprese una carriera solistica inevitabilmente di più basso profilo rispetto a quella con la band, ma nel corso della quale si tolse, per sua stessa ammissione, le migliori soddisfazioni, come in “Sarabande” o nel sofferto, più orientato al classico “Pictured within”, della fine degli anni ’90. Per quell’epoca, i Deep Purple s’erano già riformati, ripartendo da “Perfect strangers” (1984), naturalmente con la presenza del tastierista, che vi rimase sino allo scioglimento definitivo, sancito da un’opera dal titolo profetico, “Abandon” del 1998. Da non dimenticare la sua presenza, in tono leggermente defilato, nei Whitesnake di David Coverdale. L’ultimo lavoro di Jon Lord è un prodotto blues-rock, datato 2007, sotto la sigla “Hoochie Coochie Men”. Poi la battaglia con il cancro, intrapresa nell’agosto del 2011 e persa meno di un anno più tardi.
Quale modo migliore di rendere omaggio al genio di Lord se non quello di (ri) scoprire la sua musica? Oltre alle citate opere da studio, imprescindibile è l’ascolto delle produzioni live più emozionanti, quali “Concerto for Group and Orchestra” del 1969, o “Made in Japan” , del 1972.