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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

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Martedì, 29 Novembre 2011 17:07

Ricordo di George

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Non è semplicissimo, per me, tracciare un ricordo di George Harrison dieci anni dopo la sua scomparsa, il 29 novembre 2001. Perché difficile è salvarsi dalle sabbie mobili della retorica, difficile se non impossibile parlarne, prescindendo dall’alone di misticismo, di sacralità oserei dire, che tutti (media, pubblico, addetti ai lavori, lui stesso, in parte) hanno contribuito a cucirgli addosso a partire da un dato momento della sua carriera, e che tuttora ne contraddistingue l’ icona.

Un paio d’aggettivi avevano contrassegnato i quattro sin dall’ inizio della loro avventura: John, l’intellettuale, il macho. Paul, il bello, Ringo, il nasone, il simpatico. George era sempre stato, negli schemi rigidi e illusori dell’ immaginario collettivo, il Beatle riflessivo, silenzioso, e qui chiunque conosca in maniera appena approfondita la storia del gruppo, qualcosa da ridire la troverebbe. Da lì a diventare pastore d’anime, il passo è stato breve, complice lo sbocciato amore (1967) per la filosofia orientale che gli ispirò i testi di alcune canzoni (“Within you without you” e “The inner light” su tutte) e il celebre viaggio in India del 1968 nel quale coinvolse la band intera, un’esperienza che, sfortunatamente per George, di trascendentale ebbe ben poco. Passione sincera, la sua? In quegli anni, certamente si. Conoscerà Ravi Shankar, con la cui collaborazione realizzerà il grandioso progetto degli aiuti al Bangladesh e tornerà spesso in India, sua magione spirituale. Vivrà gli anni conclusivi della Beatle-era e quelli appena seguenti in simbiosi con un Dio la cui essenza avverte fortemente (nei dischi "All things must pass" e Living in the material world" è una presenza quasi tangibile), ma che lo costringerà ad affrontare pesanti crisi di coscienza: non doveva essere facile per uno degli uomini più celebri e ricchi del pianeta, vivere e lavorare tenendo alta la bandiera di un puro, fervido ascetismo. La passione era autentica, ma forse non sempre compatibile con la sua realtà, il che deve avergli procurato non poche sofferenze. Costretto a fare i conti col contrasto tra un spirito ardentemente devoto e una realtà quotidiana di una carriera tutta da (ri)costruire, mentre l'onda lunga e rassicurante del nome Beatles andava affievolendosi, George attraversa un momento difficile, creando dischi ("Dark Horse" e "Extra texture") eccessivamente cupi, moralizzanti, infarciti di riferimenti alla “questione religiosa”, ai quali s'aggiungevano le beghe legali e personali, i problemi fisici, che infestarono ad esempio la tournèe americana del 1974. Pubblico e critica voltano le spalle. Quando Harrison si ferma, per quasi un anno tra la fine del '75 e il settembre del '76, la luce (per restare in tema) si riaccende. Trova la forza di liberarsi da ogni condizionamento, circoscrivendo la propria religiosità in un ambito più privato e personale. Quelli tra il 1976 e il 1981 sono gli anni più felici della sua carriera solista, con "Thirty three and a third", l'omonimo "George Harrison" (che avrebbe venduto milioni di copie, fosse stato pubblicato all’inizio piuttosto che alla fine della decade) e "Somewhere in England".

Dopo il mediocre "Gone Troppo" del 1982, George prese un lungo anno sabbatico dal music biz, ricomparendo, in realtà dopo un lustro, nel 1987 con "Cloud Nine",l'opera migliore della sua intera vicenda artistica. Altri interessi erano comparsi nella sua vita: la produzione di film, il progetto "Traveling Wilburys", le corse automobilistiche: a quarantacinque anni aveva ripreso pieno controllo sulla sua vita. Dopo l’estemporanea ed in fin dei conti insignificante riunione con Ringo e Paul per il progetto “Beatles Anthology” (1994), dozzinale operazione di mercato che riesuma inediti di Lennon riarrangiati dai tre superstiti, il nome George Harrison tornerà sulle copertine di un disco solo nel 2002, il postumo “Brainwashed“ , grazie all'opera di rifinitura e completamento del figlio Dhani e dell'amico di sempre, Jeff Lynne, che era stato con lui anche nei Traveling Wilburys. Anche oggi, a dieci anni dalla scomparsa, come allora, gli articoli celebrativi parlano del beatle mistico, della guida spirituale dei beatles…a me piace invece ricordare George per la sua musica, la quale (opinione personale), per colmo d’ironia è apparsa più bella proprio dal momento in cui, come abbiamo visto con fatica, il musicista è riuscito a liberarsi dalla pesante etichetta di santo con candele. Con l’eccezione di “All things must pass“, s’intende, ma quello era un momento storico ed emozionale irripetibile, nel quale la potenza creativa di Harrison, forse troppo a lungo frenata degli ego invadenti di John e Paul, esplode con veemenza. Lo ricorderò come una personalità gentile, divertente, ironica. Certamente da non santificare, ma che mi sarebbe piaciuto poter continuare ad ascoltare.

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Paul McCartney band on the run tour Milano

Paul McCartney

Luogo: Mediolanum Forum, Assago (MI)
Data: 27 novembre 2011
Evento: Band On The Run Tour 2011
Voto: 10


Paul McCartney - voce/chitarra/basso/mandolino/ukulele/pianoforte  |  Rusty Anderson - chitarra |  Brian Ray - basso / chitarra |  Paul "Wix" Wickens - tastiere | Abe Laboriel Jr  - batteria


Erano passate quasi tre ore e tutti sul palco iniziavano a dare segni di cedimento: gli occhi di Rusty Anderson erano sempre più infossati, Abe Laboriel Jr aveva donato alla spettacolo anche l’ultima goccia di sudore, ma lui, Paul McCartney, continuava a mantenere l’aplomb di un baronetto invitato a Buckingham Palace nell’ora del te. Tra le sue mani è passata almeno una mezza dozzina di strumenti musicali e su ciascuno il suo tocco è stato pressoché impeccabile. Toglieva il fiato sentirlo intonare, solo sul palco con la sua acustica, Blackbird o Yesterday, con quel timbro limpido dall’intonazione innata e totalmente incurante del tempo che passa.

Sono le nove spaccate e McCartney saluta il pubblico del Mediolanum Forum con Hello, Goodby dichiarando, basso Höfner alla mano, l’impronta beatlesiana che avrà la serata; servono per questo musicisti parecchio ferrati con cori e doppie voci, come risulta chiaro fin dalle prime note di All My Loving, introdotta da qualche parola in italiano dell’ex Beatle.

Dopo Jat, McCarney abbandona la giacca nera profilata in rosso per restare avvolto nel bianco della sua camicia, spezzato solo dalle linee sottilissime delle bretelle. All’esplosiva Drive My Car segue un estratto dell’ultimo album firmato Fireman e The Night Before, suonata per la prima volta in Italia.

Per il riff graffiante di Let Me Roll It (Wings) McCartney affida a Brian Ray l’accompagnamento al basso e impugna la chitarra elettrica che sostituirà nel brano successivo con quella utilizzata per la registrazione originale di Paperback Writer: canti, controcanti su un ritmo serrato mettono a dura prova i musicisti che tuttavia non sbagliano un colpo. Il “THANKS” scritto con lo scotch sul retro della chitarra che a fine canzone Rusty Anderson esibisce al pubblico sembra voler dire: «Ce l’abbiamo fatta».

Quasi per dare tregua alla sua band, Paul siede al pianoforte e attacca senza esitazione la struggente The Long And Winding Road, seguita da Nineteen Hundred and Eighty-Five («per i fan dei Wings» - dice) e Baby I’m Amazed, facendo sfoggio di un’estensione vocale incredibile. Tra un brano e l’altro c’è spazio per alcuni micro-siparietti intrisi di brit humor allo stato puro e qualche accenno alla canzone italiana: Piove (Ciao Ciao Bambina) di Modugno mentre saluta gli spalti più lontani e O sole mio quando sotto le sue dita passano le otto corde di un mandolino.

Torna quindi all'acustica e, con un tocco invidiabile e la quasi perfezione esecutiva, Paul McCartney intona I Will, poi ricorda le lotte per i diritti civili vissute in prima persona negli anni ‘60 con Blackbird (peccato che migliaia di battiti di mani non abbiano compreso la solennità del momento) ed infine dedica (in italiano) Here Today al suo amico John.

La scanzonata Everybody’s Gonna Dance Tonigth mette fine al momento più toccante dello spettacolo, complice un balletto irridente del gigante Abe Laboriel Jr che, mentre tiene il tempo con la grancassa, agita le braccia in stile “Saturdaynight Fever” conquistandosi l’applauso divertito dei 12 mila del Forum prima di sostenere l’impegnativa backingvoice di Eleanor Rigby.

Da polistrumentista irriducibile, Macca fa l’omaggio più bello all’amico George Harrison, accompagnando con l’ukulele le prime strofe di Something «perchè - spiega - è così che molti anni fa l’avevamo suonata assieme e così ora la voglio suonare per voi». Quando la chitarra elettrica fa breccia nel brano e il riff si accompagna alle immagini in bianco e nero di Harrison, le vibrazioni in fondo allo stomaco non sono dovute al volume dell’impianto...

Ecco quindi Band On The run, Ob-la-di, Ob-la-da e una propulsiva Back in USSR, sostenuta da una combinazione di immagini e luci che fino a questo momento non era stata all’altezza dello show; McCartney può permettersi variazioni sul tema originale sfiorando note dell’ottava superiore.

C’è ancora spazio per I’ve Got A Feeling e il medley A Day In The Life /Give Peace a Chance prima del gran finale al pianoforte: tra Let it Be e Hey Jude esplode Live And Let Die con giochi pirotecnici e musicisti scatenati per il palcoscenico.

Rientrando per il bis, McCartney e la sua strepitosa band sfoderano il tris All You Need Is Love - Day Tripper - Get Back e, al secondo richiamo del pubblico, dopo una Yesterday da pelle d’oca, l’attacco inconfondibile è quello di Helter Skelter. Paul McCartney chiude il concerto al pianoforte, parlando con il suo pubblico: è lucido, composto, la voce identica all’inizio del concerto (e a trent’anni fa).

Chiunque abbia pensato «meglio andare questa volta a vederlo perchè non so quante occasioni avrò ancora per farlo», di fronte ad un talento del genere e a quel perfetto stato di conservazione, dovrà necessariamente ricredersi.

Leggi "Sotto il palco" di Marco Signorelli


 

SCALETTA

 

Hello, Goodbye (Beatles)
Junior’s Farm (Wings)
All My Loving (Beatles)
Jet (Wings)
Drive My Car (Beatles)
Sing the Changes (Fireman)
The Night Before (Beatles)
Let Me Roll It (Wings)
Paperback Writer (Beatles)
The Long and Winding Road (Beatles)
Come and Get It
Nineteen Hundred and Eighty-Five (Wings)
Maybe I’m Amazed
I’ve Just Seen a Face (Beatles)
I Will (Beatles)
Blackbird (Beatles)
Here Today
Dance Tonight
Mrs Vandebilt (Wings)
Eleanor Rigby (Beatles)
Something (Beatles)
Band on the Run (Wings)
Ob-La-Di, Ob-La-Da (Beatles)
Back in the U.S.S.R. (Beatles)
I’ve Got A Feeling (Beatles)
A Day in the Life / Give Peace A Chance (Beatles)
Let It Be (Beatles)
Live and Let Die (Wings)
Hey Jude (Beatles)

All You Need Is Love/She Loves You (Beatles)
Day Tripper (Beatles)
Get Back (Beatles)

Yesterday (Beatles)
Helter Skelter (Beatles)
Golden Slumbers / Carry That Weight / The End (Beatles)

 

Sogno n. 1 - Fabrizio De AndreLui si diceva, autocritico fino all’assillo, “compositore di un-pa un-pa, afflitto da balbuzie melodica”. Ché non seppe mai, Fabrizio De André, di essere il gran musicista che illustri sodali, da Piovani a De Gregori, da Pagani a Milesi, onoravano in lui. «Oggi ecco la prova – dice Dori Ghezziche non era soltanto un poeta maiuscolo, se dalle sue musiche scaturisce un disco come questo». E indica Sogno n° 1, preziosa raccolta di canzoni di De André, dove è la gloriosa London Symphony Orchestra ad accompagnarne la voce, e sono gli arrangiamenti d’un grande Geoff Westley, registrati negli studi beatlesiani di Abbey Road, a tramutarne le melodie in affreschi sinfonici.

Si parte con Preghiera in gennaio, era un uggioso gennaio del ’67 quando a Ricaldone d’Acqui seguimmo la bara di Luigi Tenco, e Fabrizio quel testo l’aveva appena scritto. Oggi smaltito il dolore e illanguidito il ricordo il brano appare come svincolato dall’asprezza della cronaca, dunque nuovo: un inno solidale, il canto dei suicidi «che all’odio e all’ignoranza/ preferirono la morte» e che rialimenta la voce magica di De André, adagiata su un dolce intrico d’archi e fiati a sostituire l’organo onirico di Gian Piero Reverberi. Cui quarantaquattro anni dopo Westley avvicenda, appunto, reverberi metafisici, controcanti soavi, impennate cocenti, un viaggiare oltre la storia nei retroterra dello spirito.

Poi «luce luce lontana/ che si accende e si spegne/ quale sarà la mano/ che illumina le stelle»: ed ecco il ritmo elastico di Ho visto Nina volare, non c’è batteria, provvedono violoncelli e contrabbassi a scandire la melodia ampia, scritta con Ivano Fossati coautore ispiratissimo. E appare perfino brusco il passaggio da qui alle trasparenze impressioniste di Hotel Supramonte, riletta parrebbe da un Ravel prigioniero sui monti barbaricini intanto che la voce scava nel tumulto dell’anima e vi innesta il nerbo della ragione. E così sia in un caleidoscopio di colori e umori, di più, in una serrata dialettica di emozioni e lucidità: quell’implacabile lucidità di Fabrizio che – diceva Fossati – «fa quasi paura». E’ come se Geoff Westley riarrangiandolo smascherasse l’emozione sottesa di un brano tra i più lancinanti di De André, quell’emozione che lui sopra tutto temeva, senza riuscire a nasconderla.

Ecco perché questo Sogno n° 1 è un album all’apparenza discosto dallo stile, direi dal metodo di Fabrizio, di fatto contiguo alla sua vocazione più profonda, sebbene segreta. E dunque, in fondo, gli sarebbe piaciuto: perché, pur dissociandosene per antico vezzo, vi si sarebbe riletto. Ad onta di certe magniloquenze, di certi calligrafismi insistiti, forse impliciti alla forma sinfonica e, chissà, inevitabili. Ma è il dazio imposto alla passione con cui Westley si è speso in questa fatica commovente. Variamente apprezzabile, diciamolo, e tuttavia intrigante: come nella sbarazzina vivezza con cui viene riletto il Valzer per un amore, brano in sé non memorabile cui nulla aggiunge il canto non intonatissimo di Vinicio Capossela, e molto la nuova orchestrazione. O in Anime salve, rifatta col concorso introspettivo, assorto, lirico di Franco Battiato, sicché questa canzone che esalta la solitudine si tramuta in duetto, fruttuosa incongruenza.

Ma il vertice massimo eccolo in Laudate hominem, il coro conclusivo di La buona novella. Di cui Westley, la London Symphony e il coro diretto da Antonio Greco ricreano gli echi stravinskiani inventati nel ’70 da Reverberi, la fermezza ribollente delle voci e degli ottoni, la declinazione umanistica fatta musica. Aspetto importante, quest’ultimo: che nel rivestire a nuovo le melodie di De André Geoff Westley è arrivato anche al cuore dei testi, ne ha stanato la poesia acre e l’intrinseco umanesimo, e dunque la complicità col canto di Fabrizio, qui mai prevalente sull’orchestra e mai succube di essa, è stata totale.

Lunedì, 28 Novembre 2011 16:00

Grande musica con Ares Onlus di Legnano

Ares Onlus - eventi per il mondoL’associazione Ares onlus di Legnano, allo scopo di finanziare le proprie iniziative umanitarie, ha organizzato quattro eventi musicali che si svolgeranno presso il teatro Galleria di Legnano. Il primo, intitolato UN INCONTRO IN JAZZ, vede insieme artisti di fama mondiale, Gino Paoli, Flavio Bolto, Danilo Rea, Rosario Bonaccorsio e Roberto Gatto. Da febbraio 2012 altri straordinari eventi musicali con Tullio De Piscopo, Giorgio Conte e Fabrizio Bosso.

PER ULTERIORI INFORMAZIONI:

Associazione Ares
www.eventiperilmondo.it

 

TELEFONO
+39 0331.540333


INDIRIZZO
Via Palestro, 9 - 20025 Legnano (MI)

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Giovedì, 24 Novembre 2011 15:48

Freddie Mercury vent'anni dopo

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Freddie MercuryEra il 23 novembre 1991, allorchè Freddie Mercury annunciava al mondo la propria sieropositività. Un annuncio quanto mai tempestivo, visto che il giorno dopo il leader dei Queen soccombeva alla malattia. Per alcuni mesi da allora, diciamo fino al mega happening Mercury tribute del 20 aprile 1992, la gigantesca onda emozionale che ha pervaso l’ambiente ha confinato in secondo piano il discorso meramente artistico. Dissoltisi col tempo gli offuscamenti dell’emotività, chiunque dotato d’un minimo di raziocinio non poteva che affiancare, con vivo dispiacere, al nome “Queen” la dicitura: “game over”. Oltre a svariati milioni di fan e addetti ai lavori sparsi nel mondo, così ha fatto ad esempio il signor John Deacon, musicista, membro della band dal 1973, non prima d’un paio di ultimi atti, diremo così, di congedo. Il primo era stato l’adesione ad un’espressa volontà del caro estinto, ossia il rifinire, arrangiare e pubblicare sotto forma di disco (Made in heaven, anno 1995), il materiale registrato dal gruppo con Freddie, si dice sino agli ultimi giorni della sua vita. Il secondo s’è verificato due anni dopo, tramite una nuova, sporadica, incursione in sala, per la registrazione di Queen rocks, che vedeva l’inedito No one but you. Ultimata anche quest’esperienza, Mr. Deacon, a poco più di quarantacinque anni e dunque malgrado la prospettiva di diversi altri decenni di carriera musicale, saluta tutti e abbandona le scene. Una scelta forse estremista, magari discutibile, certamente dignitosa.

Diversa, come sappiamo, la scelta degli altri due membri del complesso. Dall’ abbandono definitivo del bassista, il nome “Queen” è stato trascinato e diluito in un numero imponente d’operazioni. Che comprendono tre album dal vivo, quattro compilations, sei box sets e un solo disco di inediti, ascritto a Queen + Paul Rodgers. Come abbiamo qualche giorno fa anticipato sul magazine, l’ultima novità in ordine di tempo, è il reperimento di un duetto, forse addirittura di una serie di duetti, tra Mercury e Michael Jackson. Piuttosto macabro, vero? Il fatto saliente resta comunque che, negli ultimi quattordici anni, il nome “Queen” sia stato tenuto in vita e la band venga tuttora considerata esistente malgrado un solo disco (il progetto con Rodgers, appunto) di inediti, che sfortunatamente non contiene granchè d’ interessante.

Io non nego, evidentemente, il diritto sacrosanto di Brian May e Rogeer Taylor di continuare a restare nel business, ci mancherebbe altro, anche da ultra sessantenni sono in eccellente compagnia, vedi McCartney, Jagger, Clapton oppure i nostri Conte, Battiato e via elencando. Ma perché restare ostinatamente agganciati al marchio, perché non crearsi un nome nuovo (l’hanno fatto persino gli Oasis, con tutto il rispetto) o semplicemente portare avanti, come si fa in genere quando una band si scioglie, delle carriere soliste? Quelle di Taylor e May sono ferme al 1998. Sono un ingenuo, è vero, però è un peccato che si debba sempre raschiare il barile del mito, più che altro è dura da mandar giù per chi, e sono un numero incalcolabile, ha amato i Queen veri, i quattro originali il cui segno distintivo era Freddie che dominava baldanzoso il palco davanti a una folla adorante. Il fatto che questa sia ancora, e resterà, l’immagine del gruppo nell’immaginario collettivo di milioni di persone basta a dimostrare l’assurdità dell’ accanimento terapeutico cui i suoi stessi (ex) membri lo sottopongono. A proposito di Freddie, dato che dopotutto è lui che stiamo celebrando nel ventennale della scomparsa, sarebbe bello sapere anche il suo parere.

Avrebbe approvato tutto ciò? Forse era esattamente questo che intendeva quando, giusto pochi giorni prima di andarsene, aveva lanciato al mondo il suo ultimo slogan, “lo spettacolo deve continuare”? Forse non pensava però, fino a questo punto…

Giovedì, 24 Novembre 2011 13:54

Storia di musica n. 2 - Serge Gainsbourg

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Serge Gainblourg - Storie di Musica di Cesare Romana

Suo padre, un ebreo moscovita fuggito a Parigi dopo la débâcle dello zar, portò con sé la famiglia, l'opera omnia di Dostoevskij e un sogno: suonare Rachmaninov all'Opéra. Un fato malevolo lo confinò a strimpellare canzonette nei cabaret, e lui si vendicò imponendo ai figli lo studio del pianoforte, e una mal digerita vocazione al concertismo. L'ultimogenito, Lucien, si vendicò a sua volta, snobbando Rachmaninov e strimpellando canzonette nei cabaret, a riscatto di un'infanzia condannata alla solitudine da un'aerofagia patologica: "Balie e governanti - svelerà nell'autobiografico Evguénie Solokov - ne erano atterrite. È vero, una mi istruì sull'alfabeto cirillico, un'altra m'insegnò a suonare l'harmonium, ma le più fuggirono, inorridendo ai miei cinguettii di bebé emessi par derrière".
Ad acuire la sua selvatichezza provvide l'occupazione nazista, che lo costrinse a girare con la stella di David cucita sulla camicia, "rischiando ogni giorno d'essere issato su un vagone piombato": "Ho vinto una stella gialla", canterà anni dopo, con raggelante sarcasmo. E intanto mutò in Serge Gainsbourg il nome e il cognome d'origine, Lucien Ginsborg, e a undici anni debuttò, travestito da diavolo, nel music-hall di Fréhel, regina della rive droite. Fu un pompiere in servizio ad offrirgli la prima Gitane della sua vita: l'ultima l'avrebbe fumata cinquantadue anni dopo, sul letto di morte, dopo aver cantato che "Dio è un fumatore di Avana/ è stato lui a svelarmi/ che il tabacco porta in paradiso".


Il teatro gli ispirò un amore lunatico, com'era nella sua indole. Passò alla pittura, deciso ad emulare l'estro frenetico di Delacroix, che si vantava di eseguire un ritratto nei pochi attimi in cui un suicida lascia il balcone per sfracellarsi sul selciato. Lo attrasse il dadaismo di Picabia, poi lo sedusse l'asserzione di Paul Klee, che "solo i bambini, i pazzi e i primitivi hanno ancora il potere di vedere". S'iscrisse all'Académie di Montmartre, quindi al liceo Condorcet. Fu apprezzata una sua copia del Perseo di Benvenuto Cellini, del quale lesse l'autobiografia e mutuò la sregolatezza. L'antisemitismo vigente nulla poté contro il nitore del suo talento, salvo il fatto che "la spontaneità dei miei schizzi fu presto irreggimentata dai pedagoghi, che non sapevano cosa farsene dei miei palloni cubici, dei conigli a scacchi, dei maiali blu e di altri embrioni fantastici. Eccelse ai corsi di nudo, finché i corpi delle modelle, gonfi o ossuti che fossero, non scatenarono la sua misoginia. Ma agevolarono in lui "una vera maestria nel disegno, inferiore soltanto a quella dei miei peti": che imparò ad attribuire, per sottrarsi all'imbarazzo, a Mazeppa, il suo bulldog dai dolci occhi rosei e perennemente stupiti.


L'espediente non gli evitò l'espulsione dall'accademia. Morto il padre, ne dilapidò l'eredità in bagordi e macchine d'epoca, si guadagnò da vivere insegnando disegno, facendo da baby sitter ai figli dei rifugiati israeliti, colorando le foto dei divi del cinema e suonando nei piano-bar. Passava di casa in casa - Salvador Dalì fu tra i suoi anfitrioni - e d'amore in amore, corteggiatissimo nonostante il viso corrucciato e le orecchie a sventola. E tuttavia sprezzante, nei confronti delle amanti, fino a dedurre che "è meglio la tua assenza della tua incoerenza": come cantò per una di esse nel disco d'esordio, affollato di controllori del tram che sognano il suicidio, battone che biascicano chewing gum durante l'amore, amanti persi "nella noia mortale che provo con te/ tanto che d'amore in amore prendo una penna/ e riempio di nero le A e le O del giornale".


A scriver musica aveva cominciato nel '54, celandosi dietro lo pseudonimo di Julien Grix, in omaggio all'eroe stendhaliano e al pittore cubista Juan Gris. Fece il pianista e il direttore d'orchestra, debuttò in radio e in una boîte degli Champs Elysées conobbe Boris Vian, che sul Canard enchaîné inneggiò al nuovo talento: "Se abbaiate contro le false canzoni e i falsi della canzone - scrisse - comprate questo disco". Alludeva a Le poinçonnier de lilas, primo successo di Serge. Un critico vi scoprì che "Gainsbourg usa le parole per strappar loro la maschera, e dietro la maschera c'è il vuoto": e d'altronde "meglio non pensare a niente che non pensare affatto/ niente è assai meglio di tutto", aveva decretato Serge, imprigionando il proprio destino in un ossimoro, quello d'un anarchico senz'ombra di utopie. E per tutta la vita avrebbe continuato, da nihilista assoluto, a bollare, sì, le ipocrisie dei perbenisti, la corruzione dei potenti, le devastazioni del nazismo elencate in Rock Around The Bunker, ma nella certezza che contro l'eclisse dell'etica non c'è redenzione: "Quando ho finito le mie otto ore - scrisse - non mi restano, per sognare, che gli orribili fiori della carta da parati".


Né l'amore gli offrì scampo: Je t'aime... moi non plus, il suo brano più noto, apparve, con i suoi sospiri orgasmatici, un tributo alla forza vivificante dell'eros. Fu, invece, la constatazione che l'ossessione sessuale non è che un ripetitivo agitarsi, ché "l'amour phisique est sans issue". Trovò tuttavia in Jane Birkin la passione più grande della sua disamorata esistenza: giunta dopo due mogli, due paternità e altrettanti divorzi, e dopo l'effimera liaison con Brigitte Bardot, per la quale quella canzone fu scritta, per essere poi interpretata a due voci con Jane.


Con l'epopea dei grandi chansonniers ebbe un rapporto da guastatore: praticò il jazz, precorse la world music, s'adattò allo yé yé per demolire l'illusione, letteraria e teatrale, di cui s'era alimentata la grande chanson française. E per fare soldi: "Se scrivo dodici capolavori e li metto in un disco - confidò - due di essi avranno successo, gli altri saranno ignorati. Se scrivo dodici canzoni per altrettanti interpreti, i successi saranno dodici". Brigitte Bardot, Dionne Warwick, Donna Summer, France Gall, Petula Clark, Dalida, Juliette Gréco furono tra le interpreti d'un canzoniere che aggregava humour nero, levità strafottente, vicende di depressione, malattie, droga. E il cui autore si definiva, con tetra civetteria, "fiero, maldestro, violento", e ancora "ladruncolo, grande falsario, depresso forsennato".


Si costruì una tematica imponendosi un'esistenza spericolata: vodka e champagne per prima colazione, cinque pacchetti di Gitanes al giorno, le notti passate per strada a fraternizzare con gli spazzini, o nei commissariati in cerca di ladri, spacciatori e puttane cui rubare il segreto del non vivere. Invitato a recitare in uno sceneggiato sulla Rivoluzione francese, pretese per sé il ruolo del marchese di Sade. In un varietà televisivo bruciò una banconota da cinquecento franchi, prima d'intonare la Marsigliese a ritmo di reggae. Bissò lo scandaloso successo di Je t'aime... moi non plus registrando, con la figlia Charlotte, una sulfurea Lemon incest. I grandi maledetti del jazz, Charlie Parker, Thelonius Monk, Miles Davis alimentarono il "cubismo ritmico" e la tensione perversa della sua musica, ma fu Charles Baudelaire il definitivo modello. Refrattario alla fede dei suoi avi, e per nulla imbevuto di religione dell'uomo, Gainsbourg trovò nei Fleurs du mal un appropriato vangelo. Fece sua la metafora baudelairiana del Trismegisto, "Satana culla il nostro spirito incantato/ sul guanciale del Male/ ogni giorno scendiamo d'un passo verso l'inferno/ senza orrore", e concordò col poeta nel delegare alla morte, che "ogni giorno scende, fiume invisibile, nei nostri polmoni", l'approdo liberatorio al nulla. Che lo soccorse nel 1991: quando il fegato cirrotico, i polmoni ingrommati, il cuore disinnescato e ribelle lo condussero pietosamente alla fine. È lecito intuire il sollievo con cui Serge Gainsbourg, dal disilluso dandy ch'era stato, s'abbandonò a quel Niente inseguito per tutti i sessantatrè anni della sua vita. "La seule solution c'était de mourir", aveva cantato del resto, con Brigitte Bardot, in Bonnie et Clyde. Nella bara ottenne che gli mettessero un pacchetto di Gitanes e una bottiglia di whisky.

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Un incontro in Jazz

Luogo: Teatro Verdi, Padova
Data: 18 novembre 2011
Evento: Padova Jazz Festival 2011
Voto: 8


Gino Paoli - voce  |  Flavio Boltro - tromba  |  Danilo Rea - piano  |  Rosario Bonaccorso - contrabbasso 
Roberto Gatto - batteria


Chissà se all’epoca in cui scriveva La Gatta, Gino Paoli avrebbe mai pensato di ritrovarsi, a distanza di 50 anni, a swingare in giro per il mondo assieme a quattro tra i migliori jazzisti sulla scena internazionale. Che l’abbia fatto o meno, lo spettacolo Un incontro in Jazz, con quell’alto mix di mestiere, passione e divertimento, è un perfetto connubio tra due generi, il jazz e la canzone cantautorale, che tendono solitamente a non parlarsi. E quando, sul palco, musicisti del calibro di Danilo Rea, Roberto Gatto, Rosario Bonaccorso e Flavio Boltro si divertono, è matematico che anche il pubblico venga travolto dalla stessa euforia.

La serata, che si sarebbe snodata tra standard e celebri composizioni dell’autore de Il Cielo in una stanza, ha due introduzioni: la prima, in diretta, della presentatrice del Padova Jazz Festival; la seconda, in lingua spagnola, registrata durante un precedente concerto a Cartagena, è parte integrante dello show «perché – afferma Paoli – quella voce ci fa arrapare, e l’arrapamento è condizione necessaria per un buon concerto».

Su uno swing fluido e sensuale, la melodia di Time After Time è intagliata dalla voce ruggine di Paoli; quando si interrompe è per lasciare che i musicisti si presentino, uno per uno, attraverso i loro solos. Il brano scelto per inaugurare la serie a firma Paoli, è Sapore di sale, seguito da La Gatta: simile ad una filastrocca scherzosa, la canzone si trasforma in un gioco di intese tra i musicisti con cambi di tempo e di ritmo, a seconda dello strumento solista, un’irriverente tromba growl e un contrabbasso percosso dalle sapienti dita di Bonaccorso, che non risparmia slide, armonici e slap; il cantante, dal suo sgabello, guada ammirato l’esecuzione rivoluzionata della sua composizione.

La lingua spagnola ritorna sulle note di Contigo en la distancia (Luis Miguel) seguita dalla bella prova vocale di Vivere Ancora: è però la tromba di Boltro ad aprire e chiudere il brano concedendosi sul finale una divagazione effettata, con sovrapposizioni e intrecci giocati sul delay.

Senza fine, (cui aveva reso omaggio anche Markelian Kapedani con il suo pianoforte solo in apertura di serata) è il pretesto per un funambolesco assolo di batteria: a metà del brano la scena è lasciata interamente a Roberto Gatto che, per stupire, sceglie di semplificare: posa le bacchette e a mani nude, pelle contro pelle, libera il suono più puro e primordiale delle percussioni. La platea è quasi ipnotizzata.

Smile (Nat King Cole) e Que reste-t-il de nos amours? (Charles Trenet) precedono l’ultima tranche di brani di Paoli: E m’innamorerai, Che cosa c’è, Ti lascio una canzone (accompagnata solo da Danilo Rea) e, gran finale, Il cielo in una stanza.

I bis sono acclamati a gran voce da tutto il teatro, che faceva registrare il tutto esaurito già da giorni.

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