Varese ospiterà Paolo Conte per un doppio appuntamento i giorni 1 e 2 ottobre. La prima serata vedrà il cantautore astigiano esibirsi in concerto per il decennale del teatro Apollonio; il giorno succesivo Conte riceverà il premio “Le parole della musica”, riconoscimento assegnato dal Premio Chiara, in collaborazione con il Premio Tenco.

Il programma:
Tutti i concerti in programma si terranno presso il Teatro Sociale – Piazza Plebiscito, 1
Lunedì 17 ottobre ore 21
Joe Locke – vibrafono
Dado Moroni – pianoforte
Rosario Giuliani – sassofono contralto e soprano
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Ore 23 Jazz Galà (Gastronomia Crespi)
Martedì 18 ottobre ore 21
Lydian Sound Orchestra
Arrangiatore e Direttore Riccardo Brazzale
Pietro Tonolo – sassofono contralto e soprano
Robert Bonisolo – sassofono contralto e tenore
Rossano Emili – sassofono baritono e clarinetto
J. Kyle Gregory – tromba - piccolo
Roberto Rossi – trombone
Dario Duso – tuba
Paolo Birro – pianoforte
Marc Abrams – contrabbasso
Mauro Beggio – batteria
Mercoledì 19 ottobre ore 21
Proiezione del film documentario Michel Petrucciani – Body & Soul
del regista Michael Radford, presentato all’edizione 2011 del Festival di Cannes.
Costo del biglietto € 4.00 – ingresso gratuito per gli abbonati
Giovedì 20 ottobre ore 21
Louis Hayes & The Cannonball Legacy Band
Louis Hayes – batteria
Vincent Herring – sassofono contralto
Philip Harper – tromba
Rick Germanson – pianoforte
Richie Goods – contrabbasso
Venerdì 21 ottobre ore 21
Enrico Rava Tribe
Enrico Rava – tromba
Gianluca Petrella – trombone
Giovanni Guidi – pianoforte
Gabriele Evangelista – contrabbasso
Fabrizio Sferra – batteria
Sabato 22 ottobre ore 21
Kyle Eastwood - Songs From The Chateau
Kyle Eastwood – contrabbasso
Jim Watson – pianoforte
Richard Beesley – sassofono tenore
Henry Collins – tromba
Martyn Kaine – batteria
GRANDE JAZZ... all’UNIVERSITÀ
Università Carlo Cattaneo - LIUC - Aula Bussolati Piazza Soldini, 5
Venerdì 4 Novembre ore 21
Cordoba Reunion
Javier Girotto – sassofono baritono e sassofono soprano
Gerardo Di Giusto – pianoforte
Carlos “El Tero” Buschini – contrabbasso
Minino Garay – batteria e percussioni
Ore 23 Jazz Fantasy (Compass Group)
Venerdì 11 Novembre ore 21
Antonio Faraò Trio
Antonio Faraò – pianoforte
Darryl Hall – contrabbasso
Dejan Terzic – batteria
Venerdì 18 Novembre ore 21
Rachel Gould Luigi Tessarollo Quartet
Rachel Gould – voce
Luigi Tessarollo – chitarra
Aldo Zunino – contrabbasso
Alfred Kramer – batteria
Ore 23 Wine Jazz (Pro Loco di Castellanza)
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DIAMANDA GALÁSwww.diamandagalas.comLuogo: Auditorium di Milano
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Incedere lento, ombra nell'ombra, l'ingresso in scena di Dimanda Galás è avvolto dal mistero di un ritualità esoterica; l'unico fascio di luce è puntato sul seggiolino del pianoforte a coda al centro del palcoscenico: l'incarnato pallido del suo volto si svela cautamente quando lo attraversa.
Uno sguardo fugace alla platea, le dita affusolate sui tasti e un'onda d'urto inchioda alle sedie gli spettatori, chi stupito, chi scioccato, chi già rapito. La Galás esige un rapporto schietto con il suo pubblico e il primo brano è un biglietto da visita che non lascia dubbi circa le sue potenzialità: acuti sopranili e modulazioni raffinate sono le ali per voli vertiginosi attraverso le quattro ottave della sua estensione (oltre ad essere un buon esercizio per scaldare le corde vocali, destinate nei successivi novanta minuti ad un lavoro arduo).
Le acrobazie vocali di Diamanda Galas si servono di lingue diverse per esprimere al meglio colori e sfumature fonetiche, sfruttando fino in fondo le peculiarità date dalla pronuncia e dal suono di ogni idioma. Poliglotta per via delle origini, sa come piegare al proprio volere (e valorizzare grazie al proprio stile) una struggente canzone popolare spagnola, un chanson française in trequarti, una ballata inglese di successo. Musiche turche, armene e gitane completano la scaletta dello spettacolo "The Refugee", improntato sul tema dell'emarginazione e della discriminazione dei profughi costretti ad abbandonare il proprio Paese.
Il lato più estremo ed oscuro dell'artista greco-americana viene scaraventato addosso alla platea per la prima volta durante il terzo brano, quando vocalizzi agghiaccianti, distorsioni gutturali e dissonanze laceranti svelano tutta l'anima maledetta della Galás più sperimentale. La successiva cover, Amsterdam di Jacques Brel, serve a tamponare lo sbigottimento che sgorga a fiotti tra le poltroncine di velluto rosso: un'interpretazione carica e sentita permette alla cantante di instaurare un rapporto di fiducia con la parte ancora scettica del pubblico, che risponde con un applauso scrosciante.
La suggestione dello spettacolo è supportata e corroborata dal lavoro sottile e ben orchestrato di tecnico luci e fonico, fidi collaboratori di Diamanda Galás. E così prima tutto si tinge di un rosso vivo in cui galleggiano acuti soffocati e strazianti, poi arriva il blu a suggerire un’atmosfera da favola noir, che ha per protagonista il suono effettato di un pianoforte spettrale e inquietanti frasi sussurrate.
Nel mezzo c’è tempo anche per un siparietto scherzoso, quando la Galás, non vedendo esaudita la sua richiesta d’acqua, si alza per recuperarla da sé e, tornata sul palco ancora a mani vuote, accetta le bottiglie offerte dalle prime file col sorriso sulle labbra e un atteggiamento per nulla viziato da divismo o presunzione.
Degna conclusione dello spettacolo, Heaven Have Mercy (successo di Edit Piaff del 1956) è un brano intenso e toccante, che rende gli spettatori ancora più affamati del rituale bis. Ve ne saranno due prima che Diamanda Galás lasci il palco tra il fragore degli applausi di un pubblico soddisfatto e arricchito.
di Martina Bernareggi
Apre i battenti la quinta edizione di MITO SettembreMusica, in scena dal 3 al 22 settembre. Milano e Torino si uniscono ancora una volta nella proposta di un Festival Internazionale capace di suggerire al pubblico, italiano e non solo, nuovi itinerari di ascolto, passione per la ricerca, affetto per la tradizione. Fedele alla propria identità, la manifestazione insiste nello sforzo - perseguito fin dalle origini e poi per tutto un lustro - di immaginare nuovi spazi ed esperienze musicali per il pubblico
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Per informazioni dettagliate: www.mitosettembremusica.it
Il padre di tutti i concerti di beneficenza ha compiuto quarant'anni.
Era il primo agosto 1971, quando al Madison Square Garden di New York, di fronte a 40.000 persone, un emozionato George Harrison dava il via al Concert for Bangladesh. Fu un kolossal di rilevanza mondiale. Il frenetico mondo del rock, ancora sottosopra dopo una serie di eventi luttuosi che avevano caratterizzato gli anni a cavallo tra i '60 e i '70 (le tragiche fini di Brian Jones, Janis Joplin, Jimi Hendrix e quella, solo un mese prima, di Jim Morrison) veniva ricompattato da un alone di positività e vedeva il nuovo decennio caricarsi di grandi aspettative.

George Harrison s'era sacrificato in un immane lavoro di organizzazione, contatti, mediazioni e diplomazia nel corso della prima metà dell'anno e, forte anche della riacquisita considerazione presso gli addetti ai lavori (il suo esordio "reale" da solista, il triplo All things must pass, aveva riscosso l'unanime plauso di pubblico e critica), riuscì a mettere insieme alcuni tra i più carismatici nomi della scena dell'epoca. In primo luogo, Dylan e Clapton, per i quali in quel momento storico la vetrina del Madison era manna dal cielo. Il menestrello di Duluth proveniva da due dischi, Self portrait (disastroso) e New morning (passabile) che rischiavano di minarne l'alone di infallibilità che s'era costruito negli anni precedenti. Clapton navigava a vista tra supergruppi troppo fragili ed il su e giù d'un pericoloso flirt con l'eroina. Il concerto per il Bangladesh rilanciò prepotentemente le quotazioni di entrambi: la lamentevole chitarra solista di Eric sprigionò (specialmente in While my guitar gently weeps) tutto il suo fascino struggente; Zimmermann ritagliò per sé stesso un concerto nel concerto infilando cinque grandi successi di fila (da A hard rain's a-gonna fall a Just like a woman) nel delirio della folla.
Ma sarebbe riduttivo non citare gli altri musicisti di livello che calcarono in quell'occasione il palco del Madison, da Leon Russel a Billy Preston, che suonava con George (e altri tre amici) nelle sessions di Let it be, Ringo Starr, che presentava la sua hit dell'epoca, It don't come easy, brano che inopinatamente raggiunse le prime posizioni ai due lati dell'oceano, e naturalmente il musicista indiano Ravi Shankar. Alter-ego di Harrison nel progetto, Shankar si riservò l'intera prima parte dello show, inondando la sala con una prolungata jam session di musica sacra indiana. Ma la sua presenza era estremamente funzionale al progetto. Fu lui, che l'aveva introdotto alla conoscenza del sitar, a illuminare Harrison circa le proibitive condizioni di vita cui versavano le popolazioni di quella zona dell'Asia, riportò cifre e statistiche drammatiche, inducendo l’ex-Beatle a lanciarsi nella grande avventura di questo happening. Che, alla fine, fruttò un totale di 243,418.51 dollari, prontamente versati all'Unicef. (Gli incassi delle vendite del disco e del DVD relativi sono tuttora devolute al George Harrison Fund for Unicef).
Il più acclamato fu, ovviamente, lo stesso George, che prestò si dimostrò perfettamente a suo agio nei panni di padrone di casa e chiuse poi lo spettacolo con Bangladesh e l'acclamata Something, l'unico suo brano ad essere comparso su un lato A dei 45 giri dei Beatles.
Non mancarono defezioni eccellenti. McCartney rispose nì poi declinò l'invito. Il ponte tra Lennon e Harrison si sgretolò di fronte al netto diniego di quest'ultimo di lasciar salire Ono sul palco, come John avrebbe voluto. Per una volta Lennon e McCartney si dimostrarono meno infallibili del solito. A corollario dell'enorme successo dello show, Harrison e soci dovettero inghiottire qualche boccone amaro, come il fatto che, per circa un decennio, il capitale destinato alla beneficenza rimase invischiato nelle sabbie mobili di una cieca burocrazia. Ma il Concert for Bangladesh ebbe il merito di aprire la grande era degli spettacoli del genere, tra cui il Live Aid di geldofiana memoria e il più recente Live Eight, solo per citarne un paio.
It's only rock'n'roll, direbbe l'assente Jagger, però in questo caso era stato utile.
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FOLK STONEwww.folkstone.itLuogo: Arena Sound Festival, Bagnatica (BG)
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Per un intero weekend la tranquilla cittadina di Bagnatica, una manciata di chilometri da Bergamo e poco più di 4mila abitanti, è stata invasa da migliaia di guerrieri celti radunatisi in occasione della terza edizione del Fosch Fest. Un’invasione pacifica di giovani e meno giovani che, armati unicamente di corni, elmetti vichinghi, kilt, borchie e birra, si sono riversati nello spiazzo dell’Arena Sound Festival sotto la guida di Månegarm, Heidevolk, Folk Stone, Korpiklaani e degli altri gruppi che hanno animato questa due giorni all’insegna del folk-metal.
La sera del sabato i Folk Stone, i “briganti di montagna” che da queste parti sono di casa, scendono a valle per una delle loro ormai note scorribande.
La loro musica, sostenuta da una possente base ritmica e dalla voce fiera e sporca di Lore, è basata su strutture piuttosto semplici che si rifanno all’heavy classico di stampo teutonico ma, allo stesso tempo, ricca di sonorità tipiche della tradizione nordica. Il ritmo indiavolati da ballo popolare delle cornamuse e gli spunti poetici dell’arpa e del rauschpfeife creano, accanto ai riff aggressivi della chitarra e al doppio pedale della batteria di Edo, un connubio di metal e folk celtico ben calibrato.
Un ulteriore valore aggiunto al lavoro di questa band è rappresentato dalle liriche, rigorosamente e coraggiosamente in italiano, e dai temi velatamente sociali affrontati da alcuni testi.
Pezzi come Terra Santa, Longobardia, Frerì, Nell’alto cadrò, Con passo pesante e Briganti di montagna, che in versione live acquistano ancor più carica e pathos, sono l’esempio più lampante dell’originalità di questo gruppo della bergamasca che nulla ha da invidiare ai ben più blasonati Korpiklaani - che hanno poi concluso la serata - e che ha la capacità di coinvolgere il pubblico ricreando atmosfere fortemente suggestive ma anche di comunicare qualcosa.
Alziamo dunque il corno e brindiamo ai Folk Stone!
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FRANCO BATTIATOwww.battiato.itLuogo: Villa Reale, Monza (MB)
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«Pump up the volume» esorta una voce femminile dagli altoparlanti. Che sia una comunicazione di servizio?
Non c'è tempo per le supposizioni: una propulsiva Up Patriots to arms irrompe con una potenza che i suoi 31 anni di storia sembrano aver caricato, anziché smussato. Come accadrà per altri brani durante la serata, il pezzo non è suonato in versione integrale: la band riassume in un'anteprima di poche battute quello che sarà lo spirito dell'intero concerto. Per capirci, è quanto accade anche nell'arte cinematografica (di cui Battiato non è certo digiuno): i titoli di testa spesso anticipano allo spettatore quello che accadrà nel corso del film.
Quindi, se abbiamo colto il messaggio, Franco Battiato si appresta a spruzzare dell'autentico rock 'n' roll tra la suggestiva cornice della Villa Reale di Monza, pennellando qua e là arrangiamenti raffinati e curati in modo quasi maniacale: musica popolare e colta si amalgameranno come colori stesi sulla tela da una mano sapiente. E così sarà.
Una prima sferzata di adrenalina scorre tra la platea assieme alle note di Auto Da Fe, No Time, No Space e Un'altra vita, spunto per una freddura sul protrarsi oltre misura delle opere pubbliche in Italia (la terza linea del metrò che avanza – ironizza Battiato - e io è da 30 anni che l'aspetto questa terza linea).
Una serie di successi più recenti, sostenuti a colpi di distorsione da un "tarantolato" Davide Ferrario, infuocano il pubblico che non può fare a meno di rimbalzare sulle sedie al ritmo di Tra sesso e castità, Il ballo del potere, Inneres Auge e una superba resa live di Shock in my town. In un crescendo di emozioni, la scaletta non poteva che prevedere due brani dello storico La voce del padrone. Dopo Gli uccelli e Segnali di vita, dritto nel cuore della serata, arriva il momento forse più alto del concerto con il Quartetto Italiano che è ora protagonista di due chansons francaises riarrangiate dallo stesso Battiato per il primo Fleur: l’interpretazione che ci offre de La canzone dei vecchi amanti e J'entends siffler le train è sublime.
Povera patria, tristemente attuale, riesce a smuovere i sentimenti del pubblico più di qualsiasi turbolenta canzone di protesta; subito dopo, a placare gli animi arriva Prospettiva Nievsky, brano etereo in grado di riconciliare chiunque col mondo intero.
Sapevo bene quanto il repertorio di Battiato fosse vasto e ricco di capolavori, ma mai me ne sono resa conto come in questo momento: La Cura, I treni di Tozeur, La stagione dell'amore, L'era del cinghiale bianco, La danza, E ti vengo a cercare e Cuccurucucu vengono snocciolati a raffica per un pubblico in delirio, già in piedi e accorso sotto il palcoscenico con il benestare del cantante Catanese che zampetta per il palcoscenico, balla e si agita come un ragazzino.
Il pubblico pienamente appagato inizia a defluire col sorriso sulle labbra, ma ci sono ancora delle perle che attendono di essere chiamate banalmente "bis": L'animale, Stranizza d'amuri e, ovviamente, Centro di gravità permanente, chiudono più che degnamente una scaletta strepitosa che nemmeno l'acustica non esattamente impeccabile del cortile di Villa Reale è riuscita a sminuire.
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