«...si',ma due sono vinile blue,vuoi mettere!»
Ormai anche gli amanti del vinile sono spacciati. Ho fra le mani il catalogo delle ultime uscite "vinilitiche": Achtung Baby degli U2, disco mediocre, esce in versione 4 LP: due di colore blue, con una valanga di remix, tracce inedite, rare B-sides, alla modica somma di cento euroni.
Poi scorgo Nevermind di Kurt Cobain e soci. Sono riusciti a dilatare anche questo in 4 LP de luxe edition: fioccano inediti (?), rarità ed altre amenità. La cifra è sempre un centino.
Per non parlare di gente tipo Jimi Hendrix, Doors, Beach Boys, ecc. L'appassionato dovrebbe acquistare almeno dieci edizioni dello stesso disco. La lista e' lunga ed abbraccia ogni genere musicale. Cosa sta succedendo?
La RIIA, Recording Industry Association of America (ve lo ricordate il logo sui vecchi Capitol?), l'ente che ha il controllo dell'andamento del mercato statunitense dei vari supporti musicali, ha sentenziato il crollo nella vendita dei supporti "fisici". Sta aumentando rapidamente, invece, quella dei supporti "liquidi", anche se il download illegale ed il P2P ci stanno dando dentro. Stiamo parlando di un crollo del 25% nelle vendite dei CD.
Nello stesso momento la vendita del vinile aumenta ad un ritmo del 23% l'anno. Era dal 1990 che non avevamo queste cifre: 4/5 milioni di pezzi, sempre "robetta", ma il trend e' netto. Business is business, ed il mercato del vinile è in espansione.
Ecco quindi il prolifierare di inutili riedizioni 180gr/200gr a prezzi esorbitanti. Belle copertine cartonate (quelle USA di una volta), magari ad album, qualche foto inedita ed il gioco è fatto. Ufficialmente, la scusa è che vengono utilizzati i masters originali. Non scherziamo. Edizioni jazz anni 50, già spremute mille volte, vengono rimasterizzate dai cd. Avviene un aumento generale del volume degli strumenti incisi, appiattendo la dinamica. Bella forza. Il mercato è speculazione e si inventa sempre nuovi sbocchi. Siamo noi che cadiamo nella trappola.
Va bene il feticcio anti-tecnologico. Va bene l'effetto nostalgia degli anni andati. The summer of love! Facciamoci furbi.
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Cherry Bombwww.myspace.com/cherrybombsoundLuogo: Locanda, Pogliano Milanese (MI)
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Se li cercate sulla loro pagina facebook, l’ accoglienza è di quelle che non lasciano adito a dubbi. “Stanchi delle solite coverband? Sono arrivati i Cherry Bomb!”. Un motto coniato apposta, mi sono detto leggendo, per dei musicisti che sanno il fatto proprio. Così sono andato a vedermeli, venerdì 11/11/11 (basta commenti sulla data palindroma, pietà!!) al “Locanda” di Pogliano Milanese per rendermene conto da vicino. Ed ho assistito a un concerto raffinato e potente nello stesso tempo, grazie all‘equilibrio ottenuto dall’ incontro dell‘elegante vocalità della lead singer, Barbara, con l’energico apporto musicale del gruppo, che vede Claudia al basso, Diego alla chitarra, Simone alla batteria e Sergio alle tastiere. Nella loro nota di presentazione, i ragazzi avvisano: rivisitiamo il pop-rock al femminile in chiave attuale, e il loro concerto ne è un’eccellente dimostrazione. Si parte con tributi a Lady Gaga (Born this way, Edge of Glory e Poker Face) e la versione dei Cherry Bomb dà linfa vitale a brani (tranne forse Edge of Glory) in sé piuttosto poveri, impreziosendoli con arrangiamenti rock che fanno a pezzi le banalità da dancefloor degli originali. E la posta in gioco si alza presto. Dopo il primo dei due omaggi a Madonna, Material Girl, che tra i brani proposti è forse il più fedele all’originale, ecco la prima sorpresa. Ossia una versione gothic-metal di Enjoy the silence, davvero coinvolgente, forse sarebbe stato così che i Depeche Mode l’avrebbero incisa se avessero cominciato prima ad abbandonare un po’ i synth per le chitarre. Ma è un inciso estemporaneo.
Il viaggio nel gentil sesso in musica riprende subito con Kate Perry, le cui celeberrime Hot‘n‘cold e I kissed a girl vengono riproposte con la stessa veemente energia degli originali. E la melodia? Ci arriviamo, o meglio ci arrivano, subito dopo con First day of my life, la bellissima canzone di Melanie C, l’unica ragazza spice che abbia un briciolo (più d’un briciolo, in realtà) di talento e giustamente stia portando avanti una carriera artistica d‘un certo livello. A questo punto, a pubblico definitivamente conquistato, inizia la parte più gustosa dello show. L’ asticella della difficoltà per la vocalist s’alza d’un paio di spanne quando i Cherry affrontano materiale come My happy ending della Lavigne oppure Heavy cross degli “scandalosi” Gossip, durante la quale Barbara e Simone (drummer d’evidente estrazione hard’n’heavy malgrado maltratti una batteria elettronica) duellano ognuno con le proprie armi: acute contorsioni vocali e lancinanti stacchi di rullante & timpani. C’è spazio per un nuovo ossequio alla signora Ciccone, con una versione di Like a prayer e, nel momento più caldo della serata, ecco quel che non ti aspetti: il Queen-tribute. E non si tratta di materiale tra il più accessibile: con I want to break free, Don’t stop me now e Under pressure, ogni musicista ha il suo momento di gloria: prima Diego e la sua chitarra che sembrano Brian al Wembley, poi il pianoforte ispirato di Sergio e infine il basso di Claudia, che nell’esecuzione del mitico duetto Queen-Bowie fornisce anche una consistente prova da backing vocalist. Meritati, a questo punto gli applausi a scena aperta del pubblico, e la band torna a brevi incursioni dance con l’ ovattata Narcotic (Chi ricorda i Liquido? I tedesconi si sono appena sciolti, dopo dodici anni di carriera e cinque album) e nientemeno che The look, che oltre vent’anni fa diede il via alla stagione dei Roxette.
Poi una sorpresa: i cinque eseguono un brano delle Runaways, che dà il nome al gruppo.“Cherry Bomb è una bella prova corale, io ci ho visto echi del Bowie di Low, a qualcuno presso di me ha richiamato alla memoria le spregiudicatezze dei Sex Pistols. E’ utilizzato per la presentazione dei ragazzi, ognuno dei quali si prende la propria razione di consensi. Non ci resta che gustare l’accuratezza dell’esecuzione di Gold, omaggio agli spesso sottovalutati Spandau Ballet, ed assistere alla chiusura, con il vecchio cavallo di battaglia dei Blondie. Call me, affrontato con l’usuale vigore nonostante siano trascorse già due ore di concerto.
Chiusura poi, per modo di dire. Quarto d’ora di pausa, quattro chiacchiere e poi Claudia annuncia “qualche” bis. Saranno otto, alla fine, Queen compresi, altro che stanchezza. Una performance impegnativa e notevole, certamente ben riuscita per una band che tornerò a vedere più che volentieri…magari senza aspettare la prossima data palindroma!
Dev’essere una questione tricotica: l’irriducibile chitarrista riccioluto dei Queen (o meglio, dei “furon Queen”) sembra essere legato alla sua carriera artistica almeno quanto lo è al suo leggendario parruccone: entrambi danno evidenti segni dei cedimento, ma lui non vuole farsene una ragione. Stessa cosa accade al meno eloquente Roger Taylor, storico batterista della formazione, che non ha mai rinunciato ad una chioma ravvivata a furia di colpi di sole.
Chi, invece, ha saputo dare un netto taglio alla zazzera è stato il grande assente, l’introverso John Deacon, che ha donato indelebili riff di basso alla sua band (finchè l’ha considerata tale) per poi cancellarsi dalla scena pubblica: mai più avrebbe calcato un palcoscenico dopo il doveroso tributo a Freddie Mercury (Wembley, 1992).
Dalla morte del leader dei Queen, l’accoppiata Taylor-May ha iniziato a vagare senza sosta (e a volte senza pudore) per il mondo del music-biz, senza perdere occasione per ri-scoprire, ri-suonare, ri-editare, ri-spolverare … insomma, ri tutto il possibile. Bisogno di soldi o accanito attaccamento nostalgico ai fasti del passato? Io credo la seconda.
Ma vediamo in cosa consiste esattamente l’ultima ri-scoperta resa pubblica da Brian May qualche ora fa: tra le registrazioni inedite della voce di Mercury sono stati ri-trovati dei duetti con Michael Jackson. Mi sembra sentire ciò che si è mateializzato tra i neuroni eccitati del Dr chitarrista-astrofisico che ha dato i natali a We Will Rock You quando è venuto a sapere che la proprietà dei diritti di Jackson avrebbe dato il consenso per l’inizio della lavorazione del materiale: “Due bei cadaveri tutti per me! Non vedo l’ora di occuparmi di quelle tracce...un sacco di tracce da sovrapporre ed arrangiare: ho il dovere morale di far ri-vivere le loro voci”.
La versione rilasciata ufficialmente, tuttavia, è un po’ diversa.
A chi lo accusa di voler condurre tutta l’operazione a soli scopi promozionali e di lucro, Brian May risponde che l’obiettivo con cui lavora a questo progetto nulla ha a che fare con il vil denaro: «Lavoro sulle idee nell’ottica di vedere come possono andare a finire. Quando sentiamo che per qualcosa ne vale la pena, trovo sia bello riuscire a farcela».
«Va bene dottor May» annuisce il complice batterista ossigenato - di nuovo nella mia immaginazione - già seduto dietro le pelli con le bacchette tra le mani.
La domanda che sorge spontanea e proprio questa: ne vale la pena? Vale la pena di pubblicare due tracce registrate durante un incontro tra amici, in un clima probabilmente confidenziale, un giorno in casa Jackson? Che apporto qualitativo possono dare alla produzione di due geni indiscussi del pop? E che valore possono aggiungere al loro lascito artistico?
E soprattutto, chi può sapere quali fossero gli scopi con cui Mercury e Jackson hanno registrato quelle due tracce?
Con tutto il rispetto, Dr May, di certo non tu.
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ROSA BRUNELLO QUINTETLuogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arszio (VA)
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Rosa Brunello - contrabbasso ! David Boato - tromba e flicorno | Piero Bittolo Bono - sax | Riccardi Chiarion - chitarra | Luca Colussi - batteria |
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Se non proprio un filo conduttore, si può scorgere, nell’ultima serie di concerti dell’Art Blakey jazz Club di Busto Arsizio, una tendenza: dare sempre più spazio a formazioni capitanate dal gentil sesso. Alla grandiosa prova dei Gaia Cuatro, tracciata dall’archetto impetuoso di Aska Kaneko, è seguito il concerto del trio di Chihiro Yamanaka ed infine la prova di questo giovane quintetto voluto da Rosa Brunello, graziosa e tanace contrabbassita lagunare.
E’ sua la firma su quasi tutti i brani suonati nel corso della serata, che inizia appunto su un riff di contrabbasso, subito rimarcato dalla batteria nell’attesa che anche la chitarra si aggiungesse affinché il sax di Piero Bittolo Bono e la tromba di David Boato potessero spiaccare assieme il volo.
Stesso incipit per la seguente Viali in fiore: il contrabbasso scandisce un riff orecchiabile replicato dalla chitarra elettrica su cui sax e tromba entrano sinuosamente all’unisono. Cambio di tempo e ritmo per uno stacco swingante prima del ritorno al tema iniziale, da cui sfileranno gli assolo dei musicisti con un Bittolo Bono scatenato.
Spazzole e flicorno per la successiva ballata Sister 'n Lò, dedicata alla sorella nel giorno delle sue nozze, in cui trova spazio un assolo della Brunello prima che il sax si faccia carico della chiusura del brano. Decisamente più frenetica e articolata, Malasaña sembra evocare il vivace quartiere di Madrid da cui prende il nome, diventando quasi delirante nell’assolo finale del sax tenore in cui Bittolo Bono sembra fare il verso a John Zorn.
Al rientro in scena dopo la pausa il quintetto esegue il primo brano che non porta la firma della sua leader, ma di un altro Brunello, il padre di lei. David Boato abbandona la sordina utilizzata il Laguna per tema e assolo, eseguito con qualche esitazione, della successiva Camarones a la plancia.
Prima di chiudere il concerto Rosa Brunello dedica un brano alla danzatrice e scenografa Pina Bausch in nome di una sorta di sincretismo artistico da cui i musicisti a volte non possono prescindere.
Di questa giovane formazione, quello che salta subito all’occhio è la determinazione e l’entusiasmo e, in particolar modo per quanto riguarda l’autrice dei brani, una notevole propensione alla melodia che conferisce un’immediata orecchiabilità a molti dei brani proposti. D’altro canto si sente forse la mancanza durante l'esecuzione di "altruismo" e condivisione, nel senso che, troppo concentrati sui loro strumenti, complice probabilmente la mancanza d’esperienza, i musicisti riescono ancora a creare quell’atmosfera ludica e consapevole che riesce sempre ad appagare anche chi è in ascolto.
Il reverendo Furnier s’adagiò sulla sua poltroncina di prima fila, si celebrava il memorial dedicato a Lenny Bruce e la platea era colma. Aspettava che suo figlio Vincent apparisse sul palco per cantare, e pensò: «Chissà se riesce a farsi ascoltare, timido e smilzo com’è». Fu in quella che una luce sciabolò la ribalta, e al centro apparve un figuro col viso incrostato di biacca, parrucca corvina, occhi affondati in due chiazze di bitume e un pitone avviluppato attorno al torace. «Ma non doveva cantare Vincent?», chiese il reverendo al conoscente che gli sedeva accanto. «È lui, solo che adesso si chiama Alice Cooper», fu la risposta. Il buon pastore levò al cielo gli occhi supplici, poi svenne.
Il concerto non fu un successo, con tutti quei polli di gomma decapitati a rasoiate, secchiate di sangue finto, chitarre da mattatoio. Dopo una decina di canzoni, in sala, rimase solo un tipo irsuto, lo sguardo spiritato, che più il grand guignol, sul palco, incarogniva più lui si sfrenava di applausi. Era Frank Zappa.
Tra il pontefice freak e il promettente catecumeno l’intesa fu immediata, e inevitabile. Si tradusse in due dischi di vigoroso insuccesso, e si capisce perché. Zappa era un coltissimo uomo di musica, con ascendenze europee e col vizio della grandezza: impastato di genio vero, era arrivato al rock passando per Stravinskij e Varèse, e alla strategia dello sberleffo transitando per Artaud, Grosz, il vaudeville, Tristan Tzara. Vincent Furnier era nient’altro che un ex bravo ragazzo americano, con una sola idea chiara: «Il rock ha bisogno di robaccia. Quando si fa troppo raffinato, c’è necessità di gente come me: che faccia musica di merda e spettacoli di pessimo gusto». Con questi concetti era scampato a un’infanzia per bene nella laboriosa Detroit, riscattandosi ben presto dall’essere figlio d’un pastore battista, e in più scolaro passabile e cantante d’innocui gruppi beat. Un giorno, in un’osteria di Phoenix, una zingara gli aveva svelato che in lui riviveva, reincarnata, tale Alice Cooper, strega secentesca puntualmente finita sul rogo. «Se sono la sua reincarnazione tanto vale che ne assuma il nome», aveva detto Vincent, per nulla preoccupato che si trattasse d’un nome da donna. «E se assumo il nome d’una strega, la mia musica deve andare di conseguenza», aveva concluso, dal pragmatista che era, innamorato per giunta di Frankenstein, Dario Argento, Carpenter.
Fatale, dunque, che il sodalizio con Zappa tramontasse nel nulla, come dal nulla era nato. A Vincent-Alice non resta che mettersi in viaggio, come un missionario di Belzebù, sostando su palcoscenici di suburra con la sua faccia livida da annegato, la magrezza invernale e il fedele pitone a fargli da sciarpa. «I miei genitori - spiega - detestavano i Beatles finché non hanno sentito i Rolling Stones. Per ripicca ho deciso di fondare un gruppo, nei confronti del quale gli Stones sembrino una band di suddiaconi». Nel suo bagaglio teoretico c’è che l’androginia, nel rock, raddoppia la teatralità e che la teatralità, fin dai tempi di Sofocle, non può prescindere dall’attrazione dell’uomo per la distruzione di sé, e dunque dalla sua vocazione alla morte. Quanto alla sua ideologia, si riassume in una sfida: «Studenti borghesi e intellettuali d’avanguardia si baloccano con trasgressioni tutte di testa. Vogliono il freak? Glielo do io, ma quello vero».
Finisce come doveva finire: Alice Cooper incontra un nuovo produttore, Bob Ezrin, con tanto uso di mondo da capire, grazie all’intelligenza brada dell’istinto, che quel ragazzotto uscito dalla sala-trucco di Satana non è un flatus vocis, è un caposcuola. Il risultato sono un singolo e un album di successo, (1971) e (1972).
Ai cronisti allocchiti, Ezrin presenta il suo pupillo, salutando in lui «lo psyco-killer che è in tutti noi, l’abusatore, l’abusato, la vittima, l’assassino con l’ascia, il ragazzo morto in mezzo alla strada». E Alice rimerita l’orda nascente dei suoi fan con madrigali da obitorio: «Amo i morti prima che siano freddi/ sono carne livida da abbracciare/. Mentre amici e amanti piangono sulla tua tomba/ conosco altri modi di usarti, darling».
Come è prassi, l’America puritana insorge contro il bistrato profeta, che cuce in farse allucinate la follia e la necrofilia, lo scherno e il sentimento del nulla, la duplicità sessuale e la schizofrenia dell’etica a stelle e strisce, egualmente sedotta dai grandi principi e dalle bassezze del business. E come è prassi, l’anatema dei benpensanti accresce la popolarità di Cooper, ne è l’irresistibile lubrificante. Decine di gruppi e di rockstar, dai Kiss ai Deicide, da Ozzy Osbourne a Marilyn Manson avranno in Alice il loro maestro, molti angeli dannati del punk e dell’heavy metal troveranno in lui il loro Mosè, pochissimi intuendo la percentuale di gioco o di sghignazzo che sta dietro i suoi scenari: popolati di boa conscrictor, vampiri, giganti sventrati e orridi nani, di impiccagioni così finte che sembrano vere, di teste mozze usate per macabri football, di sudari sventolati come orifiammi al suono di God bless America.
Tale è il successo che anche uomini di genio vi s’inchinano. Come Salvador Dalì che a Cooper fa dono, dopo averlo scolpito apposta per lui, d’un microfono d’oro in forma di Venere. È l’avallo più autorevole, quello del maestro di Figueras: quasi una laurea ad honorem in surrealismo, per il figlio del pastore divenuto plenipotenziario delle loro sataniche maestà. E che conta tra i suoi estimatori, si mormora, un fan al di sopra d’ogni sospetto, Richard Nixon. È l’epoca di Killer, un titolo un programma: la più torbidamente geniale, o forse soltanto la più emblematica tra le tappe della carriera d’Alice. Che racconterà: «Los Angeles, a quell’epoca, era la capitale del peace & love, io e la mia band vi facemmo irruzione e la mettemmo a soqquadro col nostro feroce quintetto di zombie». E come uno zombie disfatto si presenta sul palco, il mascara che gli cola dagli occhi e nello sciabolare dei riflettori sembra che a colare siano gli occhi stessi, le labbra e il mento impiastrati di rossetto che potrebbe essere sangue. E così agghindato sventra bambolotti a colpi d’ascia, fa volare per il palco pollastri decapitati, fustiga ballerine e alla fine s’impicca. Per poi riapparire illeso e ghignante, in tuba e marsina bianche.
C’è chi lo va a vedere come si guarda un film comico, chi intuisce in lui una sorta di sciamano, chi soltanto un intrattenitore di talento. E per Alice è sempre più difficile mediare tra tutto ciò. «Amo l’orrore fondato sulla farsa», puntualizza: dunque il suo grand guignol mira soprattutto a far ridere. Ma c’è chi lo prende sul serio, e quando un ragazzo, uscito dal teatro, corre a casa e s’impicca, Cooper è costretto ad un’imbarazzata autocritica, quasi un’abiura: «È vero, amo l’energia del rock, l’adrenalina che scatena. Ma amo assai meno certi messaggi distruttivi, che si usa attribuirgli: troppi giovani li prendono per buoni e si uccidono».
Per l’eresiarca di Detroit, il suicidio di quel fan troppo labile segna una svolta. Senza rinunciare del tutto a se stesso, mister Hyde indossa la coscienza, se non la marsina, del dottor Jeckyll, e in Welcome to my nightmare lascia emergere, inatteso, un retrogusto moralistico: Steve, il protagonista, libera la propria mente dai mostri che ne insidiano l’affettività, sia pure nel consueto contesto di sangue e pupazzi smembrati. È, tra gli spettacoli di Cooper, il più raggelante ma, a suo modo, il più etico. E alla fine del tour Alice si ricovera, per depurare il proprio sangue dalle scorie di anni d’alcolismo, «che fu il mio antibiotico contro i germi della normalità».
Quando esce, lo «zombie feroce» di Love it to death, di Billion dollar babies, di Alice Cooper goes to Hell è più che altro un monumento a se stesso. La sua lezione è stata fatta propria da troppi emuli, che ne hanno assorbito gli aspetti più kitsch senza coglierne il sarcasmo e il gusto per l’eresia, e del resto la coazione a ripetere è in agguato anche per lui. Vincent Furnier è ormai un marito fedele e un morigerato padre di famiglia: ama andare a pesca con i suoi tre figli, si definisce «il loro saggio fratello maggiore», e solo di tanto in tanto toglie dalla naftalina il costume da squartatore, per celebrare in scena o in sala d’incisione, come un rigurgito della memoria, il buon tempo che fu. Nei non frequenti incontri con la stampa appare truccato da mostro, ma i modi sono quelli d’un allegro gentiluomo, convinto che «nella mia teatralità quello che prevale è l’humour, la vera violenza non è nei miei spettacoli, ma sui vostri giornali». E parla di Alice Cooper in terza persona, «perché io sono il signor Vincent Damon Furnier, sposato da venticinque anni, appassionato di golf e innamorato della mia famiglia, mentre lui è della razza di Batman, Zorro e Dracula: tutt’altra storia, o favola».
Padova Jazz Festival
PROGRAMMA
Domenica 13 novembre
Gran Teatro Geox ore 21.00
Ryuichi Sakamoto
Ryuichi Sakamoto - piano
Jacques Morelenbaum - violoncello - Vincitore della selezione internazionale violino
Martedì 15 novembre
Gran Teatro Geox ore 20.45
Doppio Concerto THE MANHATTAN TRANSFER Alan Paul Cheryl Bentyne Tim Hauser Janis Siegel
NEW YORK VOICES Damon Meader Lauren Kinhan Peter Eldridge Kim Nazarian
Mercoledì 16 novembre
Hotel Plaza ore 19.00 “APERITIVO IN JAZZ”
ore 21.00 “NOTTE di NOTE” NICOLA GAETA “Una preghiera tra due bicchieri di gin” edizioni Caratteri Mobili
FRANCESCO SOVILLA “Dare del “lei” al jazz” parole, musica, video
Giovedì 17 novembre
Hotel Plaza ore 18.30 “APERITIVO IN JAZZ”
ore 23.00 “NOTTE di NOTE” “El porcino organic” Enrico Terragnoli chitarra elettrica Helga Plankesteiner sax baritono e voce Mickie Loesch Hammond e Rodhes Paolo Mappa batteria
Teatro Verdi ore 20.45 - Doppio concerto “MUSICA NUDa” Petra Magoni voce Ferruccio Spinetti contrabbasso
CLAUDIO FASOLI FOUR
Claudio Fasoli saxes Michele Calgaro chitarra Lorenzo Calgaro contrabbasso Gianni Bertoncini batteria Featuring: Glenn Ferris trombone Kyle Gregory tromba
Venerdì 18 novembre
Hotel Plaza ore 18.30 “APERITIVO IN JAZZ”
ore 23.00 “NOTTE di NOTE” Giovanni Perin 4et Giovanni Perin vibrafono Ludwig Hornmung piano Igor Spallati contrabbasso Tilo Weber batteria
Sabato 19 novembre
Hotel Plaza ore 18.30 “APERITIVO IN JAZZ”
ore 23.00 “NOTTE di NOTE” MARKELIAN KAPEDANI TRIO Yuri Goloubev contrabbasso Markelian Kapedani pianoforte Asaf Sirkis batteria
Teatro Verdi ore 20.45 - Doppio concerto Dida Dida Pelled voce, chitarra Fabio Morgera tromba Emiliano Pintori organo Hammond Walter Paoli batteria
BENNY GOLSON 4et Benny Golson sax tenore Fritz Pauer pianoforte Gilles Naturel contrabbasso Douglas Sides batteria
Domenica 20 novembre
Gran Teatro Geox ore 21.00 Christopher Cross
EVENTI SPECIALI
18/19/20 novembre Hotel Plaza LORENZO SCALDAFERRO & PHOCUS AGENCY presentano “JAZZ & FOTO WORKSHOP” Seminario teorico-pratico su jazz e fotografia aperto a tutti. www.phocusagency.com
Venerdi 18 dalle 15 alle 18, sabato 19 dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 17, domenica 20 dalle 10 alle 12 Per info e prenotazioni: www.looo.it/padovajazz.html
Dal 12 al 30 novembre Hotel Plaza MICHELE GIOTTO presenta “IL RESPIRO DEL JAZZ” Mostra Fotografica Inaugurazione: sabato 12 novembre, ore 18.30.
Dal 14 al 19 novembre JAZZ AT BAR Ogni sera musica dal vivo nei bar e ristoranti della città: Cafè Tinto, Ristorante Pane Vino e San Daniele, BAR Caffè Diemme, Ristorante Il Calandrino, Box Restaurant Caffè, Risorta Osteria del ReFosco, Trattoria Isoletta
Magenta Jazz FestivalGiunto alla 14ma edizione, il festival è organizzato dal Comune di Magenta, in collaborazione con la Maxentia Big Band che ne cura la direzione artistica. Da quest'anno è inserito nel circuito 'Il ritmo delle città'.
PROGRAMMA
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