Paul McCartneyLEGGI LA RECENSIONE DEL CONCERTO DI MILANO
Da Bologna a Liverpool – L’icona rock Paul Mc Cartney chiuderà in modo spettacolare il 2011 con 11 concerti evento in luoghi selezionati. Paul ha scelto l’Italia, con Bologna e Milano per aprire questo speciale tour che si concluderà nella sua Liverpool
L’ “On The Run” tour vedrà Paul esibirsi per la prima volta in carriera a Bologna e tornare a Milano a 18 anni dalla sua ultima apparizione.
La scelta dell’Italia come paese da cui inziare il tour rafforza una volta di più il rapporto speciale che ha sempre legatoPaul Mc Cartney al nostro paese, e ad 8 anni dallo straordinario concerto ai Fori Imperiali di Roma a cui parteciparono 500.000 persone, l’Italia si prepara a riabbracciare Paul per due concerti che hanno già il sapore di evento.
26 novembre Casalecchio di Reno Bologna – UnipolArena
tribuna numerata 120 euro + prev / parterre posto unico in piedi 60 euro + prev
27 novembre Assago Milano - MediolanumForum
1° anello numerato 150,00 euro + prev / 2° anello non numerato 85,00 euro + prev / parterre posto unico in piedi 60,00 euro + prev
Biglietti in vendita dalle ore 12 di oggi, 10 ottobre, online sul sito www.ticketone.it e da domani alle ore 12 nelle prevendite abituali
ATTENZIONE DIFFIDARE DELLE PREVENDITE NON AUTORIZZATE
Prevendite TicketOne - Infoline 0584.46477
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TORI AMOSLuogo: Teatro degli Arcimboldi, Milano
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Drappi di velluto spiovono sul palco, luci blu soffuse, un lampadario a candelabro sovrasta un pianoforte a coda e una tastiera. In mezzo, su quella panca, destinata a una serata tutt'altro che tranquilla, tra poco ci sarà lei. Prima mezz'ora di intrattenimento con il giovane cantautore Mark Hole, poi si comincia.
Nella penombra prende posto il quartetto d'archi, unico accompagnamento strumentale, e dopo una breve introduzione appare Tori Amos, anticipata dal brusio della galleria che ha già adocchiato dall'alto i boccoli rossi che ricadono su un abito giallo canarino.
Un inchino d'ordinanza, gli applausi, poi le mani iniziano a muoversi sui tasti e a battere le note di Shattering Sea, prima traccia di Night of Hunters, l'ultima fatica della cantautrice americana, un concept album da lei stessa definita un «lavoro contemporaneo che consiste in un ciclo di canzoni ispirate ai temi della musica classica, usato per raccontare una storia moderna». La vicenda in questione è quella di una ragazza che vive la fine di una storia d'amore, e dopo una notte di dolore riesce a ritrovare se stessa e la forza di rialzarsi.
Come si potrà immaginare le atmosfere sono lontane dai brani della discografia più nota dell'artista, a tratti sono cupe come il cielo della Cornovaglia nei giorni più umidi (non è forse un caso che da qualche anno la Amos viva e registri proprio da quelle parti), ma a volte basta una frase brillante a riportare luce, colore e speranza.
La voce è argentina come sempre, il carisma immutato, le esecuzioni ai limiti della perfezione. Sempre in bilico sulla sua seduta, divisa tra le due tastiere, a volte ammicca al pubblico, altre si racchiude in una relazione quasi estatica con il suo strumento, mentre alterna pezzi recenti alle classiche Winter, Suede, Pretty Good Year, Little Earthquakes.
Le luci seguono in modo altrettanto impeccabile l'evoluzione dello spettacolo: un cielo stellato si accende sullo sfondo, un'esplosione di colore illumina a giorno il palco con riflessi viola e arancio, per contrarsi in un bagliore appena percepibile quando la melodia si fa più malinconica e introspettiva.
Passa un'ora e mezza, poi si alza, saluta, sembra che tutto sia finito, e il pubblico balza in piedi per omaggiarla. Peccato che sia la solita finta, ma purtroppo la folla di irrispettosi che ha abbandonato il proprio posto per avvicinarsi al palco non torna a sedersi, e copre la visuale al resto della platea. Le maschere del teatro Arcimboldi, che fino a qualche minuto prima si affaccendavano anacronisticamente per bloccare qualsiasi tentativo di catturare video o foto, sono sparite, ormai l'anarchia ha preso il sopravvento, e devo rassegnarmi a seguire gli ultimi scampoli della performance attraverso gli spiragli che si aprono di tanto in tanto davanti a me.
La chiusura è Big Wheel, i cinque minuti più movimentati di tutta la serata, forse una scelta non del tutto coerente con il resto della scaletta, ma comunque gradevole e apprezzata dagli astanti, che seguono il ritmo battendo le mani, incitati dalla stessa Tori, che, veloce e discreta come si era presentata, scompare dietro le quinte, lasciando dietro di sé una scia di talento puro screziato di sofferenza.
Domenica sera a Che tempo che fa Ivano Fossati dichiara al conterraneo Fazio (e all’Italia) che si ritirerà dal music biz; contestualmente annuncia l’uscita del suo libro Tutto questo fututo (autobiografico, non un’autobiografia, sia chiaro) e del suo ultimo album Decadancing, cui seguirà il tour promozionale.
Il giorno dopo incontra i giornalisti per presentare libro e disco, e l’attenzione è focalizzata sulla notizia del suo prossimo ritiro. Una scelta dettata da onestà intellettuale e lealtà verso il proprio pubblico quella di Fossati, che sostiene di non aver più nulla da dire né da aggiungere a quanto prodotto negli ultimi quarant’anni di onorata carriera. «Non è stato semplice» confessa il cantautore genovese. «Quando una persona dichiara una cosa del genere non può tornare indietro: l’avevo già preannunciato ai miei collaboratori, alle persone vicine, ma è stato solo quando l’ho reso pubblico che l’ho dichiarato veramente anche a me stesso». Impossibile, soprattutto per la stampa, evitare il rimando ad altre storie simili che negli ultimi tempi hanno riempito le colonne di magazine e riviste musicali; primo tra tutti il caso “Vasco”, che poco dopo il ritiro ufficiale dà alla luce il nuovo album. «E’ una scelta che merita rispetto, comunque la si metta - continua Fossati - un atto di coraggio che non ha nulla a che fare con fini promozionali»
«Bene, ora alla EMI si è liberato un posto», ironizza il giornalista Massimo Bernardini che conduce brillantemente l’incontro con i giornalisti; «largo ai giovani dunque» prosegue Fossati, che sembra avere particolarmente a cuore il destino dei nuovi talenti e dei musicisti meritevoli; «ma che posto? - penso io - e, soprattutto, che musicisti?».
Musicisti bravi, sia chiaro, ce ne sono fin troppi, ma le scelte discografiche non sono dalla loro parte e di conseguenza anche i potenziali talenti si trasformano in ... nulla.
Il sistema è cambiato, l’orecchio della gente disabituato all’ascolto, viziato da prodotti sempre più scadenti. D’altro canto quel posto simbolico lasciato libero da Fossati è troppo stretto per chiunque altro: banalmente si potrebbe affermare che il ricambio generazionale non c’è stato. Ma a quale ventenne oggi è data la possibilità di vivere in una sorta di “comune musicale” sotto l’ala protettrice di un discografico che ne incentiva l’espressione artistica? Fantascienza. Quando poi si tratta di mettere finalmente sotto contratto qualche giovane speranza della musica italiana, ecco che dal cilindro escono i Finley. Imbarazzante.
Così i ragazzi di oggi vanno ad ascoltare i concerti delle nuove leve: Guccini, De Gregori, Dalla, Conte riescono ancora ad esalare gli ultimi versi di una lingua morta.
Per Ivano Fossati è invece arrivato il momento di respirare un’aria nuova, approfondire temi e discipline che finora aveva trascurato per via della sua professione (per parafrasare lo stesso cantautore). La fine di una così lunga attività non può lasciare indifferenti, ma lo slancio verso la novità è sempre accompagnato da entusiamo, sufficiente a scalzare il velo di malinconia che potrebbe offuscare la scelta: il titolo del suo ultimo album, Decadancing, sintetizza splendidamente questo concetto, il decadere non sfocia nello sconforto: l’euforia di una danza è pronta a scalzarlo. Un messaggio pieno di speranza e positività, che viene sviluppato nell’album attraverso tante piccole storie a sè stanti, ma legate dallo stesso filo conduttore.
Per finire «Ci sono troppi professori e pochi musicisti. Le domande che mi vengono rivolte - afferma Fossati - sono sempre sui testi, mai sulla musica. Tutti si trasformano in psicologi e si chiedono “cosa avrà voluto dire?”» .
Forse è questo il punto: troppo presi dalla voglia compiaciuta di fare sfoggio della propria bravura si perde di vista lo scopo della musica, musica da ascoltare, divorare e digerire con la pancia. Un grazie riconoscente a Fossati ha voluto (e potuto) farlo.
La proficua collaborazione tra il Premio Tenco e il Chiara si materializza quest'anno in una targa messa tra le mani di Paolo Conte nelle Ville Ponti di Varese, perché "con la poesia del suo vivere e la curiosità di un fanciullo ha aggiunto nuovi universi al nostro immaginario quotidiano".
Io tra i versi della sua poetica non ho mai trovato lo sguardo di un fanciullo, ma la visione di un "mondo adulto" in cui, al limite, "si sbaglia da professionisti". Nessun universo aggiunto all'immaginario quotidiano, ma la meraviglia che ci cela nella più normale quotidianità, sottratta alla banalità cui è condannata per essere celebrata e consegnata ad un'eternità sublime.
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In occasione dell' UDM 25 FESTIVAL
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La rassegna jazzistica, giunta alla sua dodicesima edizione, offre, con le sue proposte artistiche di altissima qualità, un grande spettacolo dal vivo sul palco del Planet Soul. Gli artisti più prestigiosi del panorama nazionale e internazionale si alternano dando vita ad un percorso cultural-musicale rivolto ad un pubblico appassionato ed esigente.
PROGRAMMA COMPLETOMARTEDÌ dalle 21.00 alle 24.00 in SALA PLANET SOUL Settembre - Dicembre 201130 SETTEMBRE 2011: PAOLO TOMELLERI and HIS RAGAMUFFINS
Per informazioni è possibile chiamare tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, dalle 14.30 alle 17.30, allo 0331-708224. Contatto e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. Informazioni sul sito: www.melo.it Università del Melo |
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Con la scusa che nella settimana appena trascorsa avrebbe compiuto 28 anni, s’è tornati a (s)parlare di Amy Winehouse a nemmeno due mesi dalla prematura scomparsa.
Mi sono fatto un giro sui forum, e ne ho tratto lo stesso senso di fastidio di quel momento. La stragrande maggioranza dei commenti è stata ancora una volta sprezzante, al limite con il compiacimento. Si torna a parlare di “talento bruciato”, di “spreco imperdonabile”, da qualche parte ho persino letto che “questi giovinastri ricchi e viziati se la cercano una brutta fine e non meritano pietà!”. Inorridisco. Eppure, se si riesce a non farsi travolgere dall’onda emozionale del momento e a trattenersi dall’ergersi a giudice supremo di chi non si conosce che tramite rotocalco, la riflessione è elementare.
Una persona che ha il dono del genio, di qualsiasi campo si stia parlando, può, purtroppo, non essere altrettanto forte di carattere. Non essere salda mentalmente. Può soffrire per cose che a noi farebbero sorridere, pur non avendo magari il problema (ammetto: vantaggio non da poco) di tirar fine mese. Può, semplicemente, non farcela da sola. Ed allora, forse, non posso che parlare per intuizioni, diventa difficile resistere a tutte le pressioni. A chi da te, superstar, vuole sempre il sorriso sgargiante, il fisico da superman, una lucidità inappuntabile in ogni occasione, un gigantesco, perenne pelo sullo stomaco. E naturalmente non si può sbagliare un colpo, dato che lo showbiz è un ottovolante che ti spara alla stelle e ti precipita alle stalle in un nanosecondo, e chi resiste è deciso, cinico, spietato. Ma il genio s’accompagna, quasi sempre, ad un’eccessiva sensibilità, e spesso alla solitudine. E allora il cocktail può diventare micidiale.
Io penso che esaltare il mito del “club dei 27”, come hanno fatto i media, sia stata una solenne stronzata. In cosa consiste? Un gruppo di celebri personalità della musica accomunati dall’età che avevano al momento del trapasso, arricchito nel luglio scorso proprio dalla Winehouse. Kurt Cobain, Jimi Hendrix, James Joplin, Brian Jones e non so chi altro, forse andrebbero ricordati alle generazioni future come dei talenti tanto eccelsi quanto fragili, certamente come esempi da non seguire a livello umano, ma meritano quantomeno il rispetto accordato a chi, e innegabilmente è il loro caso, è rimasto schiacciato da responsabilità o dolori troppo grandi anche perché, forse, non avevano qualcuno al fianco al momento cruciale. O vogliamo credere che i cortigiani delle superstar siano l’ amico ideale sulla cui spalla piangere alla bisogna? Poi, è chiaro, l’ eroe che cade suscita esultanza nelle anime mediocri. E’ la rivincita della nostra invidia meschina. E tutti allora a (s)parlare, sbraitando insulsaggini e sparando sentenze sull’estro sciupato, su una “fine annunciata” e “meritata”, il che è facile ed a effetto da esprimere, ma anche orribile, disumano.
Così la tragedia lascia spazio al gossip, ai soliti, desolanti “lo sapevo io”, pronunciati in genere da chi non sa nulla, e non può sapere nulla, della vita privata di chi è costantemente sotto l’occhio lungo dei riflettori. Personalmente, mi metto tra questi, perché seppur scrivendo queste righe non sono ancora capace di cambiare questo demagogico, perdente atteggiamento mentale, nel quale tendo ancora, me ne vergogno, a ricadere. Comincerò a mutarlo quando, ripensando a Amy, Kurt e gli altri, tutto quello che saprò provare è il sincero anche se modesto dispiacere per un giovane che muore.
di Alfonso Gariboldi
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Tutto questo futuro
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Titolo: Tutto questo futuro |
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Ricordi, persone, musica, canzoni e digressioni, Ivano Fossati si racconta con parole e immagini e, parlando di sé, descrive un pezzo dell’Italia di ieri e di oggi. I suoi album e le sue canzoni sono il punto di partenza per percorrere le passioni e gli avvenimenti che hanno attraversato una generazione, i suoi dischi del cuore, i Paesi che lo hanno ispirato.
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