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Giovedì, 13 Dicembre 2012 17:53

Ravi Shankar: Zen e music biz

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Il più celebre ed esterofilo dei musicisti indiani s’è spento martedì a quasi novantatrè primavere. Ai suoi allievi più celebri, nei cui gruppi d’appartenenza ha introdotto il suono gracido e ammaliante del sitar, è sopravvissuto di un quarantennio abbondante (Jones) e di undici anni (Harrison). Operazione non riuscita col compositore statunitense Philip Glass, con cui collaborò in alcune produzioni a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.

Ravi Shankar, l’ ambasciatore della cultura indiana nel mondo, nel cui curriculum spicca uno show alla Casa Bianca al cospetto dell’allora presidente Ford, assurge a fama internazionale dopo la metà degli anni sessanta, quando gli ascoltatori dell’album “Revolver”, un dischetto di poche pretese che sparì in fretta dalle classifiche e dall’immaginario collettivo, avvertirono un sound non proprio rispondente ai canoni, peraltro in fase di totale sconvolgimento, del quartetto di Liverpool. Il sitar esordì in “Love you to”, e avrebbe accompagnato altre composizioni di Harrison, tra cui “Within you without you” e la magnifica, pressoché dimenticata “The inner light”, ascoltabile all’epoca solo sul retro del quarantacinque giri “Lady Madonna”. Per gli Stones, la musica del sitar è udibile nel celeberrimo singolo “Paint it, black” e nell’album “Between the buttons”, sempre a cura di Brian Jones, assai più talentuoso di Richards o Jagger ma purtroppo anche assai più debole. Il momento di maggior notorietà del maestro è certamente il “Concert for Bangladesh”, 1971, nel quale Harrison, riconoscente e generoso, concede a lui e ai suoi strumentisti addirittura venti minuti di spazio per le proprie musiche, oltretutto all’inizio del concerto; gli spettatori dovevano essere muniti di spirito Zen, se è vero che tributarono loro le stesse ovazioni destinate poi ai vari Clapton e Dylan.

Nel corso del decennio, Shankar rimase, quasi sempre grazie a George, ancorato al music-biz. Fu un infarto, dovuto allo stress probabilmente, a consigliarli di limitare la sua presenza sotto i riflettori, intorno al 1975. Non smise comunque di produrre musica ed incidere dischi, quasi fino ai giorni nostri, visto che l’ultima opera, “Flowers of India”, risale al 2007 quando contava ormai ottantasette anni suonati. L’ultima partecipazione in pubblico di rilievo, l’happening al Royal Albert Hall per il George Harrison Tribute, avvenne nel 2002, nel primo anniversario del decesso dell’ex-Beatle. Il suo virtuosismo gli ha fruttato anche due Grammy.

Lascia una testimonianza artistica imponente e d’impatto assai significativo sulla cultura occidentale. Da una vita privata che definir vivace è un blando eufemismo, lascia anche due figlie musiciste, di cui la più celebre è la mai riconosciuta (malgrado il “parere” del DNA) Norah Jones, più altri eredi da altre relazioni…alla faccia dello zen!

Letto 1937 volte Ultima modifica il Sabato, 02 Febbraio 2013 14:02
Alfonso Gariboldi

Poesie, racconti, recensioni: la caleidoscopica  proposta di Alfonso Gariboldi per AMA music si traduce in una acuta retrospetiva che indaga vizi e virtù degli album che hanno fatto la storia della musica. Ogni sua recensione è arricchita da un collegamento storico, un aneddoto, una riflessione sagace che contribuisce a delineare lo stile irreprensibile e irriverente della rivista.

Per ulteriori informazioni circa l'attività letteraria di Alfonso rimandiamo al suo sito personale www.alfonsogariboldi.it

Sito web: www.alfonsogariboldi.it

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