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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Sabato Marzo 28, 2026
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Lunedì, 01 Giugno 2009 00:00

Ron Asheton RIP

Assieme al fratello Scott e all'Iguana Iggy Pop aveva dato vita, sul finire degli anni sessanta, al sound protopunk degli Stooges. Oggi, all'età di 60 anni, Ron Asheton muore per cause naturali nella sua casa di Ann Arbor. Il suono distorto della sua chitarra, marca distintiva della band, lo ha portato al ventinovesimo posto della classifica dei più grandi chitarristi di tutti i tempi, stilata da Rolling Stone nel 2003.

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QUARTETTO ALL STAR

 

Luogo: Il Melo, Gallarate (VA)
Data: 19 maggio 2009
Evento: Jazz Appeal
Voto: 8

Una rassegna riuscita quale è stata Jazz Appeal edizione 2008-2009 non poteva che avere un epilogo in grande stile: musicisti di altissimo livello ed ospiti a sorpresa sono passati davanti agli occhi di un pubblico quasi in adorazione, cullato da un'organizzazione che non ha mai lasciato a desiderare, specialmente nella persona del sig. Bellloni, le cui attente scelte hanno sicuramente fatto la differenza.


Diamo uno sguardo al cartellone prima che la musica inizi: Massimo d’Avola al sax tenore, Andrea Pozza al pianoforte, "Big” Luciano Milanese al contrabbasso e Stefano Bagonoli alla batteria; un quartetto all stars i cui soli nomi suonano come una garanzia.
Una battuta umoristica del presentatore accompagna l'entrata in scena di Bagnoli che immediatamente raccoglie e controbatte prima di accomodarsi alle pelli col fare di un turista in villegiatura, in realtà consapevole che di lì a poco avrebbe fatto vibrare a suo piacimento l'animo e le viscere dei presenti. Seguono Milanese, Pozza e D'Avola; non sono di molte parole i musicisti, l'unica voce che si udirà per la prossima ora sarà quella raffinata dei loro strumenti. Stefano "brushman" Bagnoli ha già in mano le sue spazzole, D'Avola scandisce il tempo ed ecco Speak Low, composizione originale di Kurt Weil seguita dal lento Let's Cool One di Thelonious Monk, in cui Milanese con lo charme di jazzman vissuto fa trasparire tutta la sua esperienza da un assolo ricco di passaggi che lasciano un velo di ammirazione sul volto dello stesso D'Avola. In Autumn Serenade all'apertura del sax segue la vellutata variazione di Pozza, mentre Bagnoli passa dalle spazzole alle bacchette (che, lasciate cadere dal batterista, toccano il suolo rispettando la metrica!) secondo uno schema che si ripresenta regolarmente e imprime ai brani un andamento del tutto personale e sempre coinvolgente. L'incalzare del ritmo indica che è arrivato il momento di Just In Time. Un gioco di sguardi tra i componenti dell'ensamble lascia presagire che la base ritmica stia tramando qualcosa alle spalle di del solista ed infatti alcuni istanti dopo tutti gli strumenti contemporanemente tacciono e l'intera scena è dominato note del saxofono (passaggio non corcordato preventivamente beanchè in passato fosse abitudine di D'Avola eseguire il brano il quel modo). Conclude la prima parte del concerto una composizione di D'Avola, Black Machine, in cui trova spazio un intenso assolo di batteria.

Al ritorno dalla una pausa piuttosto prolungata D'Avola non perde l'occasione per dimostrare la propria riconoscenza ed apprezzamento ad organizzazione e musicisti, un atteggiamento positivo e rimarchevole da cui le nuove leve avrebbero molto da imparare. Si ricomincia con Extemporaneous di Steve Grossman, amico e "compagno d'avventure" del sassofonista che ricorda piacevolmente alcune esperienze vissute assieme. Porta la firma di D'Avola la successiva Sonia che rispetta negli assoli la successione sax-pianoforte-contrabbasso e vede nel finale l'impiego delle mani nude dell'eclettico batterista. Il saxofono suona un tema in solitaria, il contrabbasso ne duplica ne note, il ritmo è spensierato, il brano Star Eyes: la performance è (apparentemente) chiusa da un finale frenetico dopo un movimentato botta e risposta tra D'Avola e Pozza.

Lungi dall'essere conclusa, la serata volge ora verso il gran finale. I più attenti avevano già notato tra il pubblico la presenza di Stefano Colnaghi e Giovanni Falzone che sono ora chiamati ad affiancare il solista sul palco. I tre partono all'unisono, ma qualcuno devia verso un tema diverso: «Scusate» irrompe D'Avola «era la stessa tonalità, stesso tempo...mi sono confuso!». Più che un errore definirei l'imperfezione come uno spiraglio da cui sbirciare la grandezza di ciò che sta dietro ad una performance come questa. «Vabbè, facciamo questa allora» continua Falzone. Il tempo di un respiro e Just Friends ha inizio. D'Avola lascia la scena e si aggira tra i tavoli passando da esecutore a fruitore mentre l'eccentrico trombettista si lascia andare ad un assolo che coinvolge e "sconvolge" il pubblico; quindi è il turno di Colnnaghi che anticipa con eleganza l’irruento rientro in scena di D’Avola.
Il pezzo designato per il secondo “bis” è un tiratissimo Cherokee, mentre il finale è affidato a Bye Bye Blackbird in cui la performance sopra le righe di Falzone, condita da urla e sgambettate durante un assolo concitatato, infuoca il pubblico prima che lasci la sala con un’aria decisamente divertita ed appagata.

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PAOLO CONTE

www.paoloconte.it

Luogo: Teatro A. Ponchielli, Cremona
Data: 20 aprile 2009
Evento: Tour 2009
Voto: 7

Il Teatro Ponchielli con la sua raccolta atmosfera d’antan ha qualcosa di contiano insito nel suo stesso spazio: la suggestione di uno sguardo dal loggione alla platea, unita all’impeccabile acustica, rende completa l’esperienza di un concerto di Paolo Conte.


Dietro al drappo di velluto rosso gli scudieri (come ama definirli lo stesso Conte) attendono l’arrivo loro cavaliere, un frettoloso signore con abito ton sur ton che dalle quinte è magneticamente attratto verso un pianoforte dall’aria vissuta. Quel cavaliere disincantato, ma pur sempre schivo, redini alla mano inizia a condurre la combriccola partendo, come di dovere, da Psiche, suo ultimo album: Il quadrato e il cerchio è il brano prescelto. Il pubblico, avido di vecchi successi, è presto accontentato con Sotto le stelle del jazz, Come di e Alle prese con una verde Milonga. La serie di classici è coronata dall’immancabile Bartali eseguita, come da copione live, con un particolare arrangiamento: l’inizio, lento e sofferto, è trascinato solo da voce e pianoforte fino al segnale del celeberrimo “zaz-zaraz-za”, che dà il via all’esplosione strumentale con clarinetto, bandeon, violino e marimba in prima linea. Come legato al pianoforte da un bisogno fisico, Conte si alza dallo sgabello e si porta al microfono accanto alla coda, ma la mano non perde mai il contatto con il suo strumento. La canzone che richiede la presenza eretta del cantautore è Bella di giorno, languido e melanconico lento in stile parigino incentrato su un tema già rodato; lo sguardo del personaggio-Conte che incontra quello della bella protagonista del brano serve da aggancio alla successiva Gioco d’azzardo: la situazione è simile, ma in un passato più audace e gagliardo. Dopo la presentazione di Max Pitzianti, che con scioltezza si destreggia tra tasti e ottoni, si passa a Gli impermeabili subito seguita da Lo zio, in cui la teatralità di Conte, di nuovo in piedi e perfettamente calato nel ruolo, raggiunge l’apice grazie anche alla gestualità paradossalmente elegante legata al rituale del kazoo. Il pezzo è il pretesto per una danza frenetica intavolata dall’archetto del violino e i quattro mazzuoli della marimba che, sapientemente manovrati da Di Gregorio, valgono a quest’ultimo un sincero quanto fragoroso riconoscimento da parte del pubblico. Ancora in piedi per la canzone che precede la pausa, il cantautore astigiano intona L’amore che calcando molto, forse esagerando, l’interpretazione canora, tanto che la smorfia di dolore sul verso finale (“Ma credo in te dolce nemica”) sembra quasi spiazzare il pubblico, che esita alcuni istanti prima dell’applauso di rito.

Silenziosa velocità, ovvero “l’elegia della bicicletta” (per citare l’autore) dà inizio alla seconda parte della performance. Secondo uno schema che ricalca quello dell’incipit, il brano estrapolato da Psiche è seguito dai tre fondamentali Madeleine, Dancing e Chiamami adesso fino ad arrivare al grande classico Genova per noi in cui è concesso alle sole dita del compositore accompagnare il cantato. Conte non rinuncia a ritagliarsi lo spazio di una lapidaria esibizione alla marimba prima di dare in pasto al pubblico l’attesissima Via con me, punteggiata dal pizzicato del barbuto violinista, Piergiorgio Rosso, capace di guadagnarsi durante la serata un ruolo da protagonista oltre allo sguardo ammirato di Conte. Una Berlino anni Cinquanta anticipa le atmosfere rarefatte di Max, con Jino Touche che abbandona nuovamente il contrabbasso per dedicarsi al basso elettrico. A chiudere la “trilogia della bicicletta” ecco Diavolo rosso, brano sempre molto intenso nella versione live, in cui i musicisti si alternano all’assolo su una serrata e costante base ritmica, sostenuta soprattutto dall’instancabile chitarrista Daniele dall'Omo, che si spreme fino all’ultima pennata. Sul finire del brano dall’effetto catartico, Conte alza gli occhi al cielo come attraversato da un’esperienza mistica e purificatrice prima di eseguire Eden, pezzo toccante dedicato al padre.

Si sa che la fastidiosa incombenza del bis è ineluttabile, quindi i musicisti usciti di scena ritornano ai loro posti sul ritmo latino di Cuanta pasión. La canonica versione live iper-velocizzata di Via con me scandisce il concludersi della serata e soddisfa il pubblico che può finalmente intonare “It’s wonderful, s-wonderful, s-wonderful...” prima di lasciare il teatro.

Nonostante l’uscita del nuovo album, nulla è stato aggiunto all’ingranaggio live perfettamente funzionante degli anni passati. Il timore è che una formula ormai consumata possa perdere di vigore, inficiando la buona riuscita della performance che, per quanto ineccepibile dal lato tecnico (i musicisti e polistrumentisti di cui si circonda Conte sono sempre impeccabili), rischia lentamente di perdere l’impatto iniziale. Per il momento ci godiamo il ricordo di uno spettacolo sempre emozionante, ma l’augurio è che una scintilla inattesa possa donare una rinnovata vitalità alle future esibizioni.

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4 WAYS QUARTET

 

Luogo: Il Melo, Gallarate (VA)
Data: 24 marzo 2009
Evento: Jazz Appeal
Voto: 8

Accade a volte che la musica crei straordinarie alchimie; capita che un'esibizione dal vivo riesca a trascinare pubblico e musicisti oltre il limite di un godimento razionale; accade a volte di trovarsi al posto giusto nel momento giusto...con le persone giuste.


Il centro culturale Università del Melo ha ospitato, nell'ambito dell'iniziativa Jazz Appeal, un concerto che è stato a detta di molti dei presenti il più coinvolgente di tutta la stagione. I nomi dei musicisti facevano presagire che la serata sarebbe stata di alto livello, ma la reazione che si è innescata durante l'esibizione era difficile da immaginare anche per i più entusiasti. Il contesto ambientale ha sicuramente giocato la sua parte: l'atmosfera calda e familiare del Melo, l'accogliente sala con candele accese sui tavolini, crea la condizione in cui tutti noi ci auguriamo di gustare un concerto di musica jazz.

Fanno il loro ingresso i musicisti. Valerio della Fonte afferra il contrabbasso, Michele Salgarello si accomoda alle percussioni, Xavier Davis prende posto al pianoforte a coda; infine ecco Emanuele Cisi assieme ai suoi sax tenore e soprano. La "parola" è subito lasciata alle note di How Deep Is The Ocean (Irving Berlin) di cui il 4 Ways Quartet fa una ricca rivisitazione. Sui volti dei musicisti si dipinge immediatamente una certa soddisfazione e i sorrisi che si scambiano impiegano poco tempo a sciogliere il pubblico. Composizione originale di Della Fonte, Nevertheless diventa lo scenario di un sottile gioco di richiami e intese per i componenti della band che sembrano molto divertiti dai continui cambi di ritmica richiesti dal brano. Porta la stessa firma la successiva Beyond The Meadow, una ballad che vede per la prima volta Salgarello alle prese con le spazzole e ci regala un intenso assolo di contrabbasso dell'autore.
No Way, composizione di Emanuele Cisi tratta dall'album Urban Adventures, è il pretesto per un richiamo al nome della formazione, 4 Ways, ovvero quattro modi, quattro vie, che per caso si sono incrociate. E forse è stato proprio questo a rendere così viva ed emozionante la serata: quattro musicisti che si incontrano per la prima volta durante il pomeriggio e la sera dello stesso giorno si esibiscono rendendo partecipe il pubblico della loro esplorazione, dell'emozione della scoperta nel momento stesso in cui si conoscono e misurano l'un l'altro. Impensabile che un altro genere di musica possa avere la stessa potenzialità.
Chiude la prima parte del concerto The Dance Of Life, un vero e proprio inno alla vita, come afferma lo stesso Cisi.

La ripresa dopo la pausa è affidata ad un altro pezzo di Valerio della Fonte, Lisa's Attitude, seguito dalla composizione di Xavier Davis The Message in cui è il sax contralto ad intervallare le corpose improvvisazioni del pianista. Un classico, Pannonica di Thelonius Monk precede la conclusiva Song For Jolanda in cui il pathos cresce fino all'esaltazione dei musicisti e del pubblico in standing ovation. Il coinvolgimento del quartetto, perfettamente domato dai più esperti del mestiere, sì può dire che abbia quasi travolto il giovane batterista che sì è lasciato andare ad una performance a tratti esagitata, mancando forse ancora di quella sensibilità che è propria dei veterani.

Impossibile per il 4 Ways Quartet sfuggire al bis, richiesto a gran voce dal pubblico prima che la formazione potesse accennare il congedo. Senza esitazione Valerio, Emanuele, Xavier e Michele ripartono a pieno regime per il gran finale che tutti si aspettano. Pianoforte e saxofono danno vita ad una splendida conversazione che da dialogo diventa sfida: le note dei due strumenti si cercano, si rincorrono, poi si incontrano e si allineano tra il divertimento di interpreti e fruitori.

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AC/DC

www.acdc.com

Luogo: Mediolanum Forum, Assago (MI)
Data: 21 marzo 2009
Evento: Tour 2009
Voto: 9

Un vecchio treno a vapore lanciato a tutta velocità, uno stridìo assordante di binari, un’eccitazione crescente, poi lo schianto. Come nei peggiori incubi del pubblico dei fratelli Lumière, dal maxischermo lacerato, tra fragorose detonazioni, fiamme e dense cortine di fumo, irrompe una vecchia locomotiva a grandezza dello sfondo, tra fuochi d’artificio e fumo denso, gli ingranaggi inossidabili di questa macchina perfetta, Malcom Young alla chitarra, Phil Rudd alla batteria e Cliff Williams al basso, continuano a macinare riff graffianti e ritmi granitici senza mai perdere un colpo. Come una prima linea rugbystica, assicurano una costante spinta e tengono unita la squadra coprendo le spalle alle scorribande anarchiche dei due solisti là davanti.

Dopo due ore intensissime siamo ormai al capolinea. Nelle orecchie dei tredicimila risuonano ancora, oltre a classici intramontabili figli degli anni ’70 come The Jack, You Shook me all Night Long e TNT, le note dei nuovissimi singoli Big Jack, naturale, forse anche più grande: dalla finzione del filmato-fumetto in computer graphics si passa alla realtà, e loro sono già lì, davanti a nostri occhi ancora increduli e abbagliati dalle esplosioni, a scuoterci con la loro Rock’n Roll Train.
Un concerto degli AC/DC oggi è proprio questo, un treno che nonostante gli inevitabili segni del tempo e una vecchia caldaia a carbone come cuore corre a 300 miglia orarie per un viaggio di due ore attraverso trent’anni di storia, a scoprire le radici più genuine e selvagge del rock’n roll. Gli Australiani, si sa, hanno la pelle dura e il sangue scozzese che scorre nelle vene dei fratelli Young dovrebbe essere una garanzia, eppure, a distanza di 13 anni dall’ultima apparizione italiana, in pochi avrebbero potuto immaginare uno show del genere.

Brian Johnson appare fin dai primi pezzi in stato di grazia. La voce tagliente e feroce non lo abbandona nemmeno per un secondo, la potenza e l’intensità sono sempre le stesse eppure si ha l’impressione che, se possibile, negli ultimi tempi sia addirittura migliorata per precisione e pulizia. Back in Black, Hells Bells e la prima strofa di Thunderstruck ne sono la dimostrazione e mandano in visibilio il pubblico. E Brian, nei tipici jeans attillati, gilet, coppola e qualche chilo di troppo, ricambia l’affetto con continue incursioni lungo la passerella che si insinua fin nel cuore della folla; la incita, la scalda, la diverte con le sue movenze goffamente sexy. Intanto alle sue spalle Angus è indiavolato. Classica divisa color porpora da scolaretto e Gibson tra le braccia, corre, si dimena, sbuffa e annaspa come posseduto. I primi piani proposti dai maxischermi ci regalano smorfie impagabili da cui traspaiono, sotto una maschera di sudore, tutta la fatica, la passione, la concentrazione e un ghigno beffardo che sembra dire “Gente di poca fede, noi siamo ancora qui e questo non è che l’inizio”. L’annunciata Apocalisse arriva poco dopo e sulle note incendiarie di Let There be Rock la scena è tutta sua: corse a perdifiato e convulsioni a cinque metri di altezza per un assolo impeccabile che culmina davanti all’imponente maxischermo che ne celebra la grandezza e lascia i fan stremati, con le orecchie a pezzi, la bocca aperta e, i più nostalgici, con gli occhi lucidi.

Pausa. Nemmeno il tempo di consumare una sigaretta e il treno riparte con tutta la carica di Highway to Hell e le cannonate finali di For Those About to Rock (We Salute You), classico rituale che da anni conclude le loro esibizioni. Nella penombra Black Ice e della già citata Rock 'n Roll Train: due ore di emozioni forti, brividi e tanto sudore.
Il clamore che ha preceduto questo evento, le due date milanesi sold-out nel giro di pochi minuti, la folla entusiasta, l’impegno, la grinta e la professionalità della band australiana, sono l’ennesima conferma che il rock, quello vero, è più vivo che mai. L’ennesima conferma che gli AC/DC, dopo trentacinque anni di carriera, milioni di dischi venduti in tutto il mondo, record di vendite negli USA nel 2008 con l’ultimo album Black Ice - tra l’altro uscito solo a fine ottobre - e un tour mondiale di diciotto mesi in corso, meritano di stare lassù, tra gli Immortali

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CLAUDIO FASOLI EMERALD QUARTET

www.claudiofasoli.com

 

Luogo: Camera del Lavoro, Milano
Data: 31 gennaio 2007
Evento: Presentazione dell'album Venice Inside
Voto: 8

Venice Inside, ultimo lavoro di Claudio Fasoli, che l'auditorium della Camera del Lavoro di Milano ospita il concerto dell'Emerald Quartet, attuale formazione del sassofonista veneziano.


Fasoli si immerge nelle acque di Venezia per cogliere le suggestioni trasmesse dalla città e ritrovare la propria infanzia: un tuffo nel passato, un ritorno alle origini tradotto in sensuali note jazz. Per usare un'immagine evocata dallo stesso compositore, Venezia è una città che poggia sulla luce: i riverberi dell'acqua portano ai nostri occhi una dimensione cromatica differente rispetto al resto del mondo. Sembra che questa dimensione unica e peculiare sia stata catturata e rielaborata da Fasoli che ci restituisce quelle emozioni "visive" con una musica caleidoscopica ed evocativa.

Come dimostrano i brani scelti per la presentazione dell'album, la titolazione di Venice Inside ha un ruolo ben preciso nel viaggio all'interno della città d'acqua, essendo addirittura legata alla toponomastica urbana. Il concerto (come anche Venice Inside) si apre infatti con Rioterà contrazione di rio terà, ovvero "canale interrato", elemento tipico della viabilità veneziana. Segue Kimpale, tatto dall'album del 2007 Adagio: composizione languida e meditativa vuole suggerire con ancora più enfasi lo stretto legame tra l'infanzia del sassofonista e il suo "borgo natio" (ricordiamo che la foto utilizzata come copertina di questo album ritrae Fasoli da bambino in una cornice veneziana). Con Giudecca il riferimento geografico diventa esplicito, mentre il sassofono tenore riscalda la platea, complice l’ottima acustica dell’auditorium che valorizza l’esecuzione di ogni strumentista.

Tra i due sassofoni che durante il concerto si alternano tra le dita di Fasoli è ora il soprano a rendersi protagonista di un sinuoso dialogo con contrabbasso ed archetto: le note arabeggianti in apertura di Arogarb sono un immediato rimando storico alla Serenissima, luogo di scambi tra oriente ed occidente, che hanno lasciato un segno indelebile nell'anima della città. Sembra strizzare l'occhio ai paesi arabi anche il titolo, lettura al contrario (o come si suol dire, "da destra verso sinistra") della parola Bragora. La musica non si interrompe e nella transizione verso Aponal (il significato, come quello di Bragora, è da ricercare tra le fermate dei vaporetti di Venezia) restano solo le note di Yuri Goloubev a sostenere il cambio di strumento di Fasoli. Il brano quindi si lascia andare ad una scintillante e frenetica improvvisazione che ricorda lo sfavillio della luce sulla superficie increspata del mare e spazza via ogni possibile dubbio circa il feeling tra i componenti del quartetto, un'intesa che difficilmente può lasciare indifferente l'ascoltatore. Lo stesso Claudio Fasoli ricorda l'impatto che ebbe su di lui il trio: imbattutosi in un'esibizione di Mario Zara (pianoforte), Yuri Goloubev (contrabbasso) e Marco Zanoli (percussioni), rimase immediatamente colpito e coinvolto dalla loro speciale "disponibilità" e sensibilità, dall'energia che scaturiva dalla loro performance, fonte per lui di infiniti stimoli. Spontaneità nel gesto tecnico, anche il più audace, e armonia all'interno della formazione sono elementi che riescono a coinvolgere anche i non addetti ai lavori, oltre che impressionare i veterani del mestiere, e l'Emerald Quartet riesce a sintetizzarli splendidamente. Come suggerito dal nome bizzarro di Aponal, anche la scelta dei titoli sembra legata ad un'esperienza infantile in quanto momento ludico, un gioco di suoni e significati che ciascun compositore gestisce in base al proprio gusto e carattere. Ma il riferimento ad una ricerca delle origini non si ferma qui e si insinua anche nella scelta strumentale. Con l'Emerald Quartet, infatti, Fasoli torna al quartetto classico dopo un lungo percorso di sperimentazione con formazioni anomale, caratteristica che lo aveva contraddistinto durante la sua pregressa carriera. Negli anni '80 il sassofonista veneziano prova ad esibirsi con due contrabbassi, oppure senza contrabbasso, o ancora senza batteria: sperimenta tutte le combinazioni possibili per esplorare nuove strade. Come egli stesso ha giustamente sottolineato, l'approccio compositivo varia in base alla formazione per cui stai scrivendo musica, se manca uno strumento le scelte sono necessariamente insolite ed ardite. Bisogna accettare una vera e propria sfida e percorrere strettoie compositive che Claudio Fasoli, forse abituato alle anguste calli veneziane, ha sempre affrontato con disinvoltura indirizzandosi verso soluzioni alternative. E questa negli anni è stata la sua marca distintiva, i suoi brani sono caratterizzati e riconoscibili, al di fuori di quella tendenza all'omologazione che oggi rischia di diventare la regola.

La nuova sfida annunciata dal sassofonista è una sorta di rivoluzione dall'interno, dettata dalla volontà di innovare partendo dalla tradizione. Svela che il prossimo lavoro potrebbe essere una nuova opera dedicata alla tipicità veneziana, in lingua inglese questa volta, e forse le due opere "lagunari" potrebbero entrare a far parte di una trilogia che Fasoli paragona, sorridendo, ad una sorta di Divina Commedia. Il nostro pensiero va immediatamente ai musicisti lo accompagneranno durante questo viaggio dantesco, al trio Zanoli-Goloubev-Zara che sarà sicuramente il miglior traghettatore.

Sabato, 31 Gennaio 2009 00:00

McCartney al Coachella 2009

Headline di tutto rispetto per la sesta edizione del Coachella Festival che avrà luogo come ogni anno a Indio (California). Manifestazione poco nota in Italia (se non altro per un motivo geografico) vedrà tra il 17 e il 19 aprile l'esibizione di alcuni tra le più note personalità del panorama musicale contemporaneo. Oltre a Paul McCartney, i Cure, i Killers prenderanno parte all'evento Morrissey, Amy Winehouse, My Bloody Valentine, Franz Ferdinand, Yeah Yeah Yeahs, TV On The Radio, Leonard Cohen e Paul Weller, per citare solo i più noti.

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