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DEEP PURPLEwww.deeppurple.comLuogo: Arena Concerti, Rho (MI)
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Ti aspetti gli Oasis e spuntano i Deep Purple. Il paragone, per genere e prestigio, sembra improponibile, ma quando Noel e Liam hanno deciso di anteporre le loro scaramucce familiari ai doveri deontologici, tra cui il rispetto per il pubblico pagante, gli organizzatori del primo Milano Urban Festival, hanno pensato proprio a Ian Gillan e compagni. E’ un po’ come se Robert De Niro prendesse il posto di Scamarcio in Tre metri sopra il cielo, la pellicola guadagnerebbe in spessore, ma molte adolescenti resterebbero sicuramente deluse.
Ricostruiamo i fatti. I fratelli Gallagher litigano per l’ennesima volta, e Noel decide di lasciare il gruppo, facendo saltare le date conclusive del tour degli Oasis, che prevedeva ancora tre concerti: Parigi, Costanza e Milano.
La società “Indipendente”, che ha puntato sulla band di Manchester come nome di richiamo per il suo “I-Day”, si affretta a precisare che nessuno sarà rimborsato, e che la presenza degli altri gruppi è confermata (per la cronaca The Hacienda, Expatriate, Twisted Wheel, Kasabian e The Kooks).
Tra lo sconcerto e la rabbia dei fan, arriva la notizia che a salire sul palco al posto dei fratellini litigiosi saranno i Deep Purple.
Qualcuno ha il coraggio di non presentarsi, altri addirittura scoprono il cambio di programma solo davanti ai cancelli, e svendono il proprio biglietto a prezzi ridicoli. I più saggi fanno buon viso a cattivo gioco, e pur essendo partiti da casa con l’idea di assistere a una rassegna di musica pop, colgono l’occasione di vedere all’opera i grandi vecchi dell’hard rock britannico, che chiuderanno la serata.
Tralasciamo per ragioni di spazio tutto ciò che è avvenuto prima, e concentriamoci sui Deep Purple.
Sobri negli abiti e nei modi, com’è nel loro carattere, i cinque veterani si presentano puntualmente alle 22,30 davanti a un pubblico scremato di coloro che al viaggio nella storia della musica preferiscono quello verso casa. Peggio per loro, perché già dalle prime note di Highway Star, che inaugura la performance, si capisce che hanno fatto la scelta sbagliata.
Il coro “Deep Purple!” si alza per la prima volta dalla folla, che rapidamente si raggruppa sotto il palco infondendo calore all’ultrasessantenne Gillan, che dopo i primi acuti di assestamento mette in mostra una voce ancora invidiabile. I virtuosismi dei tempi d’oro non ci sono più, ma il tono è ancora sicuro, preciso, e l’entusiasmo con cui coinvolge gli spettatori tanto. Da apprezzare la grinta con cui sfida l’età saltellando sul palco.
Alla sua destra si muove come sempre con disinvoltura Roger Glover al basso, così come Ian Paice alla batteria, presenza meno visibile ma fondamentale.
I classici ci sono tutti o quasi, manca Child in Time, ma forse sarebbe chiedere troppo. Tra Strange Kind of a Woman e Smoke on the Water ci sono attimi di gloria personale regalata ai “nuovi”: Steve Morse, che ha raccolto il testimone di Ritchie Blackmore tredici anni fa, e Don Airey, che ha il compito arduo di non far rimpiangere Jon Lord alle tastiere. In effetti non ci riesce, fa il suo, ma i suoi intermezzi a volte sono troppo ironici per i puristi (passi il Nessun dorma, ma la pantera rosa proprio no…), certe atmosfere sacrali non possono essere profanate con la pura esibizione di stile fine a se stessa, a volte è sufficiente l’ordinaria amministrazione. Simpatico, ma niente di più, il duello di assoli con Morse.
Immancabile la finta chiusura per ottenere l’acclamazione del pubblico, che viene accontentato con i due brani finali: Hush e Black Night, che richiedono il sostegno vocale di tutti i presenti.
Dopo un’ora e mezzo la band ringrazia, saluta e se ne va, lasciandosi alle spalle una lezione di musica, e di stile. Chiamati all’ultimo minuto sono riusciti ad allestire uno spettacolo di tutto rispetto, senza eccessi, senza spunti memorabili, ma più che dignitoso, hanno dato al pubblico ciò che il pubblico voleva, ed è già tanto. Grazie ai Deep Purple, e grazie agli Oasis.
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JOHN FOGERTYwww.johnfogerty.comLuogo: Anfiteatro Camerini, Villa Contarini, Piazzola sul Brenta (PD)
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La facciata della Villa Contarini domina alla sinistra del palcoscenico. Tutti sono seduti. John Fogerty è dell’idea che il modo migliore per spezzare gli indugi sia irrompere con un brano del calibro di Hey Tonight: obiettivo centrato. Il suo inconfondibile timbro, la sua chitarra e un sound eccezionalmente seventy ci sbalzano in men che non si dica quanrant’anni indietro nel tempo, mentre l’autentica anima CCR lentamente si rivela. Il tempo di un saluto al pubblico e un apprezzamento per nostro Paese e Fogerty intona Run Through The Jungle seguita da Susy Q: più Creedence di così si muore. In quest’ultimo brano il vocalist e chitarrista si lascia andare ad un lungo assolo sulla sei corde per poi concludere con l’armonica a bocca. E’ chiaro che, almeno per questa serata, ha intenzione di non far mancare nulla al suo pubblico. Abbraccia quindi l’acustica, annuncia che il brano seguente ha alle spalle una lunga, lunga storia, fa vibrare le corde con qualche decisa pennata ed ecco la nostalgica ballata Who’ll Stop The Rain.
Fogerty si libera ora della giacca e sfoggia una camicia da perfetto cowboy californiano mentre corre avanti e indietro per il palco con un’energia e una solarità che farebbero invidia ad un ventenne (ricordiamo che l’ex CCR va ormai per i sessantacinque).
Il livello non cala mai, lo show è un crescendo che incredibilmente regge a pieno regime fino all’ultima nota. Ecco quindi il suono di una chitarra stoppata, “Cheke cheke cheke”, inconfondibile incipit di Lookin’ Out My Back Door che a canzone terminata Fogerty imita scherzosamente con la voce. Un altro lunghissimo assolo riempie la scena per diversi minuti prima che The Midnight Special prenda vita dalle corde vocali di Fogerty. Classico dopo classico è la volta di Cotton Field che questa volta è solo il pubblico ad intonare, seguita dalla tradizionale Big Train (From Memphis), terra di confine tra puro rock e country, in cui trova spazio un efficace assolo di violino. Non bisogna infatti dimenticare che alle spalle di Fogerty c’è una ben assortita schiera di musicisti e polistumentisti: un violinista (che all’occorrenza passa con disinvoltura a percussioni o chitarra), un “hammondista” (anch’egli alle prese con la chitarra, qualora il brano lo richieda), un batterista (il migliore del mondo, a detta di Fogerty...), un bassista e un chitarrista.
Da buon romantico Fogerty non si lascia sfuggire l’occasione di intonare un lento di epoca post CCR, The Joy Of My Life, scritto per la moglie Judy che, come lui stesso sottolinea, da 23 anni ha portato l’arcobaleno nella sua vita. Quindi è il momento dell’intramontabile Have You Ever Seen The Rain, la quintessenza della canzone rock come oggi la conosciamo, seguita della più selvaggia Keep On Chooglin infarcita da un’inaspettato assolo di Fogerty con tecnica tapping.
Il pubblico freme; se l’intento dei musicisti era riscaldare gli animi, ci sono riusciti anche fin troppo. Nella perfezione di un concerto così vivo, di una prestazione senza sbavature, l’unica nota stonata è la disposizione del pubblico e la gestione dello spazio attorno al palcoscenico: troppe sedie, troppe restrizioni per uno spettacolo che è, in questo caso più che mai, musica da ballare e da vivere assieme a chi la sta suonando. La zona transennata è così destinata ad essere presto espugnata e in pochi secondi un’orda di fan (tutto sommato molto composti) si riversa ordinatamente sotto il palcoscenico riempiendo ogni spazio lasciato libero dalle sedie. Il concerto prende ora una piega differente. Fogerty (che già in precedenza non aveva lesinato dimostrazioni di entusiasmo verso il pubblico) sembra a questo punto ancora più galvanizzato. Ripete alcuni classici già suonati e dà fondo a tutto lo storico repertorio CCR. Via una canzone, sotto l’altra, una brevissima pausa e poi ancora sulla scena per i bis. La conclusione è l’attesissima Proud Mary, il degno finale di due stupende ore di puro, verace, autentico rock ‘n’ roll.
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THE DI MAGGIO CONNECTIONwww.myspace.com/thedimaggioconnectionLuogo: Il Torchio, Inveruno (MI)
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La serata di venerdì 17 luglio di Rockantina a Inveruno è stata impreziosita dall’esibizione di una straordinaria band toscana, la Di Maggio Connection. In oltre due ore di spettacolo e sotto il crescente consenso di una folta cornice di pubblico, il trio governato da Marco di Maggio ha incantato con le sue avvolgenti atmosfere rockabilly, efficacemente contaminate da flussi di swing, ska e buon vecchio r’n’r.
Forti di una carriera che li vede protagonisti della scena italiana e non da oltre dieci anni, i tre dominano fin dall’inizio il palco in scioltezza sciorinando un repertorio che comprende molti brani originali, composti dallo stesso Di Maggio, particolarmente tratti dal recente disco The Route Of Life. L’ascolto di queste canzoni permette subito di rendersi conto della tecnica raffinata dei tre, la potenza e la precisione del contrabbassista Matteo Giannetti e la snella inventiva del batterista Marco Bersanti unite alla versatilità del leader creano un cocktail davvero esplosivo. La prima parte del live è dominata da questi pezzi, tra cui i più vivaci ed apprezzati sono certamente Easy For You e All By Myself, (non l’hit di Eric Carmen…),dilungata ed arricchita da sonorità al limite del prog. Le proprietà tecniche del chitarrista sono impressionanti, e giustificati appaiono i numerosi riconoscimenti internazionali che di Maggio può vantare. Col procedere del concerto la band tiene saldamente in mano il pubblico, che si accalca sotto lo stage. Ad un certo momento ho chiuso gli occhi, ho spalancato le orecchie e mi son trovato in pieno Stray- cats boom, oltre vent’anni fa…
E’ il momento buono per conquistare definitivamente l’audience, ed i tre ci riescono con un collaudato repertorio di cover illustri, che constano di rielaborazioni in chiave del tutto personale ed originale di una gamma di artisti che va da Chet Baker a Brian Setzer. Tra di esse, notevoli le versioni di Every Breath You Take e Don’t Let Me Be Misunderstood. I consensi fioccano, la gente inizia a ballare al ritmo di un’inattesa Twenty Flight Rock. I musicisti, completamente a loro agio, non perdono occasione per dare spazio a qualche simpatica gag, con il contrabbassista nelle vesti di mattatore e showman, mentre di Maggio rifiata e riaccorda. Altro che venerdì 17, una serata totalmente riuscita ed un successo completo e meritato. Vi consiglio di sbirciare il sito web o my space per le prossime date della band ed ovviamente di correre ad ascoltarli.
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METALLICAwww.metallica.comLuogo: Stadio Meazza - San Siro, Milano
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Per Paul David Hewson (in arte Bono Vox) è un ibrido a mezza strada tra una stazione spaziale e un fiore di cactus; per i quasi 80.000 di San Siro è una fabbrica di sogni pronta a mettersi in funzione. Ufficialmente The Claw (l’artiglio, appunto) è una struttura fantascientifica che ghermisce il palcoscenico permettendo la visione dello show a 360°, da cui il nome del Tour 2009 degli U2.
La luce naturale scolpisce ancora l’interno dello stadio quando Larry Mullen Jr. fa il suo ingresso e inizia a picchiare sulle pelli accompagnato dal boato del pubblico, boato che diventa assordante quando in scena entra Bono, alle spalle di The Edge e Adam Clayton. Breathe sembra creata apposta per l’apertura di un concerto, grazie ad un crescendo in cui gli strumenti fanno il loro ingresso uno alla volta come nel più classico degli intro. Segue No Line On The Horizon e sul mega schermo a 360° le riprese live dei musicisti lasciano spazio ad una serie di scie luminose che si deformano e sovrappongono. Tutti in piedi, batterista compreso, per Get On Your Boots seguita dall’ormai celebre singolo Magnificent.
Bono è in ottima forma, niente stecche, voce pulita, giacca di pelle e auricolari; da solo riesce a riempire sia l’immenso palcoscenico circolare, sia la pedana esterna (che delimita il pit), sia i ponti mobili che uniscono i due spazi della scena.
The Edge imbraccia ora la sua storica Gibson Explorer: è il segnale che preannuncia Beautiful Day, l’ultimo pezzo di recente fattura prima di due brani storici. Le prime note di chitarra delineano inequivocabilmente l’inizio di I Still Haven’t Found What I’m Looking For che sul finire si traforma in Stand By Me (John Lennon) intonata a gran voce da tutto il pubblico. Nella serata delle celebrazioni in diretta mondiale per l’ultimo addio Michael Jackson, Bono ricorda a suo modo il re del pop dedicandogli Angels of Harlem infarcita con un estratto di Don't Stop 'Til You Get Enough (di Michel Jackson appunto) nel bel mezzo del brano.
A questo punto le ritmate pennate della chitarra acustica scandiscono il motivo di Party Girl: Bono si china verso il pubblico, porge una mano ad una ragazza e la fa salire sul palcoscenico incitando tutti ad intonare un “tante-euguri” da dedicare alla signorina; si chiama Eve, è la bella figlia del leader degli U2 e sta brindando con bollicine davanti ad 80.000 spettatori.
Seguono In A Little While e Unknown Caller quest’ultima accompagnata da una scenografia organizzata dai ragazzi di U2 Place: gli spettatori del secondo anello rosso alzano fogli bianchi e rossi a formare la scritta 3:33, Bono se ne accorge, toglie gli occhiali per vedere meglio e ringrazia gli spalti (3:33 e un riferimento alla bibbia, Geremia 3:33 "Invocami, e io ti risponderò”, numero ricorrente e particolarmente significativo nella discografia degli U2). L’empatia tra Bono e il suo pubblico diventata tangibile, esempio di quel particolare rapporto che il cantante ha instaurato con i fan fin dagli esordi.
Il momento toccante è spezzato dal crescendo di Unforgettable Fire, City of Blinding Lights e l’esplosiva Vertigo. Il mega schermo, che fino a qualche istante prima si è deformato ed illuminato dando vita a giochi di luci e scenografie mozzafiato, ora mostra i volti in primo piano dei quattro musicisti che si muovono a tempo con uno stile molto “Pop” e fanno da sfondo alla versione dance-techno di I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight in cui Clayton domina la scena a scapito di una prestazione vocale piuttosto scarsa di Bono. In contrapposizione al precedente brano sperimentale ecco che arriva (anche se non dall’inizio) la super rodata Sunday Bloody Sunday con tanto di scritte a caratteri arabi sullo schermo. Quindi i quattro irlandesi danno in pasto al pubblico Pride (In The Name of Love), altro attesissimo classico, e il pubblico non esita a dimostrare la propria riconoscenza intonando all’unanimità il celeberrimo “Oh-oh-oh-oh” del ritornello; il coro di 80.000 voci investe Bono che, con aria stupita e quasi incredula, si toglie l’auricolare per meglio ascoltare e farsi attraversare da tutta l’energia. Viene spontaneo chiedersi se ancora il suo animo possa essere scosso da una simile reazione del pubblico, oppure se la sua sia solo una ben costruita messa in scena...vogliamo credere nella prima ipotesi, se non altro per l’atteggiamento schietto e disinibito che Bono ha sempre dimostrato di avere con i fan e per l’ambientazione d’eccezione che è San Siro.
Come preannunciato Walk On è dedicata al premio Nobel Aung San Suu Kyi (dal sito degli U2 era possibile scaricare delle maschere con il suo volto da utilizzare per la scenografia della canzone): sulla pedana circolare sfilano delle persone con il volto coperto dall’immagine della donna ed infine lo stesso vocalist accosta l’immagine al suo viso. Bono lascia il canonico discorso sulla pace ad un video proiettato sul mega schermo e si prepara ad intonare il penultimo brano della scaletta pre-bis Where The Streets Have No Name,
Dopo aver sfoggiato occhiali di bulgari ed un rosario appeso al collo, Bono non si fa sfuggire l’occasione di prendere la parola per il rituale monologo politico. Neanche a dirlo, l’oggetto del discorso è Brlusconi: «Saprete che io e il vostro primo ministro» esordisce Bono «abbiamo avuto alcune divergenze per via di certe promesse che ha fatto e non ha mai mantenuto» afferma riferendosi al tema della povertà nel terzo mondo. Con uno stile che il migliore dei diplomatici gli invidierebbe, Bono continua: «Ma non è ancora troppo tardi per chiudere il capitolo, tra poco ci sarà il G8 e Berlusconi avrà l’occasione per recuperare - e conclude - Gli dedico One». Così, chitarra alla mano, Bono si appresta a chiudere lo show con uno dei lenti più celebri della musica contemporanea.
Neanche il tempo di rendersi conto che lo spettacolo sta volgendo al termine e Gli U2 tornano sul palco per i bis. Bono, avvolto da un giubbotto spaziale punteggiato da led rossi che disegnano scie di luce attraverso il fumo, intona Ultra Violet (Light My Way). l’immancabile With Or Without You è la scena dell’ennesimo coro unanime del pubblico, mentre il brano prescelto per chiudere definitivamente la serata è Moment Of Surrender, con The Edge che si destreggia tra tastiera e chitarra e Bono che stupisce per la tenuta vocale, arrivando in fondo alla performance con un timbro fresco e integro che, lungi dal dare segni di cedimento, ha regalato proprio sull’ultimo brano uno tra i migliori momenti canori della serata.
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METALLICAwww.metallica.comLuogo: Mediolanum Forum, Assago (MI)
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Recensire un concerto della più influente e famosa heavy-metal band, probabilmente, di tutti i tempi, è un onore nonché un piacere…posso dire con orgoglio “io c’ero”. Sono passati ormai 13 anni da quel 28 settembre 1996, tournè dell’album Load, dall’ultima apparizione milanese dei Quattro Cavalieri e l’assenza si è sentita eccome; osservando le quasi 15.000 persone assiepate nel caldo soffocante del Forum (ci perdoneranno gli sponsor che cambiano ormai ogni anno, se usiamo solo il nome principale…) mi sono chiesto cosa deve fare una band di questo livello per avere lo stadio di San Siro…per chi scrive è davvero deprimente vedere uno stadio del genere dato ultimamente a cantanti che non meriterebbero nemmeno un locale di serie B, ma questa è un’altra storia… Il palco sistemato in mezzo al palazzetto, come usano fare i Metallica da quasi 15 anni, per avere il contatto con i fans su ogni lato (adesso qualcuno lo chiama “360” e sembra che l’abbia inventato lui…mah…), è davvero una grande invenzione perché permette di vedere tutti i componenti della band suonare di fronte a sé…spettacolo!!!
Prima dei 4 di San Francisco, come band di “spalla” si esibiscono in ordine Mastodon e Lamb Of God, ma complice un suono impastato e poco fluido, delle loro esibizioni si ricorda solo la presenza scenica devastante del cantante dei Lamb e poco altro… Alle 21:05 le luci si spengono improvvisamente e nell’aria riecheggia l’intro per eccellenza della band californiana, abbandonato solo nella tournè di Load, la colonna sonora de Il Buono Il Brutto e Il Cattivo…emozionante con la folla a scandirne la melodia…e poi il battito di cuore che apre il nuovo lavoro Death Magnetic… La band apre con That Was Just Your Life e The End Of The Line…i pezzi che sono anche l’incipit del nuovo cd, dal vivo non deludono…anzi acquistano maggiore forza sparati a mitraglia dagli amplificatori…forse unica pecca dello show…I volumi sono esagerati per il Forum e qualche volta il suono stride per l’eccessiva potenza…
Ma è con la terza canzone che il concerto “esplode”…”this is an old stuff”…quasi non ci si crede a sentire Disposable Heroes (1986) suonata in maniera devastante…commovente quasi…l’energia è la stessa di 23 anni fa…pazzesco… Ecco poi l’unica traccia proveniente dagli anni “hard-rock-country” della band e cioè uno dei pezzi migliori di quel periodo, The Memory Remains…il pubblico apprezza e si sostituisce a Marianne Faithful nel coro…brividi…che continuano quando dalle casse escono spari ed esplosioni…tutti sanno che sono il preludio ad uno dei pezzi più belli della discografia dei Metallica e cioè One…tecnica velocità e melodia…come 20 anni fa…fantastica..con tanto di fiamme uscite dal mezzo del palco…spettacolari!!! La serata procede con altri due pezzi dell’ultima uscita, Broken Beat & Scarred e My Apocalypse…dal vivo le nuove song non sfigurano e il pubblico sembra averle già metabolizzate alla grande.
“Do you want heavy?? ‘Tallica give you heavy baby!!” e Sad But True è servita…la voce di Hetfield sembra migliorare con gli anni…si fanno sentire l’astinenza da alcol e la cura delle corde vocali quasi maniacale del singer… La prima cover del concerto è Turn The Page, splendida canzone di Bob Seger poi la band ci regala la più bella traccia di Death Magnetic e cioè All Nightmare Long…secondo chi vi scrive il nuovo classico della band…senza parole!! Dopo un breve ma intenso assolo di Kirk Hammett, si prosegue con il singolo uscito a settembre, The Day That Never Comes e dall’immensa Master Of Puppets, sempre emozionanti gli 8 e passa minuti del pezzo ma è col seguente che la band sorprende il pubblico…una delle canzoni forse più estreme mai composte, Fight Fire With Fire…anche qui il tempo sembra essersi fermato per i 4…perfetta…anche se i volumi forse la rovinano un pochino.
Dopo un altro intermezzo di Hammett, ispirato come ai vecchi tempi, è il momento dei due capolavori tratti dall’album più conosciuto della band e forse della storia del rock recente, il Black Album: Nothing Else Matters (per chi vi parla la miglior ballad rock della storia assieme a Stairway To Heaven) e Enter Sandman…l’energia del pubblico sembra quasi stupire i Four Horsemen, che chiedono come mai siano passati così tanti anni dall’ultima data milanese…misteri del mondo…
Una brevissima e consueta pausa consente a Hetfield e soci di rifiatare quel minimo per riproporsi per i bis: Die Die My Darling, Trapped Under Ice e quindi una superveloce Seek & Destroy chiudono lo show in mezzo a enormi palloni da spiaggia neri griffati Metallica, lanciati sulla folla…delirio…
Citazione positiva per le luci davvero ben fatte e negativa per il suono un po’ troppo “spinto” ma per il resto uno show davvero energico e devastante come solo i Four Horsemen sanno fare…rimane il rammarico per non aver visto un tale spettacolo in una cornice più consona alla loro grandezza…e cioè quel San Siro regalato in questi anni ad “artisti” che non lo meriterebbe affatto…ma l’Italia musicale è anche questa purtroppo. In conclusione una serata riuscitissima, per una band che ha ancora tanto da insegnare ai giovani e alla musica rock…potenti veloci e trascinanti come pochi al mondo and nothing else matters.
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METALLICAwww.metallica.comLuogo: Mediolanum Forum, Assago (MI)
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Sono le 21 in punto e sul palazzetto calano le tenebre. Sarà per quella sensazione di stordimento che l’esibizione conclusasi da poco dei Lamb of God ha lasciato nei timpani, per i diversi posti ancora vuoti nel parterre, per il disorientamento dovuto all’enorme palco centrale, oppure per quelle bare metalliche che incombono pesanti sul palco e sulle teste del pubblico, ma l’atmosfera che si respira è strana, sinistra. Anche i fan più accaniti attendono il momento quasi in religioso silenzio.
Il silenzio viene interrotto, come da tradizione, dall’emozionante crescendo delle note di The Ecstasy of Gold del maestro Morricone ma quando le luci progressivamente tornano a illuminare il palco, questo è ancora vuoto, riempito solo dal battito cardiaco che caratterizza l’incipit di That Was Just Your Life. E’ con questo il suono che segna l’inizio del nuovo album, del World Magnetic Tour e della rinascita dei Metallica.
Un attacco emozionante, pieno di significati. Le bare, sospese e inquietanti fino a poco prima, ora offrono uno spettacolo di luci e laser colorati degni del set dell’ultimo Star Trek. Il palco, che sembrava una landa desolata, ora trabocca di vita ed energia e tra i fan delle prime file, vicinissimi al palco, e i quattro musicisti si instaura da subito una forte empatia. Gli ex-ragazzacci di San Francisco sono molto maturati: lo si percepisce non solo dai primi capelli o pizzetti bianchi, ma soprattutto dall’atteggiamento positivo con cui tengono la scena interegendo col pubblico, scherzando, mettendosi in posa per le centinaia di flash e divertendosi, loro per primi, come matti.
Dopo lo scarso successo degli ultimi album, le critiche, la freddezza dei fan, le crisi, le paure e i ricoveri in clinica, la band sembra rigenerata. L’enorme bagaglio di esperienza e la serenità e fiducia ritrovate grazie ai buoni risultati ottenuti dall’ultimo Death Magnetic permettono loro di ripresentarsi a testa alta con un tour promozionale e un live set come non si vedeva da tempo.
A differenza degli ultimi tour a supporto di St. Anger e prima ancora di Re-Load, tra l’altro gli unici album non rappresentati oggi in scaletta, stavolta sono ben sei i nuovi pezzi proposti con orgoglio, passione e senza paura di deludere i fan vecchi e nuovi. Tra questi Broken, Beat And Scarred, My Apocalypse, The Day That Never Comes e la già citata That Was Just Your Life spiccano per intensità, precisione e impatto sonoro, sintesi perfetta tra le sonorità più moderne e il thrash metal di Master of Puppets e …And Justice for All. I nuovi pezzi non sono di facile ascolto, ma i fraseggi elaborati e interminabili, i ritmi forsennati e i suoni a volte troppo impastati non spaventano il grosso del pubblico che partecipa con grande entusiasmo. Gli animi, e non solo quelli, si infiammano definitivamente sulle note di un’intensissima One quando, proprio nel momento di massima tensione musicale, da entrambi i lati del palco si alzano, al ritmo della doppia cassa di Lars, delle colonne di fuoco alte più di due metri e il palco, per qualche istante, diventa un campo di battaglia: uno spettacolo e un calore sprigionato impressionanti. I nuovi singoli e i vecchi cavalli di battaglia si amalgamano a meraviglia. Tra questi ultimi non possono mancare le arcinote Sad But True e Enter Sandman, le ballate Turn the Page, The Memory Remains e l’emozionante Nothing Else Matters, unici momenti concessi per tirare un po’il fiato, l’immensa Master Of Puppets e le vecchie e tiratissime Trapped Under Ice e Seek and Destroy con cui si conclude l’esibizione. Non mancano poi delle vere e proprie chicche come Disposable Heroes, la cover dei Misfits Die, Die My Darling e la tanto feroce quanto inaspettata Fight Fire With Fire, con tanto di ritorno delle fiamme sul palco.
Uno show completo, che in due ore e un quarto praticamente ininterrotte ripercorre le tappe più significative della carriera dei Metallica e ci presenta una band in grandissima forma. Se il carisma, la potenza, la padronanza tecnica e la capacità di tenere il palco dei quattro musicisti non avevano certo bisogno di conferme, sorprendono invece la resistenza fisica, la tenuta della voce di James Hetfield, l’inesauribile energia abbinata a grandissima precisione di Lars Ulrich, padrone incontrastato della pedana rotante su cui poggia la batteria, la nonchalance con cui Kirk Hammett sforna assoli infuocati e l’impatto devastante del basso di un instancabile Robert Trujillo, che in poco tempo si è guadagnato col sudore l’affetto dei fans. Nessuno è protagonista, anzi lo sono tutti e quattro contemporaneamente. Grazie anche all’allestimento del palco, ognuno ha il suo spazio e a turno tutti, anche il batterista, hanno l’occasione di rivolgersi e guardare negli occhi i fedelissimi fan, quelli che più volte nel corso dello show James chiama affettuosamente “Metallica family”.
I “quattro cavalieri dell’Apocalisse” sono tornati. Ancora una volta hanno saputo reinventarsi e rinascere dalle proprie ceneri e questo World Megnatic Tour è il modo migliore per spazzare via ogni perplessità sul loro operato in questi ultimi anni. Sebbene il tema ricorrente di Death Magnetic sia la morte, non c’è dubbio che i Metallica, qualunque cosa potrà accadere, non si arrenderanno tanto facilmente: il testo di Broken, Beat And Scarred lancia un messaggio molto chiaro “Rise, fall, down, rise again. What don't kill you make you more strong. […] Broken, beat and scarred. But we die hard!”
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LYNYRD SKYNYRDwww.lynyrdskynyrd.comLuogo: Pala Sharp, Milano
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Dopo 70 minuti di trascinante southern rock d’autore, eccole le frasi da cantare che tutti i presenti al Palasharp di Milano (pieno all’inverosimile) stavano aspettando… “Big Wheels Keeep On Turning, Carry Me Home To See My Ki”…l’incipit di Sweet Home Alabama riecheggia nel palazzetto che esplode e canta a squarciagola nonostante sappia che la serata volge al termine. Ascoltare dal vivo questa canzone, per chi vi parla, è stata una grandissima emozione e poco importa che i critici ritengano i Lynyrd Skynyrd attuali, niente più di una cover band di lusso e che dei membri originali sia rimasto solo il grandissimo chitarrista Gary Rossington (ultimamente la band ha perso anche il tastierista Billy Powell e il bassista Ean Evans).
I critici comunque non potranno negare che la band attuale ci sa fare alla grande e che il southern rock che esce dagli amplificatori trascina il pubblico. Grandissimo trascinatore il frontman Johnny Van Zant, fratello del compianto cantante storico della band Ronnie, deceduto nel famoso incidente aereo del 20 ottobre 1977 nel quale morirono anche il chitarrista Steve Gaines e la corista Cassie Gaines.
La band nonostante una sorta di maledizione che sembra non abbandonarla mai, è più viva che mai ed entra sul palco milanese con un intro a sorpresa rubato agli AC/DC (Thunderstruck) ma che subito lascia spazio alle note di Workin For MCA, I Ain’t The One e Saturday Night Special…complici i volumi non altissimi e probabilmente anche il caldo, la gente entra in “clima sudista” sulle note del quarto pezzo, What’s Your Name. La mitragliata di grandi classici del rock anni ’70 esalta le migliaia di persone presenti, un pubblico variegato che più non si può…dai bikers con giubbotti di pelle e tatuaggi ai giovani liceali con le toppe delle rockband sullo zaino, dagli impiegati in camicia ai padri con i figli giovanissimi…il rock unisce e non tradisce, diceva qualcuno…
Ma è con la commovente ballad Simple Man, che definitivamente ci si dimentica di essere a Milano e si entra nelle strade circondate da paludi dell’assolata Alabama…sentirla suonare dal vivo e cantare da tutti ma proprio da tutti è stato da brividi…
Il concerto prosegue senza un attimo di pausa e i classici si susseguono come un treno in corsa che ti travolge e ti entusiasma, That’s Smell, Whiskey Rock-A-Roller e un riuscitissimo medley composto da Down South Jukin, The Needle And The Spoon, Double Trouble e Tuesday's Gone. Il caldo soffocante del palazzetto milanese contribuisce ad alimentare l’atmosfera “sudista” della serata e Van Zant è quasi stupito della straordinaria partecipazione dell’audience italiana…che di certo non ha meritato questa assenza prolungata dalle nostre terre (12 anni…) e forse per le prossime tournè qualcosa cambierà speriamo…
Le due splendide cavalcate rock, Gimme Three Steps e Call Me The Breeze fanno saltare e cantare tutti ma il pubblico sa che sono solo il preludio al gran finale…quello che tutti aspettavano da anni…Van Zant afferra il suo microfono avvolto in una bandiera americana e confederata e lo sventola…eccola la canzone tanto attesa, una delle più belle canzoni rock di tutti i tempi…Sweet Home Alabama…e il pubblico cantandola quasi copre il gruppo…emozioni a raffica…ripensandoci vorrei rivivere quel momento più e più volte…emozioni che solo il rock ti può dare…ma non è finita… Dopo la pausa l’unico bis concesso…e che bis…un’altra perla del repertorio della band southern rock per eccellenza, l’inno dei bikers di tutto il mondo…Free Bird…con assolo finale di almeno 5 minuti che Gary Rossington, Rickey Medlocke e Mark Matejka suonano con tutte le forze rimaste…che energia ragazzi!!
In conclusione un grandissimo concerto per una band mitica, con un grandissimo passato e, secondo me, anche un grande futuro…le migliaia di persone accorse stasera sono una testimonianza di questo…certo non saranno mai come gli originali ma la sincerità, la dedizione, la grinta e l’amore per la musica sono gli stessi e il nome Lynyrd Skynyrd resta come un marchio D.O.C. a garanzia che sarà sempre rock sudista quello che uscirà dagli amplificatori e sarà sempre la bandiera confederata quella che sventolerà sopra le loro teste. “Cause I’m a Free Bird And This Bird You Cannot Change….”
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