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Jazz d'incanto

JOE LOCKE, DADO MORONI e ROSARIO GIULIANI

www.joelocke.com

Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arsizio (VA)
Data: 28 giugno 2010
Evento: Rassegna Jazz
Voto: 9

L’Art Blake Jazz Club di Busto Arsizio è questo: ci vai una sera per assistere ad un concerto e bere una birra e può essere che ci trovi Joe Locke in carne ed ossa, magari in trio con Dado Moroni e Rosario Giuliani.
L’appuntamento è tra i più importanti del cartellone, oltre ad essere l’ultimo nel calendario la stagione.
Ed inizia magicamente, grazie all’atmosfera fiabesca che le prime note del vibrafono fanno calare come d’incanto sulla sala. Non ci vuole molto perché Locke catturi la platea: stivale pitonato, charm da rock star a metà tra Tom Waits e d Iggy Pop, il musicista newyorkese inizia a saltellare su e giù per il vibrafono sfoggiando al contempo un eccezionale virtuosismo e delle ottime doti attoriali.

Al brano di apertura a firma Locke, Sword of Whispers, una composizione che il vibrafonista dedica a Little Jimmy Scott, segue The Peacocks brano dall’incedere lontanamente esotico che vede Giuliani destreggiarsi al sax soprano.

I tre continuano in un gioco di richiami e contrappunti, domande e risposte, per arrivare a manifestazioni di virtuosismo concitato, in cui la fisicità diventa un fattore fondamentale sul palco: Locke rimbalza accanto alle lamelle percosse dai suoi quattro inarrestabili battenti ed il pianoforte di Moroni inizia ad inclinarsi e sobbalzare, come se le note suonate riuscissero ad animarlo.

E’ il momento di Alone, composizione di Dado Moroni onirica, quasi ipnotica, che ben si adatta ai suoni della serata, cui segue un ultimo swing prima della pausa.

Al rientro scopriamo che l’interplay del trio non è cambiato, anzi! My Angel, morbida composizione di Giuliani, è una carezza delicata prima che la sfida all’ultima nota ingaggiata da Locke e Moroni ricominci a pieno regime. Nel finale c’è spazio per un brano scritto da Locke dedicato alla sorella, Beatrice Rose, simile ad una nenia rubata ad un antico carillon, e per Brother Alfred, di Dado Moroni, ultima della serie registrata all’Oratorio S. Cecilia di Perugia.

Il pubblico è soddisfatto, nonostante il trio vibrafono-pianoforte-sax non sia esattamente una formazione facile da ascoltare. La grandiosa empatia ed il talento con cui i tre sono riusciti a coinvolgere la platea è per questo motivo ancora più apprezzabile: solo il vero bisogno di musica riesce a portare a risultati così autentici; ne è riprova il fatto che dopo due ore e mezza di concerto, Locke continuava a suonare, solo sul palco, davanti ad una sala vuota…

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ABRAM BURTON & ERIC MCPHERSON QUARTET

www.abrahamburton.com

Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arsizio (VA)
Data: 19 giugno 2010
Evento: Rassegna Jazz
Voto: 6

Partita finita, l’Italia ha pareggiato. Lo schermo (e il ricordo) del match si sollevano rapidamente al di sopra del palcoscenico, svelando i musicisti pronti a dare inizio alla grande musica di cui tutti li sappiamo capaci. Dezron Douglas è già entrato appieno nella parte: da lui scaturiscono le prime decise note di contrabbasso; subito dopo Abraham Burton lo incalza con poche battute ostinate di sassofono, prendendo la rincorsa per lo slancio dell’ensemble nel vivo del brano. Trattasi di A Night in Tunisia, composizione di Dizzy Gillespie, animata dalle sapienti dita del Abraham Burton & Eric Mcpherson Quartet e Franco Ambrosetti, special guest della serata. All’assolo di sax e tromba, segue quello del giovane pianista David Bryant, mentre la chiusura è affidata alla maestria di Eric Mcpherson, che sembra voler sottolineare come, con pelli e percussioni, possa farci tutto ciò che vuole.

Il feeling tra i componenti del quartetto è tangibile e non potrebbe essere altrimenti, se si pensa che Burton e Mcpherson sono letteralmente cresciuti assieme per le strade del Greenwich Village: amici fin dall’infanzia, hanno dato vita di recente a questo progetto che riunisce musicisti di primo piano sulla scena jazzistica internazionale.

Tuttavia, non vale lo stesso per Franco Ambrosetti che, dopo un inizio brillante, inciampa sulle composizioni originali di Burton e compagni. Il secondo brano, un omaggio alla città di Avellino con cui il quartetto americano si dichiara «innamorato dell’Italia», è un lento che sembra spiazzare Ambrosetti, apparentemente impacciato ed incapace di una reazione che gli permetta di entrare nel mood del brano. Va un poco meglio con la successiva ballata, anche se il connubio tra Abraham Burton & Eric Mcpherson Quartet e Franco Ambrosetti continua a non fare scintille.

Il quarto brano si apre con un funambolesco assolo di tromba che racchiude in sé i presupposti di una ritrovata sintonia tra le parti. Purtroppo il pezzo segna anche la chiusura del concerto, dato che i musicisti concederanno al pubblico solo il bis rituale prima del congedo.

Nel complesso la musica del Abraham Burton & Eric Mcpherson Quartet è riuscita come sempre ad emozionare, merito anche della passione e della partecipazione con cui i musicisti vivono ogni brano, una passione fisica, in particolar modo per quanto riguarda Dezron Douglas, autentico propulsore della formazione.

L’Art Blakey Jazz Club ha dimostrato ancora una volta di saper stupire tanto i propri soci quanto gli ospiti saltuari che, per caso o di proposito, si imbattono in una delle sue celebri serate all’insegna di eccellente musica jazz. L’appuntamento è quindi per il 28 giugno con il trio Loke-Giuliani-Moroni, nomi che difficilmente potranno tradire le aspettative.

Giovedì, 24 Dicembre 2009 18:26

Newsletter dicembre 2010

Lunedì, 30 Novembre 2009 00:00

McCartney: il pacifista sono io

Paul era quello posato, John lo stravagante, Paul il mite, John l'estroverso, Paul si sposta in autobus, John fa un bed-in senza veli, Paul e i motivetti pop, John e la rabbia gridata, Paul l'apollineo, John il dionisiaco. Ma la storia non è così semplice, nè le parti così definite: un'analisi più approfondita ci svela ben altre attitudini del gentleman McCartney. Ed oggi è lo stesso Paul a portare all'attenzione pubblica un suo ruolo inedito che sembrava essere prerogativa esclusiva dell'altra metà "buona" dei Beatles: «L'impegnato e pacifista del gruppo ero io, non John Lennon» afferma McCartney e confessa di essere stato proprio lui a sensibilizzare la band sul tema politico, a partire dalla guerra in Vietnam. Di fondamentale importanza per la formazione della coscienza politica di Paul fu l'incontro col filosofo Bertrand Russell.

Lunedì, 30 Novembre 2009 00:00

Il Boss in Italia

Sono state ufficializzate le date del tour europeo di Bruce Springsteen che torna a calcare il palcoscenico con la E Street Band in seguito all'uscita dell'album Working on a dream prevista per domani. L'Italia ospiterà 3 date del tour: Stadio Olimpico' di Roma (19 luglio, ‘Olimpico' di Torino (21 luglio) e Stadio Friuli di Udine (23 luglio).

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MAURO BRUNINI JAZZ QUINTET

www.maurobrunini.com

Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arsizio (VA)
Data: 5 ottobre 2009
Evento: Fly Jazz - mostra fotografica
Voto: 6

Un appuntamento jazzistico importante per chi ami vivere questo genere di musica a 360°; un ensemble di cinque elementi unito ad una mostra fotografica; insomma, un’esperienza completa. all’Art Blakey Jazz club di Busto.


Sul palco è già schierato il quintetto capitanato da Mauro Bruni mentre tutto attorno, sulle pareti del locale, decine di altri musicisti sfilano immortalati negli scatti di Fiorenzo Pellegatta. Vibrano le prime note del tema di Johnny Comes Lately (Billy Strayhorn), sax e tromba si susseguono nell’assolo per poi intavolare un colorito dialogo con la batteria. Nessuno stacco nel passaggio ad A Nice Friend, composizione originale di Brunini che vede tutti i musicisti prendere la scena per il rituale assolo di introduzione: il compositore è alla tromba, Tullio Ricci al sax tenore, Michele Franzini al pianoforte, Roberto Mattei al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria.

Dopo la presentazione degli interpreti e dei brani suonati fino a questo punto, è la volta di Daahoud (Clifford Brown) e della ballata di Freddie Hubbard Brigitte. Seguono quindi Moontrane di Woody Shaw, in cui è la batteria a rendersi protagonista dopo un vivace scambio con sax e tromba, e la latineggiante Stablemates di Benny Golson, mentre sulle pareti della stanza splendide istantanee di Stefano Bagnoli, Fabrizio Ottaviucci, Marco Zanoli, Fabrizio Bosso (solo per citarne alcuni) in atteggiamento meditativo sembrano vivere la musica suonata dal quintetto. Caratteristica degli scatti di Pellegatta, infatti, è saper cogliere l’espressione che dà adito all’introspezione dell’artista, ritratto non necessariamente nell’atto della mera esecuzione e neppure nel più esplosivo momento interpretativo, per quanto vi siano sicuramente importanti esemplari anche di questo genere nel suo archivio fotografico. Quello che fa la differenza, tuttavia, sono quelle immagini che catturano il musicista in atteggiamento contemplativo, quasi rapito da un’esperienza mistica. Mille parole faticano a rendere l’idea, vedere per credere!

Prima della pausa è il momento del blues Birdlike, ancora Freddie Hubbard, cui è dedicata anche la ripresa: sulle note di Tribute to Hubbard di Michele Franzini i musicisti tornano sulla scena a pieno regime. Second Line si inserisce come diretta conseguenza della precedente sia a livello sonoro che autoriale, mentre si cambia registro sulla successiva ballata You Go To My Head cui è affidata la chiusura ufficiale della performance.

A questo punto non può mancare il bis, la frizzante e articolata composizione di Brunini Fats & Curios: tromba e sassofono all’unisono corrono sul tema principale, mentre i fasci di luce degli scatti più sperimentali di Pellegatta, che ricordano a tratti la vivacità espressiva di Pollock, sembrano agitarsi a ritmo di jazz.

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PAOLO FRESU DEVIL QUARTET

 

www.paolofresu.it

Luogo: Villa Simonetta, Milano
Data: 7 settembre 2009
Evento: MiTo
Voto: 9

Così è scritto: l’inferno è nato per mano di un angelo, un angelo trasformatosi in diavolo. E’ quindi lecito pensare che la naturale evoluzione dell’Angel’s Quartet, storica formazione capitanata da Paolo Fresu, sia il Devil Quartet: «dopo gli angeli non potevano mancare i diavoli» afferma il trombettista di Berchidda, riferendosi ai suoi tre compagni “infernali”, Stefano Bagnoli, Bebo Fera e Paolino Dalla Porta.

Il quartetto viene presentato dallo stesso Fresu come un gruppo molto circolare in cui non c’è un vero e proprio ruolo. Di fatto, le personalità sul palcoscenico non sembrano adatte ad interpretare una parte marginale ed è per questo che il dialogo tra di loro si fa così interessante. Nell’introdurre concerto e progetto, Fresu risponde ad una domanda sul ruolo che ha per lui l’ascolto e lo studio dei grandi jazzisti del passato: «Vengo dalla scuola di Davis e Backer» afferma «la tradizione è per me un pilastro imprescindibile. Loro mi hanno insegnato la filosofia delle note, anche di quelle sbagliate, suonate al momento giusto”.
Ed è proprio la filosofia delle note a prendere corpo, alcuni istanti dopo il discorso introduttivo, con Another Road To Timbuctù: un’esplosione di suoni, effetti e sensazioni, un continuo dialogo tra le distorsioni lisergiche della chitarra di Bebo Ferra e il flicorno di Fresu, mentre il contrabbasso si diverte a seguire e imitare le note degli assoli. Atmosfera totalmente diversa si crea sull’apertura di Mimì, onirica composizione di Paolino Dalla Porta: gli effetti del flicorno e l’archetto sulle corde del contrabbasso si fondono preparando l’avvio morbido del brano, le spazzole di Bagnoli completano l’esperienza sognante che si estingue nell’assolo pizzicato di contrabbasso fino quasi a spegnersi. Il tutto prepara il terreno per l’esplosione sonora al momento del rientro degli altri strumentisti, scroscio di applausi sulle squillanti note del flicorno cui è anche affidata la chiusura del brano in respirazione circolare.

Game 7, ancora Paolino Dalla Porta, inizia col ritmo tribale delle spazzole sulle pelli senza cordiera e continua con l’ingresso all’unisono di tutti altri strumenti. Un lungo assolo di chitarra con distorsioni roccheggianti porta il brano verso il medley con il successivo Elogio del discount, brano velocissimo che diverte sia i musicisti che un pubblico in estasi. Cambio di registro con la successiva Giovedì, sinuosa ballata di Bebo Ferra resa ancora più sensuale dalla tromba sordinata di Fresu; completano in quadro l’archetto di Dalla Porta e il fruscio finale delle spazzole di Bagnoli agitate accanto al microfono.

Un picchiettio insolito cattura a questo punto l’attenzione del pubblico, il suono delle dita che percuotono flicorno, corde del contrabbasso e chitarra dichiarano l’inconfondibile inizio di Moto perpetuo. Brano composto da Fresu per il documentario Percorsi di Pace del regista Ferdinando Vicentini Orgnani è caratterizzato da uno spettacolare gioco di effetti sul suono del flicorno e rimandi ad atmosfere mediorientali.

Il concerto si chiude con una sorta di rituale che tocca a tutti i «papà-jazz». Fresu, dopo aver passato parecchi anni a suonare le ninna-nanne dedicate ai figli degli altri musicisti, vuole ora la sua parte, essendo sul palco il papà più recente, e introduce, scherzando con la sua solita (auto)ironia sull’originalità dei titoli, le due ballate Ninna nanna per Andrea, eseguita alla tromba sordinata, e Inno alla vita, esempi eclatanti della metodicità di cui Paolo Fresu è capace.

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