
4 e 5 Dicembre 2010
presso l’Auditorium del Conservatorio G.Cantelli
via Collegio Gallarini, 1 a Novara.
Programma:
SABATO 4 DICEMBRE 2010
Sabir Mateen Omni Four
Sabir Mateen tenor sax & flute
Matt Lavelle trumpet
Silvia Bolognesi double bass
Warren Smith drums
opening act: Noego
DOMENICA 5 DICEMBRE
Mike Reed's People Places & Things
Greg Ward (altsax)
Tim Halderman (tenorsax)
Jason Roebke (double bass)
Mike Reed (drums).
opening act : Ferrian/Pissavini/Quattrini trio featuring Sabir Mateen
INFORMAZIONI e PRENOTAZIONI
Prevendita su www.vivaticket.it (Vivaticket)
Apertura porte ed acquisto biglietti: dalle ore 20.00 della sera del concerto
Ingresso a 1 concerto: 10 € Abbonamento a 2 concerti: 15 €
Per gli Amici del Novara Jazz un cd in omaggio.
Marco Scotti
Ufficio Stampa Novara Jazz
+39 340 3411099
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
follow us: twitter.com/novarajazz
talk with us: www.facebook.com/novarajazz
Uno dei personaggi più controversi della musica internazionale compie oggi 31 anni. E’ la celebre rockstar Pink, figlia di Roger Waters e del suo gruppo di cui non ricordo il nome, che ne ha celebrato le gesta in un doppio album, emesso appunto trentun anni oggi, chiamato “The wall”. Il muro è quello che, fin da giovanissimo, Pink edifica intorno a sé. Pareti altissime, invalicabili, cementate giorno dopo giorno dalle sue esperienze: padre morto in guerra, madre opprimente, scuole come centri di tortura. Il ragazzo cresce con una devastante incapacità di comunicare e di vedere il bene nel prossimo. Così Pink, divenuto rockstar, si rinchiude gradualmente dietro pareti intrise di follia.
Seguiamolo nel suo folle viaggio, che si estende per le venticinque tracce dell’album.
In the flesh?. Un prologo secco, perentorio. Pink sta per esibirsi in pubblico, ma avverte gli ignari spettatori che, stavolta, lo show potrebbe non essere ciò che loro si aspettano di vedere, e lui non essere l’idolo che tutti credono. Si toglie la maschera ed esibisce, in pasto alla folla, la propria schizofrenica esistenza.
The thin ice. E sotto la maschera troviamo un bimbo. L’ infanzia di Pink è tranquilla come molte altre. L’amore dei suoi genitori, l’azzurro di un cielo che pare non tramontare. Ma crescendo, il “ghiaccio sottile della vita moderna” lo porterà ad imbattersi in crepe sempre più pericolose.
Another brick in the wall part.1. Pink conosce presto il primo grande trauma della propria esistenza: la scomparsa del padre in guerra. Bruciata in fretta la propria innocenza, il piccolo, cinico Pink inizia la costruzione: “Dopotutto era solo un mattone nel muro”.
The happiest days of our lives. A scuola, Pink è circondato e terrorizzato da insegnanti oppressivi e repressivi, che a loro volta sfogano le frustrazioni cui le loro mogli “grasse e psicopatiche” li sottopongono.
Another brick in the wall 2. Esplode la protesta di Pink e i suoi compagni contro il sistema scolastico, formato da individui che non sono altro che nuovi mattoni nel muro di Pink.
Mother. Per il ragazzo però, all’orizzonte si staglia la figura maestosa e rassicurante della Madre. Che lo proteggerà in ogni momento, e così facendo lo renderà ancora più insicuro e impreparato ad affrontare la vita. La quale per il giovane porta ogni giorno nuove questioni irrisolte.
Goodbye Blue sky. Qui Pink, ad esempio, si chiede il perché della guerra, della quale comprende solo il fatto che dopo di essa, niente nella sua vita sarebbe rimasto lo stesso.
Empty spaces/Young lust. In essa infatti, l’incomunicabilità e le incomprensioni cominciano ad essere un problema serio, per un Pink che cresce ma resta fragile psicologicamente. “Come riempiremo gli spazi vuoti in cui eravamo soliti parlare?”, si chiede sconsolato. Un riempitivo, leggero e indolore, potrebbe essere il sesso. La figura femminile, nell’alienata mentalità del nostro protagonista, dev’essere sporcacciona e anonima, deve farlo diventare un vero uomo senza implicazioni affettive e personali. Non c'è spazio per l'amore.
One of my turns. A ciò s’aggiungano le paranoie e le crisi di follia che attanagliano un ormai adulto Pink, che spaventano e mettono in fuga chi gli sta vicino.
Don’t leave me now. Nei brevi attimi di lucidità, Pink supplica l’altra di restare, in modo quanto meno imbarazzante: “..per salvare la faccia di fronte agli amici e riempirti di botte il sabato sera…”. E' la fine del rapporto, Pink viene abbandonato.
Another brick in the wall 3. In un impeto d’orgoglio, Pink dichiara di non aver bisogno di niente e nessuno. Nè donne, né droghe, ricchezza o pubblico; tutto rappresenta nient’altro che nuovi mattoni nel muro. Goodbye Cruel World. Ed è qui che tocca il fondo, l’incubo dell’anelito suicida ne tormenta le notti.
Hey you. A metà del viaggio, però, una flebile luce in lontananza pare riaccendere in Pink speranze di salvezza. “Tu, là fuori…(dal baratro)..puoi aiutarmi?”, chiede rantolando. Ma il muro è già troppo alto, non può liberarsene.
Is there anybody out there. Il suo richiamo resta drammaticamente inascoltato. Il nuovo mattone del muro di Pink è la sua solitudine.
Nobody home. Pink comprende che, chiuso com è in sé stesso, tutto quanto possiede, e che lui stesso quattro tracce prima ha riconosciuto inutile, non lo salverà dal buco nero in cui scivola, se non riuscirà a ricreare almeno un autentico, leale contatto umano.
Vera. Pink è assalito dai ricordi. La sua lei è ormai sparita per sempre, e con lei le speranze della sua gioventù.
Bring the boys back home. Distrutto dal raggelante peso delle proprie negatività, Pink ricade in una lucida, metallica follia e ripete, sconnessamente, una frase: “Riportate a casa i ragazzi!”. Un patetico riferimento al bimbo che lui vorrebbe tornare a essere?
Confortably numb. Ma Pink non può permettersi di indugiare nel delirio. E’ una rockstar e deve esibirsi. Il suo medico, cui lui narra altre reminiscenze giovanili, non lo ascolta, lo riempie di psicofarmaci e lo ributta in pasto al pubblico.
The show must go on. Lo spettacolo deve continuare, appunto, e il nostro s’esprimerà in tutta la sua devastante paranoia, supplicando addirittura nel vaneggiamento i genitori di riportarlo a casa, "temo di non ricordare le canzoni”.
In the flesh. Pink torna in scena. Nelle sue ininterrotte allucinazioni, immagina una band che lo surroghi, formata da filonazisti che incita il pubblico alla pulizia etnica, ottenendone un trionfo senza uguali. La cieca idolatria dell’audience spinge ancor di più Pink verso il baratro.
Run like hell. Nel vortice dello show, Pink ha un ultimo barlume di lucidità e capisce di dover tentare una fuga, per valicare il muro che lo sta ormai soffocando. Ma le paure, le visioni, gli incubi lo sovrastano impietosamente.
Waiting for the worms. Si immagina assalito dai vermi, mentre lui anela a “ripulire la città e accendere forni”. L’ ossessione nazista che s’associa, è inevitabile, all’idea della morte.
Stop. Al culmine del furore autodistruttivo, la parola che salva Pink è “Stop”. “Voglio lasciare lo spettacolo, togliere l’uniforme e andare a casa”. Un bagliore di razionalità, che significa rinascita? Non è tanto semplice.
The trial. Prima di risorgere, Pink affronta uno spietato, terrorizzante processo interiore, che ne deciderà le sorti. Vi si riassume ogni passaggio esistenziale di Pink, in pratica tutti i mattoni che hanno contribuito a costituirne il muro e a portarlo a un passo dall’abisso. “Vostro Onore il Verme” lo giudica, e l’accusa è pesante: è quella di “iniziare a mostrare sentimenti umani”. Con il suo stop alla follia, alle perversioni, al razzismo, alle chiusure, allo show-biz. Chiaro il dilemma del nostro, ossia se questo suo cambiamento sia giusto o meno. E al termine di questo processo fondamentale, la decisione è presa. Abbattete il muro!
Outside the wall. La storia di Pink ha così un lieto fine, incitando alla speranza e alla positività, e a non cadere nelle trappole dell’incomunicabilità e dell’egoismo. Non tutti ce la fanno, naturalmente. Ci sarà sempre chi “picchierà il cuore contro il muro di qualche pazzo bastardo!” .
Una storia così non merita un riascolto?
Alfonso Gariboldi
|
|
ALIFFI- D'AURIA SEXTET
|
Maurizio Aliffi: Chitarra. Francesco D’Auria: Batteria e percussioni. Marco Ricci: Contrabbasso. Luca Gusella: Marimba. Beppe Caruso: Trombone e Tuba. Marco Brioschi: Tromba. Roberto Martinelli: Clarinetto e Sax Contralto. Michel Godard: Tuba e Serpentone. |
Se vi stupisce vedere tubi pluviali ed atri oggetti impropri su un palcoscenico allestito per uno spettacolo jazz, probabilmente non avete mai assistito ad un concerto di Francesco d’Auria. Se poi trovate singolare che un componente della sua formazione maneggi un ottone colorato di nero a forma di biscione, forse non sapete nemmeno che, accanto al suo sestetto, il percussionista siciliano ha schierato lo special guest Michel Godard. Niente di più normale, infatti, che vedere il musicista parigino destreggiarsi tra questo affascinante serpentone ed una tuba azzurra, sfoderata, al solito, come strumento solista.
Sembra un riferimento esplicito al curioso strumento il primo pezzo, Mamba Nero, aperto e chiuso dai duettanti D’Auria e Godard e composta da Aliffi; il chitarrista è autore anche della successiva Pesci nell’acqua, brano blando ed ondeggiante, accarezzato dal fruscio delle spazzole sulle pelli e dall’archetto sulla marimba.
L’introduzione della successiva Saturnia è affidata al flicorno di Marco Brioschi, che passa subito dopo alla tromba sordinata per l’atmosfera sognante di Un amore (D’auria), creata anche grazie all’assolo di marimba di Luca Gusella.
I giochi di parole sembrano essere un debole dal leader percussionista, che non a caso intitola To Be il suo successivo brano originale. L’escamotage consiste nel percuotere una serie di tubi pluviali di lunghezza differente con dei battenti di gommapiuma pressata e il risultato è un suono ovattato, dolce ed avvolgente. Per I sogni di Piero, D’Auria mette finalmente le mani sull’hang che dall’inizio del concerto campeggia al centro della scena incuriosendo e stuzzicando la fantasia dei meno avvezzi. Il titolo stesso lascia intuire il suono onirico che quello strano aggeggio a forma di UFO è in grado di produrre, soprattutto se supportato dalle note rarefatte della chitarra e dalle successioni sinuose di Godard.
C’è ancora spazio per una composizione a firma Martinelli e per Upupa prima che D’Auria inizi ad agitare vorticosamente un tubo flessibile sopra la testa (una tecnica che affonda le sue radici in primitive pratiche di tele-comunicazione) per introdurre Sottomarini e pattini; il brano è il pretesto per un lungo assolo del percussionista che passa con disinvoltura dalle mazze da timpano alle canoniche bacchette.
A concerto terminato, la metà dei musicisti esce di scena, l'altra metà non intende le intenzioni e resta al suo posto: "abbiamo preparato i bis - sdrammatizza D’Auria al rientro sul palcoscenico - ma non gli applausi». Tri Bop segna la chiusura definitiva di un concerto che ha incantato e divertito il pubblico, mancando tuttavia di un po' di quella verve che generalmente fa la differenza durante un'esibizione live.
Si dice che dall’incrocio e dallo scambio fiorisca la qualità. E’ anche vero che da due Giapponesi e due Argentini che condividono lo stesso palcoscenico non sai proprio cosa aspettarti, finché ti rendi conto che era esattamente ciò che avresti sperato di ascoltare.

Il Teatro Lirico ospita nell´ultimo weekend di novembre il Festival Jazz ‘Città di Magenta´ che quest´anno giunge alla 13ma edizione.
PROGRAMMA
Venerdi 19 Novembre : Nuova Sala Consiliare ore 21.00 Serata dedicata al Centenario della nascita di Django Reinhardt Presentazione del volume: Django Reinhardt Ed. Carish con l´autore Fabio Lossani Segue concerto de Stazione Manouche Domenica 21 Novembre: Piazza Liberazione Pomeriggio 16.00 2° Concerto pre-Festival a cura dei musicisti della Maxentia Big Band
Venerdì 26 Novembre Teatro Lirico ore 21.00
Maxentia Big Band
" L´era dello Swing " Concerto
Sabato 27 Novembre - Piazza Liberazione ore 16.00
Belle Epoque Street Band Street Parade
Sabato 27 Novembre - Teatro Lirico ore 21.00
Francesco D´Auria e Maurizio Aliffi Sestetto
Special Guest da Parigi: Michel Godard Concerto
Domenica 28 Novembre - Piazza Liberazione ore 16.00
Maxentia Brass Band Street Parade
Domenica 28 Novembre - Teatro Lirico ore 21.00
Manomanouche Quintetto - Concerto
Django Memorial Concert
PREZZI: Abbonamento ai 3 concerti del 26,27 e 28 novembre 15 euro
Ingresso concerto singolo 8 euro
Per informazioni: Teatro Lirico, Via Cavallari 2 20013 Magenta (Mi) Tel. 02 97003255 Orari biglietteria- martedì e giovedì 10-12 e 17-19, sabato 10-12 www.teatrolirico.it

Rotary Club Abbiategrasso
Con il Patrocinio
del Comune di Abbiategrasso
Presenta
Christian Meyer’s Hot Swing Trio
20 novembre 2010 – Ore 21
Presso l'ex convento dell’Annunciata di Abbiategrasso
Il ricavato verrà devoluto alla ristrutturazione della chiesa di S. Gaetano
|
|
I JAZZ ENSEMBLE 2010Luogo: Teatro Sociale, Busto Arsizio (VA)
|
Hanno esordito in ottetto il 18 aprile di quest'anno: freschi di formazione ma non certo di primo pelo, quasi tutti leader di altre band, i musicisti dell'I Jazz Ensemble 2010 si esibiscono sotto la guida di Roberto Gatto. E' proprio la sua batteria a dominare la scena, in posizione insolita e fin troppo enfatica al centro del palcoscenico.
Il repertorio da cui attinge l'ensamble è decisamente vasto: oltre ai molti brani originali ed agli immancabili standards, si aggiungono composizioni rubate ad altri contesti sonori, dalla canzone popolare alla musica da film, come da migliore tradizione jazz.
Il brano scelto per l'apertura è il più che esaustivo biglietto da visita The Swingng Cats, ma è sulla successiva Mushi Mushi (Keith Jarrett) che la sezione dei fiati, condotta da un incontenibile Falzone, mette in mostra tutto il proprio vigore.
Take The Dark Train, composizione originale di Battista Lena, precede il tema fiabesco di Pure Immagination, musica estrapolta dalla colonna sonora di Willy Wonka e riarrangiata in chiave jazz da Roberto Gatto.
Il batterista romano tiene a sottolineare l'eterogenea provenienza regionale dei musicisti riuniti per l'occasione sul palcoscenico del Teatro Sociale di Busto Arsizio; ma è la cultura romanesca che si vuole celebrare col successivo brano: omaggio a Trovajoli, contaminato dal "sentire" del lungo Tevere, il risultato è un'esplosione burlesca di note e citazioni popolari, in cui l'immaginario sonoro è arricchito dalla fantasia dei singoli musicisti. E' così che le bacchettate di Gatto non risparmiano nemmeno il leggio mentre la tromba di falzone sembra ridere divertita.
Ancora una composizione di Gatto, poi King Porter Stomp di Jelly Roll Morton, quindi il gran finale e l'attacco dei "bis" (senza finta, questa volta). La chiusura del concerto è uno sconcertante siparietto da villaggio turistico che vede i musicisti incitare la platea ad intonare il tema dell'ultimo pezzo, indegna conclusione di due grandiose ore di jazz.
Roberto Gatto batteria e direzione musicale
Gaetano Partipilo sax alto Max Ionata sax tenore
Giovanni Falzone tromba
Roberto Rossi trombone
Alessandro Lanzoni pianoforte
Battista Lena chitarra
Dario Deidda contrabbasso e basso elettrico
ERROR_SERVER_RESPONSE_520