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Domenica, 30 Agosto 2009 00:00

I Gallagher regalano i Deep Purple al loro pubblico

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DEEP PURPLE

www.deeppurple.com

Luogo: Arena Concerti, Rho (MI)
Data: 30 agosto 2009
Evento: I-Day Milano Urban Festival
Voto: 7

Ti aspetti gli Oasis e spuntano i Deep Purple. Il paragone, per genere e prestigio, sembra improponibile, ma quando Noel e Liam hanno deciso di anteporre le loro scaramucce familiari ai doveri deontologici, tra cui il rispetto per il pubblico pagante, gli organizzatori del primo Milano Urban Festival, hanno pensato proprio a Ian Gillan e compagni. E’ un po’ come se Robert De Niro prendesse il posto di Scamarcio in Tre metri sopra il cielo, la pellicola guadagnerebbe in spessore, ma molte adolescenti resterebbero sicuramente deluse.

Ricostruiamo i fatti. I fratelli Gallagher litigano per l’ennesima volta, e Noel decide di lasciare il gruppo, facendo saltare le date conclusive del tour degli Oasis, che prevedeva ancora tre concerti: Parigi, Costanza e Milano.
La società “Indipendente”, che ha puntato sulla band di Manchester come nome di richiamo per il suo “I-Day”, si affretta a precisare che nessuno sarà rimborsato, e che la presenza degli altri gruppi è confermata (per la cronaca The Hacienda, Expatriate, Twisted Wheel, Kasabian e The Kooks).
Tra lo sconcerto e la rabbia dei fan, arriva la notizia che a salire sul palco al posto dei fratellini litigiosi saranno i Deep Purple.
Qualcuno ha il coraggio di non presentarsi, altri addirittura scoprono il cambio di programma solo davanti ai cancelli, e svendono il proprio biglietto a prezzi ridicoli. I più saggi fanno buon viso a cattivo gioco, e pur essendo partiti da casa con l’idea di assistere a una rassegna di musica pop, colgono l’occasione di vedere all’opera i grandi vecchi dell’hard rock britannico, che chiuderanno la serata.

Tralasciamo per ragioni di spazio tutto ciò che è avvenuto prima, e concentriamoci sui Deep Purple.
Sobri negli abiti e nei modi, com’è nel loro carattere, i cinque veterani si presentano puntualmente alle 22,30 davanti a un pubblico scremato di coloro che al viaggio nella storia della musica preferiscono quello verso casa. Peggio per loro, perché già dalle prime note di Highway Star, che inaugura la performance, si capisce che hanno fatto la scelta sbagliata.


Il coro “Deep Purple!” si alza per la prima volta dalla folla, che rapidamente si raggruppa sotto il palco infondendo calore all’ultrasessantenne Gillan, che dopo i primi acuti di assestamento mette in mostra una voce ancora invidiabile. I virtuosismi dei tempi d’oro non ci sono più, ma il tono è ancora sicuro, preciso, e l’entusiasmo con cui coinvolge gli spettatori tanto. Da apprezzare la grinta con cui sfida l’età saltellando sul palco.
Alla sua destra si muove come sempre con disinvoltura Roger Glover al basso, così come Ian Paice alla batteria, presenza meno visibile ma fondamentale.
I classici ci sono tutti o quasi, manca Child in Time, ma forse sarebbe chiedere troppo. Tra Strange Kind of a Woman e Smoke on the Water ci sono attimi di gloria personale regalata ai “nuovi”: Steve Morse, che ha raccolto il testimone di Ritchie Blackmore tredici anni fa, e Don Airey, che ha il compito arduo di non far rimpiangere Jon Lord alle tastiere. In effetti non ci riesce, fa il suo, ma i suoi intermezzi a volte sono troppo ironici per i puristi (passi il Nessun dorma, ma la pantera rosa proprio no…), certe atmosfere sacrali non possono essere profanate con la pura esibizione di stile fine a se stessa, a volte è sufficiente l’ordinaria amministrazione. Simpatico, ma niente di più, il duello di assoli con Morse.
Immancabile la finta chiusura per ottenere l’acclamazione del pubblico, che viene accontentato con i due brani finali: Hush e Black Night, che richiedono il sostegno vocale di tutti i presenti.

Dopo un’ora e mezzo la band ringrazia, saluta e se ne va, lasciandosi alle spalle una lezione di musica, e di stile. Chiamati all’ultimo minuto sono riusciti ad allestire uno spettacolo di tutto rispetto, senza eccessi, senza spunti memorabili, ma più che dignitoso, hanno dato al pubblico ciò che il pubblico voleva, ed è già tanto. Grazie ai Deep Purple, e grazie agli Oasis.

Letto 1193 volte Ultima modifica il Giovedì, 03 Gennaio 2013 13:30
Marco Signorelli

Marco Signorelli nasce alla periferia di Milano una domenica del 1981. Dopo un'infanzia musicale più che comune è colpito da una folgorazione punk-grunge in età adolescenziale, la rivoluzione culturale che cambia per sembre il suo modo di intendere le sette note. Le porte della percezione sono ormai aperte e la vita diventa una scoperta continua: amori, infatuazioni, delusioni e passioni che consumano l'anima. Dai Nirvana ai Pink Floyd, dai Doors ai Beatles, dai Queen ai Led Zeppelin. Tutto ciò che è stato rilevante nella storia della musica lo è anche per Marco, con una menzione d'onore per il quartetto di Liverpool e i gruppi progressive anni 70. Nel frattempo, tra un cd dei Dire Straits e una strimpellata, studia, si laurea, e diventa giornalista professionista.
Ama le performance dal vivo, la spontaneità artistica e il vinile.

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