Il 5 febbraio 1991 veniva pubblicato l’ultimo disco da studio dei Queen con il loro leader ancora in vita, Innuendo. Mercury si sarebbe spento nove mesi dopo, a quarantacinque anni, in concomitanza con l’ultimo singolo edito dalla band, non a caso The Show Must Go On. Vent’anni dopo, il richiamo del mito è ancora robustissimo. A parte le periodiche pubblicazioni di “nuovo” materiale del gruppo, operazione tanto esecrabile quanto inevitabile di cui ho già dibattuto qualche mese fa sul sito, è divertente assistere ogni tanto alle apparizioni di “Nuovi Freddi”, così come all’epoca c’erano i nuovi Beatles o i nuovi Elvis. Personaggi che arrivano, sfondano, fanno parlare di sé, e più o meno quietamente lasciano il tempo che trovano. Il primo è stato, ben prima della scomparsa di Freddie, Holly Johnson dei Frankie Goes To Hollywood, esplosi con il tormentone Relax nel 1983. Due album e quattro anni dopo il gruppo si scioglieva e per Johnson aveva inizio una breve carriera solista contraddistinta dal successo di Americanos (1989), a cui è seguita una costante discesa verso l’anonimato. Con il trascorrere degli anni e dei nuovi Freddie che si sono succeduti, con tanto fragore quanta fatuità, siamo arrivati ai giorni nostri e l’ultimo ad essersi onorato di cotanta investitura è il britannico Mika, che ha ricevuto plausi e benedizioni dallo stesso Brian May e può vantare un’estensione vocale vicina a quella di Mercury, ma non ne possiede certamente lo charme e, fattore non da poco, ha solo due album alle spalle…forse non è il caso di scomodare certi paragoni.
In ogni branca dell'arte, come dello sport peraltro, c’è sempre bisogno di creare “nuove” versioni di personaggi leggendari. Di assegnar titoli, di rapportare, paragonare, verificare…d'altra parte, interpellati in tal senso, gli interessati alcune volte si scherniscono (opportunamente) ma in alcuni casi, e spesso con un moto d’ insopportabile superbia, asseriscono gravemente che hanno la propria individualità e non desiderano essere paragonati a chicchessia. Come fosse un'onta! Credo che esistano personalità per le quali il paragone sia sacrilego aprioristicamente. Mercury possedeva quel mix di talento, carisma, vocalità superba, presenza scenica comune solo a pochi grandi (più o meno quelli citati a inizio articolo). Oggi si costruiscono divi a tavolino, e ogni riferimento a talent show, concorsini e concorsetti vari è fortemente voluto, ma per fortuna il tempo è (quasi) sempre galantuomo e la sua è l’unica attestazione che conti veramente. Tornando al ventennale di Innuendo, chiudo segnalandovi che la ricorrenza sarà festeggiata doverosamente dalla tribute band ufficiale italiana, i Killer Queen, che la sera di giovedì 10 marzo suonerà dal vivo l’intero disco presso il Teatro Saschall di Firenze, accompagnata da un’orchestra sinfonica. Naturalmente lo spettacolo sarà integrato con molti altri brani del repertorio dei Queen. Per maggiori dettagli: http://www.facebook.com/event.php?eid=173023299406495.
E’ notizia di pochi giorni fa che gli Abba ritornano insieme. Per voce della cantante Agneta Faltskog, il gruppo si ritroverà a breve per discutere tempi e modi, e soprattutto scopi, della reunion. “Qualcosa faremo sicuramente, l’idea per il momento è di legare il nostro ritorno a pochi eventi con scopi benefici”. Gli Abba si erano sciolti nel 1982, all’indomani della pubblicazione di “The visitors”, e in un trentennio non avevano mai paventato una riunione.
Nel 2009 si erano riuniti gli Spandau Ballet, che avevano inciso tra il 1980 e il 1989. Nel corso di questi vent’anni di pausa, una lunga azione legale ha visto protagonisti tre quinti del gruppo per loyalties legate al songwriting contro Gary Kemp, chitarrista e autore pressoché unico del materiale, che vincerà la causa. Malgrado questo, la band s’è ricostituita e ha intrapreso una tourneè di successo, basata su un nuovo album, “Once more”, davvero pregevole, che contiene due inediti (di cui uno, primizia assoluta, composto da Tony Hadley) e una ventina di successi riarrangiati per l’occasione. Oserei dire “deottantizzati” per l’occasione.
I Duran Duran, di cui gli eighties hanno parimenti decretato il trionfo planetario e la rovina, non si sono mai sciolti ed hanno inciso costantemente, ma è innegabile che il favore del pubblico sia tornato ad arrider loro nel momento in cui si sono, circa dieci anni fa, ricostituiti nella formazione originale, con la quale iniziarono nel 1981. (Nel frattempo l’irrequieto Andy Taylor ha ri- litigato con tutti e se n’è già ri- andato). Risultato: il nuovo singolo “All you need is now” spopola da un mese su I-Tunes, in attesa della pubblicazione. Anche i Police non si sono mai ufficialmente separati, sebbene l’ultimo materiale registrato a loro nome risalga al 1986. Dopo una breve sosta di quattro lustri e rotti, i tre hanno intrapreso un world tour di circa un anno e mezzo, prima di riprendere ognuno la sua strada, con rimpolpati conti in banca. Altre voci più o meno fondate riguardano altri gruppi che negli ottanta hanno visto il loro maggior fulgore, come i Van Halen ad esempio, ma in genere si sta assistendo a un ragguardevole riflusso di musiche, colori e ritmi provenienti da questo decennio tanto criticato dai puristi quanto rimpianto da vastissime frange di pubblico, che non senza ragione sostengono che chi non l’ha vissuto non sa cosa s’è perso.
Indipendentemente dalle motivazioni, inutile negare, prettamente economiche, del riaffacciarsi sulla scena di molti dei protagonisti dell’epoca, la cosa non è, a livello prettamente stilistico-tecnico, del tutto disprezzabile. Il mio parere è che bisogna risalire al grunge dei primi novanta per trovare un momento storico altrettanto significativo e pregnante, o quanto meno all’“Indie rock”, della prima metà dello stesso decennio (A proposito, anche i Blur meditano una riappacificazione..). Ma con il nuovo secolo, disgraziatamente sballottato tra hip e trip hop, rap, techno, dub e altre tristezze, la povertà (assenza?) di idee, di proposte, d’inventiva, d’emozioni in campo musicale è semplicemente raggelante. Non c’è un solo movimento degno di nota, l’offerta è immensa quantitativamente e risibile qualitativamente. Ben venga l’ operazione nostalgia dunque, che quanto meno comprende tutta gente che uno strumento lo sa suonare, e se l’educatissima e selezionata audience odierna la rifiuta, allora è giusto che spopolino “artisti” quali Rihanna o Lady Gaga, le cui gesta e peculiarità artistiche saranno tramandate ai posteri come emblema della musica del Duemila. Poveri posteri.
Alfonso Gariboldi
Il giorno 8 febbraio alle ore 21,30 presso la casa-museo "Centro Studi Dante Bighi" in via Carletti 110 a Copparo si terrà il concerto di presentazione del libro-CD Una Rosa pubblicato dalla casa editrice Bonobo di Bologna e distribuito in tutta Italia nei circuiti Feltrinelli, Melbook, Mondadori. Il CD contiene storie in musica composte da Roberto Manuzzi nell'arco di un paio d'anni per il duo sassofono-pianoforte da lui formato con la pianista ferrarese Paola Tagliani, sodalizio artistico ormai consolidato con numerosi concerti all'attivo. Tra i "racconti musicali" di Manuzzi spiccano le Storie ferraresi dedicate a personaggi marginali di ieri, ma ricordati con affetto dalla maggioranza dei ferraresi come Pendenza, l'Ammiraglio, lo Sceriffo. A rendere prezioso e di grande qualità il cd, oltre alle perfette riprese audio di BH audio service, le immagini grafiche della copertina e dell'interno curate dalla affermata artista ferrarese Ketty Tagliatti con l'elaborazione grafica di Marilena Benini. A villa Bighi a narrare le "storie" ed altri frammenti di racconti tratti dal CD vi sarà la voce recitante di Marcello Brondi. Una Rosa è già stato presentato alla fiera del libro di Roma, a Saronno (MI), a Napoli e sarà presentato prossimamente anche a Milano, Firenze e Bruxelles.
UNA ROSA
Roberto Manuzzi, sax soprano
Paola Tagliani, pianoforte
Marcello Brondi, narratore

ESCE IL NUOVO ROMANZO DI ALFONSO GARIBOLDI
Titolo: Suoni che non attendono risposta
Romanzo di 324 pagine
Copertina Cartonato - Formato 15x23 - bianco e nero
Terminato il 9 ottobre 2010 - Stampato nel gennaio 2011
Per la lettura dei primi capitoli e per l'acquisto clicca qui.
Suoni che non attendono risposta, ossia le vicende di un gruppo di giovani che hanno in comune una passione che si affievolisce non appena la "vita adulta" comincia a presentare conti. Ognuno cercherà di istradarsi verso un "riciclo di aspettative" che lo prevenga da una prematura amarezza di vita. E con risultati sorprendenti!

Guida all'ascolto con Stefano Zenni
Il 25 gennaio 2010 avrà luogo presso il Cinema Eden di Brescia il primo dei due incontri di Guida all'ascolto. L'appuntamento è con Stefano Zenni, musicologo, docente presso la sede italiana della New York University, presso i Conservatori di Bologna e Pesaro e presidente della Società Italiana di Musicologia Afroamericana.
Per informazioni:
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'S WONDERFUL QUARTETLuogo: Il Melo, Gallarate (VA)
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LARA IACOVINI: voce |
Ci aveva già pensato Conte, a suo tempo, a legare indissolubilmente quella “s” alla parola “wonderful”, ma in quel caso era più per ragioni metriche (e di pronuncia) che concettuali.
Diverse le premesse che hanno portato al concepimento del nome del quartetto in questione: il ragionamento è piuttosto articolato ed ha una duplice matrice. Duplicità che ritorna anche a livello musicale e compositivo nei brani riarrangiati e suonati dallo ‘S Wonderful quartet.
Ciò che viene proposto è una rivisitazione del repertorio di «due grandi artisti del 900» per citare l’introduzione di Laura Iacovini, il primo dei quali viene subito svelato grazie alla significativa - soprattutto per la serata - Wonderful: George Gershwin. La chiave di lettura completa l’abbiamo con la successiva I Wish di S. Wonder: il gioco è fatto.
Il quartetto, capitanato dalla coppia Iacovini-Fioravanti, nasce da un’idea del contrabbassista che si propone di riarrangiare in chiave jazz i brani del divino Wonder e rileggere le composizioni del sacro Gershwin in una sorta di inversione delle parti che dimostri come «in fondo i due personaggi non siano così distanti l’uno dall’altro».
A rompere il ghiaccio è il vibrafono di Andrea Dulbecco, il miglior candidato a sprofondare la platea nell’atmosfera fiabesca che così bene si addice ad un concerto pre-natalizio.
Cambio di rotta per la successiva I Wish, introdotta da un trascinante riff di contrabbasso che sostiene il brano fino all’entrata, nella seconda strofa, degli altri strumenti. Si continua con il Wonder di You Are The Sunshine Of My Life, in una morbidissima versione accarezzata dalle spazzole di D’Auria. Il contrabbasso si ritaglia lo spazio per un assolo prima che, al ritorno del tema, rientri anche la voce per il gran finale.
Dopo il tris di Wonder il pallino passa a Gershwin con Facin In The River che sprigiona l’indole più selvaggia di Francesco d’Auria: con un balzo dalla batteria al cajon anche il registro sonoro viene sbalzato verso una nuova dimensione, fresca, autentica, tribale. Il giochetto ingaggiato dalla Iacovini, in cui il pubblico viene sfidato ad indovinare i titoli dei brani, continua con un “aiutino” da parte della cantante «E’ tratto da Porgy And Bess, ma non è Summertime» (cui, per altro, sarà riservato il posto d’onore del bis); quindi i musicisti si preparano alla prevedibile I Love You Porgy.
Ormai giunti al sesto brano bisogna prendere coscienza del fatto che la nitidezza traballante delle note tenute, le esitazioni sugli acuti ed un’intonazione spesso calante non dipendono da una questione di riscaldamento, ma probabilmente da una serata no della vocalist, accentuata da un’espressività non proprio brillante. E la prima parte del concerto si chiude con Master Blaster in cui Andrea Dulbecco si rende protagonista con un assolo di vibrafono.
Il rientro dei musicisti in scena segna l’inizio della parte più libera ed estrosa del concerto. Parte Fioravanti con uno solo sleppato di contrabbasso e poi D'Auria si cimenta nella "prova" dell'hang, suonato rigorosamente a mani nude: eccezione della serata, I sogni di Piero è un brano origiale del percussionista.
Approfittando della postazione - l'hang si suona seduti, sul cajon in quest'occasione - D'Auria inizia a picchiettare al ritmo, neanche a dirlo, di I Got Rhythm.
Non plus ultra, Summertime segna la fine di un concerto che avrebbe forse necessitato di un po' più di passione e consistenza per essere degna conclusione di Jazz'Appeal 2010.
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FRANCESCO GUCCINIwww.francescoguccini.itLuogo: Mediolanum Forum,Assago
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Se anarchia implica disordine, qualcuno mi dovrà spiegare cosa ci faceva buona parte delle dodici mila anime inneggianti alla A cerchiata seduta in modo composto sul pavimento del Forum di Assago, senza che nessun'autorità cercasse di imporre una qualsivoglia norma comportamentale.
Già, perché un concerto di Guccini bisogna goderselo seduti in terra, con le gambe incrociate ed una bottiglia di vino tra le mani, non importa che si abbia 10 o 70 anni (tanto era vario il pubblico che il cantautore emiliano, generazione dopo generazione, continua ad ammaliare).
Inizia lo show, via al monologo: ciascuno ascolta rapito il protagonista della serata che si presenta sempre allo stesso modo, giovane e bello (chi trovasse questa affermazione strampalata probabilmente si sarà limitato ad un superficiale e fuorviante colpo d'occhio). Attualità, politica, una battuta per introdurre del il primo brano "a sorpresa” e Canzone per un'amica già risuona all’interno del palazzetto. Si prosegue con un salto temporale di un paio di lustri, Lettera, per poi ritornare alla leggenda di Noi non ci saremo.
Spazio quindi a brani dei primi album, alcuni dei quali insoliti per la scaletta live: sulla scena sfilano, quasi fossero reali, personaggi appartenuti alla storia di Francesco Guccini: ecco Il frate , Amerigo e, sublime, Il pensionato, introdotti, come si fa tra amici, con racconti, aneddoti e un velo di nostalgia. Seguono canzoni del calibro di Autogrill, Canzone per Piero e Quattro stracci, gridata e vissuta dal pubblico più giovane con una passione quasi commovente. E non poteva essere altrimenti, data l'interpretazione di Guccini, che si abbandona flusso vigoroso del sue composizioni facendole vibrare ed urlare come fossero giovani erinni. A farne le spese sono i suoi fidi musici che devono talvolta rincorrersi e saltare qualche accordo per riallineare metrica e battute. Nessun problema naturalmente per strumentisti del calibro di Bandini, Tempera, Manuzzi, Mingotti, Marangolo e l'inseparabile Flaco che riescono, con uno sguardo ed un sorriso, a mettere ogni cosa al posto giusto.
Il momento di più alta partecipazione e coinvolgimento arriva con la "nuova" Su in collina, interpretata in modo quasi solenne e seguita da Canzone dei dodici mesi. Poche note dell'arpeggio di chitarra bastano ad identificare la successiva Canzone di notte n. 2: ora è sicuro, nessun rimpianto per questa serata.
Tutti in piedi, sempre con creanza, per i classici di coda: Eskimo, Cyrano, Dio è morto; quindi i musicisti depongono gli strumenti e lasciano la scena al cantautore che impugna la sei corde ed allo stesso modo tiene in pugno le migliaia di anime in ascolto. Le prime strofe chitarra e voce de La locomotiva racchiudono tutto Guccini, tutta la sua potenza, la sua fermezza eroica, la sua lucida e giovane bellezza.
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