Dopo i successi di pubblico ottenuti nelle precedenti edizioni, la Provincia di Milano è lieta di ospitare nuovamente all’Idroscalo Blues in Idro, la popolarissima rassegna di musica blues divenuta appuntamento fisso dell’estate metropolitana.
Mercoledì 20 e Giovedì 21 luglio dalle 21.00 presso le Tribune dell’Idroscalo.
PROGRAMMA
20 Luglio
DANIELE TENCA BAND
FRANCESCO PIU
PAOLO BONFANTI
GUITAR RAY & THE GAMBLER
21 Luglio
BATON ROUGE
TRAVES BLUES BAND
Leggi la recensione dell'abum dei Baton Rouge Hobo Ramblin'
Lo special su Rai 2 dedicato giovedì a Lucio Battisti (Emozioni, prima puntata; seguirà giovedì prossimo una nuova puntata su Vecchioni e Gaber) per metà è stato davvero ben fatto. Dapprima analizza puntigliosamente i momenti salienti dell’esistenza dell'artista di Poggio Bustone, fin dalla tenera età: la folle passione per la chitarra, la sfida vinta contro il padre che lo voleva impiegato, l’irrefrenabile corsa al successo, gli anni mogoliani sino alla rottura. Senza mancare, opportunamente, di sottolineare le innovazioni tecniche apportate dal cantautore aretino (del quale troppo spesso si sottovaluta l’abilità chitarristica), il particolare timbro di voce, grezzo e scorbutico da risultare a molti persino fastidioso, la presunzione che deriva dalla consapevolezza del genio. Le testimonianze e gli aneddoti di chi l’ha conosciuto di persona o ha collaborato con lui hanno fatto da corollario.
Mi sarei aspettato altre due cose, che m’avrebbero permesso di considerare eccellente il documento.
La prima. Quando, ancora nei primi anni ’70, comprese che il successo nazionale poteva costargli carissimo in termini di crescita e sviluppo artistico, Lucio s’era organizzato da par suo. Emettendo cioè dischi pervasi da brillante sperimentazione, con efficaci digressioni nel rock progressivo, (Amore non amore, 1971) magari spruzzato di ritmi ossessivi e sonorità afro (l’irraggiungibile Anima Latina, 1974) oppure anticipando d’un anno l’esplosione della disco music, (La batteria, il contrabbasso, eccetera, 1976). Questi dischi, che contengono alcuna tra la miglior musica italiana del decennio, non presentano nemmeno una canzone entrata nella memoria collettiva (ad eccezione forse della sola Ancora tu). Questa sua coerenza nel progredire libero da pressioni per sfornare un nuovo hit all’anno, non è stata sottolineata, ed è un peccato.
La seconda. Il programma non ha mancato di evidenziare come, dopo la separazione da Mogol (1980 - su cui si sparla da un trentennio), Battisti abbia dato vita a progetti artisticamente lontani anni luce da un qualsiasi tipo di commercialità, spalleggiato (al di là dell’isolato episodio di E già) dal poeta Pasquale Panella. Peccato che poi la narrazione si fermi qui, passando direttamente alla fase della malattia e della morte. Era invece una buona opportunità per cercare di comprendere il messaggio avveniristico della nuova fase battistiana, dare almeno una propria interpretazione dei testi, che è troppo semplicistico definire “criptici”, o delle musiche, sminuite dalla qualifica di “scarne” o “elettroniche”. Invece si è scelto di liquidare il tutto in pochi secondi. Non so se per mancanza di tempo, o per pregiudizi. Chiunque si ponga all’ascolto di Don Giovanni, L’apparenza, La sposa occidentale, Cosa succederà alla ragazza e Hegel privo di preclusioni, e pensando solo che quello è sempre Battisti, maturato ad una nuova era stilistica, approccerebbe un mondo tanto ostico quanto affascinante. Io ho iniziato un lavoro del genere in un post di qualche settimana fa (Panellizazioni), ma tornerò sull’argomento. Certo mi ha fatto piacere il mea culpa di critici affermati come Luzzatto Fegiz, che ha ammesso di aver rivalutato solo in un secondo tempo le opere post-Mogol. Invece e purtroppo, nell’immaginario collettivo, il Battisti musicista anni’80 e ’90 è ancora il fratello un po’ fuori di testa di quello “vero”, ”mitico” del ventennio precedente.
|
|
Big 4Luogo: Rho, Arena concerti Fiera Milano
|
Partiamo dalla fine. Siamo ormai agli sgoccioli di questa lunghissima giornata quando James Hetfield chiama a raduno i colleghi: “Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario dei Metallica ed è fantastico essere sullo stesso palco con i Big 4. Pensavamo che non sarebbe mai accaduto invece questo è il momento giusto! Invito i componenti di Anthrax, Megadeth e Slayer a uscire sul palco per suonare un pezzo insieme e ricordare che la musica heavy è viva!”.
Ecco, il Big 4 è questo. Sul palco si respira un’atmosfera di rimpatriata tra vecchi amici-nemici che, raggiunta ormai la piena maturità, hanno definitivamente deposto l’ascia di guerra. Ci sono i Metallica al completo, Scott Ian degli Anthrax, Dave Mustaine, David Ellefson, Chris Broderick e Shawn Drover dei Megadeth e Dave Lombardo, Kerry King e Gary Holt, chitarrista degli Exudus sostituto del convalescente Jeff Hanneman, degli Slayer: praticamente il gotha di un genere, il thrash metal, nato con loro nei primi anni ’80 e che, probabilmente, con loro morirà. Insieme si lanciano in una cover infuocata di Die, Die My Darling dei Misfits e, alla fine, gli abbracci e i complimenti reciproci si sprecano; se siano sentiti o dettati dall’occasione non lo sappiamo, quel che è certo è che una scena del genere, visti i trascorsi burrascosi, non ce la saremmo mai aspettata.
Chiusa questa parentesi da “libro cuore”, i Metallica tornano a riprendersi la scena e chiudono l’esibizione con una doppietta devastante - Damage, Inc. e Creeping Death - che non lascia nemmeno il tempo agli oltre 35mila fan accorsi di chiedersi se le altre band non meritassero un trattamento migliore. Sia chiaro, il ruolo di headliner dei Four Horsemen è fuori discussione e anche in questa serata i quattro californiani non tardano a confermarsi come una delle migliori band in circolazione quanto a impatto dal vivo. Detto questo, però, anche gli altri Big avrebbero meritato una “potenza di fuoco” adeguata per potersela giocare, almeno dal punto di vista dei decibel, ad armi pari.
Purtroppo non è stato così, con buona pace del buon Dave Mustaine. I suoi Megadeth infatti, abituati a improntare le proprie esibizioni dal vivo sull’elevato tasso tecnico piuttosto che sulla potenza o sulla carica emotiva, sembrano proprio i più sfavoriti dalle carenze dell’impianto audio ma bisogna anche ammettere, però, che la loro performance, la meno brillante della giornata, risente pesantemente della scarsa vena (e voce) del biondo cantante. Nonostante dei cavalli di battaglia del calibro di Hangar 18, Wake Up Dead, Symphony of Destruction e le conclusive Peace Sells e Holy Wars…, alternati a qualche pezzo più recente e a un inedito, e i virtuosismi snocciolati da David Ellefson al basso e dall’ottimo Chris Broderick alla chitarra, l’ora e un quarto circa di esibizione dei Megadeth scivola via senza troppi scossoni.
Meglio di loro avevano fatto poco prima i redivivi Anthrax che avevano il difficile compito di aprire le danze alle 16 e 30 in punto e catalizzare l’attenzione di un pubblico già provato, prima ancora di cominciare, dall’impietosa canicola milanese. La prima sorpresa è Joey Belladonna, il cantante di chiare origini italiane che si aggiudica il mio personalissimo premio per la simpatia e l’impegno. Più tirato in viso di Steven Tyler, Joey corre avanti e indietro lungo il palco come ai tempi d’oro e, dopo qualche pezzo di “riscaldamento” come Madhouse e Got The Time, riesce quasi a sfiorare le tonalità che lo avevano reso celebre negli anni ‘80 in brani come Indians, Metal Thrashing Mad e I Am The Law. Il secondo evento inatteso è la comparsa sul palco, a metà concerto, del carismatico chitarrista Scott Ian che avrebbe dovuto farsi sostituire per tutte le date dei Big 4 da Andreas Kisser dei Sepultura per poter stare al fianco della moglie in dolce attesa e che invece, per nostra fortuna, non ha saputo resistere al richiamo dell’Italia. L’innesto di una terza chitarra dà una marcia in più alla parte finale dell’esibizione degli Anthrax che si chiude, ahimè, puntuale dopo un’ora, con la già citata I Am The Law.
Dopo i Megedeth, proprio mentre il sole inizia a calare alle spalle del palco, è il turno degli Slayer. Senza fronzoli, senza compromessi, come ci ha abituati da anni, il quartetto losangelino inizia a sparare riff e raffiche di doppia cassa che portano lo scompiglio nel pit e non solo. Anche in questo caso è necessario qualche pezzo prima che i tecnici riescano a diffondere un audio decente: appare quindi azzeccata la scelta di Tom Araya e soci di aprire l’esibizione con i brani più recenti per poi concludere il loro show con il trittico che tutti attendevano con impazienza: South of Heaven, Raining Blood e Angel of Death. Per un’ora e un quarto circa gli Slayer mettono a ferro e fuoco l’”arena” di Rho con un’esibizione tiratissima, potente e precisa, con un Araya in buona forma, un Kerry King sempre più incazzato e, soprattutto, un Dave Lombardo a dir poco devastante dietro la batteria.
Dopo le 21 e 30, a concludere questa lunga e caldissima giornata arrivano, con qualche minuto di ritardo sulla tabella di marcia finora di precisione svizzera, i Metallica. La setlist proposta è di quelle delle grandi occasioni e spazia dai ritmi furiosi di Hit the Lights e Blackened alle atmosfere cupe di For Whom the Bell Tolls e Fade to Black, dalle pirotecniche One e Enter Sandman alle immortali Seek & Destroy e Master of Puppets passando da All Nightmare Long, l’unico pezzo pescato dagli ultimi vent’anni di registrazioni in studio. In due ore abbondanti di show i quattro di San Francisco mettono in mostra tutto il meglio del proprio repertorio fatto di velocità, tecnica, altissima intensità e di un’energia e una passione tali da farci chiudere un occhio davanti a qualche sbavatura di Hammet, che ogni tanto si lascia prendere troppo - è proprio il caso di dirlo - la mano, o a qualche passaggio a vuoto di Ulrich (vedi The Call of Ktulu).
Risulta invece più difficile soprassedere su due particolari che avrebbero dovuto rendere perfetto questo evento, già di per sé eccezionale, e che invece hanno lasciato un filo di delusione nei ricordi dei 35mila presenti. Mi riferisco, oltre al già criticato livello insufficiente dei decibel durante le esibizioni pomeridiane, all’inadeguatezza della location: una distesa di asfalto con scarse possibilità di scampo dai raggi solari e dotata di un unico vialetto per il deflusso di diverse migliaia di persone ostruito, tra l’altro, dai carretti dei venditori abusivi liberi di agire indisturbati sotto il vigile sguardo delle forze dell’ordine.
|
|
Ringo StarrLuogo: Arena civica, Milano
|
Mi aspettavo molta più gente, ma devo comunque farmi largo con i gomiti tra i presenti. Sono affannato, ma arrivo appena in tempo, davanti a me solo un paio di persone, e Paul McCartney che appare all'improvviso e arriva a passo rapido. Non si fermerà neanche un attimo, forse il tempo di un saluto, poi se ne andrà. Mi sfila davanti, riesco ad affossare chi mi precede, allungo una mano e riesco a stringere la sua e a farfugliare qualcosa, poi sono costretto a mollare la presa. Paul si imbarca su un aereo privato, decolla, e io mi sveglio. Eh sì, purtroppo non ho avuto un incontro ravvicinato con Sir McCartney, bensì quanto appena raccontato altro non è che un sogno fatto poche ore dopo avere assistito al concerto di Milano di Ringo Starr e la sua “All Starr Band”, evidentemente sono un po' suggestionabile, ma perdonatemi, non capita tutti i giorni di trovarsi davanti un membro dei Beatles, e la circostanza straordinaria deve avere un po' scosso il mio subconscio.
Risvolti onirici a parte, ho comunque il dovere, e il piacere, di recensire l'evento, già di per sé straordinario, se pensate che Ringo non suonava a Milano dal leggendario pomeriggio del Vigorelli del 1965. Questa volta il palco è quello dell'Arena civica, e la data è inserita nel programma del Milano Jazzin Festival 2011. Sarebbe scontato e sbrigativo dire che il pubblico è eterogeneo, ma di fatto la platea è molto variegata, sebbene ragazzini e settantenni indossino le stesse magliette dei 'Fab' e nonostante negli occhi dei più anziani a volte la nostalgia rubi il posto alla meraviglia.
Non voglio dilungarmi troppo sulla presentazione dei musicisti, tra i quali merita però una citazione Edgar Winter, polistrumentista fratello del più famoso chitarrista Johnny. Oltre a lui sul palco ci sono Richard Page, bassista ed ex leader dei Mr. Mister (band degli anni 80 conosciuta in Italia soprattutto per i singoli Kyrie e Broken Wings), il chitarrista Rick Derringer (la sua Hang on Sloopy nel 1965 fu scalzata dalla testa della hit parade americana proprio da Yesterday...), Gary Wright, pianista che, tra gli altri, ha collaborato anche con George Harrison, il secondo chitarrista Wally Palmar e il batterista Gregg Bissonette.
Ringo non si fa attendere, e dopo una breve introduzione strumentale fa la sua apparizione, con gli immancabili indici e medi alzati in segno di pace e amore. Afferra il microfono e inizia a cantare It don't come easy, a pochi metri da lui la festa è già cominciata, molti hanno abbandonato le seggioline per accalcarsi dietro le transenne, gli addetti alla sicurezza tentano di farli (di farci) arretrare, e quasi ci riescono, poi Palmar fa un cenno: ci vuole vicino, e ovviamente tutti accolgono il suo appello, con buona pace della security. Il secondo brano è Honey Don't, da Beatles for sale, poi Ringo si accomoda dietro alla sua batteria Ludwig dotata di grande stella sulla gran cassa, e lascia spazio ai colleghi. Il primo a esibirsi e Derringer, con la già citata Hang on Sloopy, poi tocca a Palmar con Talking in Your Sleep dei Romantics, dopodiché si vive il primo momento di euforia collettiva: “Ora un pezzo che un tempo suonavo con un'altra band...”, battuta di Ringo che precede I Wanna Be Your Man.
Canta, agita le sue bacchette e scuote la testa, come fa ormai più di sessant'anni, anche se coadiuvato da Bissonette alla sua sinistra. Un po' di gloria per Wright e Page, poi uno degli ex ragazzi che scioccarono il mondo propone un brano dal suo ultimo album, The Other Side Of Liverpool, altra premessa a una nuova esplosione di entusiasmo: “Se non conoscete
la prossima canzone forse avete sbagliato concerto”, ma esistono poche persone che non abbiamo mai canticchiato “In the town where I was born...”, e di certo nessuna di queste potrebbe trovarsi per errore in mezzo ad altre migliaia che fanno il controcanto all'unisono, d'altra parte John, Paul e George non ci sono, e qualcuno deve pur sostituirli. Proprio in questo momento mi rendo conto che un signore, un paio di file davanti a me, a occhio e croce coetaneo di Sir Starkey, ha con sé la sua collezione di vinili, e sta sollevando la sua copia di Yellow Submarine, nota di colore fra centinaia di mani alzate.
Tra un'esibizione e l'altra arriva il turno di Back Off Boogaloo, ancora dal repertorio solista del protagonista della serata, poi Derringer fa sfoggio delle sue capacità chitarristiche per una decina di minuti: scale e tecniche varie, senza un vero filo logico, diciamo un riempitivo per far tirare il fiato agli altri e allungare un po' lo show. Non che il signore in questione non sia all'altezza, ma davvero niente di originale. E' lo stesso Ringo a ironizzare non appena si spegne l'ultima nota: “Ero talmente eccitato da questo assolo che mi ero dimenticato di essere il prossimo...”. Anche questa canzone arriva dal passato, ma addirittura dal periodo pre Beatles, nonostante sia entrata poi nella storia grazie a loro: Boys, che l'allora giovanissimo batterista cresciuto nel quartiere irlandese di Liverpool cantava e suonava già con Rory Storm and the Hurricanes. Chiudendo gli occhi, con uno sforzo di immaginazione, si può davvero sognare di essere al Cavern, e poco importa che ogni tanto le zanzare milanesi riportino alla realtà.
La fine si avvicina, ma le emozioni non sono terminate. C'è tempo per Photograph, scritta a due mani con George Harrison, Act Naturally, e poi, quando chiede “un aiuto” al pubblico, tutti capiscono, gli applausi coprono ogni altro suono, e gli altri membri della band non possono che urlare nei microfoni il nome che tutti aspettano di sentire: Billy Shears. With a Little Help From my Friends (con una copertina di Sgt Peppers che si alza subito davanti a me) è il penultimo atto, poiché il sipario cala solo dopo un piccolo omaggio a John Lennon: Give Peace a Chance. Solo il ritornello, niente di più, ma l'idea è gradita alla folla, che chiede invano un bis che non ci sarà e si rassegna a vedere scomparire Ringo dietro le quinte.
Poco meno di due ore, durata accettabile per uno spettacolo più che dignitoso. Inutile dire che in molti sono accorsi più per poter dire di avere visto un “Beatle” ancora vivo che perché innamorati delle doti dell'artista in questione, ma alla fine di tutto non si può che esprimere un giudizio molto positivo su un musicista che porta egregiamente i suoi 71 anni (lui che non ha mai finto di volersi ritirare a meno di sessant'anni...), snello come un adolescente, con la voglia di ridere e saltellare ancora su un palco, lui, che ha saputo prima convivere con le personalità smisurate dei suoi tre compagni di viaggio (e a farsi volere bene da tutti loro, restando al di fuori dei conflitti interni al gruppo), e che poi è riuscito a invecchiare meglio di molti altri, senza neanche abusare del chirurgo estetico.
Il vero “Quiet Beatle” è sempre stato lui, poche parole, pochi gesti plateali, capacità non certo fenomenali, ma sempre all'altezza della situazione, il tutto condito da un sense of humorn che gli ha permesso di superare momenti difficili e di potersi presentarsi oggi su un palco senza suscitare quella compassione che a volte purtroppo si avverte quando certe leggende “stagionate” imbracciano i loro strumenti sotto i riflettori. “The love you take is equal to the love you make”, e la musica ha già restituito a Ringo Starr un posto fra gli immortali.
Peace & Love: questa recensione lui la finirebbe così, e non me la sento di deluderlo.
[sigplus] Critical error: Image gallery folder concerti/silvestri is expected to be a path relative to the image base folder specified in the back-end.
|
|
DANIELE SILVESTRIwww.danielesilvestri.itLuogo: Villa Arconati, Bollate (MI)
|
{gallery}concerti/silvestri{/gallery} |
di Eugenio Peralta
Dalla prima apparizione a Sanremo con L’uomo col megafono ai successi più recenti, il leit motiv che accompagna la carriera di Daniele Silvestri è immutabile: bravo, ma gli manca il capolavoro. Una discografia traboccante di pezzi eccellenti e con pochissime cadute di stile, priva però del “cinque stelle”, dell’acuto definitivo. Il luogo comune ha indubbiamente un fondo di verità; ma l’apparente handicap si trasforma in un asso nella manica nella dimensione live, dove Silvestri può permettersi di sfoderare un brano dopo l’altro virtualmente all’infinito, potendo contare su un’elevatissima qualità media. Ed è andata proprio così nella scenografica cornice di Villa Arconati, dove il cantautore romano si è esibito per quasi due ore e mezza con la consueta generosità, incurante della stanchezza e delle zanzare, di fronte a un pubblico tanto entusiasta quanto disciplinato (ci torneremo).
Se c’è una cosa che Silvestri sa fare benissimo è arruffianarsi gli ascoltatori, con il suo atteggiamento ironico e autoironico, con le dichiarazioni di appartenenza politica (poche settimane fa è stato tra i protagonisti del concerto in onore di Giuliano Pisapia) e persino mettendo in scena una presunta “improvvisazione” della scaletta. Ma anche con la musica: si vedano gli ammiccanti ritmi latini garantiti dalla presenza del percussionista cubano Ramon José Caraballo, per esempio ne La paranza, ma ancora più spesso gli sconfinamenti nel reggae e nello ska, come nei nuovi arrangiamenti di Monetine o Me fece mele a chepa. Mosse furbette? Può darsi, ma va detto che l’altro elemento da sempre presente nel DNA di Silvestri è la capacità di muoversi con disinvoltura (e grande divertimento) da un genere musicale all’altro: lo ha dimostrato anche a Bollate, saltando senza affanno dalla ballad Acqua stagnante alla sincopata Fifty fifty, fino al quasi-rap di Le cose in comune, anche se la velocità non è più quella di una volta.
Nella lunga scaletta dello spettacolo, del resto, c’è stato spazio praticamente per ogni cosa: quasi tutti i brani dell’ultimo disco, forse meno riuscito dei precedenti ma sempre ben oltre la soglia della gradevolezza, a qualche “perla” tirata fuori dal dimenticatoio come la bellissima Strade di Francia e addirittura il rock naif di Datemi un benzinaio, uno dei primi brani incisi dal cantante di Roma. Spiazzante la pausa a metà concerto: dieci minuti di musica techno – piuttosto datata – per introdurre i brani più movimentati come la grottesca S con Dario, altro cavallo di battaglia degli esordi, ma anche Manifesto o Salirò. Tra i momenti più intensi da segnalare anche il duetto con il milanese Diego Mancino per l’onirica e ispirata Acqua che scorre.
Il neo della serata è facile da individuare: la posizione del pubblico, irrigidito in posti a sedere troppo lontani dal palco e impossibilitato a vivere il concerto con la dovuta partecipazione. Vero che Silvestri è un cantautore a tratti intimista, ma così si esagera. Dopo quasi un’ora e mezza, infatti, gli spettatori hanno finalmente infranto il tabù e si sono riversati in massa nelle prime file, in tempo per un finale ad alto tasso di emotività: il rock progressivo di Aria, i beffardi stornelli di Testardo con tanto di coro “..de li mortacci tua”, e soprattutto l’attesissima Cohiba dedicata a Che Guevara, ormai trasformata in un inno generazionale. Certo, a rifletterci c’è qualcosa che non torna nel sentire Silvestri enunciare che “lo slogan è fascista di natura” (Voglia di gridare, il singolo con cui esordì nel 1994) per poi lanciarsi, pochi secondi dopo, nel coro “Venceremos adelante, o victoria o muerte”. Ma in fondo cambiare idea non è vietato e anche questa è una dimostrazione di sincerità, una dote che al cantautore romano non è davvero mai mancata.
|
|
LIVE QUEENwww.livequeen.itLuogo: Inveruno (MI)
|
Sabato sera, 2 luglio, i Live Queen, la tribute band milanese costituitasi un paio di anni or sono, ha incendiato, è proprio il caso di dirlo, la notte inverunese che vedeva protagonisti i Vigili del Fuoco, dei quali si celebrava la festa, presso il Campo Sportivo comunale. Il quintetto, che per l’occasione vedeva alla chitarra Cristian Comizzoli della Merqury Band, al posto del titolare vacanziero Enrico Baroni, ha fatto da sontuoso apripista ai fuochi artificiali che tra le undici e mezzo e mezzanotte hanno chiuso la serata, proponendo uno spettacolo trascinante e cercando d‘esaltare, con gli inevitabili e pesanti “fattisalvo”, le prerogative base dei live di Freddie e soci.
Il frontman, Juri Saddi, ricalca adeguatamente lo stile istrionesco di Mercury, duettando spesso con il pubblico e cambiandosi di costume ogni quattro/cinque canzoni, presentando un guardaroba assortito: dalla calzamaglia a rombi esibita in “Living on my own”, alla classica giacchettina gialla del “Live at Wembley“, per concludere teatralmente con manto e corona prima dell’ovvia “We are the champions”. E proprio sulla epica esibizione a Wembley, Saddi basa i propri arrangiamenti vocali, evitando grazie a ciò di inerpicarsi sui tortuosissimi sentieri delle note stellari che caratterizzano alcuni brani, come la stessa “Champions“, oppure “A kind of Magic” o ancora “Radiogaga“. Ma il cantante possiede un timbro colorato e sostenuto, assolvendo onorevolmente l’ingrato compito di misurarsi con una delle più belle voci che musica leggera e non abbiano mai conosciuto.
Non si può dire che manchi coraggio a questi ragazzi, considerando che si sono addirittura lanciati in una versione integrale di “Bohemian Rhapsody”, che nemmeno gli autori ed esecutori originali avevano mai prodotto on stage. Bisogna ammettere che, con gli annessi e connessi del caso, il risultato finale è risultato almeno ascoltabile, in questo caso in gran parte grazie all’ottimo lavoro di Moreno Pastori al piano e tastiere. Notevole anche l’apporto del “chitarrista prestato”, Comizzoli, che insieme al solidissimo, granitico bassista croato Davor Juric, riproduce alla lettera i suoni originali delle canzoni dei Queen, oltre a supportare con interventi di sostanza le studiate, sporadiche assenze di Juri dal microfono. Proprio Davor guida il gruppo in uno dei numeri più apprezzati in assoluto dal pubblico, numeroso ed entusiasta, che non poteva che essere “Another one bites the dust”. Molto gradita anche la “postuma” “Let me live”, che ha visto un piccolo problema al microfono del batterista Mauro Bonini, proprio in occasione del suo unico intervento vocale…il ragazzo s’è rifatto con gli interessi in un “assolo” superbo, a metà di “Fat Bottomed Girls”.
Il resto del concerto è stato un crescendo di approvazione degli astanti, compatti nell’ eseguire il refrain di “We will rock you”, nell’applaudire la esibizione a torso nudo di Jury/Freddie in “Crazy Little Thing Called Love”, e soprattutto nel farsi coinvolgere nei pezzi più potenti del repertorio, come “One vision”, “I want it all” o “Hammer to Fall”, guidati da un chitarrismo potente e preciso.
Se proprio bisogna fare un appunto a questi cinque bravissimi musicisti, potremmo accennare al fatto che gli impasti vocali esibiti hanno qui è là sofferto “l’arduo dovere” di ricalcare le memorabili alchimie create da Mercury, May e Taylor, il che comunque è facilmente comprensibile..resta il ricordo di uno spettacolo coinvolgente e acclamato, che i “Live queen” porteranno nel milanese, e non solo, per tutta estate.
[sigplus] Critical error: Image gallery folder concerti/dylan is expected to be a path relative to the image base folder specified in the back-end.
|
|
Bob Dylanwww.bobdylan.comLuogo: Alcatraz, Milano
|
{gallery}concerti/dylan{/gallery} |
Ha l’effetto di un’onda d’urto dirompente che si propaga alla velocità del suono dell'armonica: il primo respiro di Dylan filtrato dalle ance si trasforma in un incantesimo scagliato sulla folla col cenno di una mano.
Tutto ha inizio qualche minuto prima. Cappello, giacca nera e camicia bianca, poco dopo le 21.00 l'anti-icona di Duluth si fa largo tra le giacche-bianche-camicie-nere della band, un misto di eleganza dannata e rockabilly. Al centro della scena campeggia la chitarra di Charles Sexton, mentre Bob Dylan si divide tra la postazione alle tastiere e la buia prima linea della ribalta, avvolta (casualmente?) dall'oscurità, al riparo dall'occhio indiscreto dei fari.
La base blues-rock di Leopard-Skin Pill-Box Hat è il tappeto rosso che porta Dylan al cospetto del pubblico radunatosi da tutta Italia all'Alcatraz di Milano: la voce inizia a graffiare la musica con un timbro attraversato da scaglie di vetro.
L'attacco del secondo brano è un chiaro indicatore del tenore che avrà la serata: canzoni del primo Dylan si alternano a pezzi più recenti con ritmi sempre più incalzanti, complice il tiro della band che non si ferma nemmeno di fronte a piccole incomprensioni su come far procedere o risolvere i brani.
Si ritorna al Blonde On Blonde di Vision Of Johanna, privata ovviamente di ogni tendenza melodica, ma non della magia e del fascino trasognato che continua a trasmettere a decenni dalla sua pubblicazione. Lo spettacolo (sembra impossibile) è ancora in crescendo: Dylan, assieme alla sua band, approda a brani dello spessore di Highway 61 Revisited, si sofferma sulla struggente Forgetful Heart e saluta la prima parte della serata sulle note dell'immensa Ballad Of A Thin Man.
Durante la pausa un veloce sound-check inietta nel locale una distorsione fino a questo punto inedita. Non c'è tempo per un pronostico sul titolo che segnerà il rientro in scena dei musicisti: l'attacco inconfondibile di Like A Rolling Stone ha già squassato le pareti dell'Alcatraz e lo stomaco dei presenti. L’assolo d'organo passa tra le dita di Dylan che si destreggia tra armonica, tastiera e chitarra con la naturalezza di chi ha alle spalle mezzo secolo di pratica. Come mantenere questo livello? Bastano due accordi dl brano successivo perché il quesito si sciolga tra note di All Along The Watchtower. Al termine del celeberrimo e iper-coverizzato brano, Dylan, solo alle tastiere, intona (forse per la prima volta nella serata) la presentazione dei componenti della band: la base ritmica è retta da Tony Garnier (basso elettrico e contrabbasso) e George Recile (batteria), Stu Kimball affianca il già citato Charles Sexton alla sei corde mentre Donnie Herron passa dal banjo alle tastiere.
La chiusura definitiva è affidata ad un pezzo che sa svolgere assai dignitosamente il suo compito, un pezzo celebre almeno quanto i versi con cui apre: "How many roads must a man walk down / Before you call him a man?".
La risposta, forse, è scritta proprio nella storia di Bob Dylan.
ERROR_SERVER_RESPONSE_520