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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Febbraio 22, 2024
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GIOVANNI FALZONE SPECIAL BAND

Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arsizio (VA)
Data: 28 febbraio 2011
Evento: Rassegna Jazz
Voto: 9

Una serata all’Art Blakey Jazz Club riesce sempre ad incantare grazie al suo particolare fascino anacronistico: la frenesia della contemporaneità e lo squallore di una modernità asettica non riescono ad oltrepassare le spesse tende in velluto rosso che preservano una scena d’altri tempi, calcata dai migliori jazzisti in circolazione.

Se poi, dietro alla porta d’ingresso, ad aspettarti ci sono un gruppetto di note pronte a trasportarti dritto al cuore di Lonely Woman, è inevitabile sentirsi parte di un epos in cui sembrano riecheggiare le parole di Ornette Coleman «Non ho mai cercato di suonare la musica del mio tempo, ho sempre cercato di  pormi fuori dal tempo».


Simili i presupposti da cui prende le mosse il progetto della Giovanni Falzone Special Band per uno spettacolo che, senza lasciare dubbi circa gli intenti, intitola Around Coleman. E’ lo stesso trombettista siculo a sottolineare la volontà di inserirsi sulla scia di quel modo di vivere e pensare la musica, al di fuori e oltre le regole del tempo, pescando dal repertorio delle origini, quindi interpretando liberamente standard e brani originali, concedendosi tanto al free quanto al bop, senza temere incursioni di altri generi musicali.
Le intenzioni di Falzone trovano terreno fertile per diventare un funambolesco spettacolo in grado di divertire, coinvolgere ed emozionare grazie a musicisti che non si fanno pregare quando si tratta di dare al brano il proprio apporto unico e peculiare: all’esplosivo e incontenibile trombone di Beppe Caruso fa eco il versatile ed impeccabile Francesco Bearzatti, mentre Zeno De Rossi, eclettico, regge sapientemente la ritmica assieme al contrabbasso di Paolino Dalla Porta; il tutto è prepotentemente orchestrato dall'istrionico Falzone che imprime la propria personalità tra le note di ogni brano.


L'apertura affidata a Blues Connotation, tratta da Ken Burns Jazz di Ornette Coleman, sembra voler dichiarare apertamente agli ascoltatori che dovranno aspettarsi un’esibizione libera di spaziare attraverso un ampio universo sonoro, senza  restrizioni o paletti di alcun genere. Così la sucessiva Fuga mentale, brano originale di Falzone, può tranquillamente andare a parare sulle note di Lonely Woman in un gioco di rimandi e citazioni in grado di divertire pubblico e musicisti. Il gioco si ripete col successivo brano introdotto da un solo di batteria che prepara la scena all'unisono dei fiati; il giro degli assolo inizia con la tromba del leader, prosegue con il trombone sordinato di Caruso e si conclude sulle note vellutate e aeree del sax di Baerzatti.

Il viaggio della Giovanni Falzone Special Band non può non soffermarsi sull'emblematica Free, presente nell'album Change of The Century del 1959, primo brano della storia in cui compare ufficialmente la parola che avrebbe contraddistinto un'epoca del jazz. Si tratta di una serie di microtemi, frammenti di pochissime battute, attorno ai quali i musiciisti si divertono a costruire ed improvvisare: una sferzata di energia allo stato puro proviene dal fraseggio di Beppe Caruso che modula ed arricchisce il suono con qualunque tipo di artificio, dalla straight al growl.  In quanto a fantasia non è da meno De Rossi che dopo aver messo mano a stracci, catene ed aver utilizzato le bacchette in tutti i modi (anche impropri) possibili, in un finale che rischia di sfociare nel garage stacca il piatto dalla piantana e continua a percuoterlo sulla pelle del rullante.

La serata continua con ordine cronologico approdando a Ornette! (1961), ma per il congedo si sceglie un'inversione di marcia con un salto al jazz delle origini di Bourbon Street, nome di una via centrale di New Orleans, appunto: Bearzatti accantona il sax per dedicarsi ad un clarinetto scanzonato, che sembra in alcuni passaggi fare il verso al minstrel.

Allegramente si conclude quindi un concerto intenso e coinvolgente, senza sbavature nè tempi morti, interpretato da cinque assoluti protagonisti della scena jazzistica internazionale.

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FRANCESCO GUCCINI

www.francescoguccini.it

Luogo: Mediolanum Forum,Assago
Data: 10 dicembre 2010
Evento: Tour 2010
Voto: 9


Se anarchia implica disordine, qualcuno mi dovrà spiegare cosa ci faceva buona parte delle dodici mila anime inneggianti alla A cerchiata seduta in modo composto sul pavimento del Forum di Assago, senza che nessun'autorità cercasse di imporre una qualsivoglia norma comportamentale.
Già, perché un concerto di Guccini bisogna goderselo seduti in terra, con le gambe incrociate ed una bottiglia di vino tra le mani, non importa che si abbia 10 o 70 anni (tanto era vario il pubblico che il cantautore emiliano, generazione dopo generazione, continua ad ammaliare).
Inizia lo show, via al monologo: ciascuno ascolta rapito il protagonista della serata che si presenta sempre allo stesso modo, giovane e bello (chi trovasse questa affermazione strampalata probabilmente si sarà limitato ad un superficiale e fuorviante colpo d'occhio). Attualità, politica, una battuta per introdurre del il primo brano "a sorpresa” e Canzone per un'amica già risuona all’interno del palazzetto. Si prosegue con un salto temporale di un paio di lustri, Lettera, per poi ritornare alla leggenda di Noi non ci saremo.

Spazio quindi a brani dei primi album, alcuni dei quali insoliti per la scaletta live: sulla scena sfilano, quasi fossero reali, personaggi appartenuti alla storia di Francesco Guccini: ecco Il frate , Amerigo e, sublime, Il pensionato, introdotti, come si fa tra amici, con racconti, aneddoti e un velo di nostalgia. Seguono canzoni del calibro di Autogrill, Canzone per Piero e Quattro stracci, gridata e vissuta dal pubblico più giovane con una passione quasi commovente. E non poteva essere altrimenti, data l'interpretazione di Guccini, che si abbandona flusso vigoroso del sue composizioni facendole vibrare ed urlare come fossero giovani erinni. A farne le spese sono i suoi fidi musici che devono talvolta rincorrersi e saltare qualche accordo per riallineare metrica e battute. Nessun problema naturalmente per strumentisti del calibro di Bandini, Tempera, Manuzzi, Mingotti, Marangolo e l'inseparabile Flaco che riescono, con uno sguardo ed un sorriso, a mettere ogni cosa al posto giusto.

Il momento di più alta partecipazione e coinvolgimento arriva con la "nuova" Su in collina, interpretata in modo quasi solenne e seguita da Canzone dei dodici mesi. Poche note dell'arpeggio di chitarra bastano ad identificare la successiva Canzone di notte n. 2: ora è sicuro, nessun rimpianto per questa serata.

Tutti in piedi, sempre con creanza, per i classici di coda: Eskimo, Cyrano, Dio è morto; quindi i musicisti depongono gli strumenti e lasciano la scena al cantautore che impugna la sei corde ed allo stesso modo tiene in pugno le migliaia di anime in ascolto. Le prime strofe chitarra e voce de La locomotiva racchiudono tutto Guccini, tutta la sua potenza, la sua fermezza eroica, la sua lucida e giovane bellezza.

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'S WONDERFUL QUARTET

Luogo: Il Melo, Gallarate (VA)
Data: 14 dicembre 2010
Evento:  Jazz Appeal 2010
Voto: 5

LARA IACOVINI: voce
RICCARDO FIORAVANTI: contrabbasso
ANDREA DULBECCO: vibrafono
FRANCESCO D’AURIA: batteria e percussioni

Ci aveva già pensato Conte, a suo tempo, a legare indissolubilmente quella “s” alla parola “wonderful”, ma in quel caso era più per ragioni metriche (e di pronuncia) che concettuali.
Diverse le premesse che hanno portato al concepimento del nome del quartetto in questione: il ragionamento è piuttosto articolato ed ha una duplice matrice. Duplicità che ritorna anche a livello musicale e compositivo nei brani riarrangiati e suonati dallo ‘S Wonderful quartet.
Ciò che viene proposto è una rivisitazione del repertorio di «due grandi artisti del 900» per citare l’introduzione di Laura Iacovini, il primo dei quali viene subito svelato grazie alla significativa - soprattutto per la serata - Wonderful: George Gershwin. La chiave di lettura completa l’abbiamo con la successiva I Wish di S. Wonder: il gioco è fatto.

Il quartetto, capitanato dalla coppia Iacovini-Fioravanti, nasce da un’idea del contrabbassista che si propone di riarrangiare in chiave jazz i brani del divino Wonder e rileggere le composizioni del sacro Gershwin in una sorta di inversione delle parti che dimostri come «in fondo i due personaggi non siano così distanti l’uno dall’altro».
A rompere il ghiaccio è il vibrafono di Andrea Dulbecco, il miglior candidato a sprofondare la platea nell’atmosfera fiabesca che così bene si addice ad un concerto pre-natalizio.

Cambio di rotta per la successiva I Wish, introdotta da un trascinante riff di contrabbasso che sostiene il brano fino all’entrata, nella seconda strofa, degli altri strumenti. Si continua con il Wonder di You Are The Sunshine Of My Life, in una morbidissima versione accarezzata dalle spazzole di D’Auria. Il contrabbasso si ritaglia lo spazio per un assolo prima che, al ritorno del tema, rientri anche la voce per il gran finale.
Dopo il tris di Wonder il pallino passa a Gershwin con Facin In The River che sprigiona l’indole più selvaggia di Francesco d’Auria: con un balzo dalla batteria al cajon anche il registro sonoro viene sbalzato verso una nuova dimensione, fresca, autentica, tribale. Il giochetto ingaggiato dalla Iacovini, in cui il pubblico viene sfidato ad indovinare i titoli dei brani, continua con un “aiutino” da parte della cantante «E’ tratto da Porgy And Bess, ma non è Summertime» (cui, per altro, sarà riservato il posto d’onore del bis); quindi i musicisti si preparano alla prevedibile I Love You Porgy.

Ormai giunti al sesto brano bisogna prendere coscienza del fatto che la nitidezza traballante delle note tenute,  le esitazioni sugli acuti ed un’intonazione spesso calante non dipendono da una questione di riscaldamento, ma probabilmente da una serata no della vocalist, accentuata da un’espressività non proprio brillante. E la prima parte del concerto si chiude con Master Blaster in cui Andrea Dulbecco si rende protagonista con un assolo di vibrafono.

Il rientro dei musicisti in scena segna l’inizio della parte più libera ed estrosa del concerto. Parte Fioravanti con uno solo sleppato di contrabbasso e poi D'Auria si cimenta nella "prova" dell'hang, suonato rigorosamente a mani nude: eccezione della serata, I sogni di Piero è un brano origiale del percussionista.
Approfittando della postazione - l'hang si suona seduti, sul cajon in quest'occasione - D'Auria inizia a picchiettare al ritmo, neanche a dirlo, di I Got Rhythm.
Non plus ultra, Summertime segna la fine di un concerto che avrebbe forse necessitato di un po' più di passione e consistenza per essere degna conclusione di Jazz'Appeal 2010.

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