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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Febbraio 22, 2024
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DANIELE SILVESTRI

www.danielesilvestri.it

Luogo: Villa Arconati, Bollate (MI)
Data: 14 giugno 2011
Evento: Festival Villa Arconati
Voto: 7,5

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di Eugenio Peralta

Dalla prima apparizione a Sanremo con L’uomo col megafono ai successi più recenti, il leit motiv che accompagna la carriera di Daniele Silvestri è immutabile: bravo, ma gli manca il capolavoro. Una discografia traboccante di pezzi eccellenti e con pochissime cadute di stile, priva però del “cinque stelle”, dell’acuto definitivo. Il luogo comune ha indubbiamente un fondo di verità; ma l’apparente handicap si trasforma in un asso nella manica nella dimensione live, dove Silvestri può permettersi di sfoderare un brano dopo l’altro virtualmente all’infinito, potendo contare su un’elevatissima qualità media. Ed è andata proprio così nella scenografica cornice di Villa Arconati, dove il cantautore romano si è esibito per quasi due ore e mezza con la consueta generosità, incurante della stanchezza e delle zanzare, di fronte a un pubblico tanto entusiasta quanto disciplinato (ci torneremo).

Se c’è una cosa che Silvestri sa fare benissimo è arruffianarsi gli ascoltatori, con il suo atteggiamento ironico e autoironico, con le dichiarazioni di appartenenza politica (poche settimane fa è stato tra i protagonisti del concerto in onore di Giuliano Pisapia) e persino mettendo in scena una presunta “improvvisazione” della scaletta. Ma anche con la musica: si vedano gli ammiccanti ritmi latini garantiti dalla presenza del percussionista cubano Ramon José Caraballo, per esempio ne La paranza, ma ancora più spesso gli sconfinamenti nel reggae e nello ska, come nei nuovi arrangiamenti di Monetine o Me fece mele a chepa. Mosse furbette? Può darsi, ma va detto che l’altro elemento da sempre presente nel DNA di Silvestri è la capacità di muoversi con disinvoltura (e grande divertimento) da un genere musicale all’altro: lo ha dimostrato anche a Bollate, saltando senza affanno dalla ballad Acqua stagnante alla sincopata Fifty fifty, fino al quasi-rap di Le cose in comune, anche se la velocità non è più quella di una volta.

Nella lunga scaletta dello spettacolo, del resto, c’è stato spazio praticamente per ogni cosa: quasi tutti i brani dell’ultimo disco, forse meno riuscito dei precedenti ma sempre ben oltre la soglia della gradevolezza, a qualche “perla” tirata fuori dal dimenticatoio come la bellissima Strade di Francia e addirittura il rock naif di Datemi un benzinaio, uno dei primi brani incisi dal cantante di Roma. Spiazzante la pausa a metà concerto: dieci minuti di musica techno – piuttosto datata – per introdurre i brani più movimentati come la grottesca S con Dario, altro cavallo di battaglia degli esordi, ma anche Manifesto o Salirò. Tra i momenti più intensi da segnalare anche il duetto con il milanese Diego Mancino per l’onirica e ispirata Acqua che scorre.

Il neo della serata è facile da individuare: la posizione del pubblico, irrigidito in posti a sedere troppo lontani dal palco e impossibilitato a vivere il concerto con la dovuta partecipazione. Vero che Silvestri è un cantautore a tratti intimista, ma così si esagera. Dopo quasi un’ora e mezza, infatti, gli spettatori hanno finalmente infranto il tabù e si sono riversati in massa nelle prime file, in tempo per un finale ad alto tasso di emotività: il rock progressivo di Aria, i beffardi stornelli di Testardo con tanto di coro “..de li mortacci tua”, e soprattutto l’attesissima Cohiba dedicata a Che Guevara, ormai trasformata in un inno generazionale. Certo, a rifletterci c’è qualcosa che non torna nel sentire Silvestri enunciare che “lo slogan è fascista di natura” (Voglia di gridare, il singolo con cui esordì nel 1994) per poi lanciarsi, pochi secondi dopo, nel coro “Venceremos adelante, o victoria o muerte”. Ma in fondo cambiare idea non è vietato e anche questa è una dimostrazione di sincerità, una dote che al cantautore romano non è davvero mai mancata.


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FRANCO BATTIATO

www.battiato.it

Luogo: Villa Reale, Monza (MB)
Data: 20 luglio 2011
Evento: Tour Up Patriots to Arms
Voto: 9,5


«Pump up the volume» esorta una voce femminile dagli altoparlanti. Che sia una comunicazione di servizio?

Non c'è tempo per le supposizioni: una propulsiva Up Patriots to arms irrompe con una potenza che i suoi 31 anni di storia sembrano aver caricato, anziché smussato. Come accadrà per altri brani durante la serata, il pezzo non è suonato in versione integrale: la band riassume in un'anteprima di poche battute quello che sarà lo spirito dell'intero concerto. Per capirci, è quanto accade anche nell'arte cinematografica (di cui Battiato non è certo digiuno): i titoli di testa spesso anticipano allo spettatore quello che accadrà nel corso del film.

Quindi, se abbiamo colto il messaggio, Franco Battiato si appresta a spruzzare dell'autentico rock 'n' roll tra la suggestiva cornice della Villa Reale di Monza, pennellando qua e là arrangiamenti raffinati e curati in modo quasi maniacale: musica popolare e colta si amalgameranno come colori stesi sulla tela da una mano sapiente. E così sarà.

Una prima sferzata di adrenalina scorre tra la platea assieme alle note di Auto Da Fe, No Time, No Space e Un'altra vita, spunto per una freddura sul protrarsi oltre misura delle opere pubbliche in Italia (la terza linea del metrò che avanza – ironizza Battiato - e io è da 30 anni che l'aspetto questa terza linea).

Una serie di successi più recenti, sostenuti a colpi di distorsione da un "tarantolato" Davide Ferrario, infuocano il pubblico che non può fare a meno di rimbalzare sulle sedie al ritmo di Tra sesso e castità, Il ballo del potere, Inneres Auge e una superba resa live di Shock in my town. In un crescendo di emozioni, la scaletta non poteva che prevedere due brani dello storico La voce del padrone.  Dopo Gli uccelli e Segnali di vita, dritto nel cuore della serata, arriva il momento forse più alto del concerto con il Quartetto Italiano che è ora protagonista di due chansons francaises riarrangiate dallo stesso Battiato per il primo Fleur: l’interpretazione che ci offre de La canzone dei vecchi amanti e J'entends siffler le train è sublime.

Povera patria, tristemente attuale, riesce a smuovere i sentimenti del pubblico più di qualsiasi turbolenta canzone di protesta; subito dopo, a placare gli animi arriva Prospettiva Nievsky, brano etereo in grado di riconciliare chiunque col mondo intero.

Sapevo bene quanto il repertorio di Battiato fosse vasto  e ricco di capolavori, ma mai me ne sono resa conto come in questo momento: La Cura, I treni di Tozeur, La stagione dell'amore, L'era del cinghiale bianco, La danza, E ti vengo a cercare e Cuccurucucu vengono snocciolati a raffica per un pubblico in delirio, già in piedi e accorso sotto il palcoscenico con il benestare del cantante Catanese che zampetta per il palcoscenico, balla e si agita come un ragazzino.

Il pubblico pienamente appagato inizia a defluire col sorriso sulle labbra, ma ci sono ancora delle perle che attendono di essere chiamate banalmente "bis": L'animale, Stranizza d'amuri e, ovviamente, Centro di gravità permanente, chiudono più che degnamente una scaletta strepitosa che nemmeno l'acustica non esattamente impeccabile del cortile di Villa Reale è riuscita a sminuire.

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Ringo Starr

www.ringostarr.com

Luogo: Arena civica, Milano
Data: 3 luglio 2011
Evento: Milano Jazzin Festival 2011
Voto: 8


Mi aspettavo molta più gente, ma devo comunque farmi largo con i gomiti tra i presenti. Sono affannato, ma arrivo appena in tempo, davanti a me solo un paio di persone, e Paul McCartney che appare all'improvviso e arriva a passo rapido. Non si fermerà neanche un attimo, forse il tempo di un saluto, poi se ne andrà. Mi sfila davanti, riesco ad affossare chi mi precede, allungo una mano e riesco a stringere la sua e a farfugliare qualcosa, poi sono costretto a mollare la presa. Paul si imbarca su un aereo privato, decolla, e io mi sveglio. Eh sì, purtroppo non ho avuto un incontro ravvicinato con Sir McCartney, bensì quanto appena raccontato altro non è che un sogno fatto poche ore dopo avere assistito al concerto di Milano di Ringo Starr e la sua “All Starr Band”, evidentemente sono un po' suggestionabile, ma perdonatemi, non capita tutti i giorni di trovarsi davanti un membro dei Beatles, e la circostanza straordinaria deve avere un po' scosso il mio subconscio.

Risvolti onirici a parte, ho comunque il dovere, e il piacere, di recensire l'evento, già di per sé straordinario, se pensate che Ringo non suonava a Milano dal leggendario pomeriggio del Vigorelli del 1965. Questa volta il palco è quello dell'Arena civica, e la data è inserita nel programma del Milano Jazzin Festival 2011. Sarebbe scontato e sbrigativo dire che il pubblico è eterogeneo, ma di fatto la platea è molto variegata, sebbene ragazzini e settantenni indossino le stesse magliette dei 'Fab' e nonostante negli occhi dei più anziani a volte la nostalgia rubi il posto alla meraviglia.

Non voglio dilungarmi troppo sulla presentazione dei musicisti, tra i quali merita però una citazione Edgar Winter, polistrumentista fratello del più famoso chitarrista Johnny. Oltre a lui sul palco ci sono Richard Page, bassista ed ex leader dei Mr. Mister (band degli anni 80 conosciuta in Italia soprattutto per i singoli Kyrie e Broken Wings), il chitarrista Rick Derringer (la sua Hang on Sloopy nel 1965 fu scalzata dalla testa della hit parade americana proprio da Yesterday...), Gary Wright, pianista che, tra gli altri, ha collaborato anche con George Harrison, il secondo chitarrista Wally Palmar e il batterista Gregg Bissonette.

Ringo non si fa attendere, e dopo una breve introduzione strumentale fa la sua apparizione, con gli immancabili indici e medi alzati in segno di pace e amore. Afferra il microfono e inizia a cantare It don't come easy, a pochi metri da lui la festa è già cominciata, molti hanno abbandonato le seggioline per accalcarsi dietro le transenne, gli addetti alla sicurezza tentano di farli (di farci) arretrare, e quasi ci riescono, poi Palmar fa un cenno: ci vuole vicino, e ovviamente tutti accolgono il suo appello, con buona pace della security. Il secondo brano è Honey Don't, da Beatles for sale, poi Ringo si accomoda dietro alla sua batteria Ludwig dotata di grande stella sulla gran cassa, e lascia spazio ai colleghi. Il primo a esibirsi e Derringer, con la già citata Hang on Sloopy, poi tocca a Palmar con Talking in Your Sleep dei Romantics, dopodiché si vive il primo momento di euforia collettiva: “Ora un pezzo che un tempo suonavo con un'altra band...”, battuta di Ringo che precede I Wanna Be Your Man.

Canta, agita le sue bacchette e scuote la testa, come fa ormai più di sessant'anni, anche se coadiuvato da Bissonette alla sua sinistra. Un po' di gloria per Wright e Page, poi uno degli ex ragazzi che scioccarono il mondo propone un brano dal suo ultimo album, The Other Side Of Liverpool, altra premessa a una nuova esplosione di entusiasmo: “Se non conoscete
la prossima canzone forse avete sbagliato concerto
”, ma esistono poche persone che non abbiamo mai canticchiato “In the town where I was born...”, e di certo nessuna di queste potrebbe trovarsi per errore in mezzo ad altre migliaia che fanno il controcanto all'unisono, d'altra parte John, Paul e George non ci sono, e qualcuno deve pur sostituirli. Proprio in questo momento mi rendo conto che un signore, un paio di file davanti a me, a occhio e croce coetaneo di Sir Starkey, ha con sé la sua collezione di vinili, e sta sollevando la sua copia di Yellow Submarine, nota di colore fra centinaia di mani alzate.

Tra un'esibizione e l'altra arriva il turno di Back Off Boogaloo, ancora dal repertorio solista del protagonista della serata, poi Derringer fa sfoggio delle sue capacità chitarristiche per una decina di minuti: scale e tecniche varie, senza un vero filo logico, diciamo un riempitivo per far tirare il fiato agli altri e allungare un po' lo show. Non che il signore in questione non sia all'altezza, ma davvero niente di originale. E' lo stesso Ringo a ironizzare non appena si spegne l'ultima nota: “Ero talmente eccitato da questo assolo che mi ero dimenticato di essere il prossimo...”. Anche questa canzone arriva dal passato, ma addirittura dal periodo pre Beatles, nonostante sia entrata poi nella storia grazie a loro: Boys, che l'allora giovanissimo batterista cresciuto nel quartiere irlandese di Liverpool cantava e suonava già con Rory Storm and the Hurricanes. Chiudendo gli occhi, con uno sforzo di immaginazione, si può davvero sognare di essere al Cavern, e poco importa che ogni tanto le zanzare milanesi riportino alla realtà.

La fine si avvicina, ma le emozioni non sono terminate. C'è tempo per Photograph, scritta a due mani con George Harrison, Act Naturally, e poi, quando chiede “un aiuto” al pubblico, tutti capiscono, gli applausi coprono ogni altro suono, e gli altri membri della band non possono che urlare nei microfoni il nome che tutti aspettano di sentire: Billy Shears. With a Little Help From my Friends (con una copertina di Sgt Peppers che si alza subito davanti a me) è il penultimo atto, poiché il sipario cala solo dopo un piccolo omaggio a John Lennon: Give Peace a Chance. Solo il ritornello, niente di più, ma l'idea è gradita alla folla, che chiede invano un bis che non ci sarà e si rassegna a vedere scomparire Ringo dietro le quinte.

Poco meno di due ore, durata accettabile per uno spettacolo più che dignitoso. Inutile dire che in molti sono accorsi più per poter dire di avere visto un “Beatle” ancora vivo che perché innamorati delle doti dell'artista in questione, ma alla fine di tutto non si può che esprimere un giudizio molto positivo su un musicista che porta egregiamente i suoi 71 anni (lui che non ha mai finto di volersi ritirare a meno di sessant'anni...), snello come un adolescente, con la voglia di ridere e saltellare ancora su un palco, lui, che ha saputo prima convivere con le personalità smisurate dei suoi tre compagni di viaggio (e a farsi volere bene da tutti loro, restando al di fuori dei conflitti interni al gruppo), e che poi è riuscito a invecchiare meglio di molti altri, senza neanche abusare del chirurgo estetico.

Il vero “Quiet Beatle” è sempre stato lui, poche parole, pochi gesti plateali, capacità non certo fenomenali, ma sempre all'altezza della situazione, il tutto condito da un sense of humorn che gli ha permesso di superare momenti difficili e di potersi presentarsi oggi su un palco senza suscitare quella compassione che a volte purtroppo si avverte quando certe leggende “stagionate” imbracciano i loro strumenti sotto i riflettori. “The love you take is equal to the love you make”, e la musica ha già restituito a Ringo Starr un posto fra gli immortali.

Peace & Love: questa recensione lui la finirebbe così, e non me la sento di deluderlo.

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