AMA music

SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Sabato Aprile 18, 2026
Home  //  Live  //  Jazz

Jazz

Vota questo articolo
(0 Voti)

Roberto Gatto - I Jazz Ensamble

I JAZZ ENSEMBLE 2010

Luogo: Teatro Sociale, Busto Arsizio (VA)
Data: 22 ottobre 2010
Evento: Eventi in Jazz 2010
Voto: 8


Hanno esordito in ottetto il 18 aprile di quest'anno: freschi di formazione ma non certo di primo pelo, quasi tutti leader di altre band, i musicisti dell'I Jazz Ensemble 2010 si esibiscono sotto la guida di Roberto Gatto. E' proprio la sua batteria a dominare la scena, in posizione insolita e fin troppo enfatica al centro del palcoscenico.
Il repertorio da cui attinge l'ensamble è decisamente vasto: oltre ai molti brani originali ed agli immancabili standards, si aggiungono composizioni rubate ad altri contesti sonori, dalla canzone popolare alla musica da film, come da migliore tradizione jazz.
Il brano scelto per l'apertura è il più che esaustivo biglietto da visita The Swingng Cats, ma è sulla successiva Mushi Mushi (Keith Jarrett) che la sezione dei fiati, condotta da un incontenibile Falzone, mette in mostra tutto il proprio vigore.
Take The Dark Train, composizione originale di Battista Lena, precede il tema fiabesco di Pure Immagination, musica estrapolta dalla colonna sonora di Willy Wonka e riarrangiata in chiave jazz da Roberto Gatto.

Il batterista romano tiene a sottolineare l'eterogenea provenienza regionale dei musicisti riuniti per l'occasione sul palcoscenico del Teatro Sociale di Busto Arsizio; ma è la cultura romanesca che si vuole celebrare col successivo brano: omaggio a Trovajoli, contaminato dal "sentire" del lungo Tevere, il risultato è un'esplosione burlesca di note e citazioni popolari, in cui l'immaginario sonoro è arricchito dalla fantasia dei singoli musicisti. E' così che le bacchettate di Gatto non risparmiano nemmeno il leggio mentre la tromba di falzone sembra ridere divertita.
Ancora una composizione di Gatto, poi King Porter Stomp di Jelly Roll Morton, quindi il gran finale e l'attacco dei "bis" (senza finta, questa volta). La chiusura del concerto è uno sconcertante siparietto da villaggio turistico che vede i musicisti incitare la platea ad intonare il tema dell'ultimo pezzo, indegna conclusione di due grandiose ore di jazz.

Roberto Gatto batteria e direzione musicale
Gaetano Partipilo
sax alto Max Ionata sax tenore
Giovanni Falzone
tromba
Roberto Rossi
trombone
Alessandro Lanzoni
pianoforte
Battista Lena
chitarra
Dario Deidda
contrabbasso e basso elettrico

 

Vota questo articolo
(0 Voti)

FRANCO D'ANDREA

www.francodandrea.com

Luogo: Auditorium Cianfarani, Chieti
Data: 25 settembre 2010
Evento: Chieti in Jazz 2010
Voto: 7


Chieti in Jazz 2010 riceve la sua consacrazione sull’altare spoglio dell’Auditorium Cianfarani: non servono fronzoli a Franco D’Andrea, tantomeno ne ha bisogno il suo selezionato pubblico. Austero e solitario come il pianoforte a coda che lo attende sulla ribalta, il canuto pianista si presenta alla platea semplicemente entrando nel vivo della musica: nel gioco di rincorse tra polpastrelli e palmi di mano non risparmia nemmeno un’ottava della tastiera, alternando ai cambi di ritmo il ritorno dei temi.

Round Midnight è solo una tappa del viaggio attraverso il repertorio di Monk, Evans, Ellington, alternato a composizioni originali del performer che sembra voler rendere al pubblico, in poco più di un’ora di sola musica, la sua articolata definizione del termine “jazz”. Il tempo di ringraziare con un frettoloso inchino e D’Andrea è di nuovo alla sua postazione. L’accostamento insistente di alti e bassi cercati agli estremi della tastiera crea una particolare drammaticità, una conversazione tra i personaggi di una racconto da cui affiorano, di tanto in tanto, citazioni di standards.

Prima della rituale uscita di scena finale e successivo rientro tra gli applausi c’è tempo ancora per un paio di brani: un accompagnamento ostinato regge solidamente cinque buoni minuti di pura e virtuosa improvvisazione, mentre la chiusura è affidata ad un’altra composizione a firma D’Andrea.
L’atteggiamento pacato non cambia durante i bis: l’apparente timidezza di uno cortese signore d’antan che fatica a raccogliere gli applausi cela un’ostentata consapevolezza di chi sa di non dovere spiegazioni. Un’ultima planata tra i classici non manca di sfiorare il Gershwin di I Got Rhythm prima che D’Andrea si congedi da un pubblico appagato da un ascolto tanto impegnativo quanto memorabile.

Vota questo articolo
(1 Vota)

Jazz d'incanto

JOE LOCKE, DADO MORONI e ROSARIO GIULIANI

www.joelocke.com

Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arsizio (VA)
Data: 28 giugno 2010
Evento: Rassegna Jazz
Voto: 9

L’Art Blake Jazz Club di Busto Arsizio è questo: ci vai una sera per assistere ad un concerto e bere una birra e può essere che ci trovi Joe Locke in carne ed ossa, magari in trio con Dado Moroni e Rosario Giuliani.
L’appuntamento è tra i più importanti del cartellone, oltre ad essere l’ultimo nel calendario la stagione.
Ed inizia magicamente, grazie all’atmosfera fiabesca che le prime note del vibrafono fanno calare come d’incanto sulla sala. Non ci vuole molto perché Locke catturi la platea: stivale pitonato, charm da rock star a metà tra Tom Waits e d Iggy Pop, il musicista newyorkese inizia a saltellare su e giù per il vibrafono sfoggiando al contempo un eccezionale virtuosismo e delle ottime doti attoriali.

Al brano di apertura a firma Locke, Sword of Whispers, una composizione che il vibrafonista dedica a Little Jimmy Scott, segue The Peacocks brano dall’incedere lontanamente esotico che vede Giuliani destreggiarsi al sax soprano.

I tre continuano in un gioco di richiami e contrappunti, domande e risposte, per arrivare a manifestazioni di virtuosismo concitato, in cui la fisicità diventa un fattore fondamentale sul palco: Locke rimbalza accanto alle lamelle percosse dai suoi quattro inarrestabili battenti ed il pianoforte di Moroni inizia ad inclinarsi e sobbalzare, come se le note suonate riuscissero ad animarlo.

E’ il momento di Alone, composizione di Dado Moroni onirica, quasi ipnotica, che ben si adatta ai suoni della serata, cui segue un ultimo swing prima della pausa.

Al rientro scopriamo che l’interplay del trio non è cambiato, anzi! My Angel, morbida composizione di Giuliani, è una carezza delicata prima che la sfida all’ultima nota ingaggiata da Locke e Moroni ricominci a pieno regime. Nel finale c’è spazio per un brano scritto da Locke dedicato alla sorella, Beatrice Rose, simile ad una nenia rubata ad un antico carillon, e per Brother Alfred, di Dado Moroni, ultima della serie registrata all’Oratorio S. Cecilia di Perugia.

Il pubblico è soddisfatto, nonostante il trio vibrafono-pianoforte-sax non sia esattamente una formazione facile da ascoltare. La grandiosa empatia ed il talento con cui i tre sono riusciti a coinvolgere la platea è per questo motivo ancora più apprezzabile: solo il vero bisogno di musica riesce a portare a risultati così autentici; ne è riprova il fatto che dopo due ore e mezza di concerto, Locke continuava a suonare, solo sul palco, davanti ad una sala vuota…

Vota questo articolo
(1 Vota)

ABRAM BURTON & ERIC MCPHERSON QUARTET

www.abrahamburton.com

Luogo: Art Blakey Jazz Club, Busto Arsizio (VA)
Data: 19 giugno 2010
Evento: Rassegna Jazz
Voto: 6

Partita finita, l’Italia ha pareggiato. Lo schermo (e il ricordo) del match si sollevano rapidamente al di sopra del palcoscenico, svelando i musicisti pronti a dare inizio alla grande musica di cui tutti li sappiamo capaci. Dezron Douglas è già entrato appieno nella parte: da lui scaturiscono le prime decise note di contrabbasso; subito dopo Abraham Burton lo incalza con poche battute ostinate di sassofono, prendendo la rincorsa per lo slancio dell’ensemble nel vivo del brano. Trattasi di A Night in Tunisia, composizione di Dizzy Gillespie, animata dalle sapienti dita del Abraham Burton & Eric Mcpherson Quartet e Franco Ambrosetti, special guest della serata. All’assolo di sax e tromba, segue quello del giovane pianista David Bryant, mentre la chiusura è affidata alla maestria di Eric Mcpherson, che sembra voler sottolineare come, con pelli e percussioni, possa farci tutto ciò che vuole.

Il feeling tra i componenti del quartetto è tangibile e non potrebbe essere altrimenti, se si pensa che Burton e Mcpherson sono letteralmente cresciuti assieme per le strade del Greenwich Village: amici fin dall’infanzia, hanno dato vita di recente a questo progetto che riunisce musicisti di primo piano sulla scena jazzistica internazionale.

Tuttavia, non vale lo stesso per Franco Ambrosetti che, dopo un inizio brillante, inciampa sulle composizioni originali di Burton e compagni. Il secondo brano, un omaggio alla città di Avellino con cui il quartetto americano si dichiara «innamorato dell’Italia», è un lento che sembra spiazzare Ambrosetti, apparentemente impacciato ed incapace di una reazione che gli permetta di entrare nel mood del brano. Va un poco meglio con la successiva ballata, anche se il connubio tra Abraham Burton & Eric Mcpherson Quartet e Franco Ambrosetti continua a non fare scintille.

Il quarto brano si apre con un funambolesco assolo di tromba che racchiude in sé i presupposti di una ritrovata sintonia tra le parti. Purtroppo il pezzo segna anche la chiusura del concerto, dato che i musicisti concederanno al pubblico solo il bis rituale prima del congedo.

Nel complesso la musica del Abraham Burton & Eric Mcpherson Quartet è riuscita come sempre ad emozionare, merito anche della passione e della partecipazione con cui i musicisti vivono ogni brano, una passione fisica, in particolar modo per quanto riguarda Dezron Douglas, autentico propulsore della formazione.

L’Art Blakey Jazz Club ha dimostrato ancora una volta di saper stupire tanto i propri soci quanto gli ospiti saltuari che, per caso o di proposito, si imbattono in una delle sue celebri serate all’insegna di eccellente musica jazz. L’appuntamento è quindi per il 28 giugno con il trio Loke-Giuliani-Moroni, nomi che difficilmente potranno tradire le aspettative.

Vota questo articolo
(0 Voti)

PAOLO FRESU DEVIL QUARTET

 

www.paolofresu.it

Luogo: Villa Simonetta, Milano
Data: 7 settembre 2009
Evento: MiTo
Voto: 9

Così è scritto: l’inferno è nato per mano di un angelo, un angelo trasformatosi in diavolo. E’ quindi lecito pensare che la naturale evoluzione dell’Angel’s Quartet, storica formazione capitanata da Paolo Fresu, sia il Devil Quartet: «dopo gli angeli non potevano mancare i diavoli» afferma il trombettista di Berchidda, riferendosi ai suoi tre compagni “infernali”, Stefano Bagnoli, Bebo Fera e Paolino Dalla Porta.

Il quartetto viene presentato dallo stesso Fresu come un gruppo molto circolare in cui non c’è un vero e proprio ruolo. Di fatto, le personalità sul palcoscenico non sembrano adatte ad interpretare una parte marginale ed è per questo che il dialogo tra di loro si fa così interessante. Nell’introdurre concerto e progetto, Fresu risponde ad una domanda sul ruolo che ha per lui l’ascolto e lo studio dei grandi jazzisti del passato: «Vengo dalla scuola di Davis e Backer» afferma «la tradizione è per me un pilastro imprescindibile. Loro mi hanno insegnato la filosofia delle note, anche di quelle sbagliate, suonate al momento giusto”.
Ed è proprio la filosofia delle note a prendere corpo, alcuni istanti dopo il discorso introduttivo, con Another Road To Timbuctù: un’esplosione di suoni, effetti e sensazioni, un continuo dialogo tra le distorsioni lisergiche della chitarra di Bebo Ferra e il flicorno di Fresu, mentre il contrabbasso si diverte a seguire e imitare le note degli assoli. Atmosfera totalmente diversa si crea sull’apertura di Mimì, onirica composizione di Paolino Dalla Porta: gli effetti del flicorno e l’archetto sulle corde del contrabbasso si fondono preparando l’avvio morbido del brano, le spazzole di Bagnoli completano l’esperienza sognante che si estingue nell’assolo pizzicato di contrabbasso fino quasi a spegnersi. Il tutto prepara il terreno per l’esplosione sonora al momento del rientro degli altri strumentisti, scroscio di applausi sulle squillanti note del flicorno cui è anche affidata la chiusura del brano in respirazione circolare.

Game 7, ancora Paolino Dalla Porta, inizia col ritmo tribale delle spazzole sulle pelli senza cordiera e continua con l’ingresso all’unisono di tutti altri strumenti. Un lungo assolo di chitarra con distorsioni roccheggianti porta il brano verso il medley con il successivo Elogio del discount, brano velocissimo che diverte sia i musicisti che un pubblico in estasi. Cambio di registro con la successiva Giovedì, sinuosa ballata di Bebo Ferra resa ancora più sensuale dalla tromba sordinata di Fresu; completano in quadro l’archetto di Dalla Porta e il fruscio finale delle spazzole di Bagnoli agitate accanto al microfono.

Un picchiettio insolito cattura a questo punto l’attenzione del pubblico, il suono delle dita che percuotono flicorno, corde del contrabbasso e chitarra dichiarano l’inconfondibile inizio di Moto perpetuo. Brano composto da Fresu per il documentario Percorsi di Pace del regista Ferdinando Vicentini Orgnani è caratterizzato da uno spettacolare gioco di effetti sul suono del flicorno e rimandi ad atmosfere mediorientali.

Il concerto si chiude con una sorta di rituale che tocca a tutti i «papà-jazz». Fresu, dopo aver passato parecchi anni a suonare le ninna-nanne dedicate ai figli degli altri musicisti, vuole ora la sua parte, essendo sul palco il papà più recente, e introduce, scherzando con la sua solita (auto)ironia sull’originalità dei titoli, le due ballate Ninna nanna per Andrea, eseguita alla tromba sordinata, e Inno alla vita, esempi eclatanti della metodicità di cui Paolo Fresu è capace.

Vota questo articolo
(0 Voti)

PAOLO CONTE

www.paoloconte.it

Luogo: Teatro A. Ponchielli, Cremona
Data: 20 aprile 2009
Evento: Tour 2009
Voto: 7

Il Teatro Ponchielli con la sua raccolta atmosfera d’antan ha qualcosa di contiano insito nel suo stesso spazio: la suggestione di uno sguardo dal loggione alla platea, unita all’impeccabile acustica, rende completa l’esperienza di un concerto di Paolo Conte.


Dietro al drappo di velluto rosso gli scudieri (come ama definirli lo stesso Conte) attendono l’arrivo loro cavaliere, un frettoloso signore con abito ton sur ton che dalle quinte è magneticamente attratto verso un pianoforte dall’aria vissuta. Quel cavaliere disincantato, ma pur sempre schivo, redini alla mano inizia a condurre la combriccola partendo, come di dovere, da Psiche, suo ultimo album: Il quadrato e il cerchio è il brano prescelto. Il pubblico, avido di vecchi successi, è presto accontentato con Sotto le stelle del jazz, Come di e Alle prese con una verde Milonga. La serie di classici è coronata dall’immancabile Bartali eseguita, come da copione live, con un particolare arrangiamento: l’inizio, lento e sofferto, è trascinato solo da voce e pianoforte fino al segnale del celeberrimo “zaz-zaraz-za”, che dà il via all’esplosione strumentale con clarinetto, bandeon, violino e marimba in prima linea. Come legato al pianoforte da un bisogno fisico, Conte si alza dallo sgabello e si porta al microfono accanto alla coda, ma la mano non perde mai il contatto con il suo strumento. La canzone che richiede la presenza eretta del cantautore è Bella di giorno, languido e melanconico lento in stile parigino incentrato su un tema già rodato; lo sguardo del personaggio-Conte che incontra quello della bella protagonista del brano serve da aggancio alla successiva Gioco d’azzardo: la situazione è simile, ma in un passato più audace e gagliardo. Dopo la presentazione di Max Pitzianti, che con scioltezza si destreggia tra tasti e ottoni, si passa a Gli impermeabili subito seguita da Lo zio, in cui la teatralità di Conte, di nuovo in piedi e perfettamente calato nel ruolo, raggiunge l’apice grazie anche alla gestualità paradossalmente elegante legata al rituale del kazoo. Il pezzo è il pretesto per una danza frenetica intavolata dall’archetto del violino e i quattro mazzuoli della marimba che, sapientemente manovrati da Di Gregorio, valgono a quest’ultimo un sincero quanto fragoroso riconoscimento da parte del pubblico. Ancora in piedi per la canzone che precede la pausa, il cantautore astigiano intona L’amore che calcando molto, forse esagerando, l’interpretazione canora, tanto che la smorfia di dolore sul verso finale (“Ma credo in te dolce nemica”) sembra quasi spiazzare il pubblico, che esita alcuni istanti prima dell’applauso di rito.

Silenziosa velocità, ovvero “l’elegia della bicicletta” (per citare l’autore) dà inizio alla seconda parte della performance. Secondo uno schema che ricalca quello dell’incipit, il brano estrapolato da Psiche è seguito dai tre fondamentali Madeleine, Dancing e Chiamami adesso fino ad arrivare al grande classico Genova per noi in cui è concesso alle sole dita del compositore accompagnare il cantato. Conte non rinuncia a ritagliarsi lo spazio di una lapidaria esibizione alla marimba prima di dare in pasto al pubblico l’attesissima Via con me, punteggiata dal pizzicato del barbuto violinista, Piergiorgio Rosso, capace di guadagnarsi durante la serata un ruolo da protagonista oltre allo sguardo ammirato di Conte. Una Berlino anni Cinquanta anticipa le atmosfere rarefatte di Max, con Jino Touche che abbandona nuovamente il contrabbasso per dedicarsi al basso elettrico. A chiudere la “trilogia della bicicletta” ecco Diavolo rosso, brano sempre molto intenso nella versione live, in cui i musicisti si alternano all’assolo su una serrata e costante base ritmica, sostenuta soprattutto dall’instancabile chitarrista Daniele dall'Omo, che si spreme fino all’ultima pennata. Sul finire del brano dall’effetto catartico, Conte alza gli occhi al cielo come attraversato da un’esperienza mistica e purificatrice prima di eseguire Eden, pezzo toccante dedicato al padre.

Si sa che la fastidiosa incombenza del bis è ineluttabile, quindi i musicisti usciti di scena ritornano ai loro posti sul ritmo latino di Cuanta pasión. La canonica versione live iper-velocizzata di Via con me scandisce il concludersi della serata e soddisfa il pubblico che può finalmente intonare “It’s wonderful, s-wonderful, s-wonderful...” prima di lasciare il teatro.

Nonostante l’uscita del nuovo album, nulla è stato aggiunto all’ingranaggio live perfettamente funzionante degli anni passati. Il timore è che una formula ormai consumata possa perdere di vigore, inficiando la buona riuscita della performance che, per quanto ineccepibile dal lato tecnico (i musicisti e polistrumentisti di cui si circonda Conte sono sempre impeccabili), rischia lentamente di perdere l’impatto iniziale. Per il momento ci godiamo il ricordo di uno spettacolo sempre emozionante, ma l’augurio è che una scintilla inattesa possa donare una rinnovata vitalità alle future esibizioni.

Pagina 5 di 5

AMA Radio: scegli la tua musica

Prossimi appuntamenti

« Aprile 2026 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
    1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30      

 

Ultime notizie

Ultimi concerti

ERROR_SERVER_RESPONSE_500