Stacey Kent - voce
Jim Tomlinson - sax
Graham Harvey – piano
Jeremy Brown – contrabbasso
Matt Skelton – batteria
Col suo carico di gloria, di grammies e di premi Stacey Kent, il personaggio del momento, la prima donna della vocalità jazz, sbarca ad Ascona, tra un concerto all’Olympia di Parigi ed una data al Byrdland di New York.
Costituisce ottimo risultato per il Jazz Cat essersi aggiudicato un tanto prestigioso nome: va detto come in poco più di tre anni di vita ed attività questo club è riuscito ad inserirsi nella ristretta cerchia dei grandi clubs europei , un fatto importante. Alle 20.40, dopo una breve presentazione congiunta da parte di Nicolas Gilliet (direttore artistico del Jazz Cat Club) e Paolo Keller (RSI rete 2/coproduttore della data), il quartetto prende il palco, uno dopo l’altro, (Matt Skelton alla batteria/NdR batterista mancino, Jeremy Brown al contrabbasso, Graham Harvey al piano, Jim Tomlinson ai sax – tenore e soprano) chiamati da Keller, infine la Kent ,ovviamente ultima ad essere chiamata e ad affacciarsi .
Partenza con un brano a tempo medio, con solo al tenore da parte di Tomlinson, seguito subito da una lentissima versione del classico di George & Ira Gerswin They can’t take that away from me; le cantanti indulgono spesso in ballads e brani lenti in genere, questo permette loro di far uscire al meglio le proprie qualità interpretative – il guaio è quando ne abusano…
Passaggio obbligato ad un brano di Jobim, in originale Aguas de marco - ne ricordo una bella versione di Ivano Fossati - che, nell’adattamento francese diventa Les eaux de mars, dal cd Raconte-moi. Tomlinson passa al sax soprano.
Si noti che la bella Stacey canta tutti i brani a memoria e nello stesso modo conosce la scaletta.
E’ il momento di parlare e di presentare, la nostra parla in modo velocissimo del tour mondiale che sta compiendo per presentare l’ultimo cd (live) Dreamer in concert e di come, dal suo punto di vista, le cose stiano andando a meraviglia I’m having the time of my life...; una figura sorridente, sobria, per niente diva, nella sue parole non c’è autocompiacimento o affettazione; poi (ri) presenta la band (con particolare attenzione per Tomlinson, che, oltre che sassofonista, è autore delle musiche di molti brani, produttore, arrangiatore, bandleader e ….. suo marito), non avendo sentito, da dietro il palco, la presentazione iniziale.
E’ la volta di un altro brano da Raconte-moi, cioè Mi amor, una rumba evocativa del clima fine anni ’50, con un’atmosfera da night-club, che personalmente adoro…..il concerto levita, io mi godo il clima, o meglio, il mood.
Il quartetto la serve splendidamente, sembra un vestito fatto su misura da un sarto, lei muove le spalle a tempo, canta e sorride, sospinta dalla musica e da una sua naturale grazia.
Ha un timbro vocale sottile, serico, molto duttile e sicuramente di grande fascino; può ricordare vagamente - fra le cantanti bianche - Astrud Gilberto; non fa uso di improvvisazione scat , ma si aiuta un po’, in certi brani, con la chitarra e col fischio. Una figurina luminosa, divertita e divertente, assolutamente protagonista, ma con un senso della misura che la rende deliziosa.
Il brano finisce e la nostra parla un po’in americano, poi in italiano, scherza col pubblico, sorride ancora ed io inizio a pensare questa donna ha qualcosa di speciale, ma non capisco cosa…; il tutto davanti ad una platea stranamente fredda, finora, dopo gli assolo, zero applausi: il pubblico – si sà - è la parte più imprevedibile di un concerto….. Ancora un paio di brani e ci avviciniamo alla fine del primo set: la Kent si siede ed imbraccia una chitarra classica; breve intro di contrabbasso solo da parte di Brown, intro che risolve nel tema (sempre Jobim) di How insensitive, ancora contrabbasso solo. L’ingresso degli altri musicisti - quintetto se consideriamo la nostra impegnata anche alla chitarra - ci racconta di un gruppo dal grande interplay e dai bei colori. Prima della chiusura del set, col brano Dreamer, la Kent parla del suo amore per la bossa e dell’importanza per lei della scoperta di Jobim e del disco Getz/Gilberto. Inizio secondo set, coerente col primo, la cantante continua a suonare la chitarra, ancora Jobim con Corcovado - forse troppo simile a quella contenuta nel classico LP Getz au go go; seguono un brano di Serge Gainsbourg, dal bell’inizio (voce, basso e rullante) , un originale, una I’ve grown accustomed to HIS face (versione al femminile) ed è la volta del gruppo senza di lei….
Tomlinson prende la parola e presenta lo standard Broadway, già nel repertorio di Count Basie, il quartetto si disimpegna con ottimo swing e sicuro interplay e dopo il solo di sax tenore, arriva un meritato applauso! Stessa sorte viene riservata al solo di piano. Solo di batteria e tema finale. Gruppo coeso ed equilibrato, dalle stupende dinamiche, con una serie di invenzioni e camei gustosissimi, soprattutto nel lavoro con lei. Sugli scudi Tomlinson, con buona inventiva nel fraseggio.
Altri due brani, fra cui una bella versione della bossa So nice di Marcos Valle, con cui lei racconta di aver collaborato ed il piacere avuto dal rapporto di lavoro. Qui Tomlinson passa alla chitarra. Questo segnerebbe la fine del concerto, a parte un breve bis, la chapliniana Smile ed i saluti affettuosi della Kent….Forse con un pubblico un po’ più generoso d’applausi, avremmo avuto un altro bis, o più bis, ma tant’è, non sono mancate quantità e qualità. Ho continuato a domandarmi cosa avesse la donna di così speciale e finalmente dopo lunga riflessione, ecco la risposta; la Kent ha una virtù rara: l’eutrapelia. Non sentitevi ignoranti, è un termine rarissimo, potrei sinteticamente definirlo come la capacità di mettere di buon umore, di far sorridere colui che ti sta davanti – per una donna di palco, per una frontwoman, ovviamente, è una manna.

Invenzioni “grafiche” e fuochi d'artificio. Cala il sipario sulla quattordicesima edizione nel vivace clima da happening ricreato sul palco da Joe Bowie e Mauro Ottolini.
La sensibilità blues che alimenta il cuore funk del trombonista di St. Louis si materializza in un ottica jazz aperta, rivelando una personalità composita, memore di una carriera sfaccettata e feconda di collaborazioni. Non meno articolato è l'iter artistico di Ottolini, dal conservatorio di Verona intraprende un viaggio “circense” che dalle radici del jazz lo porta ad incanalare il proprio entusiasmo in territori altri (blues, funk, reggae, rock, canzoni del varietà, contemporanea), ricomponendo queste esperienze in un humus personalissimo e moderno.
Un repertorio basato, nella prima parte, essenzialmente su standard ellingtoniani come l'iniziale Black And Tan Fantasy (dal film omonimo del 1929), introdotta da rumorismi, botti e note stridenti che sfumano nel tema e relativa improvvisazione, in un medley anomalo, che sfocia nel brano di musica contemporanea Ultramarine composto con dei grafici. L'esibizione pirotecnica, figlia di un'attitudine ludica nell'approccio alla pratica musicale, ha visto i due fantasisti confrontarsi sul terreno comune della tradizione afroamericana, l'empatia è tangibile, a fronte di una scaletta approntata in poco tempo.
L'elaborazione delle composizioni di Ellington prosegue con una versione accarezzata di Come Sunday, seguita da una Caravan aperta da Bowie a ritmo di maracas col sostegno del sousaphone di Ottolini, raggiunto dal partner al trombone. Chiude la carrellata East St. Louis Toodle-Oo, adattamento a due dell'originale per orchestra.
Spiritual composto da Josh Haden, figlio di Charlie, e il traditional gospel Just A Closer Walk With Thee, propongono Bowie al canto con una timbrica calda/ruvida e faticose arrampicate in vetta; Funky AECO scritto da Lester Bowie per l'Art Ensemble Of Chicago (The Third Decade), è pura essenza funk, un omaggio celebrativo ad un musicista innovativo dallo spirito free. Ottolini alterna il suono in “pompa magna” del sousaphone, che pulsa vibrazioni basse nelle orecchie dei presenti marcando il tempo, al trombone.
Il vasto campionario di sordine (standard e personalizzate), megafono incluso, amplia la gamma espressiva degli strumenti, in un carnevale di note “distorte”.
Il bis è un'improvvisazione estemporanea dallo stile cabarettistico, in un duello ironico a suon di note, barriti e schermaglie infantili, fino alla scomposizione dei propri strumenti e intonazione corale, col solo bocchino, di When The Saints Go Marchin' In, chiudendo definitivamente lo spettacolo.
Una moderna marching band minimale irriverentemente goliardica.

Prossimi alla realizzazione di un album per l'etichetta Abeat, in cui confluiranno alcuni dei brani presentati in concerto stasera, il tandem Bosso/Biondini ha coinvolto l'uditorio di Santa Maria Gualtieri in una performance dalla comunicativa cangiante.
In programma, per il terzo appuntamento, due artisti accomunati da un percorso formativo ricco di affinità: gli studi classici, la scoperta del jazz e relative collaborazioni illustri, ma anche la partecipazione a progetti alternativi in altri territori, portandoli inevitabilmente ad incontrarsi e decidere di proseguire insieme questa parte del viaggio.
Affinità che si riscontrano anche nell'approccio allo scibile musicale, liberi da condizionamenti, plasmato in funzione di una cantabilità che propende a derive melodiche, senza distinzioni di genere.
L'espressionismo jazz, filtrato da un evidente temperamento mediterraneo, affronta un repertorio poliedrico intriso di un ponderato virtuosismo.
Così tra riletture poetiche di standard (Body & Soul, The Shadow Of Your Smile), si affacciano episodi dallo spirito latin come Matias (Girotto) o Volver (Gardel), entrambi contenuti nell'album “Sol” (Fabrizio Bosso e Javier Girotto Latin Mood, 2008), da cui arriva anche African Friends (Bosso), intervallata da una breve parentesi free; i voli pindarici del fisarmonicista contrastano le irruenze della tromba in un continuo rimando timbrico.
Dal carnet di Biondini prendono forma Bringi, (Mavì Quartet, 2004), Prendere o lasciare e Prima del cuore. Il tocco fluido e controllato di Biondini fa da contraltare all'esuberanza di Bosso, che alterna fasi introspettive a picchi quasi stridenti.
L'introduzione del bis avviene sulle note di una Ninna Nanna dallo sviluppo libero con la quale, i due musicisti, prendono congedo dalla platea, non prima di aver offerto un ulteriore bis a firma Biondini (Amoroso).
Tratto jazzistico e umori mediterranei, un innesto ad alto tasso emozionale.
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Secondo appuntamento della manifestazione pavese e ritorno al palcoscenico della sua sede storica.
La dimensione raccolta dei suggestivi interni di Santa Maria Gualtieri, risultano essere la cornice ideale per accogliere il tono colloquiale dell'esibizione di Ares Tavolazzi e Christian Saggese. Il duo regala una performance raffinata e quasi “cameristica”, che non manca di elargire emozioni sul filo di una proficua interazione.
La figura di Tavolazzi non necessita di presentazioni, rappresenta un trait d'union tra vari universi musicali, passando dal rock (e non solo) sperimentale degli esordi con gli Area, alle collaborazioni successive con jazzisti internazionali, dalla sfera cantautoriale a musiche per rappresentazioni teatrali (Fondazione Teatro di Pontedera).
Di estrazione classica, Saggese è chitarrista dal tocco equilibrato e aperto a influenze extracolte, vincitore di premi internazionali (Andres Segovia di Almunecar), vanta collaborazioni illustri anche in ambito rock (Tony Levin, Adrian Belew, Mick Karn, Trey Gunn).
L'approccio “anarchico” dell'artista ferrarese al contrabbasso, produce una gamma espressiva policroma, ricca di dettagli ritmico-percussivi e melodico-armonici, che interagiscono con gli arpeggi e gli sviluppi del chitarrista in elaborazioni ricercate ma mai auto-celebrative, esibendo un repertorio che spazia in molteplici direzioni. La scaletta del concerto incorpora rielaborazioni di brani degli Area, tra cui Luglio, Agosto, Settembre (nero), che apriva il fondamentale Arbeit Macht Frei, composizioni di Tavolazzi scritte per l'opera teatrale Amleto (Silence in the heaven, Danza I), contenute nell'album Godot e altre storie di teatro (Dodicilune, 2008), dove lo stesso Saggese appare come ospite in alcune tracce.
Quasi un divertissement la versione per contrabbasso solo di Norwegian Wood dei Beatles, a cui fa eco l'esecuzione in solitaria del chitarrista con Memoria e Fado di Egberto Gismonti e la Sonata op.47 di Alberto Ginastera.
Una musica contraddistinta da una lieve sfumatura jazz, increspata da influssi classici e sapori mediterranei nel segno di una sperimentazione romantica.
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Atmosfere evocative, trance elettronica e pulsazioni afrocubane in un rito sciamanico dall'espressività moderna, aperta alle contaminazioni e alla rilettura della tradizione. La coppia Fresu-Sosaoltrepassa i confini imposti da un mercato sempre più omologato, in una emozionale esplorazione creativa, sfruttando la tecnologia presente in entrambi i set-up dei musicisti.
Il repertorio proviene dal nuovo disco Alma, inciso dal duo per la neonata etichetta di Paolo Fresu (Tùk Music) dove, al trombettista sardo e al pianista cubano, si aggiunge in alcune tracce il violoncello del brasiliano Jaques Morelenbaum.
La musica riflette il carattere cosmopolita dei due artisti: l'anima jazz, propulsione primaria delle composizioni, si colora di influenze mediterranee, caraibiche e africane condite da un sapiente dosaggio dell'elettronica. I campionamenti ritmici e vocali si integrano ai suoni del piano elettrico, agli effetti ricercati applicati alla tromba e al flicorno affiancati dalle linee di pianoforte, regalando brani come l'ipnotica No Trance o S'Inguldu in apertura, che dal vivo perde la connotazione fusion. La title track del disco, dall'armonia impalpabile, muta lentamente in leggeri afflati afrocubani, mentre “Angustia” è un veicolo ritmico per le evoluzioni virtuosistiche del duo.
In scaletta anche l'unico brano non originale dell'incisione, la cover “Under African Skies” di Paul Simon, tratto dal pluripremiato Graceland.
Un combo coeso dalle dinamiche variabili, aperto all'improvvisazione estemporanea, in cui l'estro giocoso di Sosa è complementare alla vena istrionica di Fresu.
Il concerto, gratificato dai lunghi applausi del pubblico, è l'ultimo di una serie di date europee per presentare l'album; nel doppio bis un sentito omaggio a Lucio Dalla con la rilettura di Caruso, arricchito da una coda improvvisata, che Fresu presenta come uno dei brani che meglio ci rappresenta all'estero.
PROSSIMI APPUNTAMENTI:
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TULLIO DE PISCOPO & BANDLuogo: Teatro Galleria, Legnano (MI)
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Mattia Cigalini - sax alto |
Nulla come la musica riesce a intrappolare e conservare le nostre emozioni, stati d’animo, sensazioni, e a restituirceli, fossero anche trascorsi decenni, con la stessa vividezza del momento in cui li abbiamo vissuti. Così è per alcune canzoni che si sono insinuate nei nostri primi anni di vita, formando una specie di colonna sonora, spesso annidata nell’inconscio, che attende solo di essere rievocata. Per questo motivo, mi chiedo quanti, bambini negli anni ottanta, non abbiano indissolubilmente impresso nella memoria il riff e il nonsense di Andamento Lento, e quanti abbiano provato la mia stessa emozione e curiosità di fronte alla possibilità di sentirla intonare dal vivo dall’autore a 24 anni dalla sua creazione.
Possibilità che si è concretizzata grazie al progetto di beneficienza di Eventi per il mondo, per la cui causa si sono esibiti nel Teatro Galleria di Legnano artisti del calibro di Gino Paoli, Giorgio Conte e, appunto, Tullio De Piscopo.
Ma il lato nostalgico non è l’unico che rende affascinante questo concerto: De Piscopo è un batterista virtuoso e sanguigno, esuberante e tecnicamente ineccepibile, passionale e virtuoso. Un mix decisamente allettante.
Anticipano l'ingresso del festeggiato (cade, infatti, proprio il 24 febbraio il compleanno di De Piscopo, come suggerisce un grande striscione affisso dai fan in galleria) i suoi giovani scugnizzi, in realtà jazzisti affermati e conosciuti; l’intro strumentale crea attesa, l’atmosfera resta sospesa fino all’ingresso di De Piscopo tra gli applausi del pubblico.
Già durante il primo brano emerge l'effervescente Mattia Cigalini: perfettamente a proprio agio sul palcoscenico si renderà protagonista, nel corso dell'esibizione, di duetti spumeggianti con l'incontenibile De Piscopo che sentenzia, abbracciandolo: «Così giovane, eppure così bravo!»
La componente scenica è evidentemente parte integrante e imprescindibile dello spettacolo: così il ritmo tribale di Primavera è sottolineato nel finale dalle percussioni suonate da tutti gli strumentisti schierati a bordo palco. Da lì, il passaggio all' "Hidee-hidee-hidee-ho" (Minnie The Moocher) lanciato verso il pubblico è breve.
Tocca a Cesare Pizzetti l'introduzione del brano successivo in cui De Piscopo si lascia andare ad un assolo a dir poco pirotecnico, passando in rassegna ogni singolo componente della batteria, senza esclusione di colpi.
Abbandona quindi la postazione dietro le pelli, si porta al microfono e lo spettacolo si trasforma in vera e propria commedia famigliare: prima il batterista si cala nella parte di nonno Tullio, afferra il nipotino in platea e gli fa provare l'ebbrezza del palcoscenico (cui il bambino sembra del tutto indifferente). Poi la leggerezza dell'infanzia lascia il posto alla tema grave della morte, quella della madre di De Piscopo, che il musicista rievoca con un racconto e col suono degli hang.
Pagina chiusa, è ora il ritmo festaiolo di Conga Milonga ad imporsi, con tanto di inserto rap di Cigalini. E dopo il riscaldamento, ecco lo slancio di Andamento Lento che si fonde con Sex Machine e Blues Brothers, prima di ritonare sul suo celebre refrain: le bacchette di De Piscopo, scatenate, non risparmiano nemmeno le corde del basso di Pizzetti.
Il ritratto famigliare lasciato in sospeso viene ora completato con l'esibizione della nipotina che accompagna il nonno durante la canzone ispirata dalla sua nascita, Ballando ballando.
Il momento più clou della serata è toccato quando De Piscopo riprone il brano presntato all'academie de france che gli valse il primo premio consegnatogli direttamente dalle manio di Billy Cobham: l'assolo scorrre sulle pelli, tra cui spicca una seconda grancassa inserita tra il raid e il china, sfocia nella dance e trionfa sui Carmina Burana, mentre coriandoli piovono dal cielo.
Per i bis Tullio De Piscopo riserva Torero, brano che - ci spiega - avrebbe dovuto reincidere assieme al suo illustre conterraneo Renato Carosone (progetto che sfortunatamente non si sarebbe mai concretizzato). C'è spazio ancora per un paio di brani e un omaggio per il compleanno del cantante, prima che la sala inizi lentamente a svuotarsi.
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