Poesie, racconti, recensioni: la caleidoscopica proposta di Alfonso Gariboldi per AMA music si traduce in una acuta retrospetiva che indaga vizi e virtù degli album che hanno fatto la storia della musica. Ogni sua recensione è arricchita da un collegamento storico, un aneddoto, una riflessione sagace che contribuisce a delineare lo stile irreprensibile e irriverente della rivista.
Per ulteriori informazioni circa l'attività letteraria di Alfonso rimandiamo al suo sito personale www.alfonsogariboldi.it
Uno dei migliori album dell’ìntera produzione del duo, se non il migliore in assoluto, e certamente una delle opere più significative del decennio, grazie alla varietà di espressioni, toni e poetiche in essa espressi.
L'ascolto di To The Faithful Departed, terza prova degli irlandesi Cranberries, evidenzia il tentativo della band di crescere, emotivamente ed a livello di contenuti, rispetto a quanto mostrato in passato. Ricorrendo a tal proposito a tematiche scottanti, testi forti ed immagini fortemente evocative.
Dovendo affrontare lo spinoso problema di dare un seguito adeguato al pluripremiato Ok Computer, ci vollero tre anni perché i ragazzi dell’Oxfordshire dessero alle stampe la loro nuova fatica discografica.
L’indiscusso capolavoro e l’album che impone definitivamente il gruppo alla ribalta mondiale. I Queen completano con A Night At The Opera il passaggio graduale dalla formula vincente hard’n’glam ad un rock a 360°, nel quale le abilità e la versatilità dei singoli componenti vengono esaltati alla massima potenza.
Ragazzi, questo disco è bellissimo, è triste e divertente, spensierato e profondo, e quel che è meglio, irradia una gamma di emozioni multicolori che vi coinvolgeranno dall’inizio alla fine. Ma andiamo per ordine. La seconda prova del genovese Baccini è datata 1990. Melodicamente parlando, anche quest’opera è dominata dal pianoforte del cantautore, in evidente crescita rispetto all’album d’esordio, particolarmente nella title-track, ove il ragazzo salta con disinvoltura dallo swing del cantato alla tessitura barocca del break strumentale, e l’accelerazione apportata mentre il brano va a sfumare è davvero un bel sentire.
Con Back To The Egg, l’ultimo disco accreditato agli Wings, l’idea di fondo era (titolo docet) il ritorno all’uovo (= alla base = al rock), dopo la parentesi soft di London Town dell’anno precedente. Ed in effetti il materiale è costituito per larga parte da brani energici e grintosi, vitali quanto basta per mantenere la promessa. So Glad To See You Here, Getting Closer To You e l’eccellente contributo di Denny Laine, Again And Again And Again ne sono I più brillanti esempi.
Giusto al compimento del decimo anno di carriera, ecco spalancarsi per il quartetto giorgiano le porte, finora pesanti e chiuse a tripla mandata, del consenso mondiale. E’ un peccato che tale momento storico sia immortalato dall’album più debole della loro storia fino a quel momento (ci sarà qualcosa di peggio molti anni dopo), che però ha il pregio di contenere il manifesto-REM per eccellenza ed il brano con cui ancora oggi diciotto anni dopo, l’ascoltatore medio (leggi = poco competente), identifica i quattro di Athens, ossia Losing My Religion.
Chiariamo subito un punto. I puristi del suono interamente “suonato”, gli estremisti dello strumentismo, non ascoltino quest’opera. Siamo di fronte infatti ad una nuova fase del Bowie post-ottanta, e stavolta la scommessa è pesante: ricavare un prodotto ascoltabile, o addirittura di valore, utilizzando produzioni ed arrangiamenti pesantemente elettronici, uno stile sostanzialmente predecessore dell’attuale drum’n’bass.
Quali possono essere le ragioni di un disco tanto mediocre, specie in considerazione della brillante prova realizzata giusto un anno prima (Vado al massimo)? Scadimento di forma o appagamento da raggiunto status di rock star? Ogni ipotesi è possibile. La cosa che maggiormente salta all’orecchio è la scarsità nell’album di pezzi rock davvero validi, il che per il cantautore di Zocca ha dell’incredibile.
Deluso dai critici, che non lo capivano. Preoccupato per l’incombere dei 30 anni, la “middle-age” della rock star di successo. Infestato dalla depressione, che combatteva a colpi di LSD, il signor Smith riesce a chiudere i pericolosi ’80 con un colpo di genio, ossia l’ottavo disco dei Cure, Disintegration.
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