Il disco infatti è inusitatamente lieve, delicato, particolarmente se paragonato a Document, il che, lungi dall’essere un difetto ovviamente, sembra singolarmente sottrarre una parte di “spessore” ad alcuni brani. L’esempio calzante potrebbero essere Near Wild Heaven o Half A World Away, canzoni d’amore opposte e complementari, che mostrano i due volti del protagonista;nella prima risulta confuso, insicuro ma bendisposto e volonteroso, modellando un’armonia orecchiabile, allegra, talvolta quasi stucchevole nei coretti; nell’altra è triste, pensieroso, pessimista, e si lascia andare alla negatività (Had Too Much To Drink, I Didn’t Think Of You) accompagnato da una melodia davvero struggente.
Out Of Time presenta dunque, l”io” al centro del mondo-Rem, molto più che in altre occasioni, omettendo le tematiche politico-sociali preminenti altrove, ed in qualche modo, i risultati appaiono tangibilmente meno soddisfacenti. Sarà la leggerezza di Me In Honey, chiusura di poco peso che lascia sostanzialmente le cose come stanno, ossia fluttuanti, vaghe, con domande senza risposta sui sentimenti e le loro oscillanti combinazioni chimiche. Saranno le due prove strumentali, la riflessiva e colorata Endgame o la corale Belong, che strumentale non è ma ci va molto vicino, le quali alla resa dei conti non rappresentano molto di più di un piacevole, disimpegnato esercizio. E le restanti tracce del disco non si distaccano troppo da questo trend minimalista ed ovattato, vedi l’enigmatica Low, caratterizzata da una grattata di chitarra e una flebile impronta di organo come unici segnali di vita.
Per quel che mi riguarda meglio Texarana, con Mike Mills alla voce ed il riff cupo che inchioda a metà il refrain, illustrando bene il tema dell’affannata ricerca di una possibilità di cambiare una vita ordinaria, della celebrata Shiny Happy People, così esageratamente gioiosa, dall’intro di violino al ritornello a tre voci a cura di Stipe, Mills e Kate Pierson che s’occupa anche dell’alto backing, inevitabilmente destinata a bissare il riscontro ottenuto da Losing My Religion.
Il disco contiene per fortuna almeno tre brani notevoli: il migliore in assoluto è facilmente la desolata Country Feedback, vero e proprio cantico di dolore che ricopre un’esistenza usata e gettata all’ortiche dall’illusione e la meschinità del mondo esterno. Il protagonista sofferente lancia un anatema raggelante che occupa almeno metà brano, “crazy what you could have had”, e la melodia si spegne sconfortata, così come sconfortata era sorta quattro minuti prima. Il pezzo è anche il prototipo più indicativo della matrice grass di Out Of Time, fiore all’occhiello della produzione di Scott Litt e della stessa band.
Un’altra gradita sorpresa è la presenza dell’effervescente Radio Song, una strepitosa, pestifera combinazione di rap, funky, hard rock e rock (in ordine artistico crescente) davvero gustosa e trascinante, giustamente proposta come singolo e capace di portare almeno una ventata d’aria fresca sullo stagnante fancazzismo creativo che affligge talvolta l’album. Infine, il successo mondiale della succitata Losing My Religion, a torto ritenuta una confessione religioso-morale, invece semplice, ulteriore love song dai toni amari, come ammesso dallo stesso Stipe, caratterizzata dal ricorrente riff di mandolino e di refrain appassionanti, che sbiadisce in una nuvola di fumo lasciando il povero frontman ancora alle prese con le proprie malinconiche elucubrazioni.
Lontano dall’essere un brutto disco, Out Of Time manca forse di un po’ di carica, di veemenza in certe parti, vedi la singolare rinuncia alla batteria in alcuni pezzi quali Half A World Away o Country Feedback, dove infatti il buon Bill è dirottato al basso. L’intimità dei temi trattati e la particolarità dei toni utilizzati lo rendono piuttosto atipico nella REM production. Sicuramente un’ottima idea a livello creativo sarà quella di rinunciare a promuovere l’opera per rinchiudersi quasi subito in studio e darvene un seguito che si dimostrerà superiore in toto.