AMA music

SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Dicembre 08, 2022
Home  //  About  //  Alfonso Gariboldi
Alfonso Gariboldi

Alfonso Gariboldi

Poesie, racconti, recensioni: la caleidoscopica  proposta di Alfonso Gariboldi per AMA music si traduce in una acuta retrospetiva che indaga vizi e virtù degli album che hanno fatto la storia della musica. Ogni sua recensione è arricchita da un collegamento storico, un aneddoto, una riflessione sagace che contribuisce a delineare lo stile irreprensibile e irriverente della rivista.

Per ulteriori informazioni circa l'attività letteraria di Alfonso rimandiamo al suo sito personale www.alfonsogariboldi.it

URL del sito web: http://www.alfonsogariboldi.it
Mercoledì, 08 Maggio 2013 15:04

Amore non amore // Lucio Battisti

La pubblicazione di questo quarto disco del cantautore rietino ebbe un merito storico indiscutibile. Quello di chiarire al italian music business che non impersonava una macchina sforna 45 giri di successo, magari per vincere Sanremo o il disco per l'estate, bensì un musicista in piena regola, autore delle musiche, eccellente chitarrista, audace arrangiatore ed estroso cantante. E' quanto emerge in modo assolutamente inequivocabile dall'ascolto di Amore non amore, tanto che la casa discografica ne rimanderà  per mesi la pubblicazione nel ridicolo timore di rovinarsi la gallina delle uova d'oro.

 

Manifesto e brano guida di questo lavoro è il pezzo d'apertura, i sette minuti e mezzo di Dio mio no, dominati dalla chitarra ritmica di Battisti ed arricchiti da svariate parti di solista e di organo, il tutto a giocare su un riff basato su un unico accordo di settima, non esattamente il giro di do che dominava le hit nelle estati del boom economico. E il tema innovativo del testo di Mogol, il ribaltamento dei ruoli tra il macho cacciatore e la povera preda indifesa, (che verrà  parzialmente reintrodotto nella successiva Il leone e la gallina), con urla e schiamazzi vari di univoca interpretazione portಠall'inevitabile e ipocrita messa al bando da parte della Rai, sdoganando Battisti da una falsante immagine acqua e sapone che i precedenti singoli della sua discografica avevano suo malgrado modellato. Ritmo e vivacità  sono caratteristiche preminenti anche per le altre canzoni «cantate» del disco. Se la mia pelle vuoi è uno scatenato rock'n'roll alla Little Richard, agitato, trascinante, l'urlo di dolore per un uomo costretto in casa da una lei pigra, pantofolaia o!altro. Per contro c'è Una, dove il protagonista s'interroga sbigottito sulla sua misteriosa passione nei confronti di una ragazza totalmente priva di attrattive. Nel far questo Battisti e suoi sciorinano in tre atrofizzanti minuti e mezzo l' abc del blues, con il basso stavolta a dirigere i giochi e davvero nulla da invidiare agli storici maestri d'oltreoceano.

 

E come in una fremente session dal vivo, Battisti incita durante le canzoni i propri strumentisti agli assoli (e mica chissà  chi, Baldan, Mussida, Radius e Premoli, solo per citarne alcuni). Sono tracce fresche ed eccitanti, sarcastiche e dissacranti. Lucio nostro si concede un solo momento tutto per sé, nel folk appena mosso di Supermarket, con sé stesso, o meglio il suo piede, a conferire ritmo come Mc Cartney in Blackbird. Sound scarno, approssimativo, appena accennato, insomma non è necessario far sempre casino per far arte. Ha qui termine la parte di Amore.

 

Vi sono infatti altri quattro pezzi, tutti strumentali, il cui testo è costituito dal solo titolo, peraltro chilometrico e chiarificatore (ad opera sempre di Mogol).

 

La solitudine è la protagonista di «7 agosto di pomeriggio. Fra le lamiere roventi di un cimitero di automobili solo io, silenzioso eppure straordinariamente vivo», espressione di gentile psichedelia con eteree dissonanze ad accompagnare la figura del «solitario» in balia del senso di abbandono di un'arida, desertica estate, con poderose parti di piano e chitarra e un lieve tocco di archi sul finale. In ""Una poltrona, un bicchiere di cognac, un televisore, 35 morti ai confini di Israele e Giordania"", il gioco si basa su un singolo riff, prima riprodotto dalla sola chitarra e poi via via da tutti gli altri strumenti. Viene ipnoticamente reiterato per sei minuti di brano, così come sotto ipnosi sembra lo spettatore, che impassibile gusta il liquore davanti alle immagini del massacro alla frontiera dei due Stati.

 

Per non farci mancar nulla, ecco inquinamento e maltrattamento dell'ambiente, scelleratezze umane «celebrate» dagli arpeggi chitarristici di «Seduto sotto un platano con una margherita in bocca guardando il fiume nero macchiato dalla schiuma dei detersivi», con una deliziosa digressione «free-jazz» nella seconda parte. Ma il più coinvolgente tra questi brani non interpretati è perಠil breve spettro di luce di «Davanti a un distributore automatico di fiori dell'aeroporto di Bruxelles anch'io chiuso in una bolla di vetro», dove un pianoforte barocco, alimentato poi da archi e organo, rilascia un alone di nostalgico rammarico di fronte alla drammatica incomunicabilità  tra gli umani, ognuno dei quali è recintato nella propria bolla di vetro. Melodia di una bellezza struggente. Con ognuno di questi quattro pezzi di musica, le didascalie di Mogol si sposano superbamente, creando un perfetto quadro di «non amore», a controbilanciare la leggera esuberanza delle tracce cantate.

 

Questo disco resta un incantevole esempio della genialità  e versatilità  stilistica di Battisti, che con perfetta scelta di tempo s'inserisce, (anzi contribuisce ad inaugurare) nella golden season del progressive italiano. In quest'ambito, tre anni dopo concepirà  e pubblicherà  il suo capolavoro, il commercialmente inascoltabile ""Anima Latina"".

"

Mercoledì, 08 Maggio 2013 15:01

Tormato // Yes

Edito nel momento in cui la golden age del prog europeo (Italia compresa) andava malauguratamente sbiadendo, sfiancata dall' ondata punk prima e disco poi, questo nono album degli Yes, Tormato, nasce con un doppio, ambizioso fine. Quello di proseguire comunque una tradizione che l'anno prima aveva inanellato un nuovo, considerevole tassello con Going For The One, senza rinunciare ad arricchire la fortunata vena di pezzi brevi e potenzialmente scalatori di charts, inaugurata da Wonderous Stories, estratta proprio da quel penultimo lavoro.


Il primo di questi due passi viene portato a compimento aggiungendo alla sonorità  peculiarmente seventy della band una ventata di toni nuovi, che strizzano l'occhio alla new age, come salta all' orecchio dall'ascolto della opener Future Times, creativamente l' unica espressione collettiva del gruppo, quasi a dimostrare una precisa unità  d'intenti nel procedere verso una direzione del genere.


Sempre in questo settore, più classicheggiante suona un brano come Circus Of Heaven, colmo di visioni oniriche, divinità , animali e personaggi fantastici, il «circo» del prog riproposto nella sua eccezione più tipica e forse talvolta un po' kitsch.



La più peculiare messa in pratica del secondo scopo è la presenza del potente stomp animalista di Don't Kill The Whale, che gioca le sue carte in cento secondi, dando poi ampio spazio alle articolate scale di Steve Howe seguite dai gotici arzigogoli di Wakeman (e da un ridondante corettino inserito nel finale). Il rinnovamento in corso s'arricchisce d'un senso di «spazialità », che pervade l'intera opera, con particolare riferimento in alcuni testi (Arriving UFO o Madrigal) e in certi arrangiamenti (Future Times/Rejoice). Non mancano raccolti momenti di devoto lirismo, come la succitata Madrigal, nostalgica ode a un' anima pura che «ci guidi verso un era nuova»(!), cui l'harpsicord e la chitarra spagnola forniscono un delicato tappeto pastorale. Oppure Onward, il momento in cui le luci convergono su Chris Squire per il suo raccolto canto di amore, dove non c'è nulla da sviscerare, da iperprodurre: solo una melodia riflessiva su poche semplici, intime righe.


Spazio a parte per Release Release, atletico rock caratterizzato da nutrite variazioni di tempo, il cui refrain è introdotto da uno snello giro tricorde, e che avrebbe regalato agli Yes una hit minore in madrepatria. Atmosfere da stadio per un consistente solo del drummer Alan White, prima che Squire e Howe riportino il brano sui binari iniziali, una delle manifestazioni più convincenti di Tormato.



Meglio anche del finale, On The Silent Wings Of Freedom, cooperazione Anderson/Squire, che associa frenetiche modernità  (con dilatato uso del wah-wah), ad un pensoso intermezzo che pare riecheggiare perdute tracce psichedeliche.



All'epoca fans e critica avevano storto il naso sino quasi a spaccarselo di fronte a quest'album, adducendo ad esempio imprecisioni di produzione (come il timbro del basso di Squire, meno robusto del solito), oppure il mancato sviluppo, in qualche caso, delle buone idee che germogliavano in studio. In effetti certo materiale avrebbe potuto prendere una direzione più compiuta e omogenea, (Vedi Don't Kill The Whale o anche Circus of Heaven). Senza contare che il 1978 vedeva serpeggiare piccole tensioni nell'ambito della band, che trovavano spunti di disaccordo persino sulla sede delle registrazioni. Il futuro riserverà  qualche mutamento nella line-up.


Ma Tormato resta un'opera in grado di reggere il passare del tempo e delle mode; il gruppo si ricicla decorosamente da alfieri del rock progressivo al rock puro e semplice, (come diverrà  lampante negli anni ottanta) e il risultato è almeno discreto, purchè non ci si attenda più, in futuro, un nuovo Fragile o Close To The Edge. (La versione rimasterizzata »“ 2004 »“ di Tormato contiene ben otto canzoni aggiuntive, di cui la più pregevole è la deliziosa Abilene, all'epoca pubblicata come retro del singolo Don't Kill The Whale).

Mercoledì, 08 Maggio 2013 14:55

Guitar Heaven // Carlos Santana

Generalmente non vado matto per le operazioni sfacciatamente commerciali e questo Guitar Heaven: The Greatest Guitar Classics of All Time ha tutta l’aria di esserlo.

 

Mettete insieme una leggenda vivente come Carlos Santana al suo diciottesimo album, un produttore come Clive Davis, vecchia volpe della Sony Music, una manciata di pietre miliari del rock contemporaneo coverizzate e giovani artisti emergenti della scena americana accanto a nomi noti a livello internazionale ma finiti un po’ nel dimenticatoio. Aggiungete poi un tour mondiale già in cantiere, che tra l’altro farà tappa anche in Italia il prossimo luglio, e la presenza, tra i credits, di alcuni individui usciti da popolari talent-show televisivi: il successo commerciale è servito!

 

D’altra parte, la tentazione di ascoltare gente come Chris Cornell alle prese coi Led Zeppelin, Scott Wieland coi Rolling Stones o lo stesso Santana eseguire i leggendari riff di Whole Lotta Love, Back in Black, Sunshine of Your Love o Smoke on the Water è fortissima.

 

Mi metto dunque all’ascolto e le sorprese certo non mancano. Innanzitutto Whole Lotta Love, l’opening track dell’album interpretata da Chris Cornell e pubblicata come singolo di lancio: una vera bomba. Poi Back in Black, rivisitata dal rapper Nas e sulla quale avevo alcuni pregiudizi sorti dopo aver appreso che questi è stato decretato, nientemeno che da MTV, il quinto miglior mc, ovvero “maestro di cerimonia” di tutti i tempi. Nonostante questa notizia e la presenza della sconosciuta vincitrice dell’edizione 2007 del contest “My Grammy Moment” Robyn Troup a far le veci Brian Johnson, questa Back in Black, grazie anche a un Santana molto rock, suona addirittura più esplosiva dell’originale. Infine, le altre due sorprese: While My Guitar Gently Weeps e Little Wing.

 

La prima è una tanto intensa quanto coraggiosa rivisitazione del capolavoro dei Beatles interpretata dalla voce suadente della cantante soul India-Arie, anch’essa semi sconosciuta dalle nostre parti, e impreziosita dai sofferti assoli di chitarra del buon Santana e dall’emozionate violoncello del cinese Yo-Yo Ma. La seconda è una cover, decisamente più canonica ma sempre di grande effetto, di un altro mostro sacro come Jimi Hendrix; qui a farla da padrona è la voce, sempre più roca, di un Joe Cocker rispolverato chissà da dove ma sempre – tranne nel finale troppo ostentato – da brividi.

 

Questi due pezzi, uno verso l’inizio e l’altro dopo la metà dell’album, hanno tra l’altro il pregio di spezzare il ritmo piuttosto sostenuto e un po’ monotono e concederci una boccata di ossigeno dal suono in alcuni casi ossessivo delle percussioni.

 

Non vanno a podio ma meritano una menzione particolare, a mio avviso, Riders on the Storm, non tanto per l’interpretazione di Chester Bennington dei Linkin Park, ma per la presenza dell’originale Ray Manzarek alle tastiere, Fortunate Son dei Creedence Clearwater Revival per la voce di Scott Stapp (ex Creed) e Ain’t Superstitious, storico blues di Howlin’ Wolf su cui Santana può dare sfogo all’improvvisazione.

 

Potrei anche continuare, citando tutti gli artisti che compaiono nelle quattordici tracce (12 più 2 bonus track nella Deluxe Edition), ma rischierei di togliere gran parte dell’interesse e del divertimento nell’esplorare questo Guitar Heaven. Un album, in definitiva, sicuramente di buon livello, certo non molto originale ma dagli altissimi contenuti tecnici e, nonostante questo, di facile e piacevole ascolto. Un album consigliato a tutti purché si stia al classico gioco di Santana, un gioco fatto di assoli incessanti e percussioni onnipresenti.

Mercoledì, 08 Maggio 2013 14:52

Blur // Blur

In caso sussistano ancora dubbi sul fatto che i Blur rappresentino una delle più creative bands provenienti dal regno di Sua Maestà  tra gli Ottanta e i Novanta, è vivamente consigliato l'ascolto dell'opera omonima del 1997, in genere poco celebrata ma imbevuta di variegate innovazioni che la distaccano dalla massa informe dei gruppi indie-rock dell'epoca.
E'un piacevolissimo viaggio in un genere più colto, più maturo da parte dei quattro trentenni, evidentemente stufi dell'idolatria da teenager, sempre inversamente proporzionata alla considerazione degli addetti ai lavori, per quanto potesse importar loro.

 

Si apre con il middle rock di Beetle Bum, che va oltre il risaputo omaggio ai fab four, creando una melodia coprente e affascinante che non avrebbe ad esempio sfigurato tra i solchi del White Album. Il trash metal di Song 2, la cui sequenza d'accordi ricalca tortuosi sentieri garage punk, e della gemella Chinese bombs, è un gancio sul muso a chi definisce Coxon e soci come i fratellini gentili degli Oasis. In verità , la crescita versatile dei ragazzi, l' ampliamento della ricerca tecnica, è in quest' opera lampante. MOR strizza l'occhio al glam epocale di vent'anni prima senza perdersi in vani scimmiottamenti. E dato che dalla casa discografica avranno fatto notare che per campare ci vuole l'hit single, il gruppo sforna l'allegro tricorde di On Your Own, con quel fare goliardico che trasforma il brano in inno nel refrain. Ironicamente sarà  Song 2 ad avere più successo.

 

Il genio spesso sottostimato di Graham Coxon s'esprime nei 218 secondi di You're So Great, ballata acustico-distorta interpretata in modo sinistramente anticonvenzionale dal chitarrista. Pare che lo stesso sia stato il più acceso promotore di un progresso stilistico non più rimandabile e questo suo pezzo ne rappresenta brillante prototipo. Per il resto, le caratteristiche melodiche insite nel complesso sono presenti in toto. Vedi la colorata fantasia degli arrangiamenti, la dissonanza delle armonie, talvolta agli antipodi delle basi melodiche del brano eppure sempre magistralmente funzionali, vedi la «spazialità » aggiunta al piccolo blues di Country Sad Ballad Man, o la macchina del tempo di Theme From Retro arricchita di un Hammond profumato di psichedelia, o i tocchi trip-hop e la fuzz guitar della malinconia ipnotica di Death Of A Party. Ancora, la dilatazione della pacata Strange News From Another Star, trasportata su un'altra dimensione da un tappeto d' effetti sonori repentinamente disarmonici, che lascia campo al rock caustico di I'm Just A Killer For Your Love, con wah-wah, distorsioni e riffs gracchianti, cesellati insieme in una sorta di caos organizzato.

 

Look inside America rischia uno stridente auto plagio tramite una strofa troppo ammiccante a Country House, prima di virare su un inciso di tutt'altro spessore musicale, corroborato da una piacente parte di piano e arpa nel bridge. Il finale è tutto nel rock elettrico di Movin on. E naturalmente nell'ossessiva Essex Dogs, che riduce a brandelli l'immagine della popband sorridente e inutile con una mini picture soundtrack in minore, che se aspettavano tre anni potevano chiedere ai Radiohead d'inserirla in Kid A, con tanto di ghost track finale.

 

L'eclettismo della band permette ai quattro di evadere dal golden pop corner in cui lo stesso successo di Great Escape li aveva confinati e di assumere finalmente la meritata dimensione internazionale, a livello di critica intendo, perché di pubblico ce l'avevano già  da un decennio ormai, che meritavano. E il meglio doveva ancora venire, anche se sarebbe durato poco.

Mercoledì, 08 Maggio 2013 14:45

Ancient Heart // Tanita Tikaram

Una fiorente generazione di cantantesse ebbe il suo momento di gloria a cavallo tra gli ottanta e novanta da ambo le parti dell' Oceano, includendo tra le altre Edie Brickell, Tracy Chapman, Michelle Shocked e l'anglo indiana Tanita Tikaram.

 

Se consideriamo all'epoca dell'incisione aveva diciott'anni e mezzo, il lato più stravagante dell' album di debutto di quest'ultima sta nel titolo dello stesso. Ma guai ad approciarsi con sufficienza ad Ancient Heart. Siamo infatti di fronte a un lavoro appassionatamente serioso, spesso cupo nei toni, e già  considerevolmente maturo, sia nei suoni che nei testi, in molte sue parti. In una parola sola, affascinante. Il tutto contraddistinto dal timbro profondo, quasi incavato, della Tikaram. A rappresentare l' intero disco potrebbe essere chiamato il pezzo centrale, Twist in My Sobriety, che racchiude le peculiarità  stilistiche sopraccitate, con l' oboe a dirigere le operazioni mentre il testo recita di libri, coscienza e figli di Dio, insomma non propriamente una Rihanna di vent' anni prima. Oppure la tromba che domina la sonnolente For all these years, lunga e tortuosa espressione lento jazz ove, ammantata di precoce saggezza, la ragazza pontifica sul fatto che il proprio amore giovanile non è fatto per durare un'esistenza intera. Insomma un'opera prima grave e responsabile, e in questi casi il rischio maggiore è quello di un tedio sistematico, della ricerca della profondità  a tutti i costi a discapito della sincerità.

 

Fortunatamente non è il caso di Ancient heart. Le meditazioni possono anche rivestite da ritmiche accattivanti, come nell'irresistibile twist di Good Tradition, opener e primo singolo dell'album, che annuncia «tradizioni familiari di amore e odio viste dall'angolo del focolare» e si risolve in un inno, malgrado tutto, alle intime gioie della vita domestica, celebrando la casa come un luogo «lontano da dove succedono le cose cattive». Così come nella spensierata He Likes The Sun, unica traccia del disco a svelare il teenagement dell'artista, che è esattamente come uno la immagina dal titolo: una pigra lode al sole alla quale l'autrice non si preoccupa nemmeno di conferire eccessivo senso compiuto.

 

La Tikaram mostra già  abbastanza personalità  da pennellare una ballata irriverente a ritmo di charleston ed ingannare l'ascoltatore intitolandola Sighing Innocents. Ma è come un rigenerativo momento di ricreazione oltre il quale l'inglesina ripresenta materiale decisamente più ambizioso. Dove un'ombra di malinconia cala ad ispessire le trame di questo esordio sorprendente, Il livello aumenta in maniera sensibile. Ne è un esempio la delicatezza di Cathedral Song, elegia scortata da una chitarra acustica discreta e coprente allo stesso momento e da un intrigante video in bianco e nero. Il violoncello di Valentine Heart conduce attraverso un walzer pensoso, che svela sentimenti puri, disarmanti, non ancora avvelenati dal cinismo e l'amarezza («I want to see you »“ it' s simple and plain...»), che fanno invece capolino nella più lugubre I love you, fino a definire quell'amore «impossibile». Scombussolamenti giovanili? Si, ma di classe, privi di gemiti, corettini stucchevoli o elettronica ridondante. Con Preyed upon la giovane si diverte a lanciare messaggi astrusi («Non dimenticare che sei solo, a meno che tutto sia solo.»). Schopenhauer, anche tu? Anche se il pezzo che non si stacca più dall'orecchio risponde al nome di World Outside Your Window, un rock istantaneo che parla di viaggi, partenze, mondi da scoprire (appunto).

 

Forse è questo il vero manifesto di Ancient Heart. Mentre una frase tratta da Cathedral Song potrebbe assurgere a slogan del disco: «Serio come l'inverno». Parte da qui e da premesse eccellenti il viaggio di questa cantautrice seducente e raffinata, e legittimamente questo debutto sarà  premiato dal successo presso vaste frange di pubblico, particolarmente in Austria e Germania. Grazie anche alle impeccabili scelte dei singoli: Good tradition, Twist In My Sobriety, Cathedral song e World outside your window.

Martedì, 23 Aprile 2013 09:21

Back To The Light // Brian May

Se questa è stata un'operazione commerciale con molta lana di pelo sullo stomaco prima che un reale prodotto solista della chitarra dei Queen, da pochi mesi orfani del proprio carismatico leader, non sta a chi scrive giudicare. Quello che salta all'occhio, o meglio all'orecchio, è che questo è un disco davvero soddisfacente, con un unico protagonista conclamato, ossia l'hard rock nella sua forma più grezza e meno affettata possibile; priva d'elettronica e affrancata, nella sua semitotalità, da schemi logori e abusati.

 

Gli esempi si succedono senza sosta, in un crescendo davvero entusiasmante. Dopo l'introduzione in chiaroscuro di The dark, la title track Back To The Light dispone chiarissime carte in tavola, col suo refrain corale e potente. Meglio ancora Love token, dall'originalità sorprendente e gli sviluppi intricati. Un divertissement dove tutto s'interseca alla perfezione, e il nostro si permette goliardie assortite (Mama's hangin' on to every word that's spoken/ But Papa's hangin' on to his old love token). Tripletta completata da Resurrection, dove la "vittima della cospirazione" reitera assolini in scala su sequenze d'accordi spaziali, con coretti sepolcrali (Whitesnake? Ronnie James?) ad accompagnarli.

 

E la carica non s’esaurisce col trascorrere dell'album. L’energica, scanzonata Driven by You guida l’ascoltatore lungo sentieri d'armonie elementari, forse troppo presto dimenticati, e rivitalizzati da un’ atmosfera frizzante, quasi naif. Brian stava lavorando alla canzone negli ultimi giorni di vita di Freddie, e la leggenda narra che Mercury urgesse l’amico a produrre in fretta il brano, la sua scomparsa l'avrebbe poi spinto enormemente come singolo… I’m Scared ammicca al trash nella strofa e diventa un r’n’r veloce nell'inciso, in efficace contrasto con le liriche che dipingono un May preda di paranoie assortite e contrastanti, con punte di divertita ironia (Scared of Steven Berkhoff). Se a livello emozionale il periodo non era dei migliori, il nostro, insomma, reagiva rocchettando. Verso la fine dell’opera, May si concede una parentesi piuttosto inusuale per lui, ovvero il bluegrass di Let your Heart Rule Your Head, con arguti suggerimenti affinchè il “ritorno alla luce” sia efficace e permanente.

 

E’ quasi sorprendente la leggerezza che pervade i solchi di Back to the light, non v’è in esso ombra di lugubre negatività o sofferenza, che il nostro ha evidentemente deciso di lasciarsi alle spalle, e ne guadagna assai la qualità della proposta. Il rock party è chiusa da Rollin over, cover omaggio di Brian a due tra i suoi più cari amici, Ronnie Lane e Steve Marriot, prestante e vitale tributo a due musicisti che avrebbero meritato maggior visibilità in campo internazionale.

 

Trattandosi di un album essenzialmente rock, poco spazio per le ballads, le quali però hanno il merito di mantenere elevato il livello. Too Much Love Will Kill You è la versione cantata da Brian del pezzo che apparirà tre anni dopo su Made in heaven con Mercury alla voce, forse meno solenne e più intimista, con l’intermezzo di chitarra classica a farla da padrone. Perla della sezione “soft” è però l’intermezzo strumentale di Lost Horizon, riff ardente di nostalgia, talmente pregno di significati scevri da parole ridondanti, che il ricciolone lo proporrà persino come singolo. E’ questa la sezione a più alto rischio emotivo, che comprende anche il sommesso ricordo di MercuryNothin’ but Blue, ove May è raggiunto da John Deacon al basso. Mansueta, desolata, fortunatamente priva di pompose celebrazioni, la canzone esprime il semplice rammarico (“No I can't stop my wondering/'bout all those things that might have been…”), di un futuro negato sia umanamente e che artisticamente, appartenendo in tal senso a ogni fan dei Queen sparso in giro per la Terra. Sentimenti che si riverberano, infine, in Just One Life, che mantiene un tono sobrio e toccante nel portare a termine il primo viaggio solista di Brian. Viaggio invero notevole, che frutterà al suo autore meritati riconoscimenti di critica e pubblico, prima che lo stesso si ricongiunga agli altri due superstiti per la discussa operazione di Made in heaven.

 

Mercoledì, 10 Aprile 2013 07:02

We Can't Dance // Genesis

Ultima prova in studio dei Genesis con Collins a voce e batteria, "We can’t dance" invade i negozi sul finire del 1991 con il non difficile compito di far dimenticare il rozzo e svogliato "Invisible touch“. Compito assolto con lode, nel senso che far meglio non era difficile, però questo nuovo prodotto è un disco piuttosto piacevole, forse non indimenticabile, ma quanto meno dimostra che il trio sapeva ancora produrre le lunghe suite progressive che avevano costellato l’epoca d’oro, suite che, non poteva essere diversamente, rappresentano la parte migliore dell'opera.

 

Il riferimento va in particolar modo a “Fading lights”, guarda caso parto pressoché uniforme del solo Banks, che include anche una potente sezione strumentale, e a “Driving the last spike”, forse la miglior espressione della raccolta, con rimandi ai tempi epici di “One for the Vine”. La canzone esprime un'accorata celebrazione degli uomini che contribuirono alla costruzione delle ferrovie britanniche, a fine’800, molti dei quali lasciarono la vita allo scopo. Striato di venature funky-rock, è composto da numerose sezioni melodiche che si ripresentano ad intervalli diversificati, combinando alla perfezione presente e passato della band.

 

Molti dei testi, in genere firmati da Collins, sono di denuncia sociale. Il problema è che talvolta si dimostrano piuttosto superficiali (“Way of the world"), o vagamente ruffiani (“Tell me why”), il che non era infrequente nemmeno nelle sue uscite solistiche. Tanto per stare sul negativo, la parte meno interessante di "We can't dance" è rappresentate dalle nenie amoreggianti e del tutto superflue di cui i propri autori (Collins e Rutherford) avevano già lordato altri dischi, con armonie stucchevoli e risapute: “Hold on my heart”e “Never a time” In genere però questi difetti non gravano poi tanto sulla valutazione media di “We can’t dance”. Sono assai più rilevanti, infatti, i risvolti positivi. Primo tra essi, al dà del recupero della vena progressive, il fatto che, lasciata finalmente alle spalle la spanciata elettronica, questo è un album corredato di rock convincente. Numerosi gli episodi in tal senso. “No son of mine”, cronaca d’uno struggente rifiuto famigliare, ha un ritmo sferzante e un impatto violento, lontano dalle produzioni patinate dell’epoca di cui è figlio. Sprigiona un'atmosfera cupa, cosparsa di tensione, che investe anche “Dreaming while you sleep”, dal tema altrettanto scottante, stavolta si parla di investimenti stradali, mancato soccorso e successivo percorso di pentimento. In entrambe le occasioni, in gran spolvero sono le usuali scudisciate di tom e cassa a cura di Filippone nostro e i ruggiti dell'elettrica di Rutherford, a corollario di refrain trascinanti e scala classifiche, il che in genere non guasta.

 

Di natura differente, ma altrettanto valido, l'argomento che sostiene la traccia seconda, “Jesus He knows me”. Sotto i riflettori stavolta vanno le grossolane, gradasse millantazioni dei santoni da quattro soldi che infestano le strade del mondo, espresse e dileggiate tramite un gustoso skiffle, con un intermezzo reggae e una ripresa vigorosa del tema, mentre il televangelista le spara sempre più grosse e i creduloni abboccano a grappoli. Forte e intensa anche “Living forever”, con rimbombanti tastiere in primo piano e l’eterno quesito della vita infinita e via elucubrando. Tanto per insistere, impossibile non apprezzare il brano d’apertura, “I can’t dance”, che, al di là del video divertente, rappresenta uno bizzarro miscuglio heavy-pop arricchito da colorati effetti di moog. Giocato su di un riff reiterato e ipnotico, risulterà gradito dal pubblico e dalle charts, come molti, del resto, dei singoli tratti da questo long-playing.

 

Infine, da registrare un riuscito attimo di raccoglimento, altamente emozionale, che non corre tuttavia il pericolo di impiantarsi nella melassa e spostare verso il basso la valutazione di “We can’t dance”. Risponde al nome di "Since I lost you", mesto pensiero che il gruppo dedica a Conor, figlio di Eric Clapton tragicamente scomparso. Interpretazione coprente e sentita, poco (niente era impossibile...) spazio alla drammatizzazione: l'omaggio è servito, ed è un bell'omaggio. Così come questo album, canto del cigno dei Genesis nella loro classica formazione post-Gabriel e Hackett, è un ottimo congedo, che riscatta in parte i grigiori del decennio appena terminato.

 

Mercoledì, 03 Aprile 2013 13:12

Station To Station // David Bowie

Ultimo album prima della celebre trilogia berlinese, che fortunatamente consta di opere ben più consistenti di questa, Station To Station vede un Bowie non al massimo della forma dare vita ad un lavoro poco fantasioso, con testi ammiccanti al nonsense ed in più parti eccessivamente diluito.
La title track registra una lunghezza inusitata, oltre dieci minuti, ma il dipanarsi della canzone non pare, a livello puramente stilistico, giustificare una tale dilatazione. Il riff di base occupa l’intera prima parte del brano, il ritornello ribadito ossessivamente (It’s Too Late) tutta la seconda. In mezzo giacciono accenni prog non adeguatamente sviluppati ed il tutto si risolve poi in una goliardica festa rock impeccabilmente suonata e con almeno tre minuti di troppo. Una session in scioltezza tra musicisti generosamente trasportata su vinile. Segue il funky lento di Golden Years, che mantiene un tono minore per l’intera durata, offrendo variazioni poco immaginative e mancando dell’intuizione di qualità, del guizzo vincente a far decollare la canzone. Perché un mood tanto dimesso per un testo tutto sommato fiducioso e ottimista? Golden Years dimostrò un buon potenziale commerciale: offerta ad Elvis Presley, venne poi pubblicata dallo stesso Bowie come singolo allorchè il re del rock rigettò l’offerta; nel corso degli anni sarebbe stata tuttavia abbastanza ignorata dal vivo.


Il punto più alto di Station To Station è, facilmente, il caldo lirismo di Word On A Wing, manifesto della nuova dimensione religiosa raggiunta dal Duca, affascinante nel contrasto tra la linearità strutturale della strofa e le complicate intersecazioni delle altre parti. Un deciso step further nella ricerca stilistica del nostro, qui felicemente in grado di sposare gli elementi prog tipici del periodo con il proprio, personalissimo stile creando una delle sue più significative espressioni.


Peccato che la qualità di Word On A Wing abbia scarsi riscontri nelle altre zone di Station To Station. Il Rhythm & blues di TVC 15 è piuttosto insipido, ed anche in questo caso pretestuosamente dilatato e ripetitivo. Il ritornello, nonché il corettino ad opera dello stesso Duca, delinea un pezzo assai poco stimolante, piuttosto indegno del brano che ha seguito; la parte più divertente è il testo stravagante e allucinogeno, che almeno funziona a livello di scherzo.


Appena meglio la track successiva, l’ultima originale, ossia l’hard rock di Stay, che fa parte di quella categoria di pezzi urban nella quale potremmo catalogare tra gli altri i successivi Loving The Alien o This Is Not America; ma anche in questo caso non rappresenta molto di più di un brano d’atmosfera che sfila via senza suscitare particolare impressione.


Oscillante tra il funky rock di Young Americans, le vecchie tensioni glam e gli albori del nascente movimento punk, Station To Station non rappresenta insomma un’opera particolarmente ispirata; tra l’altro Bowie regala solo una trentina di minuti di materiale proprio, scegliendo poi di terminare il tutto con la cover di Wild Is The Wind, che detto per inciso è una delle più memorabili tracce nel disco, ma che ovviamente nulla toglie o aggiunge alla valutazione tecnica dello stesso. Poteva benissimo chiuderlo con Stay, anche se, volendo trovarne un risvolto positivo nella presenza del brano di Dimitri Tiomkin e Ned Washington , il Duca riesce quantomeno ad esaltare (memore di Pin Ups) le proprie qualità interpretative.


Teoricamente sarebbe un buon lavoro di un buon artigiano, ma la valutazione resta bassa in quanto da un David del 1976 si era già abituati a ben altre emozioni. Si rifarà subito, infilando poi una serie di capolavori (Low, Heroes, Lodger Scary Monsters), fino alla svolta brillantina di Let’s dance.

Mercoledì, 03 Aprile 2013 13:07

All That You Can't Leave Behind // U2

Affacciatisi al terzo decennio della loro fulminante carriera, Paul, Edge, Adam & Larry devono essersi guardati intorno e aver realizzato che c’era, evidentemente, qualcosa da aggiustare. La parentesi cosiddetta "sperimentale" di Zooropa, pur apprezzata dalla critica, era stata mal digerita dal pubblico; i nostri avevano reagito con il successivo, oscuro Pop, che invece ha messo tutti d’accordo, in negativo. Come ripartire? Magari liberandosi dalle influenze techno/trip hop che avevano in parte attecchito nel sound della band finendo per annacquare anche materiale in sé valido. E così il nuovo millennio si apre, finalmente, con un rock semplice e ordinato (ordinario) che prende il nome di Beautiful Day e che dà il via ad un disco formato da suoni che vanno oltre stravaganze ed eccentricità. Devono aver pensato, opportunamente, che il non aver più niente da dimostrare non è un motivo valido per rinunciare a produrre buona musica.



All That You Can’t Leave Behind ricomincia sulle ceneri di Achtung Baby; scusate il ritardo. La dichiarazione d’intenti viene ribadita subito, durante la dedica appassionata allo sfortunato amico Michael Hutchence: "I’m just trying to find/ a decent melody. Per inciso, proprio durante uno dei picchi melodici dell’opera, Stuck In A Moment You Can‘t Get Out Of. Un ottimo inizio, e con Elevation arriviamo subito al brano più elettrizzante della raccolta. Finalmente un elettrorock convincente, una modernità convogliata su binari sonori intriganti, sensati. (E nella colonna sonora di Tomb Raider l’effetto è assicurato).


Un break di energia, prima di un altro sentito omaggio. Il riff struggente di Walk On scandisce un incoraggiamento delicato, affettuoso: "You're packing a suitcase for a place none of us has been - a place that has to be believed to be seen", destinatario: Aun San Suu Kyi. Superfluo sottolineare la messa al bando della canzone in Birmania. E le atmosfere proseguono poi placide e pensose, il tenue sventolio dei violini introduce il canto d’addio di Kyte: "Non ho paura di morire, non ho paura di vivere", definitivo magari ma non disperato. Paul confermerà il pezzo come dedicato al padre. E’ un momento meditativo del disco, e prosegue con la dolcezza di In A Little While, una delle melodie più seducenti dell’intero lavoro. Sono questa, insieme a Wild Honey le track più leggere dell'album, ma mantengono uno spessore di cura e di classe che fa piacere (ri)trovare in materiale U2 dopo un certo tempo.


Perché poi c'è un'ultima parte di All That You Can Leave Behind dove uno la leggerezza se la scorda. Perché dietro la mesta, gentile armonia di Peace On Earth si cela la tragedia del terrorismo, (Real IRA, Omagh, Northern Ireland, 1998). E a rivestire questa melodia troviamo un testo amaro, senza speranza, forse inopportuno nel citare i nomi di alcune delle vittime del massacro, retorico in certi passaggi ("le persone che non incontreremo mai"), magari atipico, quasi smarrito nella sua desolata negatività (Pace sulla terra…lo cantiamo a Natale, ma speranza e realtà storica non si sposano mai"). Ma certamente ad alta densità emozionale, in particolar modo quando dal vivo veniva presentato in coppia con Walk On.


A questo punto s'insinuano le ipnotiche sequenze ritmiche di When I Look At The World, nenia in apparenza priva di pretese, e che invece solleva nuovi interrogativi scottanti, non necessariamente religiosi nonostante il riferimento alla Bibbia, che sono destinati a rimanere, come sempre per uomini troppo piccoli quali siamo noi, senza risposta. I toni dell’opera ondeggiano dunque tra fiducia e sconforto, sublimazione e afflizione, intimo e pubblico, in una parola è la vita viva che torna ad essere protagonista, al di là di utopie ed astrazioni. E il disco attraversa la cruda urbanità di New York, numero richiestissimo on stage, per poi chiudersi quietamente, con la buonanotte di Grace, protagonista eterea e positiva che, tramite un timido bluesino accarezzato dalla slide di Edge, "si prende tutte le colpe e le vergogne", "ha tempo per parlare" e "trova la divinità in qualsiasi cosa". Il Messia che si ripresenta per guarire questi tempi martoriati? Non saprei, ma sicuramente la chiosa ideale per un’opera che gli U2 non potevano più esimersi dal pubblicare.

Giovedì, 21 Marzo 2013 14:00

Insomniac // Green Day

Quando una persona decide d’ascoltare un cd, un vinile o persino una musicassetta, novanta su cento decide di ascoltare I brani in fila, senza funzione random. Trovatomi chissà come tra le mani questo quarto album dei Green Day, Insomniac, ho fatto lo stesso, ed al termine del quarto pezzo camminavo sulle acque. La sequenza iniziale di Insomniac è, senza tema di smentite, da manuale del punk. Otto minuti d’irridente potenza introdotti dalla grinta di Armatage Shanks, che sciorina sguscianti passaggi di quarta, proseguiti dagli stacchi selvaggi di Brat, ove Billie Joe confessa il suo incubo uxoricida a scopo di lucro, integrati dalla spensieratezza apparente di Stuck With Me, la cui tematica riecheggia (trent’anni dopo Help!) il disagio di costituire una gallina dalle uova d’oro, conclusi dalla crudezza autolesiva di Geek Stink Breath, La comune peculiarità di queste canzoni è una coprente immediatezza. Il talento più riconosciuto dei tre ragazzi di Berkeley è, fin dai tempi del loro esordio giovanissimi a fine anni ’80 proprio questo. A ciò vada aggiunta, e non è cosa da poco, la stupefacente capacità di cucire armonie differenti (i cosidetti “cantati”) su scheletri di brani basati praticamente sempre sugli stessi accordi. Le prime quattro tracce di Insomniac ne sono esempio notevole, e parevano schiudere la strada verso un album brillante. Purtroppo, nel prosieguo l’anima caliente dell’eroe del punk si raffredda leggermente, anzi sensibilmente.



Nel resto di Insomniac troviamo infatti espressioni di rock ordinate, quasi “professionali” (No Pride86), inni tanto divertenti quanto leggeri (Walking Contradiction), ameni esercizi in controtempo semplici come una passeggiata in bici.(Bab’s Uvula Who?)



Il fatto è che non appena cale la tensione emotiva, i suoni tendono a macchiarsi qua e là d’un sinistro deja-vu. La sensazione è quella di un prematuro appagamento, come una di ricerca stilistica stagnante, frenata dai comodi guanciali su cui i nostri forse iniziavano ad indugiare, forniti dalla major ove erano approdati con Dookie. Certo, i testi mantengono quel “sense of darkness” che contraddistingue la proposta poetica dei Green Day, ma anche in questo campo sarebbe magari lecito attendersi qualcosa di nuovo.



Tutto sommato il grande lavoro diventa con lo scorrere delle tracks un lavoro poco più che ordinario, rivalutato per fortuna verso lo scadere del minutaggio da un’altra perla nascosta. Il micidiale medley Brain Stew/Jaded è un numero d’alta (in) digeribilità, nel quale l’heavy incontra il garage punk e Billie Bad Boy può finalmente vestire dell’atmosfera più consona le più allettanti espressioni del suo delirio professionale. Sarà un eroe maledetto costruito a tavolino, ma almeno qui sentirlo blaterare “Passed the point of delirium” piuttosto che “We're gonna die! Blessed into our extinction” suona appena meno artefatto. Il disco aveva appena riacquistato un po’ di vitalità con Stuart And The Ave, passando attraverso il delirio claustrofobico di Panic Song, con il testo a cura di Mike Dirnt, che concepisce ed esegue anche una vibrante, prolungata introduzione in stile gothic, ed è quasi un peccato il tutto debba concludersi con riempitivi come Tight Wad Hill o Westbound Sign, tutto materiale ampiamente già suonato. Anche la spartana, totale assenza di arrangiamenti contribuisce all’impiattimento della proposta musicale. Senza nemmeno l’ausilio d’un assolo o d’un differente apporto melodico, molti brani appaiono all’ascolto simili tra loro; il sound distintivo dell’elettrica riproposto invariabilmente in ogni track, alla lunga risulta ridondante, monotono. Un attimo di distrazione e non sai più che canzone stavi ascoltando. Impressione ribadita anche dai risultati ottenuti nelle charts, di gran lunga inferiori a quelli di Dookie. Dieci minuti di grande musica, altrettanti di noia e qualche buono spunto: troppo poco. Non che i ragazzi, probabilmente, non se ne siano resi conto: in futuro arriveranno acustiche, pianoforti e concept albums.

AMA Radio: scegli la tua musica

Prossimi appuntamenti

« Dicembre 2022 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30 31  

 

Ultime notizie

ERROR_SERVER_RESPONSE_301