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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Dicembre 08, 2022
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Alfonso Gariboldi

Alfonso Gariboldi

Poesie, racconti, recensioni: la caleidoscopica  proposta di Alfonso Gariboldi per AMA music si traduce in una acuta retrospetiva che indaga vizi e virtù degli album che hanno fatto la storia della musica. Ogni sua recensione è arricchita da un collegamento storico, un aneddoto, una riflessione sagace che contribuisce a delineare lo stile irreprensibile e irriverente della rivista.

Per ulteriori informazioni circa l'attività letteraria di Alfonso rimandiamo al suo sito personale www.alfonsogariboldi.it

URL del sito web: http://www.alfonsogariboldi.it
Martedì, 16 Luglio 2013 15:16

Voodoo Lounge // Rolling Stones

Quando questo ventesimo album degli Stones venne pubblicato, alla metà di luglio del 1994, un lustro era trascorso dall’ultima opera da studio, e visto che questa non era poi granchè, la speranza era che cinque anni di silenzio valessero almeno la pena per qualcosa di più appetibile. Per fortuna è il caso di questo Voodoo Lounge, che rivendica quanto meno una maggior decisione, un’energia più propositiva rispetto alle ultime cose made in Stones.

 

Bill Wyman non è più della partita, e dietro la consolle si presenta nientemeno che Don Was; uno pensa, qualcosa deve cambiare per forza. Infatti. Le prime tre canzoni iniziano quasi con lo stesso stacco di batteria, un segnale forse della vigoria che pervade il disco? Fatto sta che il trittico Love is strong, You Got Me Rrocking e Sparks Will Fly costituiscono un arcobaleno rock and roll composto rispettivamente da black sound, hard rock, rockabilly. La presenza più superba in questo campo è però quella di I go wild, un rock forte e diretto, con chitarre e voci all’unisono e la vocalità decisamente cattiva di un Jagger assoluto padrone della scena. Il valore di Voodoo Lounge va ricercato anche in una ricerca stilistica maggiormente improntata ad uno stile meno patinato e più sporco, che aveva d’ altronde sempre caratterizzato i lavori più riusciti. Non solo la opener Love Is Strong ne è un azzeccato esempio, con l’ottimo uso dell’armonica, finalmente riadottata dopo anni d’esilio, che pervade un sound tanto felicemente metropolitano. Ma anche Moon Is Up e Thru and Thru sono intriganti prototipi del ritrovato “bad mood” dei cari cinquantenni. Quest’ultimo pezzo è particolarmente intenso, con Richards lead vocalist che accarezza e aggredisce, misterioso e sfuggente, Tom Waits de’noantri, in sei minuti di fresca, intrigante suspance.

 

Ma Voodoo Lounge è anche, evidentemente, blues. E c’è blues e blues. C’è quello sprizzato di funky che porta al deliziante quadretto di Suck On The Jugular, con quei coretti a risposta che riportano indietro di venticinque anni senza che uno se ne accorga. Quello trascinato, incalzante di Baby Break It Down. C’è, malauguratamente, quello di Brand new car, risaputo, stereotipato, riproposto senza una variazione che ne giustificasse la presenza. Ecco il primo piede in fallo: era necessario inserire anche qui la medesima versione di Spider And The Fly? Deformazione professionale, forse; certamente una delle due tracce inutili del disco. L’altra risponde al nome di Out of tears, è una lagna insopportabile di oltre cinque minuti basata su tre note di pianoforte, lenta da morire con un ritornello abominevole che recita così: “Non piangerò quando ti dirò addio, non ho più lacrime...”. Pensa te. Piuttosto inascoltabile, e scriteriatamente scelta come singolo, venne giustamente spernacchiata dalle charts di entrambe le parti dell’atlantico, che vi negarono l’ingresso nei primi trenta.

 

Fortunatamente, si possono reperire espressioni melodiche di ben altro spessore. Il country and grass di Sweethearts together e l’estasi attonita di Blinded by Rainbows sono pura delizia. Fa tenerezza il “Jagger perdente” di New Faces, la cui armonia è talmente semplice è carina che gli si perdonano banalità impressionanti tipo My Heart Is Breaking in Two..., almeno non c’è l’ appiccicaticcia, nauseante drammaticità di Out Of Tears. Anche in questo campo è però un brano cantato da Keith Richards a spiccare, ossia la ballata di The Worst, permeato di leggiadria malgrado il suo interprete si premuri di ribadire al partner che lui è “il tipo peggiore che lei potesse incontrare”, d’altra parte trent’anni di immagine diabolica non si possono mica buttare in due minuti di canzone.

 

Un autentico miglioramento dunque, sigillato dalla chiosa r’n’ r di Mean disposition, con Wood e Richards a far trillare le chitarrine con suoni tanto arcaici quanto naif, sembrano John e George ad Amburgo. Peccato per le due brutture segnalate in precedenza, il che non impedisce a Voodoo Lounge di rappresentare il lavoro migliore da Tattoo You, tredici anni prima.

Martedì, 16 Luglio 2013 15:13

New Adventures in Hi-Fi // R.E.M.

Decimo lavoro per la band georgiana ed ultimo a vedere la presenza dietro i tamburi del buon Bill Berry, che lascerà amichevolmente l’anno successivo, ritirandosi dal music biz. Quello che si dice chiudere in bellezza. New Adventures in Hi-Fi è un prodotto eccellente, nella quale l’alone di tragicità, quasi di fine incombente che trasudava da alcuni solchi del disco precedente lascia spazio a un’introspezione talvolta scottante ma meno istintivamente negativa, come in Bittersweet me o nel monito antidroga di So fast so numb.

 

Sono questi, come molti altri dell’album, pezzi potenti, puliti, trascinanti, ed il marchio di fabbrica dell’opera. Non che si sia parlando, a livello stilistico, d’un lavoro rigidamente monotematico. La melodia affiora in sporadiche ma indimenticabili occasioni. La più riuscita è la traccia di chiusura Electrolite, dove il suono da carillon del piano di Mike Mills duetta col violino di Andy Carlson creando una sinfonia sobria e profonda, mentre Stipe proclama la sua ricetta di consapevolezza per il 2000: ”Stand on a cliff and look down there, don’t be scared, you are alive...”.

 

In Be Mine, la dichiarazione d’amore totalitaria di uno Stipe che dell’amata vuole rappresentare persino la religione, è sostenuta dal tono modesto di un’elettrica distorta, solo in alcuni refrain accompagnata da basso e batteria, e malgrado l’assolutismo del testo l’effetto è ostinatamente incantevole. E melodici sono, curiosamente, gli altri singoli estratti dall’album. E-bow the Letter è una tesa, sofferta testimonianza d’ amicizia a River Phoenix, impreziosita dal controcanto di Patti Smith. Il rimpianto si mischia all’incredulità, allo sgomento (“...Tastes like fear...”), sentimenti incastonati in armonie tutt’altro che semplici, seppur eteree e riflessive. Discorso che vale anche per How The West Was Won And Where It Got Us, dall’andatura sincopata, simil-hip hop sino alle gustose variazioni dissonanti del piano, che posta come brano d’apertura lascia già intendere che questa non sarebbe stata un’ opera mediocre.
Un’impressione che diventa presto certezza, ed a certificarla arriva a metà disco il brano migliore, ossia l’ incredibile Leave. Prendete una malinconica nenia in minore, distorcetela ed elettrificatela pesantemente, conditela di un feedback ossessionante e ripetitivo e svolgete il tutto per oltre sette minuti: ecco l’espressione più originale dell’intero catalogo dei nostri. Assurdo non includerlo nella lista dei singoli, e tendo a pensare che sia stata più un’idea della Warner che dei quattro.

 

L’ascolto di New adventures suscita, in genere, sensazione di forza e sostanza. Wake Up Bomb è esattamente come promette il titolo, una scarica di energia su un testo pomposamente auto celebrativo, che si dipana lungo i tre classici accordi da rock’n’roll.(Quella di Sweet Home Alabama, per capirci). Departure è pezzo ancora più acceso, con quel riff d’una nota sola, tanto elementare quanto coinvolgente e quella coralità strabordante.

 

E’ un lavoro arioso, che celebra le gioie degli spazi ampi, del viaggiare senza limitazioni, del non cristallizzarsi in un ambiente (o in una ritrita monotonia di vita). Indicativo (e chissà se voluto) in questo senso il contrasto il tono cupo di Leave (“partire”, nel dubbio) e quello festoso di Departure (“partenza”, nella decisione). Il primo chiude il lato A ed è come la fine di un sogno. Il secondo apre la nuova possibilità cogliendo l’ occasione del volo e dando il via a una nuova fase. Un’altra perla di questa pregiata collezione è la ballata folk di New Test Leper (che, malgrado il verso iniziale non ha nulla di “anticristiano”, come dichiarato dallo stesso Buck, è invece un mero dileggio di certi scimuniti TV show), il brano forse più tipicamente Rem. E, dato che la perfezione non è (quasi mai) di questo globo, si potrebbe anche storcere (leggermente) la bocca di fronte a produzioni secondarie come Undertow o Low desert, che infatti sono “scarti” di Monster, oppure Zither che è uno strumentale tanto piacevole quanto superfluo. Non bastano, è ovvio, a inficiare la qualità superiore di un disco come New Adventures, che chiude un’ epoca e lo fa nei migliore dei modi, con una qualità che lustri dopo la band non ha ancora eguagliato.

Martedì, 16 Luglio 2013 14:50

The Crossing // Paul Young

A dieci anni dal breakthrough planetario (No Parlez), che l’aveva affermato come interprete raffinato e suadente, Paul Young affronta il nuovo decennio con un’opera ambiziosa, per la quale raduna un parterre di sessionmen di tutto rispetto (Jeff Porcaro, Billy Preston, Paul Jackson Jr e Pino Palladino, solo per citarne alcuni, e Don Was alla consolle). A The Crossing arride effettivamente un certo successo, con due singoli indovinati che lo riportano in auge dopo qualche anno di penombra. Hope in a hopeless world è una torta al miele di buoni sentimenti (sulla tradizione di Love Of The Common People), ovvero disgrazie dell’umano esistere anestetizzate da snelle tastiere disco e ritmi allegrotti. Maggior fortuna per Now I Know What Made Otis Blue, a pieno merito visto che è il brano migliore e uno dei migliori in assoluto del suo repertorio, un intrigante esercizio soul pennellato per le impressionanti qualità vocali del nostro. E seppur non allo stesso livello, non mancano nel disco altri episodi convincenti. Il souldance di Down in Chinatown, permeato da trombe sommesse, o le atmosfere sofisticate di Half A Step Away, cintata da percussioni ovattate, ne costituiscono buon esempio.

 

Young alza ancora il tiro nella cupa The Heart Is A Lonely Hunter che s’avvale di un refrain ben costruito e non banale, (il che non è sempre automatico) e risulta il pezzo più incisivo firmato da lui stesso. E’ verso la fine del disco che la qualità tende a scemare. Lo speranzoso inno di Follow On (“Uomini soli con le dita sul futuro…") è banalotto e dolciastro, rivestito oltretutto da un arrangiamento pomposo che non fa che appesantire un insieme già poco digeribile. Discorso analogo per la blanda chiusura di It Will Be You, beato lamento guancia a guancia gia propinatoci in tutte le salse durante lunghi decenni di tradizione strappalacrime, con l’inevitabile, stereotipato solo di sax alla fine. In quest’ambito sono più azzeccati gli slow di Bring Me Home o Won’t Look Back, che sprigionano almeno un briciolo di vitalità, pur restando fedeli ai canoni stilistici del decennio precedente. E in fondo, il problema generale che affligge The Crossing è proprio questo: le atmosfere, le sonorità sono ancora sfacciatamente, fatalmente anni ottanta. E’ un album che manca di ricerca, di sperimentazione magari, affidandosi a canoni sicuri e ritriti, quelli sui quali il personaggio ha costruito il suo successo. Ma in quanto a rinnovamento e crescita, non c’è molto da dire.

 

In più è un lavoro eccessivamente incentrato sulla melodia (vedo già i sedicenni sospirare sui coretti di Love Has No Pride, il motivo più accattivante della raccolta). Paul deve aver scordato in qualche camerino la sua essenza rock, celebrata in passato da dischi come Other Voices, o vecchi successi come “I’m Gonna Tear Your Playhouse Down”. Un brano come Only game in town avrebbe certamente dato altra resa con un arrangiamento grintoso, magari distorto, piuttosto che ritrovarsi ingabbiato negli usuali, confortanti stereotipi di tocchetti di tastiera, note alte di sax e drumming elettronico.

 

Poco di nuovo, insomma, e il tutto porta in fin dei conti a considerare questa di The Crossing un’operazione trascurabile, utile certamente a riaccendere le luci della ribalta sul ragazzo di Manchester, ma non ad ampliarne la credibilità artistica quanto avrebbe meritato e forse ottenuto con un pizzico di coraggio in più.

Martedì, 16 Luglio 2013 14:47

Don't Believe The Truth // Oasis

Trovatisi di fronte ad una sostanziale disapprovazione per la loro ultima fatica, Heathen Chemistry, i ragazzi di Manchester impiegano tre anni per progettarne ed attuarne un seguito, e nella primavera del 2005 vede la luce il sesto album della band: Don't Believe The Truth. Preceduta e trainata da un singolo classicamente Oasis, la lenta, pesante Lyla, con quell'inizio che fa tanto Who, scelta come leading single dai discografici contro il parere dello stesso Noel, quest'opera contiene materiale in genere altrettanto buono e spesso migliore, che riacquisterà al gruppo il favore di pubblico e critica.

 

Malgrado lo strombazzato processo di democratizzazione in atto da qualche anno in seno all'inquieta compagine, è ancora una volta il lavoro del Gallagher anziano a profondere lustro e valore. Non a caso suoi sono i tre singoli estratti dall'album. Oltre a Lyla, ecco l'anatema di Mucky Fingers, potente ed elementare wall of sound di bass-guitar-n'drums- distilla elucubrazioni profonde ed insidiose (“Tu credi di meritare una spiegazione sul significato della vita...”). Diametralmente opposto il concetto espresso da The Importance Of Being Idle, dove, con voce lambente il falsetto, il nostro dichiara non esservi nulla di meglio nella vita di un letto accogliente sotto il cielo stellato. Beato fancazzismo, illustrato con un tango sognante ed insolito, invero di grande fascino. Part Of The Queue si risolve invece in una grintosa schitarrata in minore, con un cantato incisivo e iridiscente. Ma è l'ultimo brano Noel-made a meritare tutta l'attenzione. Let There Be Love, melodia di chiusura che si sprigiona dai solchi con andatura liturgica, per poi prendere forma autonoma nel bridge, interpretato dallo stesso autore, che culmina in un crescendo meditabondo e coinvolgente, furbescamente inserito nel bel mezzo di liriche che inneggiano ai buoni sentimenti, ossia quanto di più tipicamente Gallagher si possa immaginare.

 

Alcune, non tutte, tra le tracks restanti eguagliano il livello dei cinque pezzi di Noel. Citerei la opener, Turn Up The Sun, del bassista Andy Bell, che consta di un sofisticatoo stacco strumentale posto all'inzio e alla fine di un piacevole, corale pop-rock. Liam se ne esce con una manciatina di brani tra cui la più degna di nota è per distacco la scattante The Meaning Of Soul, stomp istantaneo che strizza l'occhio al garage. Quando il fratellino cerca di tracciare una propria strada artistica, ecco che raggiunge risultati anche lusinghieri, come nella melodica, riflessiva, apparentemente semplicistica Guess God Thinks I'm Abel, (che suona come una mano tesa per il Caino di famiglia).

 

Meno interessante risulta il suo materiale quando, al contrario, scimmiotta il chitarrista con robette fiacche, insipide come Love Like A Bomb. Gem Archer contribuisce la rockeggiante A Bell Will Ring, mentre Bell pennella anche Keep The Dream Alive, tutti brani piacevoli ma che se dimostravano qualcosa, era il fatto che i nuovi membri degli Oasis subivano, positivamente, l'influenza stilistica di Noel. Non che questo comprometta il livello generale dell'opera, la cui pubblicazione recuperò agli Oasis più di una simpatia, alienata dalle ultime vicende che ne avevano caratterizzato la storia, artistiche o meno. Ma nell'ambito della band s'era accesa una scintilla pericolosa, che avrebbe scatenato un incendio inestinguibile, quattro anni e un disco più tardi. Liam e gli altri forse pensavano, già all'epoca, di poter far a meno di Noel, della sua maggiore esperienza ed, evidentemente, delle sue maggiori abilità a livello di songwriting; fatto sta che Don't Believe The Truth segnava il miglior disco dei discoli di Manchester dai tempi di What's The Story, ormai dieci anni prima, e che, fino a prova contraria, le gerarchie avrebbero fatto bene a restare quelle che erano.

Martedì, 16 Luglio 2013 14:44

Revolver // Beatles

Eccola, inevitabile, imponente, impetuosa, dopo gli assestamenti e gli accenni di Robber Soul, la chiave di volta della produzione beatlesiana: risiede in questo disco dall'anonima copertina in bianco e nero, approdato nei negozi il 5 agosto del 1966. In trentacinque minuti di musica l'ampliamento e la ricerca stilistici portano a risultati tali da mettere d'accordo i critici più scettici e probabilmente mal disposti dagli echi della beatlemania, ancora al di là da sbiadire. Una crescita che si palesa sin dalle tracce più semplci, direi basilari dell'album: Taxman, She said she said, Dr. Robert e And your bird can sing sono vivaci, energiche espressioni rock, e quasi sempre dietro ad esse c'è l'anima vibrante di John Lennon, praticamente autore unico dei brani più movimentati di Revolver, pregni di immagini tanto colorate (per non dire allucinate..) quanto sgargiantemente vitali.

 

La vena lirica di Paul McCartney tocca in quest'occasione vette di nevi perenni, offrendo un contributo poetico che negli anni successivi avrebbe faticato persino solo ad approcciare. Le storie di strazianti solitudini di Eleanor Rigby e For no one sono letteratura eccelsa, accompagnate con la dovuta discrezione da impeccabili sezioni classiche. L'immagine della ragazza che raccoglie il riso in una chiesa vuota dopo un matrimonio, ed il delicato suono del corno che dissolve “lacrime senza amore piante per nessuno” certificano e suggellano un livello assoluto, e forse inimmaginabile solo un paio d'anni prima. Ennesimo punto di forza di Revolver è la definitiva consacrazione come autore di George Harrison, che sarà il primo a stupirsi d'aver ben tre sue composizioni sul disco. Oltre alla succitata Taxman, ritmato e sarcastico piagnisteo d'un ricco contribuente soggetto al vorace sistema di tassazione britannico, il ventitreenne baronetto propone I want to tell you, una sorta di blues veloce guidato dal piano, in uno stile che ispirerà anche la successiva Old brown shoe, nonché la karmica, fatalista Love you to, che sdoganerà definitivamente, dopo la breve comparsa su Norwegian wood, l'esotica presenza del sitar nel materiale dei fab four.

 

Il sentiero innovativo percorso da Revolver segna una nuova, significativa tappa nell'inno soul di Got to get you into my life, trionfo uptempo di fiati assortiti, cartuccia Motown sparata da un McCartney che aveva appena finito di rilassare l'ascoltatore con la regina delle love song, la melliflua, ruffiana ed intrigante Here there and everywhere. E ancora, altre brillanti tonalità di colore arricchiscono la tavolozza di Revolver: c'è la deliziosamente retrò Good day Sunshine, che non poteva essere che di Paul, così come solo John poteva scrivere una canzone come I'm only sleeping, affascinante laude all'ozio totale e senza condizioni, con quel sound cantilenante, surreale nel suo interrompersi a metà cammino per poi riprendere stancamente e lanciare all'ascoltatore perle di attualissima, rovinosa saggezza: “Running everywhere in such a speed - till they find there's no need...

 

Poi? Fine delle sperimentazioni? Insomma. Potremmo aggiungere che l'ultima traccia di Revolver rappresenta il codice d'accesso alla Nuova Epoca: Psichedelia, Flower Power, Estate dell'amore. Il messaggio, forte e chiaro, è racchiuso nei tre minuti di Tomorrow Never Knows, che ne distilla le peculiarità con un incedere ipnotico, tanto impersonale quanto avvolgente: “Spegni la mente, rilassati, lasciati trascinare dalla corrente...non è morire.. arrenditi al vuoto...gioca il gioco dell'esistenza fino alla fine del principio...”. Tra lampi di rullante in controtempo, effetti sonori, nastri al contrario e quant'altro, l'ex Beatle sorridente John Lennon conduce i suoi tre amici e noi con loro al di là di ogni vetusto residuo yeh yeh.

 

Cosa dite? Non ho citato Yellow submarine? E' vero, ma i quattro erano ormai adulti e potevano anche permettersi una canzone per bambini, (tanto a cantarla è il più bambino di tutti), il che evidentemente nulla toglie o aggiunge ad uno delle quattro/cinque opere fondamentali della storia del rock.

Martedì, 16 Luglio 2013 14:39

Verità nascoste // Le Orme

Verità nascoste è l’opera che più compiutamente fotografa l’essenza rock-prog delle Orme. L’innesto fondamentale è quello di uno strumento, la chitarra, che, a differenza del precedente album, Smogmagica, non stravolge l’anima melodica del complesso, ma ne affina e completa la natura. Dove l’anno prima, la ruggente presenza di Tolo Marton aveva impresso un’impronta hard-rock al sound delle Orme, in Verità nascoste il nuovo chitarrista, Germano Serafin, che entrerà più stabilmente nella line-up, duetta paritariamente con le imprescindibili tastiere di Pagliuca allargando gli orizzonti musicali della band veneziana. Naturalmente il risultato è assolutamente convincente, probabilmente il lavoro migliore della loro intera discografia.

 

Insieme al concerto, l’opener del disco, è un esempio esaustivo dell’ equilibrio raggiunto: situazioni armoniche differenti, concatenate in sequenza, in cui chitarra e tastiera s’alternano alla barra di comando in una vera dichiarazione d’intenti. In ottobre riporta parzialmente alla cupezza di certi toni di inizio decennio, penso ad esempio a La porta chiusa, con Tony leader incontrastato e solo brevi ma acute puntualizzazioni solistiche di Serafin. In un ambito così rigoglioso di suoni, c’è spazio per l’oasi quieta della title track. Verità nascoste, è puro frammento di poesia, sostenuta dalla sola acustica ed ingentilita nella seconda parte dal flauto traverso ed un quartetto d’ archi, mentre le parole suonano vagamente nostalgiche per la purezza d’ un passato che non tornerà. Brano da parificare alle più elevate espressioni madrigali d’oltre manica. Un avvolgente riff in minore riporta tensioni palpabili nella successiva Vedi Amsterdam, pezzo con cui torna a fare capolino la denuncia sociale cui l’ex trio di Marghera non ha mai del tutto rinunciato, allontanando del tutto l’opera dalle atmosfere bucolico-pastorali, classiche del genere.

 

E il singolo prescelto per il lancio non si discosta dal trend generale: Regina al troubador non presenta la minima concessione alla commercialità (E nemmeno all’orecchiabilità, motivo per il quale era probabilmente stato escluso dall’album il singolo precedente, Canzone d’amore, prima traccia della band caratterizzata dalla presenza di Serafin), un testo oscuro quanto basta su un altro soggetto “difficile” e il tono basso di Pagliuca nel bridge, che se non è una primizia poco ci manca.

 

Non manca il tocco di allegra follia di Radiofelicità, confessioni di un radio maniaco che chiude agli altri il suo esclusivo mondo di magico ascolto, gonfio di effetti dissonanti. (Con una frase rivelatrice: “Non devi sforzarti di cercare di capire / se passo i miei giorni ad ascoltare il mondo”, d’attualità sconcertante trentacinque anni dopo). Tastiera ponderosa per la pressante, eccitata, I salmoni, il proclama ideale a sdoganare sogni, utopie, un coraggio celato dietro le mortificazioni di una realtà opprimente. E gli eccellenti stacchi disarmonici di basso e batteria (In questo album Michi dei Rossi raggiunge forse le più alte vette del proprio virtuosismo) rappresentano forse gli sporadici momenti di mesto ritorno alla realtà stessa.

 

Il grande ritorno da protagonista di Germano Serafin è colto dalla canzone di chiusura dell’ opera, Il gradino più stretto del cielo; un riff struggente ad aprire ed un sostenuto assolo a chiudere. (Quello stesso riff è piaciuto molto anche a Phil Collins, a giudicare dall’ascolto di Misunderstanding, edita quattro anni più tardi, che ne presenta uno di spiccata, curiosa somiglianza).

 

Verità nascoste rappresenta il momento più elevato dell’ intera produzione delle Orme, in quanto è l’unica occasione in cui interagiscono due fattori fondamentali: equilibrio stilistico e materiale impeccabile. Proprio a livello di tracks la fatica seguente, Storia o leggenda appare leggermente più debole, mentre nel biennio ’ 79-’80 vedranno la luce due celebri opere in cui musica da camera e folk si amalgamano in contaminazioni disorientanti e seducenti. Dopo quel periodo, l’età significativa delle Orme, sfiniti da crisi artistiche, defezioni e litigi, sbiadisce, è proprio il caso di dirlo, progressivamente.

Giovedì, 27 Giugno 2013 12:09

George Michael, il miracolato

Le carriere artistiche, da sempre, sono influenzate da un numero corposo di variabili che integrano, quando non infettano, il talento del singolo: il fato, la personalità, le sliding doors..variabili che nel caso di George Michael, che ha superato martedì scorso la boa dei cinquant'anni, hanno indirizzo detta carriera su una china che lascia (finora) più di un rimpianto.

Venerdì, 24 Maggio 2013 12:10

Double Fantasy // John Lennon & Yoko Ono

 

 

 

 

Per la sua rentrèe nel music biz dopo quattro anni d’inattività, sulla quale si è parlato quasi sempre a sproposito, John sceglie una formula inattesa, cioè l’alternare il proprio materiale a quello della mogliettina orientale. E malgrado non sia semplice analizzare con obiettività un prodotto che vede la luce ventidue giorni prima dell’omicidio del suo autore, a parere di chi scrive si tratta d’ un disco brillante di luce propria, indipendentemente dai fatti dell’8 dicembre.

 

Le canzoni di Lennon sono intimiste ed emozionanti; l’ex-baronetto mostra, forse con un po’ di pudore, il suo lato sentimentale riuscendo, opportunamente, a non scivolare nella melassa. Si comincia con il singolo trainante, (Just like) starting over, un tuffo nelle atmosfere patinate delle dance hall anni ’50, che contiene la dichiarazione d’intenti espressa nel titolo, una bella pietra sopra, ripartire da capo, andarsene lontano. Cleanup time è invece un esercizio mid-tempo nel quale il concetto di rinascita si amplia affrontando il tema della rinuncia all’alcool e alle droghe, con rivelazioni sulla vita coniugale della coppia post-'75: “The queen is in the counting house/Counting out the money/The king is in the kitchen/Making bread and honey”.

Ad appesantire il clima idilliaco provvede il rock cupo di I’m losing you. Lennon affida a un sincopato lamento in minore, liricamente assai valevole, il timore di perdere Yoko, una volta riconquistatala con fatica a metà decennio. Sarà purtroppo lei a perdere lui. E’comunque l’unico momento tetro: il pezzo successivo, Beautiful boy è un’incantevole dedica a Sean, che vanta un middle eight d’alto spessore melodico e alcune frasi che è impossibile ascoltare senza un doloroso sentimento d’afflizione:“life is what happens to you/while you’re busy making other plans”.

 

Watching the wheels, il punto più notevole dell’intero lavoro è una sognante marcetta dominata dal pianoforte, con la quale John si rivolge al suo pubblico, razionalizzando con leggerezza di spirito la lunga assenza dalle scene. Musicalmente sarebbe stato il punto di partenza perfetto, per il suo futuro artistico. Livello mantenuto alto anche dalla successiva Woman, il brano di maggior successo di Double Fantasy, love song d’intensità maccartiana, colma d’elogi e onori diretti alla metà giapponese, che ha pochi uguali, nel genere, nell'intera produzione di Lennon. Sempre Yoko la destinataria inconfutabile dell'ultima sua traccia, un'allegra cantilena sostenuta dall'armonica a bocca, con invocazioni vagamente iettatorie, visto quanto sarebbe poi successo, ("Your spirit s' watching over me, Dear Yoko"...) e positività a mille.

 

Le espressioni della succitata Yoko sono pregne d'accenti new wave, il che la porta a cavalcare l'onda, se non addirittura a originarla (le opinioni divergono) di bands come B'52 o la Lovich. Tra di esse, la più accessibile è certamente il rock scattante, deciso di I'm moving on, che funziona quasi come da risposta ai fantasmi di I'm losing you, alla quale segue senza soluzione di continuità. 

Kiss kiss kiss, col coitus ininterruptus da sol levante che ne occupa l'intero minuto finale e Give me something, nevrotiche e frastagliate, suonano in effetti più moderne (il che non è quasi mai sinonimo di migliori) rispetto alle proposte del marito. La meglio Ono la troviamo peraltro in Beautiful boys, ove si veste da donna del mistero e cesella una melodia fosca e intrigante, con più d'una frase evidentemente autobiografica ("Don't be afraid to go to hell and back").

 

I'm your angel è un valzerotto piuttosto abusato che par preso di peso da un musical dimenticato; meglio lo ska rallentato di Everyman has a woman who loves him. Chiude l'album un brano il cui titolo è tutto un programma, la corale, quadrata, Hard times are over, che riporta alla mente il Bowie di Young Americans. In essa, l'autrice dichiara che i tempi duri erano finiti, almeno per un pò. Esattamente per 22 giorni.

 

Al netto d'ogni emozionalità, un'opera ragguardevole, questa dei coniugi Lennon; per John sarebbe stato un nuovo inizio, il destino ha voluto diversamente. Lo sfruttamento comincerà presto e durerà almeno un trentennio: da John Lennon collection del 1982 a (per ora) Double Fantasy Stripped (!) nel 2010.

 

 

 

 

Mercoledì, 08 Maggio 2013 15:09

Hot Space // Queen

Fino a pochi anni prima, sulla copertina dei loro dischi, i Queen imprimevano con orgoglio la scritta: ""And no synthesizers"". E se qualcosa era cambiato dalla pubblicazione di The Game, più di qualcosa stava evidentemente cambiando quando, una bella mattina dell'aprile 1982, i negozi si trovarono inondati dalla nuova fatica dei quattro.

 

Hot Space fu un colpo per i seguaci del gruppo ma anche per l'ascoltatore neutrale, in quando proprio sul sintetizzatore era largamente impostato. Il nuovo album propone, per tutto il primo lato e più sporadicamente nel secondo, venature funky e ritmi prettamente dance. Con premesse simili il rischio di un tuffo nella palta era straordinariamente alto, in quanto, se il cambiamento stilistico fosse rimasto fine a sé stesso, né critici né pubblico avrebbero avuto pietà  della band. Ma la prerogativa di Hot Space è proprio quella, per fortuna, di saper adattare l'elettronica al proprio sound più classico, creando una sorta di «hardn'rhytym» che porta a risultati (quasi sempre) efficaci.

 

Le espressioni più significative di questo new trendy abitano una di fianco all'altra e rispondono al nome di Dancer (di May) e Back Chat (di Deacon), ed il messaggio è trasparente: se proprio bisogna andare in discoteca, ci si va armati sino ai denti, con l'elettrica distorta a furoreggiare da inizio a fine. Il più attratto dal nuovo giocattolo stilistico pare essere, manco a dirlo, Freddie Mercury. Ma se Staying Power, modulata su toni bassi e smorzati, suona piacevole ed elegante, Body Language, che oltretutto i quattro ebbero la brutta idea di pubblicare come lead single, è roba davvero difficilmente digeribile, ricolma di gemiti e urletti ed adornata di un testo vuoto e insulso, quello si, ingrediente abituale delle dance halls di tutto il mondo. L' ingegnosa linea di basso che sostiene (è proprio il caso di dirlo) il brano non basta a risollevarne le sorti. E' anche vero che trattasi dell'unico, vero errore di Hot space, commesso probabilmente per il gusto dell' eccesso, che s'addiceva particolarmente al leader. Le canzoni di Roger Taylor sono accomunate da una ritmica incalzante e messaggi ottimisti: se Action This Day; con la chitarra all'unisono con il levare, è un deterrente alla staticità  di una soffocante esistenza metropolitana, Calling All Girls è l'allegro, sbarazzino richiamo a Play The Game» (of love, naturalmente) e diventa il primo pezzo del batterista a vincersi il lato A di un singolo.

 

Come accennato, il secondo lato dell'album rientra nei canoni più tradizionalmente Queen, e gli spasimi ""discorock"" assumono un profilo più dimesso. A dimostrazione, ecco la seconda prova di Brian May, forse il meno toccato dall'innovazione, che sprigiona la sua classica potenza heavy nella mordace Put Out The Fire. C'è tempo, a questo punto di Hot space, per un paio di momenti lirici davvero coinvolgenti: Life Is Real è la quintessenza del Mercury riflessivo, che omaggia John Lennon con una delle sue melodie più tenere ed emozionanti (e per non lasciare dubbi circa il destinatario della dedica, apre il pezzo con gli stessi tre tocchi di triangolo che iniziavano Starting over, l'ultima canzone incisa da John). Sbigottimento, angoscia, bisogno di certezze: tocca a Las palabras de amor, il Brian più intimo, riportare aspettative, speranza, con un brano acceso di coralità  fiduciose (E il ritornello in spagnolo, per ruffianare il mercato sudamericano). La succitata Calling All Girls e Cool cat, un'inusuale collaborazione Mercury-Deacon lento funky che dà  libero sfogo ai falsetti selvaggi del signor Bulsara, preparano il campo all'ultima traccia del lavoro, che merita tutta l'attenzione. Under Pressure, prima (ed ultima) collaborazione con David Bowie, è un'efficace pennellata glam-rock contro le nevrosi e le insanie della vita odierna, a discapito di rapporti sinceri e duraturi; messaggio in linea con il positive thinking dell'intero album che frutterà  ai quattro (cinque per una volta) il secondo singolo più venduto in assoluto dopo Another One Bites The Dust. E chiude in crescendo questo disco coraggioso ed innovativo, talvolta esagerato, bistrattato (non poteva essere altrimenti) all'epoca e rivalutato negli anni, che influenzerà  in misura variabile la restante produzione Queen del decennio in corso.

Mercoledì, 08 Maggio 2013 15:07

Cloud 9 // George Harrison

Il dato più significativo rapportabile a quest'undicesima prova da solista di Harrison, che vede la luce cinque anni dopo il leggero Gone Troppo, è che, come risulta chiaro fin dal titolo, George fa finalmente pace con sé stesso e il suo passato. E crea musica definitivamente scevra da solenni attestazioni filosofico-religiose, che farcivano, non sempre in modo del tutto opportuno, i solchi dei suoi dischi della prima metà  degli anni settanta, ma anche da livorosi riferimenti alla golden age di vent'anni prima.

 

Le intenzioni sono chiare sin dal blues d'apertura, la claptoniana Cloud 9, sodo e coprente omaggio a Lennon, di cui prende in prestito una delle espressioni preferite, che diverrà  uno dei caposaldi della tourneé giapponese di qualche stagione più avanti. L'amore, dunque, la gioia; ecco le muse ispiratrici di Cloud 9. Grazie anche all' aiuto di Jeff Lynne (Electric Light Orchestra), amico e coautore dei due brani, il nostro fornisce esempi davvero belli in This Is Love and When We Was Fab, specialmente nella seconda, un affettuoso tributo alla beatle-era che riesce a non cadere mai nel patetico. Tra i fumi di un primitivo sogno psichedelico, un pizzico di flower-power e l'inconfondibile tocco di Mr. Starkey alla batteria, il muro tra il signor Harrison e il cucciolo George viene definitivamente sbriciolato. La disperazione è un qualcosa d'intangibile, che non abita (più) qui. Ulteriore dimostrazione la presenza a fine album della vecchia hit di Rudi Clark, Got My Mind Set On You, un twist seducente che risale ai tempi di Amburgo, che completa il restauro d'immagine del ragazzo (e gli restituisce una hit mondiale sei anni dopo All Those Years Ago. N.1 in America e Canada e 2 in patria). Ma anche Fish On The Sand, Wreck Of The Hesperus e sopratutto il rock possente di That's What It Takes sono fresche e coinvolgenti.

 

Momenti di riflessione, in ogni caso, non ne mancano. Il lirismo di Just For Today è manifesto di una nuova, saggia semplicità . E Someplace Else, in versione riveduta e corretta (e migliorata) rispetto alla soundtrack di Shangai Surprise, si candida ad essere una delle espressioni melodiche più riuscite del suo intero catalogo solista. Palma del brano migliore alla straordinaria Devil's Radio, fremente rock da strada che si risolve in un attacco frontale al gossip e al male derivante da certe disinvolte insinuazioni, con più di un riferimento a un certo insistito eclissarsi di Harrison dalle luci dello star system («You wonder why I don't hang »˜round much, I wonder how you can't see..»), risalente ad esempio agli anni delle sue controversie giudiziarie della metà  del decennio precedente. Un pezzo che non avrebbe mal figurato in nessun' opera del George migliore (1968- 1971), sia coi tre soci che in autonomia.

 

L'eterea, soffice Breath Away From Heaven completa un quadro idilliaco, nel punto in cui inopinatamente è l'intera carriera solistica dell'ex beatle a chiudersi. Negli anni novanta per lui ci sarà  ampio spazio per collaborazioni di successo (L'avventura dei Traveling Wilburys e la riunione con Paul e Ringo per Anthology), ma a livello solistico non riuscirà  a portare a termine il lavoro per Brainwashed, i cui ritocchi saranno a cura dei suoi collaboratori e del figlio Dhani Anche alla luce di quest'ultimo lavoro, che uscirà  postumo nel novembre del 2002, Cloud 9 resta comunque il miglio disco di George dai tempi di All Things Must Pass. Con la sostanziale differenza che in quell'occasione il capolavoro scaturiva dall'amarezza, dalla disillusione, dal fatalismo. Qui siamo invece di fronte a toni rinfrancati, positivi, divertiti addirittura, e il materiale resta costantemente pressoché privo di sbavature. Una prova che svela una maturità  ormai metabolizzata, senza più risentimenti, giustamente premiata da critica e pubblico.

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