AMA music

SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Marzo 26, 2026
Home  //  Dischi  //  We Can't Dance // Genesis
Mercoledì, 10 Aprile 2013 07:02

We Can't Dance // Genesis

Scritto da 
Vota questo articolo
(2 Voti)
 We can't dance // Genesis We can't dance // Genesis

Ultima prova in studio dei Genesis con Collins a voce e batteria, "We can’t dance" invade i negozi sul finire del 1991 con il non difficile compito di far dimenticare il rozzo e svogliato "Invisible touch“. Compito assolto con lode, nel senso che far meglio non era difficile, però questo nuovo prodotto è un disco piuttosto piacevole, forse non indimenticabile, ma quanto meno dimostra che il trio sapeva ancora produrre le lunghe suite progressive che avevano costellato l’epoca d’oro, suite che, non poteva essere diversamente, rappresentano la parte migliore dell'opera.

 

Il riferimento va in particolar modo a “Fading lights”, guarda caso parto pressoché uniforme del solo Banks, che include anche una potente sezione strumentale, e a “Driving the last spike”, forse la miglior espressione della raccolta, con rimandi ai tempi epici di “One for the Vine”. La canzone esprime un'accorata celebrazione degli uomini che contribuirono alla costruzione delle ferrovie britanniche, a fine’800, molti dei quali lasciarono la vita allo scopo. Striato di venature funky-rock, è composto da numerose sezioni melodiche che si ripresentano ad intervalli diversificati, combinando alla perfezione presente e passato della band.

 

Molti dei testi, in genere firmati da Collins, sono di denuncia sociale. Il problema è che talvolta si dimostrano piuttosto superficiali (“Way of the world"), o vagamente ruffiani (“Tell me why”), il che non era infrequente nemmeno nelle sue uscite solistiche. Tanto per stare sul negativo, la parte meno interessante di "We can't dance" è rappresentate dalle nenie amoreggianti e del tutto superflue di cui i propri autori (Collins e Rutherford) avevano già lordato altri dischi, con armonie stucchevoli e risapute: “Hold on my heart”e “Never a time” In genere però questi difetti non gravano poi tanto sulla valutazione media di “We can’t dance”. Sono assai più rilevanti, infatti, i risvolti positivi. Primo tra essi, al dà del recupero della vena progressive, il fatto che, lasciata finalmente alle spalle la spanciata elettronica, questo è un album corredato di rock convincente. Numerosi gli episodi in tal senso. “No son of mine”, cronaca d’uno struggente rifiuto famigliare, ha un ritmo sferzante e un impatto violento, lontano dalle produzioni patinate dell’epoca di cui è figlio. Sprigiona un'atmosfera cupa, cosparsa di tensione, che investe anche “Dreaming while you sleep”, dal tema altrettanto scottante, stavolta si parla di investimenti stradali, mancato soccorso e successivo percorso di pentimento. In entrambe le occasioni, in gran spolvero sono le usuali scudisciate di tom e cassa a cura di Filippone nostro e i ruggiti dell'elettrica di Rutherford, a corollario di refrain trascinanti e scala classifiche, il che in genere non guasta.

 

Di natura differente, ma altrettanto valido, l'argomento che sostiene la traccia seconda, “Jesus He knows me”. Sotto i riflettori stavolta vanno le grossolane, gradasse millantazioni dei santoni da quattro soldi che infestano le strade del mondo, espresse e dileggiate tramite un gustoso skiffle, con un intermezzo reggae e una ripresa vigorosa del tema, mentre il televangelista le spara sempre più grosse e i creduloni abboccano a grappoli. Forte e intensa anche “Living forever”, con rimbombanti tastiere in primo piano e l’eterno quesito della vita infinita e via elucubrando. Tanto per insistere, impossibile non apprezzare il brano d’apertura, “I can’t dance”, che, al di là del video divertente, rappresenta uno bizzarro miscuglio heavy-pop arricchito da colorati effetti di moog. Giocato su di un riff reiterato e ipnotico, risulterà gradito dal pubblico e dalle charts, come molti, del resto, dei singoli tratti da questo long-playing.

 

Infine, da registrare un riuscito attimo di raccoglimento, altamente emozionale, che non corre tuttavia il pericolo di impiantarsi nella melassa e spostare verso il basso la valutazione di “We can’t dance”. Risponde al nome di "Since I lost you", mesto pensiero che il gruppo dedica a Conor, figlio di Eric Clapton tragicamente scomparso. Interpretazione coprente e sentita, poco (niente era impossibile...) spazio alla drammatizzazione: l'omaggio è servito, ed è un bell'omaggio. Così come questo album, canto del cigno dei Genesis nella loro classica formazione post-Gabriel e Hackett, è un ottimo congedo, che riscatta in parte i grigiori del decennio appena terminato.

 

Informazioni aggiuntive

Letto 5990 volte
Alfonso Gariboldi

Poesie, racconti, recensioni: la caleidoscopica  proposta di Alfonso Gariboldi per AMA music si traduce in una acuta retrospetiva che indaga vizi e virtù degli album che hanno fatto la storia della musica. Ogni sua recensione è arricchita da un collegamento storico, un aneddoto, una riflessione sagace che contribuisce a delineare lo stile irreprensibile e irriverente della rivista.

Per ulteriori informazioni circa l'attività letteraria di Alfonso rimandiamo al suo sito personale www.alfonsogariboldi.it

Sito web: www.alfonsogariboldi.it

AMA Radio: scegli la tua musica

Prossimi appuntamenti

« Marzo 2026 »
Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
            1
2 3 4 5 6 7 8
9 10 11 12 13 14 15
16 17 18 19 20 21 22
23 24 25 26 27 28 29
30 31          

 

Ultimi concerti

ERROR_SERVER_RESPONSE_520