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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Marzo 26, 2026
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Alfonso Gariboldi

Alfonso Gariboldi

Poesie, racconti, recensioni: la caleidoscopica  proposta di Alfonso Gariboldi per AMA music si traduce in una acuta retrospetiva che indaga vizi e virtù degli album che hanno fatto la storia della musica. Ogni sua recensione è arricchita da un collegamento storico, un aneddoto, una riflessione sagace che contribuisce a delineare lo stile irreprensibile e irriverente della rivista.

Per ulteriori informazioni circa l'attività letteraria di Alfonso rimandiamo al suo sito personale www.alfonsogariboldi.it

URL del sito web: http://www.alfonsogariboldi.it
Mercoledì, 30 Gennaio 2013 16:57

Our Favourite Shop // Style Council

Nella loro terza fatica, Our Favourite Shop, gli Style Council danno un senso compiuto alla vena jazz & soul che si era già  manifestata nell'ottimo, precedente Cafè Bleu. Tematiche già  esemplificate al meglio nella opener Homebreakers, atmosfere cool e fiati in abbondanza per immergersi in quella che è la ormai definita direzione musicale di Paul Weller e Mick Talbot.

Giovedì, 13 Dicembre 2012 17:53

Ravi Shankar: Zen e music biz

Il più celebre ed esterofilo dei musicisti indiani s’è spento martedì a quasi novantatrè primavere. Ai suoi allievi più celebri, nei cui gruppi d’appartenenza ha introdotto il suono gracido e ammaliante del sitar, è sopravvissuto di un quarantennio abbondante (Jones) e di undici anni (Harrison). Operazione non riuscita col compositore statunitense Philip Glass, con cui collaborò in alcune produzioni a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.

Ravi Shankar, l’ ambasciatore della cultura indiana nel mondo, nel cui curriculum spicca uno show alla Casa Bianca al cospetto dell’allora presidente Ford, assurge a fama internazionale dopo la metà degli anni sessanta, quando gli ascoltatori dell’album “Revolver”, un dischetto di poche pretese che sparì in fretta dalle classifiche e dall’immaginario collettivo, avvertirono un sound non proprio rispondente ai canoni, peraltro in fase di totale sconvolgimento, del quartetto di Liverpool. Il sitar esordì in “Love you to”, e avrebbe accompagnato altre composizioni di Harrison, tra cui “Within you without you” e la magnifica, pressoché dimenticata “The inner light”, ascoltabile all’epoca solo sul retro del quarantacinque giri “Lady Madonna”. Per gli Stones, la musica del sitar è udibile nel celeberrimo singolo “Paint it, black” e nell’album “Between the buttons”, sempre a cura di Brian Jones, assai più talentuoso di Richards o Jagger ma purtroppo anche assai più debole. Il momento di maggior notorietà del maestro è certamente il “Concert for Bangladesh”, 1971, nel quale Harrison, riconoscente e generoso, concede a lui e ai suoi strumentisti addirittura venti minuti di spazio per le proprie musiche, oltretutto all’inizio del concerto; gli spettatori dovevano essere muniti di spirito Zen, se è vero che tributarono loro le stesse ovazioni destinate poi ai vari Clapton e Dylan.

Nel corso del decennio, Shankar rimase, quasi sempre grazie a George, ancorato al music-biz. Fu un infarto, dovuto allo stress probabilmente, a consigliarli di limitare la sua presenza sotto i riflettori, intorno al 1975. Non smise comunque di produrre musica ed incidere dischi, quasi fino ai giorni nostri, visto che l’ultima opera, “Flowers of India”, risale al 2007 quando contava ormai ottantasette anni suonati. L’ultima partecipazione in pubblico di rilievo, l’happening al Royal Albert Hall per il George Harrison Tribute, avvenne nel 2002, nel primo anniversario del decesso dell’ex-Beatle. Il suo virtuosismo gli ha fruttato anche due Grammy.

Lascia una testimonianza artistica imponente e d’impatto assai significativo sulla cultura occidentale. Da una vita privata che definir vivace è un blando eufemismo, lascia anche due figlie musiciste, di cui la più celebre è la mai riconosciuta (malgrado il “parere” del DNA) Norah Jones, più altri eredi da altre relazioni…alla faccia dello zen!

Mercoledì, 07 Novembre 2012 15:09

Franco Battiato assessore alla cultura

Franco Battiato - Assessore cultura regione SiciliaQuando lo scorso martedì s’è sparsa la notizia che Franco Battiato avrebbe ricoperto il ruolo d’assessore alla cultura nella nuova giunta regionale siciliana, ammetto che anche il mio pensiero, come quello di altri, è volato alle ultime frasi di una sua canzone di oltre trent’ anni fa: Mandiamoli in pensione / i direttori artistici / gli addetti alla cultura (Up patriots to arms, 1980 - tra l’altro ripresa anche di recente, con risultati discutibili, dai Subsonica).

Battiato ha 67 anni, dunque si trova in età più o meno pensionabile, e ora è diventato effettivamente un addetto alla cultura...quando si dice l’ironia! Franco intrappolato nei suoi stessi anatemi, vittima di vistosa incoerenza, di (tardivi) cedimenti a lusinghe politiche? Già le voci di condanna, gli sghignazzamenti si sono levati nella giornata di ieri; io ci andrei piano. Durante la conferenza stampa che il cantautore e regista ha tenuto per annunciare la propria decisione, Battiato ha sottolineato che per questo suo nuovo ruolo non percepirà nessun tipo di stipendio perché «mi da' un senso di libertà e mi rende libero di poter da un momento a all'altro lasciare l'incarico», e che la sua non sarà un’attività politica, anzi «non voglio assolutamente avere a che fare con politici».

Proposito, quest’ultimo, che mi sembra di ben difficile realizzazione; purtuttavia, il cercare di far qualcosa per la cultura per il solo amore verso la stessa, mi pare azione quantomeno non criticabile. E’evidente che per un personaggio della visibilità e del portafoglio di Franco non sia una gran privazione il rinunciare alla paga, intanto almeno lui lo fa. Imparassero certi politici o politicanti di professione, a rinunciare a lauti stipendi e privilegi assortiti!

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TESTO
Up Patriots To Arms!

 

La fantasia dei popoli
che è giunta fino a noi
non viene dalle stelle

alla riscossa stupidi
che i fiumi sono in piena
potete stare a galla.

E non è colpa mia
se esistono carnefici
se esiste l'imbecillità
se le panchine sono piene
di gente che sta male.

Up patriots to arms,
Engagez-Vous
la musica contemporanea,
mi butta giù.

L'ayatollah Khomeini
per molti è santità
abbocchi sempre all'amo

le barricate in piazza
le fai per conto della borghesia
che crea falsi miti di progresso

Chi vi credete che noi siamo
per i capelli che portiamo
noi siamo delle lucciole
che stanno nelle tenebre.

Up ecc...

L'Impero della musica
è giunto fino a noi
carico di menzogne

mandiamoli in pensione
i direttori artistici
gli addetti alla cultura

e non è colpa mia
se esistono spettacoli
con fumi e raggi laser
se le pedane sono piene
di scemi che si muovono

Up ecc...

Domenica, 07 Ottobre 2012 14:19

Beatles, dieci lustri di Love me do

Non solo nostalgia

Beatles - 50 anni di love me doOsservando, ascoltando, leggendo, insomma seguendo la cascata di celebrazioni per il cinquantenario (5 ottobre) dell’uscita del primo singolo dei Beatles, Love me do / P.S. I love you, (chissà perché di questo secondo brano non ha parlato nessuno, eppure è parte integrante del singolo in questione), m’è parso di cogliere un filo comune, vale a dire l’effetto nostalgia abbinato a un “come eravamo” un po’ patetico ma forse inevitabile in questi casi.

Quello che è passato un po’ in cavalleria e avrebbe invece meritato maggior rilievo è un dato di fatto inoppugnabile, ossia che è da questa data che la proposta musicale europea (leggi = anglosassone), intraprende un rivoluzionario processo di maturazione tecnico-stilistica. Rifiutandosi di eleggere a proprio singolo d’esordio una cover di sicura presa (nella fattispecie, la pur valida How do you do it di Mitch Murray), i quattro non solo troncavano uno standard assodato per i gruppi e solisti dell’epoca, ma affermavano fin da subito personalità e sicurezza nei propri mezzi, malgrado le perplessità di George Martin, non esattamente un inserviente qualsiasi all’interno della EMI. E nonostante i testi da baci perugina (Suvvia, stiamo parlando di ventenni in amore – avranno modo di passare a tematiche più profonde), l’armonica bluseggiante di Lennon e le impegnative armonie vocali sul refrain, specialmente al colmo dello stesso, costituirono solo i primi esempi d’un talento innovativo che avrebbe visto il proprio apice nel biennio ‘66-’67.

P.S.I love you non era da meno. Raccogliendo le argute indicazioni di Wikipedia: “Ci sono due eccezioni notevoli (nella canzone) rispetto al modello contemporaneo. Durante il coro di apertura, l’accordo DO#7 viene inserito in modo incongruo tra il SOL e il RE, e proprio sul ritornello, ecco comparire un’inusitata variazione in SI Bemolle”. Naturalmente erano queste delle peculiarità di cui il pubblico dei quattro, 90% adoranti ragazzine, non aveva grosse probabilità di rendersi conto, un po’ più grave il fatto che non se ne accorgesse la critica musicale, occupata com’era a denigrare il fenomeno. Insomma il primo quarantacinque giri dei Beatles svelava alle orecchie più fini che ci sarebbe stato d’aspettarsi qualcosa di più che quattro bellocci con la chitarra (anzi, tre bellocci con la chitarra e un bruttino con la batteria), buoni giusto a lanciar battute sarcastiche dal palco (John), a svolgere un affidabile e frustrante gregariato (Ringo e George) o a gettar languidi sguardi da pesce lesso nelle interviste (Paul). Ogni nuova canzone, ogni successo da classifica avrebbe fatto registrare in quest’ambito dei passi in avanti, più o meno evidenti. D’ altronde i Beatles passavano ore in studio (da un certo momento in poi, poterono facilmente permetterselo), curiosi di sperimentare, testare, studiare, osare. Esempi? A bizzeffe. Tanto per citarne qualcuno, solo e unicamente dell’epoca yeh-yeh: l’apertura col ritornello di She loves you o il crescendo all’inizio di EIght days a week, a livello stilistico; su un piano più squisitamente tecnico, come non citare l’ accordo di apertura di A hard day’s night, il cui impatto sarà paragonato solo al terrificante MI maggiore che chiude A day in the life, piuttosto che il groove straordinario di All my loving, che i quattro si permisero perfino di non pubblicare come singolo. A partire dal 1966 e con la fine delle esibizioni dal vivo, l’attività in studio assorbirà la band in maniera totalizzante, ma questa è già un’altra storia.

Non c’è niente di male, sottinteso, a celebrare con un fil d’emozione questo mezzo secolo trascorso dal primo vagito su vinile dei Beatles, (che per buona sorte non sono poi sopravvissuti a sé stessi, come han fatto, goffamente, altri gruppi più o meno contemporanei), il fatto è che nell’immaginario collettivo l’immagine del gruppo viene raramente (eufemismo) innalzata a simbolo di perfezione tecnica, che è poi la sua dimensione propria, a vantaggio della scontata, ingannevole, lacunosa e via specificando, icona di mito sorridente.

Martedì, 17 Luglio 2012 13:48

Jon Lord, l'innnovativo

E’ scomparso in questi giorni uno dei più talentuosi tastieristi che la scena rock abbia visto in azione: parliamo di Jon Lord, settantun anni compiuti da qualche settimana, anima storica dei Deep Purple, per i quali impreziosì i suoni di virtuosismo in tutti i dischi editi tra il 1968 e il 1998.

Lord ha attraversato il pianeta- tastiera sperimentandone ogni possibile ambito, ed invariabilmente con risultati strabilianti. Formatosi da studi classici (frequentò il Royal College of Music a Londra), s’interessò dapprima agli ambienti jazz, per poi essere catturato, a metà degli anni sessanta, dal vortice del rock psichedelico, del quale era impregnata profondamente la prima proposta artistica del gruppo, sino ad approdare all’hard rock così come l’abbiamo maggiormente conosciuto e apprezzato.

Nel primo settennale di vita della band, Lord ne fu fondatore e leader artistico: nei primi dischi dei “Deep Purple”, e in modo particolare in “The book of Talyesin”, il musicista comincia a trasferire su vinile la sua massima ambizione: fondere rock E classico; il risultato è udibile in tracks come “Shield” o “Anthem”. L’amore per la sperimentazione portò Lord a raggiungere traguardi impensabili, per l’epoca: come l’ amplificare il proprio Hammond attraverso un Marshall da chitarra, agevolando così non poco il lavoro dell’unico chitarrista Blackmore che si sforzava per dare ai Purple il suono più duro possibile. Contrario, assolutamente, all’avvento del sintetizzatore, che adoperò col contagocce, arrivò a perfezionare questa sua tecnica particolare in album come “In rock”, 1970, a ragione ritenuto il vero capolavoro del gruppo, in tracce quali “Child in time” o “Speed king”. I Purple terminarono poi la prima parte della loro esistenza a metà decennio, con l’abbandono di Blackmore, susseguente a quelli di Gillan e Glover.

Negli anni successivi, Lord intraprese una carriera solistica inevitabilmente di più basso profilo rispetto a quella con la band, ma nel corso della quale si tolse, per sua stessa ammissione, le migliori soddisfazioni, come in “Sarabande” o nel sofferto, più orientato al classico “Pictured within”, della fine degli anni ’90. Per quell’epoca, i Deep Purple s’erano già riformati, ripartendo da “Perfect strangers” (1984), naturalmente con la presenza del tastierista, che vi rimase sino allo scioglimento definitivo, sancito da un’opera dal titolo profetico, “Abandon” del 1998. Da non dimenticare la sua presenza, in tono leggermente defilato, nei Whitesnake di David Coverdale. L’ultimo lavoro di Jon Lord è un prodotto blues-rock, datato 2007, sotto la sigla “Hoochie Coochie Men”. Poi la battaglia con il cancro, intrapresa nell’agosto del 2011 e persa meno di un anno più tardi.

Quale modo migliore di rendere omaggio al genio di Lord se non quello di (ri) scoprire la sua musica? Oltre alle citate opere da studio, imprescindibile è l’ascolto delle produzioni live più emozionanti, quali “Concerto for Group and Orchestra” del 1969, o “Made in Japan” , del 1972.

Mercoledì, 20 Giugno 2012 11:25

Macca turns seventy

Paul McCartneyChissà se Paul Mc Cartney, uno degli invitati eccellenti ai festeggiamenti per il 60esimo di regno della regina Elisabetta, ha pensato almeno per un momento all’anniversario che, meno di due settimane dopo, avrebbe visto lui protagonista. Perché lunedì 18 giugno, oltre a dover pagare (grazie Monti!) l’ennesima tassa iniqua cui il Bel Martoriato Paese è soggetto, il fan medio italiano avrà rivolto un certo un pensiero al Macca nostro che, come direbbero oltremanica, turns seventy.

Settant’anni da mito vissuti neanche troppo pericolosamente, a parte qualche trascurabile vicissitudine giudiziaria, come quella derivante dallo scherzetto che l’amico Lennon (più sua moglie che lui) gli giocò nel gennaio 1980, avvisando le autorità giapponesi che l’ex bassista dei Beatles stava entrando in suolo nipponico con dell’erba in valigia (per la cronaca, scherzo pesantino: una settimana di galera, e non esattamente in una suite).

A proposito di Beatles, sembra fatto apposta, ma tra pochi mesi (5 ottobre) saranno cinquant’anni dalla pubblicazione del primo 45 giri: Love me do/P.S. I love you. La brevità della carriera dei Beatles, come ogni altra cosa riguardante il complesso, è stata fatta oggetto di studi e pubblicazioni d’ogni genere, ed uno dei peggiori e più difficilmente estirpabili luoghi comuni sulla band è che la sua fine sia stata decisa da Paul. Non è così, e ve lo dice un lennoniano de féro.

Sul finire del 1968, John si sente già un ex, abbagliato com’era dalla figura di Yoko Ono, le cui colpe nello scioglimento del complesso sono assolutamente consistenti, la quale in un colpo solo aveva sostituito Cyhntia Powell e i Beatles, diventandone moglie, partner artistico, forse persino personificando la figura della madre che John aveva traumaticamente perso due volte, anche se qui si esce un po’ dal seminato. Era stato Paul ad assumere allora la direzione artistica del gruppo, spingendolo (in armonia con George Martin) ad affrontare il progetto Get Back, quelle famose session dal vivo senza sovra incisioni del gennaio ’69, per recuperare lo spirito dei tempi d’oro, cozzando però ben presto contro il disinteresse e l’anarchia generale. Nel corso dei mesi successivi, McCartney fece di tutto per tenere insieme il gruppo, anche tiranneggiando, certo, non era possibile lasciar naufragare così un'avventura irripetibile senza lottare. Ma i mulini a vento sono quello che sono. Quando, ai primi del 1970, ascoltò il vinile di Long and winding road e si rese conto dello scempio che Spector-il-pazzoide aveva fatto sulla sua musica, semplicemente capì che non era più cosa. Si prese poi lo sfizio di annunciare al mondo la fine della band, un atto forse subdolo ma figlio della frustrazione. Un altro luogo comune lungo come la fame è il fatto che le sue opere soliste siano delle schifezze. Certo, lo shock da scioglimento può portare a Wild Life, ma due anni dopo anche a Band on the Run. Gli album degli Wings, dileggiati all’uscita, hanno opportunatamente subito col tempo una revisione critica che ne ha riconosciuto il vero valore. E gli altri? Andatevi a riascoltare i dischi di McCartney degli ultimi cinque lustri, diciamo da Flowers in the dirt a Flaming Pie, da Driving Rain a Memory almost full, passando per Chaos and Creation in the Backyard, datato 2005, il capolavoro assoluto; commuovetevi per Friends to go o English Tea e liberatevi dal pregiudizio.

Settant’anni costantemente sotto i riflettori, più di Dylan, che li ha compiuti da un anno, o di Jagger, che li compirà l’anno prossimo. Anche per i quasi trent’anni di matrimonio con “The lovely” Linda Eastman, interrotti da un tumore e non da quelle separazioni milionarie tipiche delle unioni tra vip. Pratica solo rimandata al 2006, grazie alle nozze sbagliate con Heather Mills; ma Paul è, evidentemente uno che all’amore ci crede, così ci ha riprovato: il 9 ottobre (questa data mi ricorda qualcosa) 2011 ha sposato Nancy Stivell. E se ci crede lui, figuriamoci se non ci credono le mogli, che sposano una banca vivente.

Settant’anni, infine, in cui a parlare per lui è stata la musica. Se c’è qualcosa su cui non si potrà mai discutere, è l’abilità del musicista McCartney. E i suoi live restano degli happening in piena regola. Andatevi a rileggere la cronaca entusiasta del ns.collega Signorelli sul live di sette mesi fa a Milano. Happy birthday, allora, Sir Paul.

Mercoledì, 09 Maggio 2012 23:26

Billy Joel // Un ventennio di silenzio

«Non ho più niente da dire»

Billy Joes - Un ventennio di silenzioSe qualcuno rivolgesse a Billy Joel la seguente domanda: «Mr. Joel, abbiamo notato che lei non incide più un album di inediti da quasi un ventennio, potrebbe significarcene la ragione?», il pianista e cantante newyorchese si liscerebbe il pizzetto osservando di sbieco l’incauto intervistatore e replicherebbe asciutto: «Non ho più niente da dire».

L’ ultimo prodotto da studio del ragazzo di Piano Man, fresco dei suoi 63 anni compiuti proprio oggi, risale infatti al 1993, il serioso River of Dreams, trainato da brani di successo come la title track o All about soul. L’artista aveva dichiarato, dopo la pubblicazione, che sarebbe stata la sua ultima fatica, almeno in ambito pop-rock. Nessuno gli credette. Ed agli scettici non era facile dar torto.

La storia della musica rifulge di lacrimevoli, commosse dichiarazioni di addio, di “final farewell tour”, di basta non ce la faccio più, puntualmente sbugiardate dagli sviluppi successivi. E’ storia di pochi mesi fa la dichiarazione in tal senso di Ivano Fossati, che ora attende d’essere confermata dal tempo.

Occorre specificare che quello di Joel non è stato un ritiro completo, in ambito musicale. Negli ultimi vent'anni ha svolto un’estensiva attività concertistica, corredata da qualche album dal vivo, tra i quali spicca il celebre: 2000 Years – The millennium concert live, ed inevitabilmente disseminata dai pestiferi Best of che ammorbano di deja-vu i repertori delle star, ma in genere qui sono le case discografiche che raschiano senza troppi scrupoli il fondo del barile. Joel s’è permesso persino una sinora isolata digressione in campo classico, con la pubblicazione datata 2001 di Fantasies and delusions, oltretutto molto apprezzata dalla critica.

Questo è, viceversa, discorso di contenuti, di ricerca. Si parla di un professionista, reduce da lunghi anni di successo e riconoscimenti, il quale, alla soglia dei quarantacinque anni, un età ridicolmente giovane per la carriera musicale, comprende d’essere giunto alla fine di un certo percorso, e piuttosto di ripubblicare sempre lo stesso prodotto con titoli differenti, ha l’onestà intellettuale di dire basta agli inediti. I più replicheranno che per una star ricca ed affermata non è poi una tragedia rinunciare agli introiti dei dischi e “limitarsi” a portare in giro il proprio repertorio. Ma per una star ricca ed affermata, a meno che con gli anni non sia diventato un cinico mercenario, non dev’essere semplice ammettere, e soprattutto rendere pubblico, il fatto di non sentire più nulla che valga la pena esprimere a livello artistico, al di là della minestre riscaldate di stili, suoni, messaggi infinitamente uguali a se stessi coi quali riempire dischi nuovi soltanto nominalmente. Ci vuole coraggio e coerenza, la reputazione si salva anche (soprattutto) così.

Buon compleanno allora, Mr. Joel, e perdoni la domanda imprudente. La festeggeremo ascoltando un pò del suo pop rock migliore, dopotutto in vent'anni di catalogo "essenziale" c'è solo l'imbarazzo della scelta. Consiglio dello chef: An innocent man, anno 1983, magari partendo dal gioioso canto a cappella di The longest time. Un compleanno in fondo dev'essere una cosa allegra.

Mercoledì, 21 Marzo 2012 17:32

Spettacoli dal vivo: forma o sostanza?

Franco Battiato - ArcimboldiIl primo a lanciare l’allarme, più di trent’anni fa, era stato Franco Battiato, già vecchio saggio all’epoca: “E non è colpa mia/ se esistono spettacoli/ con fumi e raggi laser” (Up patriots to arms, 1980). Già da qualche anno in verità, era sorta l’usanza d’ incartare il “prodotto musica” in confezioni sgargianti, forse più attente alla forma che alla sostanza.

Palchi enormi, con scenografie futuriste, artisti e ballerini che svolazzano come al circo, gru come nei cantieri, tribune moventi, soffitti e pavimenti che s’innalzano ai cieli o sprofondano agli inferi, a seconda del tenore emotivo dello spettacolo in corso.. Naturalmente il fenomeno s’è espanso (è proprio il caso di dirlo) nel corso degli anni), non c’è rockstar che non si sia piegata, e non continui a farlo, alla logica dello show spaziale.

Malauguratamente, negli ultimi tempi s’è cominciato a pagare qualche conto doloroso. Le recenti vicende di Matteo Armellini, romano trentenne, e di Francesco Pinna, triestino ventenne, deceduti tra dicembre e marzo proprio durante le operazioni di montaggio dei palchi dei concerti di Jovanotti e la Pausini, hanno riproposto il problema della sicurezza. E al di là degli inevitabili tributi di solidarietà emessi dalle star coinvolte e dal loro entourage, forse qualcosa sta, finalmente, cominciando a cambiare a livello di mentalità. La buona notizia è che ci sono degli artisti che stanno progettando shows “moderati”.

I prossimi live di Ligabue e della Minogue, secondo i rumours degli addetti ai lavori, sostituiranno le parole d’ordine “eccesso” e "magnificenza” con “sobrietà e “sicurezza”; maggiori informazioni in tal senso dovrebbero essere a breve disponibili. Ma al di là dell'esempio pratico, è questa una mossa non solo opportuna, ma anche inappuntabile dal lato della resa tecnica. Perché in molti casi certi allestimenti scenici eccessivi, pacchiani, rumorosi, invece di risultare funzionali alle esibizioni, d’esserne l’attraente contorno, costituiscono semplice elemento di disturbo e distrazione. Senza contare che è anche ad esse che si deve il recente dilatarsi a dismisura dei prezzi degli spettacoli.

Non vorrei a questo punto far passare il messaggio che la buona musica debba per forza essere presentata all’insegna del minimalismo, alla penombra di tavolati spogli da cinque per quattro, tipo free-jazz da domenica sera, ma è anche vero, è ancora più vero, che non sono poche le mega produzioni che assegnano un’indebita certificazione di qualità a manifestazioni live spesso scadenti, come quelle di certe starlette d’oltre oceano o di alcuni prodotti (non tutti) degli spesso giustamente vituperati talent show.

Non c’è bisogno di giocare a star wars per proporre buoni spettacoli: basta essere in grado di produrre buona musica, anche se è un concetto indigeribile dal business odierno.

Mercoledì, 15 Febbraio 2012 22:08

Celentano // Festival di Sanremo 2012

Adriano, musica e (meno) parole

Adriano Celentano festival sanremo 2012Nella serata di martedì, durante la prima puntata del Festival di Sanremo 2012, lo stesso s’è trasformato, com'era prevedibile, nell’ A.C.Show, un siparietto d’un ora circa con più parole che musica, nel corso del quale il Maestro è stato accompagnato da comparse assortite, tra cui i conduttori del Festival, Morandi e Papaleo, Pupo, la Canalis.

Dopo un’ introduzione apocalittica e superflua, in particolare in questo momento, il monologo è partito, pronti via, con una stoccata violenta contro i preti, che non svelano il motivo per cui siamo nati e non parlano del paradiso, e certi giornali e riviste cattoliche (Famiglia cristianaAvvenire), ipocriti, che andrebbero chiusi.

La bomba l’ ha sparata più tardi, con un attacco frontale alla Consulta, che ha bocciato il referendum sulla legge elettorale. Verso la fine dello spettacolo, dal niente, ha dato del deficiente ad Aldo Grasso, stavolta senza significarne i crimini.

Senza entrare nel merito delle questioni sollevate, giova umilmente ricordare che i sacerdoti in Italia sono circa 30000 (in stabile calo, e qualcosa avrà certamente a che farci, questo continuo sparare nel mucchio contro la categoria sull’altare di una moderna e illuminata generalizzazione), e forse Adriano li conosce tutti e sa che tutti dimenticano di parlare del paradiso.

Basta poi sfogliare un numero qualsiasi dei giornali citati per rendersi conto come le accuse di politicizzazione loro rivolte siano quanto meno fantasiose, assai più pregnante è il messaggio di fede, tolleranza e altruismo che propagano.

La domanda è sempre la stessa: perché?

Risposta: per audience, si sa. Il molleggiato s’era premurato, opportunamente, di far sapere che l’enorme ingaggio sarebbe finito in beneficienza. Ma la stessa audience, forse di più l’avrebbe raccolta semplicemente cantando, il suo mestiere da cinquantacinque anni.

Nelle troppo brevi sezioni dedicate alla musica, Celentano ha riproposto un paio di brani dall’ultimo album, tra cui Facciamo finta che sia vero con la virtuale presenza di Battiato (e infatti il testo è allineato a Povera patria) e qualche old fashioned rock’n’roll.

Ma per un solo, grande momento, Adriano è riuscito a dare l’emozione che ci aspettavamo: è stato durante l'esecuzione di Prisencolinensinainciusol, una genialità di quarant’anni e che sembra sempre scritta l’anno prossimo. E’ stata anche l’unica occasione in cui il volto del Mito è sembrato più disteso, sorridente, quasi. Per il resto, l’espressione è sempre stata austera, grave, oserei dire sofferente, in alcuni punti.

Il succo del discorso, con Celentano, è sempre lo stesso: si sente in dovere di pontificare, criticare, diatribare su cause politico-sociali, insomma esprime opinioni come farebbe l’italiano medio in pantofole sul divano, e uno poi, può essere più o meno d’accordo.

Ma allora a cosa serve che le faccia proprio lui?
Come più o meno d’accordo si può essere circa l’utilità della gag, poco divertente in realtà, con Pupo, Morandi e Papaleo; si potrebbe dire che rientra nei suoi doveri di entertainer, ma qui ci si sarebbe aspettati qualcosa di meglio.

La verità è che ci aveva visto giusto Baccini, che non è uno stupido, vent’anni fa quando ha inciso Nomi e cognomi. Il primo brano del disco, intitolato appunto Adriano Celentano contiene un’esortazione assolutamente condivisibile: «Adriano, perché ti lamenti / è meglio che canti, che parlare alla Rai». Senza contare la felicità dei cantanti in gara, che si sono visti sottrarre la scena, chi ha parlato il giorno dopo di promossi e bocciati, di stonature e destrezze, d’arrangiamenti e vocalità?

Allora, grazie Adriano di aver lavorato per beneficienza, ma visto che la voce c’è ancora e si sente (Prisen… non era certamente in playback), perché non far tutti contenti con un bel concerto, devolvere e salutare?

Mercoledì, 25 Gennaio 2012 08:44

Paul McCartney e William Campbell

"Paul is dead" ... senza esagerare!

Il fascino delle leggende, delle trame che fioriscono da decenni intorno all'universo patinato della musica rock, risiede nel fatto che siano, appunto, soltanto invenzioni fantasiose, inverosimili, spudoratamente false, messe in giro ad arte, in molti casi, dai protagonisti stessi.
"Paul is dead" rientra perfettamente in questo canone.

Una credenza, secondo la quale il beatle bello sarebbe deceduto all'alba del 9 novembre 1966 in un incidente d'auto dopo essere praticamente fuggito da Abbey Road al termine di un furibondo litigio con gli altri, che riscuote da anni un seguito enorme a livello mondiale, e non poteva essere altrimenti, vista la dimensione dei protagonisti. Un mito che i Beatles stessi si sono divertiti ad alimentare, anche dopo lo scioglimento del gruppo, disseminando prove abilmente costruite sui propri dischi, sulle covers e quant'altro. Basti ricordare la celeberrima copertina dell'album Abbey Road, ove Mc Cartney cammina a piedi nudi sulle strisce pedonali mentre una Wolkswagen targata "28IF" (28 anni, se fosse ancora vivo..) faceva bella mostra di sè, oppure il biascicare di Lennon al termine di I'm so tired, da molti (tutti) interpretato come "Paul is dead, miss him, man"…Ce ne sono centinaia, d'indizi. L'ultimo l'ha creato Paul stesso, nel suo album del 2007, Memory almost full.

Suonando al contrario il pezzo Gratitude, pare che il Macca mormori: "I was Willie Campbell", ossia "Io ero Willie Campbell". E qui sta il punto. Paul sarebbe stato sostituito da un sosia, il poliziotto canadese William Campbell, assomigliante in misura notevole al Beatle, che a partire dal 1967 sarebbe entrato nel gruppo dopo alcuni interventi "migliorativi" di plastica facciale e qualche lezione di basso, senza, ovviamente che nè media nè popolo s'accorgessero d'alcunchè.

Più o meno da questo punto è partita la trasmissione di giovedì sera, su RAI 2, Almost true, condotta da Lucarelli. Il programma s'intitola "quasi vero", il che sottintende che presentatore, autori e staff sono consapevoli che si sta parlando di favole. Hanno delineato un ritratto davvero improbabile dei Beatles orfani di Paul, con i quali, sfortunatamente, William nostro non avrebbe legato per nulla. Mediocre musicista, poco affine agli altri a livello umano, insomma un corpo estraneo, sarebbe stato fin da subito messo in un angolo e riesumato solo per le foto ufficiali, per tenere in vita il gioco. Un bel giorno, Campbell avrebbe scoperto come utilizzare le apparecchiature di Abbey Road, e sarebbe riuscito a creare una serie infinita di suoni sperimentali, rumori, loops, effetti, in sostanza tutte quelle amenità che si possono ascoltare, ad esempio, al termine di Good Morning, Good Morning o nell'intera Revolution 9. Questo sarebbe stato d'ora in poi il suo apporto "tecnico". Gli altri facevano le canzoni, lui in sostanza, provvedeva a fornire l'immagine ufficiale di Paul e ai pastrocchi da studio.

M'è sinceramente parso una forzatura: il "Mito" ufficiale era che Campbell fosse, oltre che un sosia, anche un musicista di talento, capace di sfornare le canzoni di McCartney dal novembre'66 in poi, e non esattamente canzoncine (Hey Jude, Blackbird, Golden Slumbers, Helter Skelter... ). L'essere stato un gioppino da studio, rende la favola in effetti un pò indigesta. Anche perchè significherebbe che le suddette canzoni siano state scritte da altri e gentilmente concesse a William/Paul a livello ufficiale, nei dischi. Dopo tutto lui era la seconda mente dei Beatles, non poteva non fare più nulla.

Considerando gli ego dei ragazzi, John in particolare, la vedo dura. E come si spiega, poi, ad esempio, il concerto sul tetto della Apple (30 gennaio 1969), dove Paul/Willie canta e suona dal vivo? E perchè, continuando in storture, dire che fu la morte di Paul a decretare la fine dei concerti dal vivo dei quattro? L'ultimo spettacolo della band s'è tenuto al Candelstick Park, San Francisco, il 29 agosto 1966, settanta giorni prima dell'incidente di McCartney, e tutti sapevano (Brian Epstein era disperato in proposito), che non ci sarebbero state altre esibizioni.. Infine, come avrebbe fatto il povero Willie, mero giullare, manipolatore d'effetti speciali, a tracciare poi una carriera solistica di quarant'anni filati?!?

Insomma, bella la spettacolarizzazione della leggenda, divertente il colorare di toni ancora più foschi e fantasiosi un mito già intrigante di suo, ma un minimo di buonsenso, un occhio ai riscontri storici andava dato, non che si possa inventare tutto. Comunque il 7 febbraio prossimo uscirà il nuovo disco di Willie Campbell, pardon, Paul Mc Cartney… chissà se è lui.

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