Poesie, racconti, recensioni: la caleidoscopica proposta di Alfonso Gariboldi per AMA music si traduce in una acuta retrospetiva che indaga vizi e virtù degli album che hanno fatto la storia della musica. Ogni sua recensione è arricchita da un collegamento storico, un aneddoto, una riflessione sagace che contribuisce a delineare lo stile irreprensibile e irriverente della rivista.
Per ulteriori informazioni circa l'attività letteraria di Alfonso rimandiamo al suo sito personale www.alfonsogariboldi.it
Il disco di esordio degli Stone Roses, omonimo del 1989, è la sintesi di quanto non dovrebbe fare una band che s'affaccia alla ribalta mondiale: mortificare il proprio, innegabile, talento per scimmiottare modelli musicali risaputi senza spingersi più in là, alla ricerca dello spunto originale, del suono personale.
Il rinunciare almeno al tentativo di crearsi, insomma, una propria personalità artistica è il peccato originale del gruppo. L'inizio spetta alla poco interessante I Wanna Be Adored, monocorde ed insipida, che cede fortunatamente il passo a She Bangs The Drums, esercizio certamente "easy", ma quantomeno movimentato e piacevole, con un refrain ben congegnato. Le coralità sixties di Waterfall portano altra linfa alla raccolta, con una seconda parte diversificata e di buon effetto.
La gracchiante elettrica di John Squire domina facilmente i solchi di quest’opera prima ed introduce anche l'eterea Don't Stop, che afferma elementi di delicata psichedelia, col torto però di mantenere ritmiche ed armonie simili al brano precedente, frustrando le potenzialità di un ritornello ben architettato ed accattivante. (Anche perché, del brano precedente, non ne è altro che la versione originale, suonata al contrario… a che serve?!?)
La proposta più efficace di quest'album è l'ingegnosa Bye Bye Badman, che è un concentrato di pop-rock old- fashioned, con begli stacchetti in minore a dare visibilità al refrain.
Ma un conto è il ripescare tra le proprie emozioni e mettere insieme qualcosa che porti una propria impronta, altro è lo scopiazzare.
Perchè riprendere pari pari Scarborough Fair, qui insensatamente ribattezzata Elizabeth My Dear? Mistero.
La track successiva, Song For My Sugar Spun Sister, sciorina addirittura un giro base (per interderci do,la-,re-7,sol7),inserito a fagiolo in una ballatina pop senza la minima pretesa.
Made Of Stone ribadisce lo standard della band: brani con più di un tributo alle atmosfere fine'60, tra flower- power, psiche ed easy listening; qui almeno Squire pennella un assolo graffiante, ma il cantato e la sequenza degli accordi sono fin troppo prevedibili.
Lo stesso vale per Shoot You Down, della quale la più interessante peculiarità è il biascicare solista di Brown prima della ripresa del tema. This Is The One non sposta di un centimentro la lancetta del gradimento, che gravita stabilmente in acque basse: non basta un inciso orecchiabile e ribadito ad libitum ad arricchire un'opera povera di spunti originali.
E quando arriva il momento della closing I Am The Resurrection, al minuto quattro i ragazzi si sfogano finalmente in una jam session ispirata e di valore tecnico apprezzabile, ma è troppo poco e troppo tardi. Dove abbiamo già sentito questi suoni, questi toni, questi stili? Beatles? Who? Primi Pink Floyd? Fate voi.
Osando un pizzico d’originalità in più, il disco d’esordio degli Stone Roses sarebbe certo valso la pena d’un acquisto, pur non dovendosi gridare al miracolo. Le potenzialità della band s’intravvedevano, ma restavano sepolte sotto fior di stereotipi, prototipi, schemi, sequenze, già note da tempo immemore. Anche i messaggi che i nostri ci lasciano non rappresentano esattamente il trionfo dell’inventiva letteraria, e a dirla tutta l’aria di sacralità, di altezzosità che spira tra le righe di brani come I Wanna Be Adored o I Am The Resurrection diffonde un certo senso d’irritazione.
Dopo un seguito più blues-rock, Second Coming nel 1994, il gruppo è finito. Vista l’opera prima, non è stato comunque difficile farsene una ragione.
Ebbene sì, stiamo parlando dello stesso Slash, al secolo Saul Hudson, ex-chitarrista dei Guns n’Roses, ex-fondatore e leader degli Slash's Snakepit e ancora ex-chitarrista dei Velvet Revolver.
Lo stesso Slash che da anni, su per giù una quindicina, graffia con la sua Les Paul le membrane degli altoparlanti di mezzo mondo, con quel suo inconfondibile mix di rock e blues fatto di riff aggressivi e assoli ora folgoranti ora struggenti, il suo sound pieno, l’inseparabile cilindro e la classica posa plastica a gambe divaricate. Dove stanno dunque l’eclettismo, la creatività, in parole povere le novità?
La risposta sta in Slash, inteso come titolo del primo vero album solista pubblicato dall’omonimo chitarrista alla fine dello scorso marzo. Quattordici pezzi interessantissimi che vedono la collaborazione di un bassista e un batterista fissi oltre a ben sedici diversi artisti (17 con Koshi Inaba, presente nella bonus track per il solo mercato nipponico) che si alternano al fianco di Slash. Benché i brani in sé, salvo qualche piacevole eccezione, non brillino per originalità, la lista degli ospiti è talmente variegata che non si può non morire dalla curiosità di passare con nonchalance dall’ascoltare Ozzy Osbourne seguito da Fergie dei Black Eyed Peas oppure Adam Levine dei Maroon 5 seguito da Lemmy Kilmister dei Motorhead ma soprattutto di sentire come la chitarra e il sound di Slash si sposino con stili e personalità musicali distanti anni luce tra loro.
Mentre nell’opening track Ghost, nata dalla collaborazione con Ian Astbury (cantante dei Cult) e il vecchio socio Izzy Stradlin questa convivenza è abbastanza scontata, i due pezzi seguenti ci regalano già le prime sorprese: se in Crucify The Dead, scritta e cantata da Ozzy, a stupire sono le sonorità cupe e un assolo che è più un lamento, in Beautiful Dangerous ci sorprende proprio la scelta del partner, la graziosa (per essere dei gentleman!) cantante dei Black Eyed Peas. Risultato? Un pezzo in classico guns-style, dalla struttura semplice e immediata, che mette però in risalto una voce, una grinta e un’attitudine rock di Fergie finora sconosciute; si ha l’impressione che se Axl fosse stato donna avrebbe cantato così!
Altra collaborazione molto ben riuscita è quella con Myles Kennedy, il fenomenale cantante degli Alter Bridge. Tanto ben riuscita che Myles si è guadagnato il posto come frontman per tutte le date del tour mondiale al fianco di Slash ed è riuscito a piazzare due canzoni nel disco, Back From Cali e Starlight. La prima, ruvida e cadenzata, e la seconda disperata e trascinante, sono tra i brani più belli dell’intero cd, ben curati e scritti per far sì che la chitarra e la voce si potessero intrecciare in un’unica, potente melodia.
Di pari intensità e impatto è By The Sword, pezzo uscito come singolo per anticipare il lancio del disco e interpretato dalla voce flessibile di Andrew Stockdale degli australiani Wolfmother. Il percorso musicale intrapreso da Slash prosegue col rock che strizza l’occhio al pop della riflessiva Promise con Chris Cornell e di Gotten con Adam Levine, con gli arpeggi delicati di Saint Is A Sinner Too del semi sconosciuto Rocco DeLuca, con la classica ballad I Hold On interpretata dalla voce calda di Kid Rock, passando poi per le più consone schitarrate di Doctor Alibi e We’re All Gonna Die scritte e cantate rispettivamente insieme a due mostri sacri come Lemmy e Iggy Pop.
Completano il campionario due pezzi molto tirati: la strumentale Watch This, col fidato Duff McKagan al basso e un ispiratissimo Dave Grohl alla batteria, e le sonorità decisamente new metal di Nothing To Say del giovane cantante degli Avenged Sevenfold Matthew Shadows.
Insomma, questo Slash è un disco molto ricco, completo e dal sicuro successo commerciale visto la caratura degli ospiti scesi in campo. Come già accennato, l’originalità non è il massimo, in compenso il livello tecnico dei musicisti non si discute e l’alternanza di generi e stili contribuirà a tenere sempre alta l’attenzione dell’ascoltatore.
Giunto al traguardo dei quarantacinque anni il riccioluto chitarrista dà una buona prova di maturità e di eclettismo anche se alla fine, come al solito quando si parla di Slash, chi non lo ha mai stimato, per “colpa” della sua militanza nei Guns, resterà indifferente mentre chi lo ha amato in passato non più potrà fare a meno di questo album!
L'attesa non è stata lunga. Dopo qualche mese che apprendo la notizia della nascita di questo Super gruppo (e definizione non è stata mai tanto reale) ecco qui fra le mie mani il disco da parte mia più atteso del 2010: Black Country dei BCC.
Il gruppo in questione nasce da un'idea di Glenn Hughes (famosissimo bassista cantante già nei Deep Purple e Black Sabbath); a questo mitico personaggio aggiungete Joe Bonamassa (forse il maggior talento chitarristico blues in circolazione), alla batteria il figlio del batterista dei Led Zeppelin, Jason Bonham e alla tastiera Derek Sherinian (Dream Theater). Alla fine avrete un mix inarrivabile di talento bravura esperienza e sfrontatezza rare da trovare oggi in una sola band, senza dimenticare la produzione perfetta di Kevin Shirley (già produttore degli Iron Maiden). Il disco che ne nasce è “live”, presa quasi diretta, senza fronzoli, alla “Zeppelin” nel senso più vero del termine. Quasi nessun overdubbing, niente assoli di tastiera sopra un tappeto di altre mille incisioni: canzoni nate da jam sessions...e che jam sessions!!!
Si inizia con la title track che poi avrebbe dovuto anche essere il nome del gruppo (adattato poi con Communion) e cioè Black Country...e si parte subito con Hughes che la fa da padrone con un riff di basso da far tremare le casse...e poi via...un treno hard rock blues come non se ne sentivano da anni...cantato sporco e urlato... "I am the messenger...this is my prophecy"...niente di più azzeccato caro Glenn, un disco che è davvero una profezia, il rock non muore mai e nemmeno gli assoli fumiganti di Bonamassa...un talento cristallino davvero...fantasioso e mai banale...e suonando blues è dura non ripetersi mai...un crossover fra blues e rock come non se ne sentiva dai tempi del buon Jimmy Page...e scusate se è poco.
Si prosegue in bilico fra mainstream hard rock e blues con assoli di hammond e chitarra, una sessione ritmica che sarebbe da usare come insegnamento per le band di oggi e una voce da far impallidire ventenni che si credono bravi. Da segnalare il mid tempo hard rock di Down Again, il blues sporco e trascinante di Beggarman E poi la gemma, secondo chi vi scrive, del disco e cioè Song of Yesterday che inizia con un arpeggio delicato, la voce roca di Bonamassa che blueseggia, l'orchestra, cornamusa sfumata e poi il pathos esplode con un potente riff chitarra e basso. Una canzone che ti entra dentro, accompagnata dall'organo hammond di Sherinian.
C'è spazio per una vecchia canzone scritta anni fa da Hughes per il suo gruppo Trapeze Medusa, un tributo al padre di Bonham che amava suonarla assieme a Glenn, anni d'oro e mai dimenticati dagli amanti del vero hard rock, e fa capolino in No Time un inaspettato bridge orchestrale che non sfigura anzi accresce l'epicità della canzone, mai banali, trascinanti. Il lavoro prosegue alla grande fra cavalcate blues rock molto più psichedeliche e dilatate per finire alla maniera degli anni '70 in una canzone-jam di oltre 11 minuti Too Late For The Sun, splendido punto esclamativo di un disco che definire indispensabile è poco.
Finisco la recensione con la speranza che non sia un episodio a sé stante ma sia la nascita di una band che possa durare...soprattutto dal vivo...see ya!
La pubblicazione di Intensive care, nel 2005,era sostanzialmente servita a ribadire l'appartenenza di Mr. Williams allo status di popstar di fama mondiale,cui era assurto
ormai da alcuni anni. Ebbe anche però la peculiarità di confermare una sensazione già affiorata all'epoca di Escapology: il rischio che l'ormai trentunenne inglese stesse assorbendo i più deleteri crismi del musicista di successo: finto-trasgressivo e poi finto affrancato dallatrasgressione, finto-sofferente e finto-risorto, finto-in crisi e finto-
trionfante.
Cos'era andato perso negli anni? L'impronta personale di Williams, spontaneità, freschezza, un po’ di goliardia, a vantaggio di una formula “costruito-sicuro” i cui effetti artistici risultano, a detta di chi scrive, sensibilmente discutibili.
Manca l'essere realmente ribelle e scanzonato come i primi anni post- “Prendi Quello”.
Gli ultimi dischi, questo compreso, danno l'impressione di svendita, ossia di rinuncia di materiale davvero sentito, davvero genuinamente "Robbie", per privilegiare canzoncine pop-rock impeccabili quanto fredde, tanto orecchiabili quanto impersonali, che avrebbero potuto essere scritte, eseguite, cantate da chiunque altro.
Detto questo, si può poi analizzare il livello tecnico del disco e stabilirne che tutto è gelidamente bello, purtroppo anche troppo spesso deja-vu. L'opening Ghosts sembra il proseguimento di Come Undone, persino a livello di contenuto. Make Me Pure si basa su uno schema di ballata standard con una melodia discretamente "nuova", ma ha bisogno di ben quattro strofe prima di arrivare al dunque di un bridge che porti un'urgente variazione. Alcuni brani tuttavia, è giusto sottolinearlo, includono un qualche tentativo di sviluppo fuori dall'ordinario, come il middle eight della pimpante Spread Your Wings, che sfratta un
previdibilissimo refrain, rinviandolo a fine brano, stravolgendo il tran tran del pezzo. Oppure il primo singolo, Tripping, che vanta un indovinato arrangiamento reggae ed un ritornello meno banale di quanto minacciato dalla strofa. Molto ben riuscito anche Advertising space, cinica cronaca della fine di un mito, che riesce a mantenersi in un tono asciutto ed intimo senza affogare nella pomposità o nella sovrapproduzione.
Il momento migliore è rappresentato dalla struggente Please Don't Die, dove Williams riesce a contentere il suo voluttuoso talento e ad esprimersi in una preghiera accorata ma briosa, assorta ma serena, che cattura in pieno l'ascoltatore. Ma il resto dei brani non
riesce in realtà ad elevare l'opera oltre la soglia del compitino.
Your Gay Friend recupera l'energia primitiva di Life thru A Lens ma è penalizzata da incisi debolucci. Per Sin Sin Sin vale, musicalmente, il discorso di Ghosts, con un rivestimento elettropop che assicura il seguito nelle charts e in disco. Altri pezzi sono poveri d'attrattive, come le consecutive Random Act Of Kindness e The Trouble With Me, quest'ultima col curioso coretto "sudtirolese" a metà e fine corsa.
L'amicizia con Elton John deve aver salvato Robbie dall'accusa di plagio, a meno che sir Dwight non si sia accorto che il riff e il cantato di base di A place to crash siano pressochè
identici al suo vecchio cavallo di battaglia, Saturday Nisht's Alright For Fighting.
La meditativa King Of Bloke And Bird chiude il disco lasciando alcuni interrogativi senza risposta. Onestamente, non siamo ancora pronti per sentire Williams amareggiarsi con frasi come: "Then comes the evening that makes life worth living", come un vecchio disilluso, con il seguito di due minuti di tastiera soporiferamente uguale. Dopo dieci anni di carriera solistica, l'inventiva di Robbie e il suo clan segnala riserva. Serve linfa nuova negli arrangiamenti, nei temi, nei suoni.
Come reinventarsi? La bella sorpresa arriverà due anni dopo con Rudebox. Ascoltate quello, che è meglio.
I China Crisis rappresentano la tipica band per la quale l’essere nati e cresciuti negli eighties ha significato contemporaneamente la fortuna e la condanna. La fortuna perché con un paio di singoli ben azzeccati e l’aiuto della “heavy rotation” dei video channels, che conoscevano il boom mondiale proprio in quel momento, il loro nome è balzato velocemente alla ribalta internazionale. La condanna perché, proprio a causa di un’offerta enorme ma non necessariamente di qualità, il loro momento di successo non è durato quanto avrebbe meritato.
“What price paradise” cattura il momento di maggiore esposizione dei ragazzi: oltre la scorza degli arrangiamenti “d’epoca”, che investono ad esempio la saltellante “Safe as Houses” , la sostanza dell’album si rivela di tutto rispetto. Il cavallo di battaglia di “What price paradise” è rappresentato da “Arizona sky”, che ad una strofa riflessiva ed attendista connette un refrain suadente e adatto a scalare le ritrose charts d’oltre oceano con una melodia davvero piacevole.
Il tocco jazzato di "It's everything" è buon biglietto da visita per questo nuovo album e ne sciorina tutti gli elementi distintivi: raffinatezza e moderazione su tutti, qualità che ritroviamo nel soul elegante di "Worlds apart". Il brano pare scaturire direttamente da una session di "Our favorite shop", di cui il disco dei China è pressochè contemporaneo, con quel sofisticato duetto di fiati a chiudere le danze. Altra gemma preziosa è la delicatezza di "Hampton beach", dall'atmosfera eterea, minimalista ma tanto suggestiva, così ritmicamente variopinta nella sua totale assenza di strumenti a percussione. Anche la marcetta orientaleggiante di “Best kept secret” risulterà tra i numeri più apprezzati della raccolta, e con materiale di così buon livello si può anche chiudere un occhio di fronte all'easy listening di "The understudy", che procede a scatti sfociando in un ritornello arricchito da un coro che lambisce il gospel, ma senza impressionare più di tanto.
Il fresco semi-swing di "We do the same" porta nuova linfa all'opera, e le atmosfere del night club s'accendono. "A day's work for the dayo's done" ribadisce una linea stilistica similare, mentre "June bridge" è l'altra track del disco che maggiormente riecheggia il sound tipico del periodo in cui ha visto la luce, con quegli stacchi che caratterizzano strofa e middle- eight per poi sfociare in un inciso lineare e più orecchiabile. Alla appena più movimentata "Trading in gold" il compito di chiudere l’ album, con piccoli arzigogoli di chitarra che osa finalmente al di là dei soliti arpeggi.
Oltre al successo di “Ariziona Sky”, altri due singoli vennero estratti dall’album, ossia “June bridge” e “Best kept secret”, il che permise di mantenere le vendite dell’opera su un livello confortante. Rispetto al precedente lavoro “Flaunt the imperfection” (che conteneva l’altro grande hit del complesso, “Black man ray”), il cambio alla produzione (da Walter Becker al duo Cliver Langer – Alan Winstanley) non ha affatto pregiudicato la qualità del prodotto. Anche il bassman Johnson e il drummer Wilkinson contribuiscono alla stesura dei pezzi con le menti storiche Daly e Lundon. L’operazione “What price paradise” si dimostrerà un successo sotto ogni punto di vista. Ciò nonostante, la band smarrirà progressivamente i favori del pubblico, e dopo un altro paio di lavori chiuderà quietamente la propria carriera, almeno per quanto riguarda pubblicazioni inedite, intorno alla metà del decennio successivo.
Con Abbi dubbi, undicesimo album, Bennato sforna il prodotto più significativo della propria discografia da molti anni a questa parte, almeno da E’ arrivato un bastimento (1983) in poi.
Abbi dubbi ammalia per versatilità di stili e potenza di suoni: l’ energica Sogni, opener che racconta a ritmo di rock aspirazioni e aspettative di giovani di belle speranze, ne è subito un brillante esempio (Senza tralasciare stilettate ad un ambiente che tali aspettative più di tanto non poteva forse assecondare: "L’Italsider mai/forse me ne andrò a Milano”…). Proprio il genere più amato dal poliedrico architetto partenopeo si prende tutti i primi piani del disco e lo contraddistingue appieno. La più trascinante espressione è la potentissima title-track, che strazia l’ inerzia della bollente estate in cui vede la luce con un “Hard’n’ roll” da capogiro. Strofe, ritornello, bridge, cori, assoli di chitarra metal e sax, il tutto nella più classica e rassicurante sequenza di accordi (quella di rock’ n’ roll appunto) per ribadire il ruolo che s’è costruito in una carriera (all’epoca) quasi ventennale. Metal, dicevamo? E metal sia, nella furibonda Zen, che nulla a che fare tiene con la filosofia, ma si riferisce a un quartiere di Palermo, tricorde secco, semplice e rimbombante. Violenza da quarantenne d’assalto? Non solo. Di grande effetto, per contro, anche un paio di slow anni sessanta, che Edo recupera dalle dance hall dei suoi quindici anni. Strepitosa Stasera o mai, arrangiamenti e coralità nero pece e batticuori da fine anno scolastico, con il finale lasciato all’immaginazione dell’ascoltatore. Intrigante il blues sincopato di Vendo Bagnoli, che sciorina suadenti e sarcastiche considerazioni sullo stato urbano del suo quartiere natale. La vis polemica, fedele compagna delle opere del nostro, cresce e matura con lui: a metà disco il break è rappresentato dall’ oasi amorevole di Viva la mamma, twist ruffiano e perdonabile, vista la qualità del resto del disco. Bisogna pur campà, e a onor del vero le vendite dell’Edo negli anni ’80 non avevano rinverdito i fasti del decennio precedente. Ma restando nel campo dei buoni sentimenti, l’ ex ragazzo di Bagnoli se ne esce con un vero capolavoro: La luna.
Esasperatamente romantico senza mai sbordare nell’attaccaticcio, il brano guida l’ascoltatore attraverso una melodia davvero affascinante, con tanto di chitarrina classica in assolo (perché non un mandolino?) che a chiudere gli occhi ti vedi a passeggio sul lungomare di Ischia rischiarato appena dal nostro satellite preferito (che “colora i sogni di chi la guarda e s’ innamora” – meglio di così!). Ne segue il funky lento de La chitarra, ode nostalgica allo strumento su cui Bennato ha imperniato la sua intera carriera. L’album è completato da un paio di brani, per così dire minori, che ne riaffermano i temi a livello stilistico e di contenuti: Mergellina è 100% r’n’r , e stavolta si tratta di un sincero omaggio ad un’altra zona caratteristica del napoletano, paragonata qui ad altre celebri mete d’estati ricche e celebrate dal jet-set internazionale, come San Tropez, Portofino,
Acapulco, Ibiza. Il punto oscuro del disco è rappresentato da Ma quale ingenuità, dall’incedere stanco e il significato misterioso. Tirando le somme, la vitalità del disco risulta davvero confortante, al culmine di un decennio in cui pubblico e critica erano forse poco favorevolmente disposti nei confronti dell’artista. Lo spessore di Abbi dubbi ebbe il merito di introdurre al meglio la seconda parte della carriera di Bennato, che non si dipanerà sotto la luce abbagliante dello star system come la prima , ma non mancherà certo di offrire momenti dignitosi.
Terza opera edita (su canali alternativi, ovviamente, come devono fare tutti gli aspiranti artisti che non possono passare attraverso i sentieri privilegiati della grande distribuzione) dal giovane autore/esecutore STF, "5 brani per tre voci strumentali qualsivoglia" si segnala per le doti che avevamo già intuito dai lavori precedenti: eccentricità e disprezzo degli schemi.
Partiamo con "La forma classica", nel quale STF espone subito una propria peculiarità melodica, ossia la capacità di installare, su un giro base (parafrasando il titolo, un giro classico..) variazioni via via più discordanti che non minano, anzi arricchiscono l'idea principale che viene, come nelle migliori tradizioni, riproposta verso il finale. Ne "i cinque superstiti", il tema si fa più complesso ed arzigogolato, con coprenti sezioni di basso ad immettere toni di gravità, conviventi in maniera efficace con le sonorità squillanti che caratterizzano la traccia. Molto meno immediato del pezzo d'apertura, segue andature frastagliate ed incerte, tratteggiate da mani insicure, che s'affidano al destino. Superstiti nel mondo, forse? La risposta arriva nella track successiva: "Diminuire con passione". Comprende una serie di temi che si succedono fitti fino a metà esecuzione, dove troviamo un free groove che fa da spartiacque prima che gli stessi riappaiano nella seconda parte. Tutto va e tutto torna, dunque, e non è detto che sia poi un male.
Risonanze gotiche, reminiscenze di un progressive à la Goblin, si palesano all'ascolto de "Il valore dell'uguaglianza", colorazioni fosche e in continuo mutamento conducono ad una risoluzione fulminea, inattesa, a dimostrazione che STF ha ben in mente la lezione dei maestri del genere degli anni tra il '68 e il '76, portando avanti, con una propria impronta beninteso, la rivalutazione di uno stile architettonico che era già iniziata a metà degli anni ottanta con bands come i Marillion. Una proposta artistica che viene sviluppata e portata a compimento con il brano ultimo, "Moderatamente nostalgica", sprigionante musicalità forse ancora più grevi, ma brillanti e genuine nel loro repentino trasformarsi.
All'ascoltatore più attento non sfuggirà come il mood di "5 brani per tre voci strumentali qualsivoglia" si modifichi in maniera costante nel corso del disco, come se l'umore dell'esecutore si obnubilasse, per poi rischiararsi ed offuscarsi nuovamente, seguendo sentieri d'ispirazione mutante: è l'idea della scala, il concetto base dell'opera intera.
Possiamo anche fornirne una chiave di lettura a cura dell'autore stesso: "Come recita il proverbio “nella vita ci sono tante scale c’è chi scende e chi sale”; così anche in musica, uno dei cardini fondamentali è proprio l'immagine della scala. La scala è la dinamo che aziona il suono, un pensiero se vogliamo in contrasto con quello del grande Debussy. Questi brani, la loro sonorità, le dinamiche, gli strumenti utilizzati e perfino il tempo, cessano d'avere importanza. Quello che si vuole risaltare è l’idea di scala come portatrice di tutto il lavoro. E in questo caso ho utilizzato per la strumentazione tre strumenti a corda ma è soltanto una convenzione: possono essere eseguite infatti con qualsivoglia gruppo di strumenti. Anzi, invito gli ascoltatori a provarci e ad inviarmi le loro impressioni!!"
Chi voglia raccogliere la sfida è ben accetto. Nel frattempo, per ascoltare il disco di STF: stf.restrorm.com/albums
L’importanza di questo disco, più significativo del pur ottimo Illusion 1, risiede nel fatta che è l’unico album nell’intera discografia dei Roses a racchiudere in sé interamente tutte le qualità e gli eccessi, lo straordinario talento e la fastidiosa ridondanza e autoindulgenza della band losangelina.
Tra metà e fine 1970 il baronetto James Paul Mc Cartney, ex Beatle, non rappresentava di certo l’icona più amata del rock mondiale. Additato (a torto, almeno parziale) dall’opinione pubblica come responsabile dello scioglimento dei Fab, surclassato dagli sforzi solistici di Harrison e Lennon, che sarebbero stati tanto lodati quanto (specialmente il primo) venduti, Faccia d’angelo non stava probabilmente trascorrendo il suo momento migliore.
Il cantante e chitarrista Ray Wilson non è noto alle cronache (musicali…) solo per essere stato per una breve e trascurabile stagione il lead vocalist dei Genesis. Prima di ciò, aveva militato in un’altra band, gli Stiltskin. Sfortunatamente, per una stagione altrettanto breve e trascurabile. L’unico album pubblicato dalla band in formazione originale è questo The Mind’s Eye nell’autunno del ’94.
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