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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Domenica Gennaio 29, 2023
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Alfonso Gariboldi

Alfonso Gariboldi

Poesie, racconti, recensioni: la caleidoscopica  proposta di Alfonso Gariboldi per AMA music si traduce in una acuta retrospetiva che indaga vizi e virtù degli album che hanno fatto la storia della musica. Ogni sua recensione è arricchita da un collegamento storico, un aneddoto, una riflessione sagace che contribuisce a delineare lo stile irreprensibile e irriverente della rivista.

Per ulteriori informazioni circa l'attività letteraria di Alfonso rimandiamo al suo sito personale www.alfonsogariboldi.it

URL del sito web: http://www.alfonsogariboldi.it
Martedì, 29 Novembre 2011 17:07

Ricordo di George

Non è semplicissimo, per me, tracciare un ricordo di George Harrison dieci anni dopo la sua scomparsa, il 29 novembre 2001. Perché difficile è salvarsi dalle sabbie mobili della retorica, difficile se non impossibile parlarne, prescindendo dall’alone di misticismo, di sacralità oserei dire, che tutti (media, pubblico, addetti ai lavori, lui stesso, in parte) hanno contribuito a cucirgli addosso a partire da un dato momento della sua carriera, e che tuttora ne contraddistingue l’ icona.

Un paio d’aggettivi avevano contrassegnato i quattro sin dall’ inizio della loro avventura: John, l’intellettuale, il macho. Paul, il bello, Ringo, il nasone, il simpatico. George era sempre stato, negli schemi rigidi e illusori dell’ immaginario collettivo, il Beatle riflessivo, silenzioso, e qui chiunque conosca in maniera appena approfondita la storia del gruppo, qualcosa da ridire la troverebbe. Da lì a diventare pastore d’anime, il passo è stato breve, complice lo sbocciato amore (1967) per la filosofia orientale che gli ispirò i testi di alcune canzoni (“Within you without you” e “The inner light” su tutte) e il celebre viaggio in India del 1968 nel quale coinvolse la band intera, un’esperienza che, sfortunatamente per George, di trascendentale ebbe ben poco. Passione sincera, la sua? In quegli anni, certamente si. Conoscerà Ravi Shankar, con la cui collaborazione realizzerà il grandioso progetto degli aiuti al Bangladesh e tornerà spesso in India, sua magione spirituale. Vivrà gli anni conclusivi della Beatle-era e quelli appena seguenti in simbiosi con un Dio la cui essenza avverte fortemente (nei dischi "All things must pass" e Living in the material world" è una presenza quasi tangibile), ma che lo costringerà ad affrontare pesanti crisi di coscienza: non doveva essere facile per uno degli uomini più celebri e ricchi del pianeta, vivere e lavorare tenendo alta la bandiera di un puro, fervido ascetismo. La passione era autentica, ma forse non sempre compatibile con la sua realtà, il che deve avergli procurato non poche sofferenze. Costretto a fare i conti col contrasto tra un spirito ardentemente devoto e una realtà quotidiana di una carriera tutta da (ri)costruire, mentre l'onda lunga e rassicurante del nome Beatles andava affievolendosi, George attraversa un momento difficile, creando dischi ("Dark Horse" e "Extra texture") eccessivamente cupi, moralizzanti, infarciti di riferimenti alla “questione religiosa”, ai quali s'aggiungevano le beghe legali e personali, i problemi fisici, che infestarono ad esempio la tournèe americana del 1974. Pubblico e critica voltano le spalle. Quando Harrison si ferma, per quasi un anno tra la fine del '75 e il settembre del '76, la luce (per restare in tema) si riaccende. Trova la forza di liberarsi da ogni condizionamento, circoscrivendo la propria religiosità in un ambito più privato e personale. Quelli tra il 1976 e il 1981 sono gli anni più felici della sua carriera solista, con "Thirty three and a third", l'omonimo "George Harrison" (che avrebbe venduto milioni di copie, fosse stato pubblicato all’inizio piuttosto che alla fine della decade) e "Somewhere in England".

Dopo il mediocre "Gone Troppo" del 1982, George prese un lungo anno sabbatico dal music biz, ricomparendo, in realtà dopo un lustro, nel 1987 con "Cloud Nine",l'opera migliore della sua intera vicenda artistica. Altri interessi erano comparsi nella sua vita: la produzione di film, il progetto "Traveling Wilburys", le corse automobilistiche: a quarantacinque anni aveva ripreso pieno controllo sulla sua vita. Dopo l’estemporanea ed in fin dei conti insignificante riunione con Ringo e Paul per il progetto “Beatles Anthology” (1994), dozzinale operazione di mercato che riesuma inediti di Lennon riarrangiati dai tre superstiti, il nome George Harrison tornerà sulle copertine di un disco solo nel 2002, il postumo “Brainwashed“ , grazie all'opera di rifinitura e completamento del figlio Dhani e dell'amico di sempre, Jeff Lynne, che era stato con lui anche nei Traveling Wilburys. Anche oggi, a dieci anni dalla scomparsa, come allora, gli articoli celebrativi parlano del beatle mistico, della guida spirituale dei beatles…a me piace invece ricordare George per la sua musica, la quale (opinione personale), per colmo d’ironia è apparsa più bella proprio dal momento in cui, come abbiamo visto con fatica, il musicista è riuscito a liberarsi dalla pesante etichetta di santo con candele. Con l’eccezione di “All things must pass“, s’intende, ma quello era un momento storico ed emozionale irripetibile, nel quale la potenza creativa di Harrison, forse troppo a lungo frenata degli ego invadenti di John e Paul, esplode con veemenza. Lo ricorderò come una personalità gentile, divertente, ironica. Certamente da non santificare, ma che mi sarebbe piaciuto poter continuare ad ascoltare.

Giovedì, 24 Novembre 2011 15:48

Freddie Mercury vent'anni dopo

Freddie MercuryEra il 23 novembre 1991, allorchè Freddie Mercury annunciava al mondo la propria sieropositività. Un annuncio quanto mai tempestivo, visto che il giorno dopo il leader dei Queen soccombeva alla malattia. Per alcuni mesi da allora, diciamo fino al mega happening Mercury tribute del 20 aprile 1992, la gigantesca onda emozionale che ha pervaso l’ambiente ha confinato in secondo piano il discorso meramente artistico. Dissoltisi col tempo gli offuscamenti dell’emotività, chiunque dotato d’un minimo di raziocinio non poteva che affiancare, con vivo dispiacere, al nome “Queen” la dicitura: “game over”. Oltre a svariati milioni di fan e addetti ai lavori sparsi nel mondo, così ha fatto ad esempio il signor John Deacon, musicista, membro della band dal 1973, non prima d’un paio di ultimi atti, diremo così, di congedo. Il primo era stato l’adesione ad un’espressa volontà del caro estinto, ossia il rifinire, arrangiare e pubblicare sotto forma di disco (Made in heaven, anno 1995), il materiale registrato dal gruppo con Freddie, si dice sino agli ultimi giorni della sua vita. Il secondo s’è verificato due anni dopo, tramite una nuova, sporadica, incursione in sala, per la registrazione di Queen rocks, che vedeva l’inedito No one but you. Ultimata anche quest’esperienza, Mr. Deacon, a poco più di quarantacinque anni e dunque malgrado la prospettiva di diversi altri decenni di carriera musicale, saluta tutti e abbandona le scene. Una scelta forse estremista, magari discutibile, certamente dignitosa.

Diversa, come sappiamo, la scelta degli altri due membri del complesso. Dall’ abbandono definitivo del bassista, il nome “Queen” è stato trascinato e diluito in un numero imponente d’operazioni. Che comprendono tre album dal vivo, quattro compilations, sei box sets e un solo disco di inediti, ascritto a Queen + Paul Rodgers. Come abbiamo qualche giorno fa anticipato sul magazine, l’ultima novità in ordine di tempo, è il reperimento di un duetto, forse addirittura di una serie di duetti, tra Mercury e Michael Jackson. Piuttosto macabro, vero? Il fatto saliente resta comunque che, negli ultimi quattordici anni, il nome “Queen” sia stato tenuto in vita e la band venga tuttora considerata esistente malgrado un solo disco (il progetto con Rodgers, appunto) di inediti, che sfortunatamente non contiene granchè d’ interessante.

Io non nego, evidentemente, il diritto sacrosanto di Brian May e Rogeer Taylor di continuare a restare nel business, ci mancherebbe altro, anche da ultra sessantenni sono in eccellente compagnia, vedi McCartney, Jagger, Clapton oppure i nostri Conte, Battiato e via elencando. Ma perché restare ostinatamente agganciati al marchio, perché non crearsi un nome nuovo (l’hanno fatto persino gli Oasis, con tutto il rispetto) o semplicemente portare avanti, come si fa in genere quando una band si scioglie, delle carriere soliste? Quelle di Taylor e May sono ferme al 1998. Sono un ingenuo, è vero, però è un peccato che si debba sempre raschiare il barile del mito, più che altro è dura da mandar giù per chi, e sono un numero incalcolabile, ha amato i Queen veri, i quattro originali il cui segno distintivo era Freddie che dominava baldanzoso il palco davanti a una folla adorante. Il fatto che questa sia ancora, e resterà, l’immagine del gruppo nell’immaginario collettivo di milioni di persone basta a dimostrare l’assurdità dell’ accanimento terapeutico cui i suoi stessi (ex) membri lo sottopongono. A proposito di Freddie, dato che dopotutto è lui che stiamo celebrando nel ventennale della scomparsa, sarebbe bello sapere anche il suo parere.

Avrebbe approvato tutto ciò? Forse era esattamente questo che intendeva quando, giusto pochi giorni prima di andarsene, aveva lanciato al mondo il suo ultimo slogan, “lo spettacolo deve continuare”? Forse non pensava però, fino a questo punto…

Mercoledì, 16 Novembre 2011 16:43

Cherry Bomb live @ Locanda - Pogliano Milanese

Cherry Bomb

www.myspace.com/cherrybombsound

Luogo: Locanda, Pogliano Milanese (MI)
Data: 11 novembre 2011


Se li cercate sulla loro pagina facebook, l’ accoglienza è di quelle che non lasciano adito a dubbi. “Stanchi delle solite coverband? Sono arrivati i Cherry Bomb!”. Un motto coniato apposta, mi sono detto leggendo, per dei musicisti che sanno il fatto proprio. Così sono andato a vedermeli, venerdì 11/11/11 (basta commenti sulla data palindroma, pietà!!) al “Locanda” di Pogliano Milanese per rendermene conto da vicino. Ed ho assistito a un concerto raffinato e potente nello stesso tempo, grazie all‘equilibrio ottenuto dall’ incontro dell‘elegante vocalità della lead singer, Barbara, con l’energico apporto musicale del gruppo, che vede Claudia al basso, Diego alla chitarra, Simone alla batteria e Sergio alle tastiere. Nella loro nota di presentazione, i ragazzi avvisano: rivisitiamo il pop-rock al femminile in chiave attuale, e il loro concerto ne è un’eccellente dimostrazione. Si parte con tributi a Lady Gaga (Born this way, Edge of Glory e Poker Face) e la versione dei Cherry Bomb dà linfa vitale a brani (tranne forse Edge of Glory) in sé piuttosto poveri, impreziosendoli con arrangiamenti rock che fanno a pezzi le banalità da dancefloor degli originali. E la posta in gioco si alza presto. Dopo il primo dei due omaggi a Madonna, Material Girl, che tra i brani proposti è forse il più fedele all’originale, ecco la prima sorpresa. Ossia una versione gothic-metal di Enjoy the silence, davvero coinvolgente, forse sarebbe stato così che i Depeche Mode l’avrebbero incisa se avessero cominciato prima ad abbandonare un po’ i synth per le chitarre. Ma è un inciso estemporaneo.

Il viaggio nel gentil sesso in musica riprende subito con Kate Perry, le cui celeberrime Hot‘n‘cold e I kissed a girl vengono riproposte con la stessa veemente energia degli originali. E la melodia? Ci arriviamo, o meglio ci arrivano, subito dopo con First day of my life, la bellissima canzone di Melanie C, l’unica ragazza spice che abbia un briciolo (più d’un briciolo, in realtà) di talento e giustamente stia portando avanti una carriera artistica d‘un certo livello. A questo punto, a pubblico definitivamente conquistato, inizia la parte più gustosa dello show. L’ asticella della difficoltà per la vocalist s’alza d’un paio di spanne quando i Cherry affrontano materiale come My happy ending della Lavigne oppure Heavy cross degli “scandalosi” Gossip, durante la quale Barbara e Simone (drummer d’evidente estrazione hard’n’heavy malgrado maltratti una batteria elettronica) duellano ognuno con le proprie armi: acute contorsioni vocali e lancinanti stacchi di rullante & timpani. C’è spazio per un nuovo ossequio alla signora Ciccone, con una versione di Like a prayer e, nel momento più caldo della serata, ecco quel che non ti aspetti: il Queen-tribute. E non si tratta di materiale tra il più accessibile: con I want to break free, Don’t stop me now e Under pressure, ogni musicista ha il suo momento di gloria: prima Diego e la sua chitarra che sembrano Brian al Wembley, poi il pianoforte ispirato di Sergio e infine il basso di Claudia, che nell’esecuzione del mitico duetto Queen-Bowie fornisce anche una consistente prova da backing vocalist. Meritati, a questo punto gli applausi a scena aperta del pubblico, e la band torna a brevi incursioni dance con l’ ovattata Narcotic (Chi ricorda i Liquido? I tedesconi si sono appena sciolti, dopo dodici anni di carriera e cinque album) e nientemeno che The look, che oltre vent’anni fa diede il via alla stagione dei Roxette.

Poi una sorpresa: i cinque eseguono un brano delle Runaways, che dà il nome al gruppo.“Cherry Bomb è una bella prova corale, io ci ho visto echi del Bowie di Low, a qualcuno presso di me ha richiamato alla memoria le spregiudicatezze dei Sex Pistols. E’ utilizzato per la presentazione dei ragazzi, ognuno dei quali si prende la propria razione di consensi. Non ci resta che gustare l’accuratezza dell’esecuzione di Gold, omaggio agli spesso sottovalutati Spandau Ballet, ed assistere alla chiusura, con il vecchio cavallo di battaglia dei Blondie. Call me, affrontato con l’usuale vigore nonostante siano trascorse già due ore di concerto.

Chiusura poi, per modo di dire. Quarto d’ora di pausa, quattro chiacchiere e poi Claudia annuncia “qualche” bis. Saranno otto, alla fine, Queen compresi, altro che stanchezza. Una performance impegnativa e notevole, certamente ben riuscita per una band che tornerò a vedere più che volentieri…magari senza aspettare la prossima data palindroma!

Martedì, 25 Ottobre 2011 07:46

Paul Simon: Still crazy, anche a 70 anni

I settant'anni di Paul SimonE’ piuttosto singolare che i settant’anni di Paul Simon, che l’ artista americano ha compiuto giovedì 13 ottobre, passino così sotto silenzio. Le pagine dei rotocalchi, nell’ambito di casa nostra, sono gremite di falsi scoop, come l’addio di Ivano Fossati, che se reale addio sarà si potrà dire solo tra dieci anni almeno, e cretinate illeggibili su chi sia più grande tra Lady Gaga e Madonna, paragone idiota sotto ogni punto di vista, o polemiche sulla voce di Jovanotti o sulla povertà delle nuove proposte di Giorgia o la Pausini.

Giusto guardare il proprio orticello (per quanto piccolo esso sia…) però mi sarei aspettato di trovare una maggior eco per questo anniversario, soprattutto per celebrare uno dei pochi musicisti internazionali che ha veramente cambiato, nel corso di cinquant’anni di carriera, il corso della musica. La prima tappa è stata l’esperienza con Art Garfunkel, col quale ha costituito il duo più celebre del pianeta. Nei cinque dischi prodotti dal gruppo (quasi completamente firmati da Paul), che contenevano capolavori assoluti quali Sound of silence, Mrs. Robinson, The boxer o Bridge over troubled water, s’è coniugato il folk al rock in una miscela coinvolgente ed emozionante come solo il coetaneo e connazionale Robert Zimmerman è riuscito a fare.

Esperienza che è blandamente proseguita negli anni settanta, con ritorni di fiamma e stridenti (ri)separazioni, e che ha avuto il suo canto del cigno con il celeberrimo Reunion Tour, che sarebbe culminato nel monumentale Concert in Central Park (19 settembre 1981). Ma Simon aveva nel frattempo consolidato una valentissima carriera da solista. Il punto più alto della stessa, il momento che da il via alla seconda fase artistica del nostro, è datato 1986. Graceland, settimo album, rappresentava un esplosione di suoni modernissimi e trascinanti, registrato non a caso in Sudafrica con il massiccio apporto di musicisti locali. Trascinato dall’impeto di singoli come The boy in the bubble e You can call me Al, Graceland comprendeva una mistura di pop, rock, afro, cappella e altri stili ancora, e raccolse l’unanime consenso mondiale di critica e pubblico. Joe Strummer ne definì il sound “una nuova dimensione”. Rolling Stone piazzò il lavoro al 81esimo posto dei 500 dischi migliori di tutti i tempi, e l’anno successivo fu quest’opera a fruttare al cantautore il Best International Solo Artist award agli Awards britannici.

Era solo l’ apice di una carriera pressoché priva, a livello artistico, di punti deboli (a parte, forse, il mediocre Songs from the Capeman del 1997, l’album nato dal musical, che s’è rivelato l’unico, vero flop della sua discografia. Ma di fronte alla costante qualità del resto della produzione, si può anche chiudere un occhio.. ). Popolarità, onori e riconoscimenti sono proseguiti anche nel nuovo decennio: del 2007 è l’assegnazione del Gershwin Prize for Popular Song, istituito dalla Prestigiosa Library of Congress. Spalleggiato da un ventennio da una partner che è per lui moglie e dichiarata musa ispiratrice (la cantante Edie Brickell, che ebbe un momento di notorietà nel 1990 coi New Bohemians e il disco Shooting rubberbands at the stars, e che oggi ha creato un gruppo con il primo figlio di Paul, Harper),

Simon è tornato recentemente agli onori della cronaca, allorchè s’è esibito, lo scorso 11 settembre nell’ambito del decennale degli attacchi al World Trade Center, in una versione di Sound of silence ad alto tasso emozionale. Nel frattempo l’ultimo disco So beautiful or so what, pubblicato sei mesi or sono scala le classifiche dalle due parti dell’oceano. Il miracolo continua, anche a settant’anni. E Still crazy after all these years è un motto che vale tuttora, una pazzia dalla quale Paul, fortunatamente, non è ancora guarito.

Giovedì, 22 Settembre 2011 15:27

Ancora su Amy (e gli altri)

Amy WinehouseCon la scusa che nella settimana appena trascorsa avrebbe compiuto 28 anni, s’è tornati a (s)parlare di Amy Winehouse a nemmeno due mesi dalla prematura scomparsa.

Mi sono fatto un giro sui forum, e ne ho tratto lo stesso senso di fastidio di quel momento. La stragrande maggioranza dei commenti è stata ancora una volta sprezzante, al limite con il compiacimento. Si torna a parlare di “talento bruciato”, di “spreco imperdonabile”, da qualche parte ho persino letto che “questi giovinastri ricchi e viziati se la cercano una brutta fine e non meritano pietà!”. Inorridisco. Eppure, se si riesce a non farsi travolgere dall’onda emozionale del momento e a trattenersi dall’ergersi a giudice supremo di chi non si conosce che tramite rotocalco, la riflessione è elementare.

Una persona che ha il dono del genio, di qualsiasi campo si stia parlando, può, purtroppo, non essere altrettanto forte di carattere. Non essere salda mentalmente. Può soffrire per cose che a noi farebbero sorridere, pur non avendo magari il problema (ammetto: vantaggio non da poco) di tirar fine mese. Può, semplicemente, non farcela da sola. Ed allora, forse, non posso che parlare per intuizioni, diventa difficile resistere a tutte le pressioni. A chi da te, superstar, vuole sempre il sorriso sgargiante, il fisico da superman, una lucidità inappuntabile in ogni occasione, un gigantesco, perenne pelo sullo stomaco. E naturalmente non si può sbagliare un colpo, dato che lo showbiz è un ottovolante che ti spara alla stelle e ti precipita alle stalle in un nanosecondo, e chi resiste è deciso, cinico, spietato. Ma il genio s’accompagna, quasi sempre, ad un’eccessiva sensibilità, e spesso alla solitudine. E allora il cocktail può diventare micidiale.

Io penso che esaltare il mito del “club dei 27”, come hanno fatto i media, sia stata una solenne stronzata. In cosa consiste? Un gruppo di celebri personalità della musica accomunati dall’età che avevano al momento del trapasso, arricchito nel luglio scorso proprio dalla Winehouse. Kurt Cobain, Jimi Hendrix, James Joplin, Brian Jones e non so chi altro, forse andrebbero ricordati alle generazioni future come dei talenti tanto eccelsi quanto fragili, certamente come esempi da non seguire a livello umano, ma meritano quantomeno il rispetto accordato a chi, e innegabilmente è il loro caso, è rimasto schiacciato da responsabilità o dolori troppo grandi anche perché, forse, non avevano qualcuno al fianco al momento cruciale. O vogliamo credere che i cortigiani delle superstar siano l’ amico ideale sulla cui spalla piangere alla bisogna? Poi, è chiaro, l’ eroe che cade suscita esultanza nelle anime mediocri. E’ la rivincita della nostra invidia meschina. E tutti allora a (s)parlare, sbraitando insulsaggini e sparando sentenze sull’estro sciupato, su una “fine annunciata” e “meritata”, il che è facile ed a effetto da esprimere, ma anche orribile, disumano.

Così la tragedia lascia spazio al gossip, ai soliti, desolanti “lo sapevo io”, pronunciati in genere da chi non sa nulla, e non può sapere nulla, della vita privata di chi è costantemente sotto l’occhio lungo dei riflettori. Personalmente, mi metto tra questi, perché seppur scrivendo queste righe non sono ancora capace di cambiare questo demagogico, perdente atteggiamento mentale, nel quale tendo ancora, me ne vergogno, a ricadere. Comincerò a mutarlo quando, ripensando a Amy, Kurt e gli altri, tutto quello che saprò provare è il sincero anche se modesto dispiacere per un giovane che muore.

di Alfonso Gariboldi

Il padre di tutti i concerti di beneficenza ha compiuto quarant'anni.

Era il primo agosto 1971, quando al Madison Square Garden di New York, di fronte a 40.000 persone, un emozionato George Harrison dava il via al Concert for Bangladesh. Fu un kolossal di rilevanza mondiale. Il frenetico mondo del rock, ancora sottosopra dopo una serie di eventi luttuosi che avevano caratterizzato gli anni a cavallo tra i '60 e i '70 (le tragiche fini di Brian Jones, Janis Joplin, Jimi Hendrix e quella, solo un mese prima, di Jim Morrison) veniva ricompattato da un alone di positività e vedeva il nuovo decennio caricarsi di grandi aspettative.

George Harrison s'era sacrificato in un immane lavoro di organizzazione, contatti, mediazioni e diplomazia nel corso della prima metà dell'anno e, forte anche della riacquisita considerazione presso gli addetti ai lavori (il suo esordio "reale" da solista, il triplo All things must pass, aveva riscosso l'unanime plauso di pubblico e critica), riuscì a mettere insieme alcuni tra i più carismatici nomi della scena dell'epoca. In primo luogo, Dylan e Clapton, per i quali in quel momento storico la vetrina del Madison era manna dal cielo. Il menestrello di Duluth proveniva da due dischi, Self portrait (disastroso) e New morning (passabile) che rischiavano di minarne l'alone di infallibilità che s'era costruito negli anni precedenti. Clapton navigava a vista tra supergruppi troppo fragili ed il su e giù d'un pericoloso flirt con l'eroina. Il concerto per il Bangladesh rilanciò prepotentemente le quotazioni di entrambi: la lamentevole chitarra solista di Eric sprigionò (specialmente in While my guitar gently weeps) tutto il suo fascino struggente; Zimmermann ritagliò per sé stesso un concerto nel concerto infilando cinque grandi successi di fila (da A hard rain's a-gonna fall a Just like a woman) nel delirio della folla.

Ma sarebbe riduttivo non citare gli altri musicisti di livello che calcarono in quell'occasione il palco del Madison, da Leon Russel a Billy Preston, che suonava con George (e altri tre amici) nelle sessions di Let it be, Ringo Starr, che presentava la sua hit dell'epoca, It don't come easy, brano che inopinatamente raggiunse le prime posizioni ai due lati dell'oceano, e naturalmente il musicista indiano Ravi Shankar. Alter-ego di Harrison nel progetto, Shankar si riservò l'intera prima parte dello show, inondando la sala con una prolungata jam session di musica sacra indiana. Ma la sua presenza era estremamente funzionale al progetto. Fu lui, che l'aveva introdotto alla conoscenza del sitar, a illuminare Harrison circa le proibitive condizioni di vita cui versavano le popolazioni di quella zona dell'Asia, riportò cifre e statistiche drammatiche, inducendo l’ex-Beatle a lanciarsi nella grande avventura di questo happening. Che, alla fine, fruttò un totale di 243,418.51 dollari, prontamente versati all'Unicef. (Gli incassi delle vendite del disco e del DVD relativi sono tuttora devolute al George Harrison Fund for Unicef).

Il più acclamato fu, ovviamente, lo stesso George, che prestò si dimostrò perfettamente a suo agio nei panni di padrone di casa e chiuse poi lo spettacolo con Bangladesh e l'acclamata Something, l'unico suo brano ad essere comparso su un lato A dei 45 giri dei Beatles.

Non mancarono defezioni eccellenti. McCartney rispose nì poi declinò l'invito. Il ponte tra Lennon e Harrison si sgretolò di fronte al netto diniego di quest'ultimo di lasciar salire Ono sul palco, come John avrebbe voluto. Per una volta Lennon e McCartney si dimostrarono meno infallibili del solito. A corollario dell'enorme successo dello show, Harrison e soci dovettero inghiottire qualche boccone amaro, come il fatto che, per circa un decennio, il capitale destinato alla beneficenza rimase invischiato nelle sabbie mobili di una cieca burocrazia. Ma il Concert for Bangladesh ebbe il merito di aprire la grande era degli spettacoli del genere, tra cui il Live Aid di geldofiana memoria e il più recente Live Eight, solo per citarne un paio.

It's only rock'n'roll, direbbe l'assente Jagger, però in questo caso era stato utile.

Lunedì, 18 Luglio 2011 08:47

Lucio Battisti e suo fratello

Lo special su Rai 2 dedicato giovedì a Lucio Battisti (Emozioni, prima puntata; seguirà giovedì prossimo una nuova puntata su Vecchioni e Gaber) per metà è stato davvero ben fatto. Dapprima analizza puntigliosamente i momenti salienti dell’esistenza dell'artista di Poggio Bustone, fin dalla tenera età: la folle passione per la chitarra, la sfida vinta contro il padre che lo voleva impiegato, l’irrefrenabile corsa al successo, gli anni mogoliani sino alla rottura. Senza mancare, opportunamente, di sottolineare le innovazioni tecniche apportate dal cantautore aretino (del quale troppo spesso si sottovaluta l’abilità chitarristica), il particolare timbro di voce, grezzo e scorbutico da risultare a molti persino fastidioso, la presunzione che deriva dalla consapevolezza del genio. Le testimonianze e gli aneddoti di chi l’ha conosciuto di persona o ha collaborato con lui hanno fatto da corollario.

Mi sarei aspettato altre due cose, che m’avrebbero permesso di considerare eccellente il documento.
La prima. Quando, ancora nei primi anni ’70, comprese che il successo nazionale poteva costargli carissimo in termini di crescita e sviluppo artistico, Lucio s’era organizzato da par suo. Emettendo cioè dischi pervasi da brillante sperimentazione, con efficaci digressioni nel rock progressivo, (Amore non amore, 1971) magari spruzzato di ritmi ossessivi e sonorità afro (l’irraggiungibile Anima Latina, 1974) oppure anticipando d’un anno l’esplosione della disco music, (La batteria, il contrabbasso, eccetera, 1976). Questi dischi, che contengono alcuna tra la miglior musica italiana del decennio, non presentano nemmeno una canzone entrata nella memoria collettiva (ad eccezione forse della sola Ancora tu). Questa sua coerenza nel progredire libero da pressioni per sfornare un nuovo hit all’anno, non è stata sottolineata, ed è un peccato.
La seconda. Il programma non ha mancato di evidenziare come, dopo la separazione da Mogol (1980 - su cui si sparla da un trentennio), Battisti abbia dato vita a progetti artisticamente lontani anni luce da un qualsiasi tipo di commercialità, spalleggiato (al di là dell’isolato episodio di E già) dal poeta Pasquale Panella. Peccato che poi la narrazione si fermi qui, passando direttamente alla fase della malattia e della morte. Era invece una buona opportunità per cercare di comprendere il messaggio avveniristico della nuova fase battistiana, dare almeno una propria interpretazione dei testi, che è troppo semplicistico definire “criptici”, o delle musiche, sminuite dalla qualifica di “scarne” o “elettroniche”. Invece si è scelto di liquidare il tutto in pochi secondi. Non so se per mancanza di tempo, o per pregiudizi. Chiunque si ponga all’ascolto di Don Giovanni, L’apparenza, La sposa occidentale, Cosa succederà alla ragazza e Hegel privo di preclusioni, e pensando solo che quello è sempre Battisti, maturato ad una nuova era stilistica, approccerebbe un mondo tanto ostico quanto affascinante. Io ho iniziato un lavoro del genere in un post di qualche settimana fa (Panellizazioni), ma tornerò sull’argomento. Certo mi ha fatto piacere il mea culpa di critici affermati come Luzzatto Fegiz, che ha ammesso di aver rivalutato solo in un secondo tempo le opere post-Mogol. Invece e purtroppo, nell’immaginario collettivo, il Battisti musicista anni’80 e ’90 è ancora il fratello un po’ fuori di testa di quello “vero”, ”mitico” del ventennio precedente.


LIVE QUEEN

www.livequeen.it

Luogo: Inveruno (MI)
Data: 2 luglio 2011
Evento: Festa dei Vigili del fuoco
Voto: 7,5

Sabato sera, 2 luglio, i Live Queen, la tribute band milanese costituitasi un paio di anni or sono, ha incendiato, è proprio il caso di dirlo, la notte inverunese che vedeva protagonisti i Vigili del Fuoco, dei quali si celebrava la festa, presso il Campo Sportivo comunale. Il quintetto, che per l’occasione vedeva alla chitarra Cristian Comizzoli della Merqury Band, al posto del titolare vacanziero Enrico Baroni, ha fatto da sontuoso apripista ai fuochi artificiali che tra le undici e mezzo e mezzanotte hanno chiuso la serata, proponendo uno spettacolo trascinante e cercando d‘esaltare, con gli inevitabili e pesanti “fattisalvo”, le prerogative base dei live di Freddie e soci.

Il frontman, Juri Saddi, ricalca adeguatamente lo stile istrionesco di Mercury, duettando spesso con il pubblico e cambiandosi di costume ogni quattro/cinque canzoni, presentando un guardaroba assortito: dalla calzamaglia a rombi esibita in “Living on my own”, alla classica giacchettina gialla del “Live at Wembley“, per concludere teatralmente con manto e corona prima dell’ovvia “We are the champions”. E proprio sulla epica esibizione a Wembley, Saddi basa i propri arrangiamenti vocali, evitando grazie a ciò di inerpicarsi sui tortuosissimi sentieri delle note stellari che caratterizzano alcuni brani, come la stessa “Champions“, oppure “A kind of Magic” o ancora “Radiogaga“. Ma il cantante possiede un timbro colorato e sostenuto, assolvendo onorevolmente l’ingrato compito di misurarsi con una delle più belle voci che musica leggera e non abbiano mai conosciuto.

Non si può dire che manchi coraggio a questi ragazzi, considerando che si sono addirittura lanciati in una versione integrale di “Bohemian Rhapsody”, che nemmeno gli autori ed esecutori originali avevano mai prodotto on stage. Bisogna ammettere che, con gli annessi e connessi del caso, il risultato finale è risultato almeno ascoltabile, in questo caso in gran parte grazie all’ottimo lavoro di Moreno Pastori al piano e tastiere. Notevole anche l’apporto del “chitarrista prestato”, Comizzoli, che insieme al solidissimo, granitico bassista croato Davor Juric, riproduce alla lettera i suoni originali delle canzoni dei Queen, oltre a supportare con interventi di sostanza le studiate, sporadiche assenze di Juri dal microfono. Proprio Davor guida il gruppo in uno dei numeri più apprezzati in assoluto dal pubblico, numeroso ed entusiasta, che non poteva che essere “Another one bites the dust”. Molto gradita anche la “postuma” “Let me live”, che ha visto un piccolo problema al microfono del batterista Mauro Bonini, proprio in occasione del suo unico intervento vocale…il ragazzo s’è rifatto con gli interessi in un “assolo” superbo, a metà di “Fat Bottomed Girls”.

Il resto del concerto è stato un crescendo di approvazione degli astanti, compatti nell’ eseguire il refrain di “We will rock you”, nell’applaudire la esibizione a torso nudo di Jury/Freddie in “Crazy Little Thing Called Love”, e soprattutto nel farsi coinvolgere nei pezzi più potenti del repertorio, come “One vision”, “I want it all” o “Hammer to Fall”, guidati da un chitarrismo potente e preciso.

Se proprio bisogna fare un appunto a questi cinque bravissimi musicisti, potremmo accennare al fatto che gli impasti vocali esibiti hanno qui è là sofferto “l’arduo dovere” di ricalcare le memorabili alchimie create da Mercury, May e Taylor, il che comunque è facilmente comprensibile..resta il ricordo di uno spettacolo coinvolgente e acclamato, che i “Live queen” porteranno nel milanese, e non solo, per tutta estate.

Sabato, 19 Marzo 2011 12:18

Quando cultura fa rima con chiusura

E' di pochi giorni fa la notizia (11 marzo), che il governo ha congelato nuovi fondi destinati alla cultura. Per l'esattezza la cifra equivale a 27 milioni di euro, il che ha portato ad una riduzione del F.U.S. (Fondo Unico per lo Spettacolo) del 50% circa rispetto al 2008. Ed altri tagli sono in arrivo. Molti teatri italiani sono a serio rischio chiusura, più di un lavoratore ha espresso la preoccupazione di perdere il proprio posto di lavoro e che l’attuale stagione artistica possa essere l'ultima.

Lo spettro della cessazione dell’attività rischia di rivelarsi un incubo reale, ad esempio, per il Teatro Regio di Torino, i cui lavoratori hanno di recente occupato simbolicamente la sala in cui si teneva la conferenza stampa di presentazione dei “Vespri siciliani” di Giuseppe Verdi, ironia della sorte proprio l'opera destinata ad inaugurare le celebrazioni dei 150 anni dell'unità d'Italia. I manifestanti hanno messo in scena il funerale del Teatro, esibendo una bara avvolta nella bandiera tricolore. Il sovrintendente del Regio, Walter Vergnano, ha promesso in un comunicato (7 marzo) che continueranno a lavorare affinchè il Regio rimanga aperto nonostante "la cecità dei tagli dei finanziamenti pubblici metta a dura prova la nostra stessa esistenza". La situazione non è migliore a Genova, dove lo scorso martedì le maestranze di Teatro della Tosse, Teatro dell’Archivolto, Teatro Garage e Teatro Cargo hanno occupato pacificamente il Consiglio Regionale, a partire dalle 11,30 nell’atrio di Palazzo Ducale. A rischio anche, tra gli altri, il Teatro Lirico di Cagliari, Cinecittà Luce, a Roma, e diversi teatri della provincia di Modena (viaemilianet. it, 11 marzo).

Tre giornate di mobilitazione a favore della cultura e dello spettacolo e contro i tagli ai finanziamenti pubblici sono state promosse per il 26, 27 e 28 marzo a livello nazionale, e le raccolte di firme ed i forum di protesta vanno moltiplicandosi. Il ministro alla cultura, Bondi, di fatto dimissionario, che negli ultimi tempi non ha fatto mistero di non essere in grado di tamponare quella che si sta dimostrando una vera e propria emorragia di sovvenzioni (Il Coordinamento Nazionale Uil Beni e Attività Culturali ha appena annunciato un probabile, ulteriore congelamento di altri 50 milioni di euro), auspica in una nota che "il mio successore abbia l’autorevolezza e la forza di porre rimedio e invertire l’attuale situazione". Una vera e propria dichiarazione d'intenti...

 

Mercoledì, 09 Febbraio 2011 12:54

Vent’anni dall’ultimo Freddie

Il 5 febbraio 1991 veniva pubblicato l’ultimo disco da studio dei Queen con il loro leader ancora in vita, Innuendo. Mercury si sarebbe spento nove mesi dopo, a quarantacinque anni, in concomitanza con l’ultimo singolo edito dalla band, non a caso The Show Must Go On. Vent’anni dopo, il richiamo del mito è ancora robustissimo. A parte le periodiche pubblicazioni di “nuovo” materiale del gruppo, operazione tanto esecrabile quanto inevitabile di cui ho già dibattuto qualche mese fa sul sito, è divertente assistere ogni tanto alle apparizioni di “Nuovi Freddi”, così come all’epoca c’erano i nuovi Beatles o i nuovi Elvis. Personaggi che arrivano, sfondano, fanno parlare di sé, e più o meno quietamente lasciano il tempo che trovano. Il primo è stato, ben prima della scomparsa di Freddie, Holly Johnson dei Frankie Goes To Hollywood, esplosi con il tormentone Relax nel 1983. Due album e quattro anni dopo il gruppo si scioglieva e per Johnson aveva inizio una breve carriera solista contraddistinta dal successo di Americanos (1989), a cui è seguita una costante discesa verso l’anonimato. Con il trascorrere degli anni e dei nuovi Freddie che si sono succeduti, con tanto fragore quanta fatuità, siamo arrivati ai giorni nostri e l’ultimo ad essersi onorato di cotanta investitura è il britannico Mika, che ha ricevuto plausi e benedizioni dallo stesso Brian May e può vantare un’estensione vocale vicina a quella di Mercury, ma non ne possiede certamente lo charme e, fattore non da poco, ha solo due album alle spalle…forse non è il caso di scomodare certi paragoni.

In ogni branca dell'arte, come dello sport peraltro, c’è sempre bisogno di creare “nuove” versioni di personaggi leggendari. Di assegnar titoli, di rapportare, paragonare, verificare…d'altra parte, interpellati in tal senso, gli interessati alcune volte si scherniscono (opportunamente) ma in alcuni casi, e spesso con un moto d’ insopportabile superbia, asseriscono gravemente che hanno la propria individualità e non desiderano essere paragonati a chicchessia. Come fosse un'onta! Credo che esistano personalità per le quali il paragone sia sacrilego aprioristicamente. Mercury possedeva quel mix di talento, carisma, vocalità superba, presenza scenica comune solo a pochi grandi (più o meno quelli citati a inizio articolo). Oggi si costruiscono divi a tavolino, e ogni riferimento a talent show, concorsini e concorsetti vari è fortemente voluto, ma per fortuna il tempo è (quasi) sempre galantuomo e la sua è l’unica attestazione che conti veramente. Tornando al ventennale di Innuendo, chiudo segnalandovi che la ricorrenza sarà festeggiata doverosamente dalla tribute band ufficiale italiana, i Killer Queen, che la sera di giovedì 10 marzo suonerà dal vivo l’intero disco presso il Teatro Saschall di Firenze, accompagnata da un’orchestra sinfonica. Naturalmente lo spettacolo sarà integrato con molti altri brani del repertorio dei Queen. Per maggiori dettagli: http://www.facebook.com/event.php?eid=173023299406495.

 

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