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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Domenica Gennaio 29, 2023
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Al termine della tourneè mondiale del 1976, immortalata nel possente progetto Wings over America, la band si trovò nella stessa situazione di quattro anni prima: ridotti a trio, lo stesso trio che poi avrebbe dato vita a Band on the run. I desaparecidos erano stavolta il batterista Joe English, che a dispetto del suo cognome se ne tornava in America, e McCulloch, che lasciava per unirsi ai Small Faces. I lavori per il disco nuovo erano già iniziati, così Paul, Denny e Linda si spartirono le parti soliste mancanti e materializzarono quest’ultima prova targata Wings. La peculiarità più evidente è la crescita di Denny Laine nel songwriting, il chitarrista è qui coautore di ben cinque pezzi, la quota più alta mai raggiunta tra i solchi delle Ali. Per inciso si tratta, in tutti i casi, d’episodi notevoli.



Si comincia con la title track: i personaggi della City muti, sconosciuti persino a sé stessi, smog e nebbia che ti sommergono dalle casse, direzioni smarrite: messaggio reso squisitamente con un rock sinfonico a tre voci, uno dei punti più alti della raccolta. Laine si piglia anche una voce solista, nella gentile Children children, intrisa di nostalgico country & western (“Children where are you now, Hiding in the forest playing in the rain - I hope not too far away for me to see again"). Segue Deliver your children,  il miglior pezzo dell'inedita coppia compositiva. Si tratta di un altro esercizio corale, in minore, nervoso, con scambi fulminei ed assai piacevoli tra strofa e ritornello, che ribadisce in sostanza i concetti del brano quasi omonimo succitato: "Deliver your children to the good good life - give'em peace and shelter and a fork and knife..."


La democratizzazione creativa prevede poi la meditabonda Don’t let it bring you down, curiosa con quella strisciante parte di zufolo che s'integra con la distorta di Denny, in un mix dall'effetto suadente. Infine, la "spaziale"  Morse moose and the grey goose, un possente dance-rock definito da quattro accordi chiave di pianoforte, con un cantato quasi rap sul refrain che poi sfocia in ballata sulla strofa. Una canzone che pare stilisticamente la naturale continuazione di 1985, con effetti e feedback a sbiadire sul finale, come da copione.

 


Gli altri brani sono firmati dal solo Paul, e anche qui c'è materiale di lusso. La proposta più notevole potrebbe essere Famous groupies, che riporta alle atmosfere gloriose di dieci (facciamo tredici) anni prima, con quel pizzico di humour che non stona e spruzzate cacofoniche di slide guitar; oppure il rock urbano, deciso di Cafè on the left bank, o anche quello isterico di I've had enough, che si segnala per la coraggiosa scelta dell’inciso su di una sola nota.
Dieci anni dopo Lady Madonna, ecco un nuovo omaggio ad Elvis, probabilmente meno riuscito, denominato Name and Address. Si lascia assai preferire la lunga sessione pop di WIth a little luck, piacevole e ruffiano esercizio scala classifiche, con coretti cinguettati all'unisono e positività a piene mani.

 


Naturalmente non manca, non potrebbe, essendo nella sua natura, il Macca più spiccatamente romantico, nel coccoloso accenno barocco di I'm carrying, gentile e remissiva nella sua vena nostalgica e,  per fortuna, mai pesante. Anche in London Town c’è, come quasi sempre negli album dei Wings, spazio per un medley. E’ la semi strumentale Backwards traveller/Cuff link, discretamente insapore, a dir la verità, poco più che un debole riempitivo. Il pollice verso è tutto per Girlfriend, pasticciaccio disco, dove i ragazzi giocano alla K.C.& The Sunshine Band ma alla fine se ne escono in una brodaglia annacquata che meglio sarebbe stato fermare a livello di intenzioni (la gireranno l’anno successivo a Michael Jackson che ne tirerà fuori una cosa ascoltabile: a Milano dicono, ofelè, fa el to mistèe). Sono queste ultime tracce a livellare il lavoro verso il basso, seppur non di molto.

 

London town resta un prodotto forte e variegato, il migliore dai tempi di Band on the run. E l’anno successivo andrà ancora meglio.

Pubblicato in Recensioni dischi

Freddie MercuryEra il 23 novembre 1991, allorchè Freddie Mercury annunciava al mondo la propria sieropositività. Un annuncio quanto mai tempestivo, visto che il giorno dopo il leader dei Queen soccombeva alla malattia. Per alcuni mesi da allora, diciamo fino al mega happening Mercury tribute del 20 aprile 1992, la gigantesca onda emozionale che ha pervaso l’ambiente ha confinato in secondo piano il discorso meramente artistico. Dissoltisi col tempo gli offuscamenti dell’emotività, chiunque dotato d’un minimo di raziocinio non poteva che affiancare, con vivo dispiacere, al nome “Queen” la dicitura: “game over”. Oltre a svariati milioni di fan e addetti ai lavori sparsi nel mondo, così ha fatto ad esempio il signor John Deacon, musicista, membro della band dal 1973, non prima d’un paio di ultimi atti, diremo così, di congedo. Il primo era stato l’adesione ad un’espressa volontà del caro estinto, ossia il rifinire, arrangiare e pubblicare sotto forma di disco (Made in heaven, anno 1995), il materiale registrato dal gruppo con Freddie, si dice sino agli ultimi giorni della sua vita. Il secondo s’è verificato due anni dopo, tramite una nuova, sporadica, incursione in sala, per la registrazione di Queen rocks, che vedeva l’inedito No one but you. Ultimata anche quest’esperienza, Mr. Deacon, a poco più di quarantacinque anni e dunque malgrado la prospettiva di diversi altri decenni di carriera musicale, saluta tutti e abbandona le scene. Una scelta forse estremista, magari discutibile, certamente dignitosa.

Diversa, come sappiamo, la scelta degli altri due membri del complesso. Dall’ abbandono definitivo del bassista, il nome “Queen” è stato trascinato e diluito in un numero imponente d’operazioni. Che comprendono tre album dal vivo, quattro compilations, sei box sets e un solo disco di inediti, ascritto a Queen + Paul Rodgers. Come abbiamo qualche giorno fa anticipato sul magazine, l’ultima novità in ordine di tempo, è il reperimento di un duetto, forse addirittura di una serie di duetti, tra Mercury e Michael Jackson. Piuttosto macabro, vero? Il fatto saliente resta comunque che, negli ultimi quattordici anni, il nome “Queen” sia stato tenuto in vita e la band venga tuttora considerata esistente malgrado un solo disco (il progetto con Rodgers, appunto) di inediti, che sfortunatamente non contiene granchè d’ interessante.

Io non nego, evidentemente, il diritto sacrosanto di Brian May e Rogeer Taylor di continuare a restare nel business, ci mancherebbe altro, anche da ultra sessantenni sono in eccellente compagnia, vedi McCartney, Jagger, Clapton oppure i nostri Conte, Battiato e via elencando. Ma perché restare ostinatamente agganciati al marchio, perché non crearsi un nome nuovo (l’hanno fatto persino gli Oasis, con tutto il rispetto) o semplicemente portare avanti, come si fa in genere quando una band si scioglie, delle carriere soliste? Quelle di Taylor e May sono ferme al 1998. Sono un ingenuo, è vero, però è un peccato che si debba sempre raschiare il barile del mito, più che altro è dura da mandar giù per chi, e sono un numero incalcolabile, ha amato i Queen veri, i quattro originali il cui segno distintivo era Freddie che dominava baldanzoso il palco davanti a una folla adorante. Il fatto che questa sia ancora, e resterà, l’immagine del gruppo nell’immaginario collettivo di milioni di persone basta a dimostrare l’assurdità dell’ accanimento terapeutico cui i suoi stessi (ex) membri lo sottopongono. A proposito di Freddie, dato che dopotutto è lui che stiamo celebrando nel ventennale della scomparsa, sarebbe bello sapere anche il suo parere.

Avrebbe approvato tutto ciò? Forse era esattamente questo che intendeva quando, giusto pochi giorni prima di andarsene, aveva lanciato al mondo il suo ultimo slogan, “lo spettacolo deve continuare”? Forse non pensava però, fino a questo punto…

Pubblicato in Riflessioni

Duetto tra Michael jackson e Freddie MercuryDev’essere una questione tricotica: l’irriducibile chitarrista riccioluto dei Queen (o meglio, dei “furon Queen”) sembra essere legato alla sua carriera artistica almeno quanto lo è al suo leggendario parruccone: entrambi danno evidenti segni dei cedimento, ma lui non vuole farsene una ragione. Stessa cosa accade al meno eloquente Roger Taylor, storico batterista della formazione, che non ha mai rinunciato ad una chioma ravvivata a furia di colpi di sole.
Chi, invece, ha saputo dare un netto taglio alla zazzera è stato il grande assente, l’introverso John Deacon, che ha donato indelebili riff di basso alla sua band (finchè l’ha considerata tale) per poi cancellarsi dalla scena pubblica: mai più avrebbe calcato un palcoscenico dopo il doveroso tributo a Freddie Mercury (Wembley, 1992).

Dalla morte del leader dei Queen, l’accoppiata Taylor-May ha iniziato a vagare senza sosta (e a volte senza pudore) per il mondo del music-biz, senza perdere occasione per ri-scoprire, ri-suonare, ri-editare, ri-spolverare … insomma, ri tutto il possibile. Bisogno di soldi o accanito attaccamento nostalgico ai fasti del passato? Io credo la seconda.

Ma vediamo in cosa consiste esattamente l’ultima ri-scoperta resa pubblica da Brian May qualche ora fa: tra le registrazioni inedite della voce di Mercury sono stati ri-trovati dei duetti con Michael Jackson. Mi sembra sentire ciò che si è mateializzato tra i neuroni eccitati del Dr chitarrista-astrofisico che ha dato i natali a We Will Rock You quando è venuto a sapere che la proprietà dei diritti di Jackson avrebbe dato il consenso per l’inizio della lavorazione del materiale: “Due bei cadaveri tutti per me! Non vedo l’ora di occuparmi di quelle tracce...un sacco di tracce da sovrapporre ed arrangiare: ho il dovere morale di far ri-vivere le loro voci”.

La versione rilasciata ufficialmente, tuttavia, è un po’ diversa.
A chi lo accusa di voler condurre tutta l’operazione a soli scopi promozionali e di lucro, Brian May risponde che l’obiettivo con cui lavora a questo progetto nulla ha a che fare con il vil denaro: «Lavoro sulle idee nell’ottica di vedere come possono andare a finire. Quando sentiamo che per qualcosa ne vale la pena, trovo sia bello riuscire a farcela».
«Va bene dottor May» annuisce il complice batterista ossigenato - di nuovo nella mia immaginazione - già seduto dietro le pelli con le bacchette tra le mani.

La domanda che sorge spontanea e proprio questa: ne vale la pena? Vale la pena di pubblicare due tracce registrate durante un incontro tra amici, in un clima probabilmente confidenziale, un giorno in casa Jackson? Che apporto qualitativo possono dare alla produzione di due geni indiscussi del pop? E che valore possono aggiungere al loro lascito artistico?

E soprattutto, chi può sapere quali fossero gli scopi con cui Mercury e Jackson hanno registrato quelle due tracce?
Con tutto il rispetto, Dr May, di certo non tu.

Pubblicato in Riflessioni

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