Lo special su Rai 2 dedicato giovedì a Lucio Battisti (Emozioni, prima puntata; seguirà giovedì prossimo una nuova puntata su Vecchioni e Gaber) per metà è stato davvero ben fatto. Dapprima analizza puntigliosamente i momenti salienti dell’esistenza dell'artista di Poggio Bustone, fin dalla tenera età: la folle passione per la chitarra, la sfida vinta contro il padre che lo voleva impiegato, l’irrefrenabile corsa al successo, gli anni mogoliani sino alla rottura. Senza mancare, opportunamente, di sottolineare le innovazioni tecniche apportate dal cantautore aretino (del quale troppo spesso si sottovaluta l’abilità chitarristica), il particolare timbro di voce, grezzo e scorbutico da risultare a molti persino fastidioso, la presunzione che deriva dalla consapevolezza del genio. Le testimonianze e gli aneddoti di chi l’ha conosciuto di persona o ha collaborato con lui hanno fatto da corollario.
Mi sarei aspettato altre due cose, che m’avrebbero permesso di considerare eccellente il documento.
La prima. Quando, ancora nei primi anni ’70, comprese che il successo nazionale poteva costargli carissimo in termini di crescita e sviluppo artistico, Lucio s’era organizzato da par suo. Emettendo cioè dischi pervasi da brillante sperimentazione, con efficaci digressioni nel rock progressivo, (Amore non amore, 1971) magari spruzzato di ritmi ossessivi e sonorità afro (l’irraggiungibile Anima Latina, 1974) oppure anticipando d’un anno l’esplosione della disco music, (La batteria, il contrabbasso, eccetera, 1976). Questi dischi, che contengono alcuna tra la miglior musica italiana del decennio, non presentano nemmeno una canzone entrata nella memoria collettiva (ad eccezione forse della sola Ancora tu). Questa sua coerenza nel progredire libero da pressioni per sfornare un nuovo hit all’anno, non è stata sottolineata, ed è un peccato.
La seconda. Il programma non ha mancato di evidenziare come, dopo la separazione da Mogol (1980 - su cui si sparla da un trentennio), Battisti abbia dato vita a progetti artisticamente lontani anni luce da un qualsiasi tipo di commercialità, spalleggiato (al di là dell’isolato episodio di E già) dal poeta Pasquale Panella. Peccato che poi la narrazione si fermi qui, passando direttamente alla fase della malattia e della morte. Era invece una buona opportunità per cercare di comprendere il messaggio avveniristico della nuova fase battistiana, dare almeno una propria interpretazione dei testi, che è troppo semplicistico definire “criptici”, o delle musiche, sminuite dalla qualifica di “scarne” o “elettroniche”. Invece si è scelto di liquidare il tutto in pochi secondi. Non so se per mancanza di tempo, o per pregiudizi. Chiunque si ponga all’ascolto di Don Giovanni, L’apparenza, La sposa occidentale, Cosa succederà alla ragazza e Hegel privo di preclusioni, e pensando solo che quello è sempre Battisti, maturato ad una nuova era stilistica, approccerebbe un mondo tanto ostico quanto affascinante. Io ho iniziato un lavoro del genere in un post di qualche settimana fa (Panellizazioni), ma tornerò sull’argomento. Certo mi ha fatto piacere il mea culpa di critici affermati come Luzzatto Fegiz, che ha ammesso di aver rivalutato solo in un secondo tempo le opere post-Mogol. Invece e purtroppo, nell’immaginario collettivo, il Battisti musicista anni’80 e ’90 è ancora il fratello un po’ fuori di testa di quello “vero”, ”mitico” del ventennio precedente.
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