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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Marzo 26, 2026
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Franco Battiato - ArcimboldiIl primo a lanciare l’allarme, più di trent’anni fa, era stato Franco Battiato, già vecchio saggio all’epoca: “E non è colpa mia/ se esistono spettacoli/ con fumi e raggi laser” (Up patriots to arms, 1980). Già da qualche anno in verità, era sorta l’usanza d’ incartare il “prodotto musica” in confezioni sgargianti, forse più attente alla forma che alla sostanza.

Palchi enormi, con scenografie futuriste, artisti e ballerini che svolazzano come al circo, gru come nei cantieri, tribune moventi, soffitti e pavimenti che s’innalzano ai cieli o sprofondano agli inferi, a seconda del tenore emotivo dello spettacolo in corso.. Naturalmente il fenomeno s’è espanso (è proprio il caso di dirlo) nel corso degli anni), non c’è rockstar che non si sia piegata, e non continui a farlo, alla logica dello show spaziale.

Malauguratamente, negli ultimi tempi s’è cominciato a pagare qualche conto doloroso. Le recenti vicende di Matteo Armellini, romano trentenne, e di Francesco Pinna, triestino ventenne, deceduti tra dicembre e marzo proprio durante le operazioni di montaggio dei palchi dei concerti di Jovanotti e la Pausini, hanno riproposto il problema della sicurezza. E al di là degli inevitabili tributi di solidarietà emessi dalle star coinvolte e dal loro entourage, forse qualcosa sta, finalmente, cominciando a cambiare a livello di mentalità. La buona notizia è che ci sono degli artisti che stanno progettando shows “moderati”.

I prossimi live di Ligabue e della Minogue, secondo i rumours degli addetti ai lavori, sostituiranno le parole d’ordine “eccesso” e "magnificenza” con “sobrietà e “sicurezza”; maggiori informazioni in tal senso dovrebbero essere a breve disponibili. Ma al di là dell'esempio pratico, è questa una mossa non solo opportuna, ma anche inappuntabile dal lato della resa tecnica. Perché in molti casi certi allestimenti scenici eccessivi, pacchiani, rumorosi, invece di risultare funzionali alle esibizioni, d’esserne l’attraente contorno, costituiscono semplice elemento di disturbo e distrazione. Senza contare che è anche ad esse che si deve il recente dilatarsi a dismisura dei prezzi degli spettacoli.

Non vorrei a questo punto far passare il messaggio che la buona musica debba per forza essere presentata all’insegna del minimalismo, alla penombra di tavolati spogli da cinque per quattro, tipo free-jazz da domenica sera, ma è anche vero, è ancora più vero, che non sono poche le mega produzioni che assegnano un’indebita certificazione di qualità a manifestazioni live spesso scadenti, come quelle di certe starlette d’oltre oceano o di alcuni prodotti (non tutti) degli spesso giustamente vituperati talent show.

Non c’è bisogno di giocare a star wars per proporre buoni spettacoli: basta essere in grado di produrre buona musica, anche se è un concetto indigeribile dal business odierno.

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I settant'anni di Paul SimonE’ piuttosto singolare che i settant’anni di Paul Simon, che l’ artista americano ha compiuto giovedì 13 ottobre, passino così sotto silenzio. Le pagine dei rotocalchi, nell’ambito di casa nostra, sono gremite di falsi scoop, come l’addio di Ivano Fossati, che se reale addio sarà si potrà dire solo tra dieci anni almeno, e cretinate illeggibili su chi sia più grande tra Lady Gaga e Madonna, paragone idiota sotto ogni punto di vista, o polemiche sulla voce di Jovanotti o sulla povertà delle nuove proposte di Giorgia o la Pausini.

Giusto guardare il proprio orticello (per quanto piccolo esso sia…) però mi sarei aspettato di trovare una maggior eco per questo anniversario, soprattutto per celebrare uno dei pochi musicisti internazionali che ha veramente cambiato, nel corso di cinquant’anni di carriera, il corso della musica. La prima tappa è stata l’esperienza con Art Garfunkel, col quale ha costituito il duo più celebre del pianeta. Nei cinque dischi prodotti dal gruppo (quasi completamente firmati da Paul), che contenevano capolavori assoluti quali Sound of silence, Mrs. Robinson, The boxer o Bridge over troubled water, s’è coniugato il folk al rock in una miscela coinvolgente ed emozionante come solo il coetaneo e connazionale Robert Zimmerman è riuscito a fare.

Esperienza che è blandamente proseguita negli anni settanta, con ritorni di fiamma e stridenti (ri)separazioni, e che ha avuto il suo canto del cigno con il celeberrimo Reunion Tour, che sarebbe culminato nel monumentale Concert in Central Park (19 settembre 1981). Ma Simon aveva nel frattempo consolidato una valentissima carriera da solista. Il punto più alto della stessa, il momento che da il via alla seconda fase artistica del nostro, è datato 1986. Graceland, settimo album, rappresentava un esplosione di suoni modernissimi e trascinanti, registrato non a caso in Sudafrica con il massiccio apporto di musicisti locali. Trascinato dall’impeto di singoli come The boy in the bubble e You can call me Al, Graceland comprendeva una mistura di pop, rock, afro, cappella e altri stili ancora, e raccolse l’unanime consenso mondiale di critica e pubblico. Joe Strummer ne definì il sound “una nuova dimensione”. Rolling Stone piazzò il lavoro al 81esimo posto dei 500 dischi migliori di tutti i tempi, e l’anno successivo fu quest’opera a fruttare al cantautore il Best International Solo Artist award agli Awards britannici.

Era solo l’ apice di una carriera pressoché priva, a livello artistico, di punti deboli (a parte, forse, il mediocre Songs from the Capeman del 1997, l’album nato dal musical, che s’è rivelato l’unico, vero flop della sua discografia. Ma di fronte alla costante qualità del resto della produzione, si può anche chiudere un occhio.. ). Popolarità, onori e riconoscimenti sono proseguiti anche nel nuovo decennio: del 2007 è l’assegnazione del Gershwin Prize for Popular Song, istituito dalla Prestigiosa Library of Congress. Spalleggiato da un ventennio da una partner che è per lui moglie e dichiarata musa ispiratrice (la cantante Edie Brickell, che ebbe un momento di notorietà nel 1990 coi New Bohemians e il disco Shooting rubberbands at the stars, e che oggi ha creato un gruppo con il primo figlio di Paul, Harper),

Simon è tornato recentemente agli onori della cronaca, allorchè s’è esibito, lo scorso 11 settembre nell’ambito del decennale degli attacchi al World Trade Center, in una versione di Sound of silence ad alto tasso emozionale. Nel frattempo l’ultimo disco So beautiful or so what, pubblicato sei mesi or sono scala le classifiche dalle due parti dell’oceano. Il miracolo continua, anche a settant’anni. E Still crazy after all these years è un motto che vale tuttora, una pazzia dalla quale Paul, fortunatamente, non è ancora guarito.

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