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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Dicembre 08, 2022
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Alfonso Gariboldi

Alfonso Gariboldi

Poesie, racconti, recensioni: la caleidoscopica  proposta di Alfonso Gariboldi per AMA music si traduce in una acuta retrospetiva che indaga vizi e virtù degli album che hanno fatto la storia della musica. Ogni sua recensione è arricchita da un collegamento storico, un aneddoto, una riflessione sagace che contribuisce a delineare lo stile irreprensibile e irriverente della rivista.

Per ulteriori informazioni circa l'attività letteraria di Alfonso rimandiamo al suo sito personale www.alfonsogariboldi.it

URL del sito web: http://www.alfonsogariboldi.it
Giovedì, 21 Marzo 2013 13:56

London Calling // The Clash

La domanda è: i Clash erano un gruppo punk? Risposta: Lo erano se si considera la stagione del suddetto punk circoscritta ai suoi anni fondamentali, ossia dal 1976 al 1978, in cui bands tanto geniali (Damned), quanto provocatorie (Sex Pistols) che oscure e decadenti (Siouxsie and the Banshees), mitragliavano le proprie vibranti adesioni al movimento. Il problema semmai era che con l’avvento del 1979 il genere non pareva aver più granchè da dire. Gli ambiti del punk erano per propria natura tanto violenti e nichilisti quanto ristretti, e furono proprio i Clash a rinnovarne i canoni ed ampliarne i confini, con una ricerca stilistica che, attraverso i due vinili di London Calling e ancora maggiormente i tre di Sandinista, li consegna ai posteri forse anche più segnatamente dei genuini The Clash o Give ‘em Enough Rope.


In quest’album trovate rock, rock’n’ roll, rhythm’n’blues, pop, soul, ska, reggae solo per citarne gli ingredienti fondamentali, oltre a finezze impensabili fino a pochi mesi prima quali il calypso di Revolution Rock o il bebop di Jimmy Jazz. Naturalmente, nessuna abdicazione alla denuncia sociale, anzi, la band rilancia: nella opener London Calling, ove i timbri battenti del basso di Simonon accompagnano un infuriato Strummer che punta il dito contro il nucleare (sfruttando anche l’onda emozionale causata dall’ incidente del marzo dello stesso anno in Pennsylvania), ma anche contro conflitti razziali e disoccupazione. Per potenza e coinvolgimento vi si può accostare Spanish Bombs, che accompagna con tenui melodie tropicali la guerra civile spagnola, oppure la martellante Guns Of Brixton, prima fatica del bassista Paul Simonon ed interpretata dallo stesso, storie d’ordinaria violenza urbana.



La palma della track più discussa viene però assegnata al secondo singolo Clampdown, e le dichiarazioni di Strummer non aiuteranno a far luce sul caso, i cui versi potrebbero indifferentemente essere interpretati come attacchi al fascismo, al nazismo, al capitalismo. Summa di un intero manifesto generazionale in meno di quattro minuti, la canzone non riscosse però il successo che ci si sarebbe attesi; il pubblico si lascia forse sedurre più volentieri dallo jamaican sound di Wrong ‘em Boyo, in realtà una delle più irresistibili covers mai realizzate dai quattro, o dalla fulminea Koka Kola.



Temi più personali nella grintosissima ed accattivante Death Or Glory, che avrebbe probabilmente meritato anche un singolo per la sua immediatezza e scandaglia le difficoltà del riuscire a gestire la vita da “grandi”, come se il gruppo riconoscesse in maniera implicita di dover superare la propria fase ideologicamente “giovane e spensierata” per assumersi nuove e più profonde responsabilità. E senza soluzione di continuità, il senso di alienazione e confusione nella crescita sono trattati in Lost In The Supermarket o anche in Rudie Can’t Fail.


Doveroso spazio a parte per Train In Vain, principalmente opera di Mick, alla quale spetta il primato di prima hit della band a gravitare intorno allo sconosciuto (per il gruppo) pianeta dei sentimenti. Amore, timore della solitudine e della perdizione, magari rancore verso chi lascia e tradisce. Anche un punk-rocker ha un cuore? Jones confermerà in un’intervista che si tratterà dell’unica lovesong mai scritta dalla band; senza entrare nel merito, il brano ed il suo testo sono davvero significativi per quanto riguarda la metamorfosi che i Clash stavano intraprendendo. E forse anche una canzone d’amore, sotto forma di grido di dolore, può essere definita The Card Cheat, rock bello e dolente, sull’abbandono del soldato forte ed orgoglioso (“all the men who have stood with no fear”) che muore solo, rimpiangendo non tanto la gloria ma l’umanità d’affetti che gli sono stati preclusi e non ritroverà.



Anche il pubblico pare apprezzare la svolta di Headon e compagni; sarà grazie a questo disco che l’America s’accorgerà finalmente di loro. Perderanno certamente qualche fan oltranzisticamente ottuso, ma ormai la via è tracciata: London Calling è un album completo, emozionante, sentito, ma non è un masterpiece. I ragazzi erano sì riusciti a coniugare la violenza nullista del punk con un suono ad ampio raggio aperto e critico sulla realtà quotidiana, ma il capolavoro arriverà non appena troveranno il coraggio di osare oltre il limite del consentito, di sperimentare, di irridere le convinzioni senza condizionamenti, come storicamente han fatto solo i musicisti veri, Beatles e pochi altri. Ossia con l’opera successiva.

Giovedì, 21 Marzo 2013 13:53

The Final Cut // Pink Floyd

Avete letto bene. Nonostante quanto riportato sulla copertina del disco, non me la sento di avallare fino in fondo questa come la dodicesima opera dei Pink Floyd. A seguito dell’ erezione del muro, e forse già da qualche tempo prima, nulla era rimasto della band. Nessuna traccia degli incubi psichedelici di barrettiana memoria, peraltro già svaniti da tempo con il suo profeta. Ma nemmeno le indimenticabili suite progressive che avevano caratterizzato la produzione del decennio successivo, da Atom a Animals. E neppure, infine, gli elementi della band. Wright defenestrato, Gilmour, impigrito ed adombrato, ridotto a session man del suo stesso gruppo. Mason che cerca di seguire le correnti contrastanti con palese mancanza d’entusiasmo. Responsabile unico del progetto Final Cut è Waters, e il progetto è da lui stesso definito nelle note di copertina: “Requiem per il sogno del dopoguerra”.

E’ un viaggio crudele, agghiacciante attraverso la coscienza e lo spirito della società umana fuoriuscita dal secondo conflitto mondiale, al termine del quale l’uomo si scopre devastato, inesorabilmente privo di speranze circa un futuro vivibile. Non solo per i danni causati dalla guerra, ma anche per le fosche prospettive che trapelano da un avvenire che si ciberà del nucleare (Two Suns In The Sunset), e che vedrà la predominanza di guide politiche cieche e potenze commerciali-economiche senza scrupoli (Not Now John - The Post War Dream). Un viaggio che analizza spietatamente l’incubo del reduce, attraverso le atmosfere grevi di Your Possible Pasts o The Hero’s Return, storie di sopravvissuti che si raffronteranno in eterno con reminiscenze tanto drammatiche quanto indelebili. Oppure disillusi da ingannevoli promesse di grandezza, che ora annegano nell‘alcool (Paranoid Eyes).

L’ immagine migliore dello stato d’animo di chi torna dalla guerra è resa superbamente dalla frase di apertura di Southampton Dock: "Sbarcarono in 45, nessuno rideva, nessuno parlava. C’erano troppi buchi tra le linee." Non manca la cronaca della fine di un soldato ("The Gunner’s Dream"), che nell’approssimarsi del momento supremo lascia la poetica e fievole eredità di un sogno di pace. Il Waters più prettamente politico emerge in "Get your filthy hands off my desert", sul combattimento delle Falkland, e nel miraggio pazzoide di The Fletcher Memorial Home, nel quale anela alla fondazione di una speciale casa di riposo per politici dei quali evidentemente non doveva aver eccessiva stima; oltre all’immancabile Thatcher figurano Reagan, Begin, Nixon, Brezhnev. L’uomo medio del postwar, secondo l’allegro Ruggero, non può che meditare il suicidio, che però non ha il coraggio di attuare (The Final Cut).

E la musica? Strepitosa. Dolorosamente struggente, schizofrenica, fortunatamente più minimalista che sontuosa, il che aggira la trappola della retorica. Pianoforti dimessi e malinconici, fiati tormentati ed ardenti. L’efficace parentesi del rock duro di Not Now John, non a caso l’unico contributo vocale di David Gilmour, che comunque pennella interventi notevoli in Fletcher e Your Possible Pasts. L’apocalittico timbro del sax che chiude Two Suns In The Sunset, il pezzo migliore e dunque il più adatto a porre fine al disco, mentre i due soli al tramonto (quello naturale e quello radioattivo) calano il sipario su un’opera emotivamente irraggiungibile, una sentita, sofferta, irripetibile trasposizione in musica di uno dei momenti più oscuri e crudeli della storia dell’ umanità.

Giovedì, 21 Marzo 2013 13:50

The Game // Queen

La copertina dell’ottavo album dei Queen The Game, che vede i nostri, ormai galleggianti più al di là che al di qua dei trenta, imbrillantinati e con giacche di pelle nera da macho, può già dare un interessante indizio su quale tipo di musica si vada ad ascoltare. The Game, emesso al centro del primo anno del nuovo decennio, è un vero spartiacque stilistico per la produzione dei quattro. L’introduzione dell’elettronica, che fa tanto ‘80ies, il passaggio da una vena glam a un sound più accessibile, con aperture al rock’n’roll e al rockabilly, e per finire l’assimilazione della matrice disco funky che da qualche anno inondava i prodotti discografici d’oltreoceano. Miscelando questi fattori e condendoli con la classe che è loro propria, i ragazzi creano uno dei loro dischi più divertenti, direi eccitanti, spensierati e potenti dell’intera loro discografia. Due sono i manifesti di questa nuova primavera della band. Il primo è l’irripetibile Another One Bites The Dust, possente esercizio funk scaturito dalla penna di Deacon, con un testo perfetto per la vena da “duro” di Mercury, che diventerà uno dei più venduti singoli del pianeta in quella bollente estate. Pregnante esemplificazione dell’orma black di questo disco, vedrà il proprio trionfo nelle charts soul e diverrà on stage un numero atteso e immancabile. L’altro classico dell’opera è Crazy Little Thing Called Love, dove Mercury anticipa il fenomeno Brian Setzer, che proprio l’anno successivo invaderà il music biz con i suoi gatti randagi, e conduce tutti in pista con la ritmica e occhialoni neri.

Intorno a queste due tracce, la proposta della band è invariabilmente convincente.


Sia essa costituita dal rock pesante di Dragon Attack, anch’esso venato di cadenze saltellanti, tra le quali l’elettrica del suo autore sfracella soli vertiginosi, oppure dal rock grintoso e senza fronzoli di Rock It, atletica composizione tayloriana stranamente ignorata dal vivo. La proposta migliore di Mercury è la opener Play The Game, caldo invito a tempo di slow rock a partecipare al gioco (of love, of course) da parte di un frontman monotematico, che poi nella successiva Don’t Try Suicide consola con un nuovo sinuoso r’n’r chi dal gioco si è fatto scottare e magari soffre di fisime autodistruttive.

 


Anche il secondo pezzo creato dal bassista fa parte del Gioco. Need Your Loving Tonight emana tale candor, anche nel testo, da parere uno dei primi, timidi tentativi beatlesiani, ed il pezzo stesso è forse più che un tributo al periodo di Eight Days A Week. Al gioco partecipa May, e sue sono le tracks più meste e riflessive del disco, le uniche. I tormenti illustrati dal chitarrista verso una persona cara che sta per perdere (Sail Away Sweet Sister) o per una storia andata a male su cui assai aveva puntato (Save me) sono accompagnati da melodie struggenti, elettrificate il giusto, il cui refrain corale si stampa fin da subito nel cuore e la mente dei fans. Non manca l'espressione sempre un pò fuori dalle righe di Roger, che ribadisce una certa predilizione per suoni piuttosto scarni, scevri da melodie pompose o arrangiamenti troppo arzigogolati, sulla tradizione di Fight From The Inside o anche Fun It, e la sua "Coming soon" non costituisce eccezione.

 

Ma nemmeno modifica il trendy di un album compatto e soddisfacente, pur nella sua esiguità (con una trentina di minuti di "running time" si rileverà il disco più breve della loro carriera). Non cercate significati reconditi, che non ci sono; gli incazzati e sanguinolenti anni settanta sono finiti, e non è più il caso di lanciare anatemi. Inizia l'era glaciale dell’electronic- divertissement. Ed anche i sudditi preferiti della regina vi si adegueranno per i prossimi tre/quattro dischi, intingendovi la tradizionale proposta hard’n’heavy. Sempre con classe, of course.

Giovedì, 21 Marzo 2013 13:47

Love Symbol // Prince

Trainato da una manciata di singoli di discreto successo a cavallo dell’oceano, la prova n.14 dell’ammiraglio (Nelson) consiste in un doppio disco che segue la formula della rock opera e della stessa possiede tutte le prerogative: brani legati senza soluzioni di continuità, superflui stralci di dialogo denominati “segue”, e soprattutto una proposta stilistica ad ampio raggio, come succedeva tra i solchi multicolori di Parade o Sign of the Times, o come sarà per il prossimo futuro Emancipation.

 

Non c’è genere lasciato inesplorato nelle tracce di Love Symbol, ed opportunamente trattasi di esplorazioni succose e pregnanti. Nel primo lato è ancora la black side del rocker di Minneapolis ad essere preponderante. Solchi inondati da impronte di funk massiccio sempre dissimile e sempre coinvolgente, sia esso miscelato al jazz sofisticato di Sexy Mother Fucker, che si trasforma sul finale in una festa rhythym’n’blues dominata dal sax, oppure quello di strada di My Name Is Prince, ossessivo e spruzzato di metal, per chiudersi collo snello The Max, assaggio di trip-hop. Pace fatta grazie alle dolci atmosfere di Love to the 90s, flaccido slow per spazzole da batteria, e due dei più classici lenti made in Prince: tra di essi, Damn U si fa preferire a Sweet Baby, per una maggior articolazione del tema melodico. E l’ allegra marcetta reggae di Blue Light, dalla sequenza d’accordi talmente elementari da non parere nemmeno opera di Roger nostro, tiene il morale alto.

 

Dato che proprio non se ne può fare a meno, anche qui il ragazzo inserisce una pestifera roba dance denominata I Wanna Melt With You, ma è l’unica caduta di stile. Porgete piuttosto orecchio, cari ascoltatori, al blusaccio da taverna di The Morning Papers ove il ragazzo slaccia finalmente la museruola alla chitarra e si lancia in soli atrofizzanti, cosicchè uno si ricorda, “ah, si è proprio lui, quello di Purple Rain”, e considera anche che se egli si ricordasse di azionare un po’ più frequentemente il suo talento migliore (quello di chitarrista, appunto) e meno di sbirciare ragazzotte sculettanti (S.M. F. docet) l’astina del livello delle sue produzioni s’alzerebbe ancora di più.

 

Tuttavia uno non è genio a caso, e forse sarebbe troppo uno snaturarsi per lui, il cercare di darsi un minimo di ordine. Ed ecco allora che ti fa incazzare all’ascolto di The continental, hard rock a tutto spiano che chissà perché verso la fine resetta in stucchevoli coretti da amorini sulla spiaggia. Ritira la tavoletta da surf, ammiraglio Nelson, e mostraci anche sul lato B cosa sai fare. Fortunatamente la risposta è: Yes, Sir. Il primo frutto del rinsavimento è Seven, il pezzo di maggior successo di Love Symbol, una piacevole filastrocca corale intessuta di richiami epico- religiosi, nemmeno rarissimi nelle tematiche del principe, nella quale Roger inserisce anche un frammento di un duetto tra Otis Redding & Carla Thomas. Ma un deciso rialzo della lancetta del gradimento scaturisce dall'ascolto del micidiale medley Arrogance/The Flow. E' un’ incandescente cacofonia di hard-funk e r'n'b con i fiati lanciati a dissonanze selvagge, che evidenzia i virtuosismi della sua (semi) nuova backing band, The New Power Generation, che sposata alle intuizioni melodiche del principe scintilla fuochi d'artificio.


Così uno poi si rilassa volentieri, con l’eleganza della raffinata And God Created Woman, ma è una breve oasi di tranquillità. The sacrifice of Victor ributta tutti in pista, ok Mr. Nelson, anche per questo disco ci hai fatto ballare abbastanza, le trombe non ce la fanno più.

 

Così l’ uomo del Minnesota chiude con il finale che ti aspetti e che ci voleva. Ovvero con una traccia di progressive rock in cui rispolvera finalmente la potenza del suo strumento chiave: la chitarra. Three Chains o'Gold è stata da molti vista come omaggio a Mercury vista la struttura "a stadi" che ricalca quella di Bohemian Rhapsody; per quanto mi riguarda è un brano che riafferma, ce ne fosse ancora bisogno, una versatilità con pochi eguali e il fatto che anche in questo album, come in tutte le sue opere più riuscite, il piccolo Roger mostra un'irridente, inarrivabile maestria nel crear musica di qualsiasi sorta, senza paletti. Sempre che lo possa fare in pace, viste le uggiose traversie con le case discografiche a causa delle quali cambierà nominativi e diffonderà per un certo tempo lavori solo sul web. Ma che rimanga un artista con il raro dono della predisposizione al “tutto”, è in quest’opera ampiamente ribadito.

Giovedì, 21 Marzo 2013 13:43

Clapton // Eric Clapton

Sfogliando un dizionario etimologico potreste imbattervi nella definizione di 'classico'. Al di là dell'origine storica del termine (e bisogna risalire fino alla Roma antica), il suo vero significato è "distinto, perfetto, di prim'ordine, da servir di modello". Per questo nel recensire l'ultimo lavoro in studio di Eric Clapton non riesco a trovare un aggettivo più calzante, non perché "Clapton" sia qualcosa di perfetto, ma perché proprio sull'eleganza fa leva il 65enne chitarrista di Ripley, e perché ancora oggi riesce ad essere, a suo modo, un punto di riferimento per colleghi e appassionati, nonostante i tempi dei fasti siano molto lontani.


12 delle 14 tracce sono cover, dunque l'artista di suo non ha messo molto, se non due brani inediti e la sua interpretazione, che nel caso di esecutori magistrali come lui non è poco. L'idea di base è la solita: riproporre una serie di vecchi brani, alcuni ripescati molto lontano nel tempo (come la splendida Rockin' Chair, datata 1930), rivisitarli, imprimervi il marchio vocale e musicale di Clapton, aggiungervi un paio di inediti e servire ancora caldo.
Spesso il risultato finale di questa ricetta è un prodotto insipido, senza personalità, che si regge solo sulla fama dell'autore che si assume la paternità dell'opera, ma non è questo il caso.


“Clapton” è oggettivamente un bell'album, i classici sono suonati con educazione, senza l'intenzione di snaturarli, e l'infarinatura di blues percepibile dal primo all'ultimo secondo (se siete allergici o intolleranti forse è meglio ripiegare su altro) non fa che rendere il tutto più coerente e affine alle caratteristiche dell'artista, che si presenta nella veste di performer, senza rinunciare tuttavia a proporre qualcosa di nuovo.



L'ascolto è piacevole, i cambi di ritmo non mancano, il pianoforte accompagna costantemente la chitarra, a volte con discrezione, a volte rubandole la scena, con gradite incursioni dei fiati, come nella rivisitazione di How Deep Is The Ocean di Irving Berlin, o dell'armonica in Judgement Day, omaggio al bluesman Snooky Pryor.


Diamonds Made From Rain nella tracklist è il primo dei due inediti, la differenza di sonorità rispetto a tutto il resto non passa inosservata, ed è un po' fuori tema. La chitarra ha un ruolo maggiore, così come archi e cori femminili: estrapolato dal contesto è un pezzo degno di nota, ma i brani storici che lo circondano fanno risaltare troppo il salto generazionale. Più affine al contesto Run Back To Your Side, l'altra novità, veloce ma più coerente con l'atmosfera dell'intero album. Nei cinque minuti di durata della canzone la voce, ma soprattutto le mani, di Clapton ci sono, e si sentono.
Chiude il tutto Autumn Leaves, terreno su cui in passato si sono cimentati (con diversi ruoli) Nat King Cole, Chat Baker, Miles Davis, Edith Piaf, Doris Day e molti altri, insomma, niente di più 'classico', ma forse anche in questa circostanza la connotazione del termine è solo positiva. La versione in questione è “distinta, perfetta, di prim'ordine, da servir di modello”, almeno per lo stile, perché Eric Clapton il suo dovere nei confronti della musica lo ha già assolto con gli interessi, guadagnandosi la libertà di proporre più o meno tutto ciò che vuole, meglio se di buon livello come quest'opera.

La seconda prova degli Housemartins ribadisce ed amplia i concetti espressi dalla prima: canzoni (non canzoncine…) allegre, orecchiabili, divertenti, con poche eccezioni. Riffs veloci, ostacolati da brevi stacchi, il tutto dominato dall’eccellente vocalità di Paul Heaton.
Il (piccolo) limite dell’opera è rappresentato proprio dalla spuntata gamma di soluzioni melodiche, dato che le sequenze di accordi sono tra le più semplici praticate da sempre nel rock, (e talvolta riutilizzate nel corso dei diversi brani). Tuttavia l’ immediatezza, la freschezza del prodotto sono tali da ovviare all' inconveniente. E’ vero che il coretto di Five Get Over Excited è appena appena preso da All You Need Is Love, per fare un esempio, ma il pezzo sfrutta al meglio il “prestito”, adattandolo ad una delle più coinvolgenti espressioni della raccolta.



Non sarebbe corretto equiparare tutto il materiale compreso nel disco, We Are Not Going Back è un trascurabile riempitivo, Pirate Aggro un simpatico, grintoso, innocuo break strumentale, ma tutto passa in secondo piano di fronte agli assoluti capolavori che rispondono al nome di Me And The Farmer e Build. Il primo è un possente rock introdotto dalla distorta di Cullimore e consta di tre minuti scarsi che sintetizzano l’ intera proposta artistica dei nostri in un crescendo irresistibile, sul quale Heaton costruisce ghignando una fosca vicenda di latenti aggressività, con enunciati farseschi quali: “Me and the farmer like brother like sister/getting on like hand like blister”, e nel pub l’ allegria diventa contagiosa. Tutt’altro clima per la mesta, dolente Build, su un tema che se vent’anni fa era di moda adesso è d’ emergenza. Si parla di edificazione selvaggia vista con gli occhi dell’ uomo della strada, il quale, pur nella consolazione di avere una "house where we can stay” immagina forse già le incombenti, nefaste conseguenze che l’inurbamento indiscriminato avrebbe portato; viene accompagnata dall’emozionante incedere del pianoforte in una sorta di slow reggae, inusuale per la band ma d’impatto invero toccante.


Non manca, e non potrebbe essere altrimenti il solito “omaggio” alla Royal Family, espresso nella title track del disco. The People Who Grinned Themselves To Death è un atletico sberleffo rivolto a sua maestà ma anche al popolo bue che “even when their kids were starving, they all thought the Queen was charming”, arricchito dai fiati nel refrain e dalla fidata coralità della band.


A questo proposito giova inserire un piccolo inciso sulle analogie tra il complesso di Hull e gli Smiths: al di là delle affinità dei temi trattati, abrasive critiche e sarcasmi assortiti, nei riguardi delle upper class e non solo, risultano evidenti le difformità a livello stilistico, ove si consideri le atmosfere in prevalenza gravi, funeree dei quattro di Manchester, contrapposte alla goliardia e alla spensierata veemenza degli House. Nella succitata Five Get Over Excited, la triste fine dei cinque ragazzi che si sfasciano in un incidente stradale (preannunciata dal poster di James Dean sul muro) s’accompagna a un motivo brioso e trascinante, per non parlare della deliziosa e criminale I Can’t Put My Finger On It.


Si palesano qua e là brevi rigurgiti di malinconia, nell’inno acustico pacifista di Johannesburg, delicato e sommesso; non è che si possa proprio ridere di tutto. (E il verso "Non mostrarmi la tua anima/potrei vedervi la luce filtrare” è da antologia delle medie). O nell’inerte, pigra The Light Is Always Green”, che non per niente è una crociata anti-frenesia. Ma il buonumore trionfa, la terapia del motteggio e della canzonatura con toni leggeri ma altrettanto mordaci di quelli drammatici. Così si chiude tra il piano saltellante di Bow Down e la presa in giro di You Better Be Doubtful, e poi, finalmente, in alto i calici, di birra scura preferibilmente: brindiamo alle breve, brevissima esistenza di questo gruppo. L’anno successivo, dopo il notevole singolo "I Smell winter/Always something there to remind me”, i quattro si salutano in allegria. E sono tuttora amici! (Chiedete a Morrissey come sono i rapporti con Marr e gli altri..). Soprattutto, non sono spariti: Heaton e Hemingway hanno trascorso un ventennio di (appena disciolti…) Beautiful South, e se il nome di Norman Cook, bassista, non vi dice niente, provate a cercarlo su Wiki sotto Fatboy Slim.

Mercoledì, 20 Marzo 2013 10:58

Love Prayer // Bliss

La prova d’esordio dei Bliss colloca immediatamente la band capitanata dalla vocalist Rachel Morrison e dal bassista Paul Ralphes, autori dei brani, in una posizione temporalmente (siamo nel 1989) atipica rispetto alla maggioranza dei gruppi d’oltremanica.
Lontani dall’indie rock che attecchiva in quegli anni, lontanissimi dall’esagitato elettronismo che andava lasciando spazio alla techno, una specie di fosco, malinconico passaggio dal vespasiano alla latrina, i cinque ragazzi di Coventry se ne escono con un disco che val almeno la pena ascoltare, consistente in una mistura di rock, ryhthm’n’blues & gospel, perfettamente governato dalla poliedrica vocalità della signora Morrisson.

La band si gioca tutte le sue carte nel primo lato, che presenta una sequenza di pezzi davvero efficaci: ad aprire Loveprayer è l’hit-single I Hear You Call, ossia soul di ottima fattura, con un bridge e un refrain da brividi, che si bissa nella successiva How Does It Feel (The morning after), forse ancora più sofferta, cover azzeccatissima per proseguire il discorso melodico impostato dai cinque. Good Love chiude adeguatamente il cerchio, con una coda costruita apposta per i contorsionismi vocali di Miss Rachel. Il punto più alto di questa prima facciata è però costituito dal lamentevole incedere della desolata Your Love Meant Everything, guaito d’amore dispiegato su tristi tinte slow-jazz che espande ulteriormente l’universo stilistico dei nostri. A ruota giungono opportunamente le due più movimentate tracce della raccolta, Won’t Let Go e Lovin’Come My Way, piuttosto simili con quegli scambi veloci di accordi di quarta, e, particolarmente nel secondo, indicativi delle influenze black sulla musica della band.

Purtuttavia, una volta smesse le divise sgargianti da professionisti del gospel, non resta, sfortunatamente, molto altro da scoprire sino alla fine dell’opera.
Il lento di atmosfera di Light And Shade si dipana piuttosto monocorde, privo del guizzo illuminante che dia personalità al brano, risolvendosi in un nuovo, elegante esercizio virtuosistico per la Morrisson. La sinuosa May It Be On This Earth, guidata dal minimoog, non è che una versione rallentata di Lovin Come My Way. Appena meglio il grintoso r’n’b di All Across The World, che spiana la strada al mesto procedere di I Walk Alone, dignitosa ballata per piano che riscatta almeno in parte una side B a corto d’ inventiva e soluzioni originali. Per quanto riguarda i testi, tutti a cura della bionda vocalist, non si va oltre una rassicurante esiguità: amori miracolosi (I Hear You Call), traditi (The Morning After), bramati (Lovin’Come My Way), perduti (Your Love Meant Everything). Gamma completa, insomma, ma niente di più. (Il titolo dell’album anticipa già, peraltro, ciò che uno può aspettarsi dai testi).

Prendendo spunto anche da quest’ultima considerazione, ciò che manca in questo lavoro d’esordio del quintetto inglese è un pizzico di coraggio in più, una maggior esplorazione stilistica e tematica che meglio avrebbe esaltato le indubbie qualità dei nostri. Viceversa, dopo che queste ultime vengono per metà disco ben messe in evidenza, sono poi frustrate da una spiacevole reiterarsi di forme e espressioni. Peccato, pensa uno, perché la stoffa c’è, e non avremo mai la controprova di quello che i Bliss avrebbero potuto fare tramite un adeguato processo di maturazione in quanto, dopo un secondo album (A Change In The Weather) del 1991, il gruppo chiude i battenti, malgrado una velleitaria rentrèe datata 2009, a formazione largamente rivoluzionata, il che evidentemente è tutta un’altra storia.
La voce della Morrisson e le intuizioni musicali di Ralphes e soci avrebbero meritato un’altra carriera.

Mercoledì, 20 Marzo 2013 10:55

Memory Almost Full // Paul McCartney

Per non dar adito a fraintendimenti, asserisco fin da subito che questo è, con l’epico Band On The Run, il miglior album da solista del baronetto mancino e si candida con autorevolezza ad essere uno dei più significativi lavori di un ex-fab.
E’ un disco che sprizza gioia di vivere in ogni secondo di musica, non male per uno che negli ultimi dieci anni aveva affrontato un divorzio, la vedovanza e la perdita del Piccolo George. Fin dalla prima, gioiosa track, Dance Tonight, ispiratagli dalla nipotina, Paul sgombra il campo: tristezze e rancori non faranno parte dei quarantadue minuti del disco.

Le reminiscenze, i ricordi, rivisti a occhi asciutti e con la distensione di una post middle-age priva di acrimonia, emergono in più parti tra i solchi di Memory. Nel movimentato rock di Only Mama Knows, introdotto da una lunga sezione d’archi e chiuso dal violoncello, cita i genitori camuffando le memorie con un’improbabile road story. You Tell Me è un affresco delicato in cui ritrova atmosfere, colori, sensazioni, quasi meravigliandosi d’aver davvero vissuto una simile caleidoscopica serie d’esperienze. E con Vintage Clothes, che alterna una brillante melodia corale per integrarsi con un middle eight jazzato in minore, sprona (se stesso) a non vivere nel tempo che fu, accettando ciò che (si) è: gente del passato che deve cercare e trovare dignitosa collocazione nel presente. Il brano sfocia direttamente in That Was Me, in cui il ragazzo di una volta infila una serie di saltellanti flashbacks con ragguardevole vivacità.
Il pianoforte arzigogolato di Mr.Bellamy sfiorata collaborazione con Thom Yorke, e quello arioso di House Of Wax conferiscono ulteriori spessore e dignità ad un album davvero variegato a livello melodico.
Persino il freschissimo divorzio è trattato con tenuità e, oserei dire, gentilezza. See Your Sunshine è un romantico tributo a Heather, che giustamente Paul decise di lasciare su disco malgrado al momento della pubblicazione il matrimonio fosse crollato a pezzi. Ed il pezzo convince perché scevro dalla patina di pomposità che aveva appesantito molte delle sue canzoni d’amore. Stessa genesi per l’elegante esercizio soul di Gratitude, nel quale Paul ringrazia chi l’ha salvato quando lui stava “vivendo con una memoria”.

Un lavoro che è in modo direi inevitabile contornato da una funerea patina di fine, di morte, e McCartney è bravo a gestirla con leggerezza, senza cadere nella drammatizzazione o in un’enfasi che sarebbe giocoforza apparsa un po’ sforzata, ruffiana forse. E non c’è dolore, in quest’opera. Non c’è piangersi addosso. C’è, invece, la consapevolezza del traguardo, ad esempio. Macca esorcizza il fantasma del Passaggio, con la pennellata d’azzurro di un’armonia riflessiva e serena, distillando gocce di spicciola saggezza che, in un ambito di vita vissuta e sofferenze patite risultano sincere e toccanti (“alla fine della fine inizia un viaggio verso un luogo molto migliore/ non c’ è motivo di piangere” – dalla superba End Of The End, uno dei suoi brani migliori in assoluto). Infatti termina Memory Almost Full con la fulminea, sfrenata Nod Your Head attestando che non ha nessuna intenzione di chiudere tanto presto. Concetto ribadito anche dal pop rock gentile di Ever Present Past: occhei, tutto è volato via in un soffio, ma non si rinuncia a progetti nuovi (...hoping it isn’t too late..), né a preferire la vita alla sopravvivenza.

La magia del disco si dipana anche attraverso i tanti suggestivi aneddoti sorti nell’ ambito della sua pubblicazione. Il titolo è l’anagramma di "for my soulmate LLM" (per la mia anima gemella Louise Linda Mc Cartney); la data di pubblicazione è esattamente quarant’anni successiva a quella di Sgt. Pepper’s, e Memory viene registrato quando Macca is 64. Tuttavia, al di là di affascinanti (coincidenze ?), Memory Almost Full funziona in modo perfetto, presentando un Mc Cartney evocativo, struggente, ma non disposto a cedere un solo minuto alla retorica o alla negatività, toccando il punto più alto di una serie di opere pressoché impeccabili da Flaming Pie in poi.

L’album di debutto dei californiani Quicksilver Messenger Service arriva nel maggio del 1968, ossia quando il gruppo si è già creato una solida fama di acid band sui palchi della west coast e non solo. Ma l’opera omonima non presenta unicamente sonorità psichedeliche e tonalità caleidoscopiche, pescando anche con profitto nel folk rock e nel ryhthm’n’ blues. L’omaggio ad Hamilton Camp che apre il disco, ossia Pride Of Man, ne è gustoso esempio: la slide guitar dell’ indimentcato John Cipollina modella un sontuoso urban sound tutto riflessione e saggezza esistenziale. Light Your Windows, primo pezzo originale, parte con atmosfere quasi da pianobar e toni da singer confidenziale, per poi trasformarsi a metà strada in fantasiosa blues – jam, inopinatamente troncata prima dei tre minuti di vita. In tutti i casi lunga abbastanza da mostrare la padronanza degli stili e la versatilità dei nostri, ansiosi forse di non farsi ingabbiare in un pericoloso clichè. Segue Dino’s Song, di Dino Valenti, che è membro fondatore dei QMS, ma in questo caso presenzia solo come autore. Assente giustificato, in ogni modo, dato che stava scontando una condanna per droga nelle patrie galere. Rientrerà più o meno a breve, nel frattempo concede in usufrutto agli altri un esercizio frizzante ed energico, memore certo più dei Kinks che dei Soft Machine, ma utile a ribadire l’elevato standard qualitativo dell’opera.

Nella seconda parte di Quicksilver Messenger Service, ampio spazio viene riservato a risonanze più prettamente ryhthm’n’blues. Archetipo più rispondente al genere è la strumentale Gold And Silver, con le chitarre di Gary e John a dividersi la scena senza negarsi intriganti parti solistiche più tendenti al lisergico. Ciò che colpisce in musiche di questo filone è la totale o quasi assenza di tastiere, il che è un segno distintivo abbastanza evidente nei confronti dei colleghi d’oltre oceano. E qualche volta le tracks avrebbero forse potuto trarne simpatico abbellimento, ma il livello della resa pare non risentirne. Una breve traccia di pianoforte colora il finale di It’s Been Too Long, scritta dal produttore Ron Polte, che s’allinea melodicamente a Gold And Silver.

Spetta all’imponente numero di chiusura, ovvero The Fool, oltre 12 minuti, ad assegnare a quest’album l’impronta acid per la quale è maggiormente, ma non del tutto a ragione, ricordato. Nella sua complessa struttura, la canzone esprime fin da principio gli schemi melodici più variegati, spesso deliziosamente dissonanti, con sfumature armoniche riflessive e davvero poetiche. La ritmica, gli stacchi, sono sempre sostenuti dal gran lavoro delle chitarre, lasciando batteria e percussioni misteriosamente in secondo piano. Echi, slides e distorsioni affollano poi la seconda parte di The Fool, vestendolo della più classica ed attraente matrice psichedelica. E qui si fa strada il cantato, che conduce il pezzo per metriche via via più intricate, ornato da cori celestiali. In totale un’espressione ostica, decisamente anti-commerciale e dal fascino discreto, quindi una vera manna per i tanti appassionati del genere.

Un esordio insomma convincente. L’età dell’oro, per questi ragazzi, sarebbe proseguita ancora per poco, tuttavia. Avrebbero condotto una carriera discontinua per tutti gli anni ’70 con continui rimescolamenti di formazione, partenze e ritorni, problemi con la giustizia ed altro ancora. La riunione della band del 2006, con i soli membri fondatori sopravvissuti, ossia Freiberg e Duncan, più nuovi innesti, non ha portato alla produzione di nuovo materiale originale, ma solo a concerti e dischi live, ma ogni continuità è definitivamente persa.

Mercoledì, 20 Marzo 2013 10:50

AB III // Alter Bridge

Se c’è un gruppo che meglio incarna l’incontro fra l’hard rock di classe e l’heavy metal da headbangin’, di sicuro sono gli Alter Bridge del fenomenale cantante Myles Kennedy.

Arrivati appunto al terzo album (da qui il nome) i "Creed con un altro cantante" decidono che è il momento di replicare Blackbird, album che per chi vi scrive è uno dei milgiori dischi rock del decennio. E ci riescono alla grande!

In tutto il disco echi metal, grunge e indie si rincorrono intermezzati da blues-country e hard rock americano di gran classe e da ballad rock d’autore.
Si inizia con un trittico dal lasciare senza fiato Slip To The Void, Isolation e la gemma del disco Ghost Of Days Gone By tre brani estremamente diversi ma allo stesso tempo accomunati da una freschezza di idee e un’energia davvero rari di questi tempi musicali così banali.
Soprattutto la terza è un piccolo capolavoro di rock americano: la voce di Kennedy è qualcosa di unico, potente, pulita e rock; uno dei migliori cantanti in attività assieme a Cornell.
Ma quando pensate di aver sentito il meglio arriva All Hope Is Gone e sembra di stare in un disco dei Metallica anni ’90 grazie all'alternanza magistralmente condotta fra malinconia e metallo martellante. Il titolo è il manifesto dei testi di tutto l’album, una specie di viaggio attraverso i pensieri di una persona che ha capito che tutto quello in cui credeva non è il dogma di verità che credeva, e potrebbe non esistere.

E poi? E poi ci si trova in difficoltà. Non si può non citare I Know It Hurts, Still Remains, Wonderful Life, ma finirei per citarle tutte perchè fra semi-ballad e cavalcate metal rock non ci si annoia, non c’è un calo di idee, non c’è una canzone che passi inosservata o possa essere tacciata di banalità e noia.

Mi sento di consigliare senza riserve questo disco a tutti gli amanti del rock dall’heavy metal all’hard rock al rock americano. Più semplicemente, agli amanti della musica di qualità.

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