Rifiutano sintetizzatori in pieno boom elettronico e affondano le radici in un folk-jazz d'autore: quella di DiVento è musica raffinata, ricercata negli strumenti e nel loro utilizzo, perfetto esordio di una band in divenire
I neozelandesi Heather Mansfield e Jonathan Bree sono al debutto con l'etichetta Sub Pop per il loro quarto lavoro, una sequenza di 9 brani che trasmette fin dal primo ascolto un'acquisita consapevolezza del duo.
Un synth scandisce quattro accordi iterati per l'intera durata della traccia d'apertura; parallelamente un coro compita le quattro lettere di B-a-b-y. E' il ritornello volutamente semplice, quasi infantile, di Brunettes Against Bubblegum Youth, un omaggio alla spensieratezza anni sessanta.
Se il gioco del doppio già ricorrente nei titoli dei Brunettes fin dai primi album (Holding Hands, Feeding Ducks, Mars Loves Venus), viene enfatizzato in Structure and Cosmetics e diventa esplicito nel secondo brano Stereo (Mono Mono), probabilmente il migliore dell'album. Il concetto spiegato nel testo è qui reso anche musicalmente: per prima cosa si delinea la traccia mono della voce femminile, poi quella maschile, infine avviene l'incontro delle due linee vocali che danno vita alla traccia stereo. Bello lo stacco alla Honey Pie marcato dall'ingresso della batteria.
Heather canta l'eterea Her Hairagami Set, Credit Card Mail Order è invece un lento riflessivo interpretato da Jonathan, mentre in Obligatory Road Song le due voci si alternano e fondono su una base di chitarra, piano rhodes e batteria.
D'impatto e molto articolata If You Were Alien: sol levante nella scala iniziale e nel timbro di lei, elaborate costruzioni e stacchi rigorosi per il resto del pezzo. Influenza geograficamente opposta sottende il brano Wall Poster Starl: il vibrato della chitarra è un assaggio dell'atmosfera western che avvolge Structure and Cosmetics, l'eponoma canzone di chiusura che scioglie ogni dubbio circa l'eclettismo dei Brunettes.
Nell'agosto 1987 aveva fatto scalpore la dichiarazione pubblica di Johnny Marr, che affermಠche avrebbe presto lasciato gli Smiths. I crescenti contrasti tra il chitarrista e Morrissey erano giunti al punto di rottura, andando a sommarsi oltretutto con le tensioni derivanti dagli irrisolti problemi di droga di Rourke. Quando il 28 settembre esce il quarto album Strangeways Here We Come, il gruppo si era di fatto disintegrato.
Nella loro terza fatica, Our Favourite Shop, gli Style Council danno un senso compiuto alla vena jazz & soul che si era già manifestata nell'ottimo, precedente Cafè Bleu. Tematiche già esemplificate al meglio nella opener Homebreakers, atmosfere cool e fiati in abbondanza per immergersi in quella che è la ormai definita direzione musicale di Paul Weller e Mick Talbot.
Correvano gli anni Novanta, Kurt Cobain ci aveva lasciato da poco, in Europa si affermavano nuovi fenomeni pop destinati, nelle loro diverse declinazioni, a prendersi la scena, mentre a Seattle si continuava a suonare, ma il movimento grunge si era già lasciato alle spalle il suo periodo d’oro.
Più a sud, a Los Angeles, una ragazza canadese poco più che ventenne provava a emergere in quel mondo che frequentava già da un po’, ma che non le aveva ancora regalato grandi soddisfazioni. E’ in questo contesto che nel 1995 viene pubblicato Jagged Little Pill, primo album di successo di Alanis Morissette, che conquista rapidamente il favore del pubblico e dà il via alla scalata dell’artista dal ruolo di semisconosciuta a quello di rockstar. Un timbro riconoscibile, testi espliciti, sonorità trasmissibili anche dalle radio, un uso sapiente dei videoclip e tanta grinta ne favoriscono l’ascesa, e la aiutano a ritagliarsi il suo spazio in un decennio povero di grandi personalità femminili.
Diciassette anni dopo sono tra gli spettatori all’Ippodromo di San Siro, dove la Morissette si ripropone ai milanesi a quattro anni di distanza dall’ultima apparizione italiana, con qualche settimana d’anticipo rispetto all’uscita del suo nuovo lavoro Havoc and Bright Lights.
Le luci si spengono con tre quarti d’ora di ritardo, ma una signora val bene l’attesa, soprattutto se l’oscurità può essere funzionale allo spettacolo (non sarà così). La band prende posizione e inizia a suonare l’intro di I Remain, quando arriva la voce da dietro le quinte. E’ solo un assaggio, il brano si interrompe, i riflettori esplodono e con lo stesso fragore, sulle note di Woman Down, fa il suo ingresso Alanis: sorriso sulle labbra, pantaloni glitterati, canottiera bianca e gilet nero.
Inizia a macinare chilometri, da un lato all’altro del palco, con lo sguardo sempre rivolto al pubblico, come i bravi attori. La mia attenzione, come sempre all’inizio di un concerto, è più sul quadro generale e sulle movenze dell’artista che sulla performance canora. Il flusso musicale è continuo, sicuro, senza sussulti, non sento niente di strano, ed è proprio questa mancanza di alti e bassi che già alla terza canzone insinua nella mia mente un dubbio che si fa subito insistente, ma che al momento tento di reprimere.
Continuo a pormi le stesse domande durante You Learn e il nuovo singolo Guardian, per il quale la ragazza di Ottawa imbraccia una chitarra elettrica. La voce c’è, è precisa, quasi perfetta, il volume è costante, perfino quando scosta la bocca dal microfono per cambiare accordo non c’è mai un calo. Anche i cori sovrapposti sono altrettanto impeccabili (non ci sono altri vocalist). Potrei anche aver assistito a un’esibizione ineccepibile, nonché al lavoro altrettanto magistrale di un tecnico del suono capace di aggiungere e togliere effetti in tempo reale senza la minima sbavatura, ma il sospetto che in realtà i meriti siano da attribuire quanto meno a un piccolo aiuto registrato mi resta.
Seguono Flinch, Forgiven ed Hands Clean, prima della seconda parte di I Remain. In generale lo show non si contraddistingue per originalità, la protagonista ripete sempre lo stesso movimento, cammina da destra a sinistra, da sinistra a destra, sorride, e ogni tanto concede alla platea un “thank you so much”, niente di più. I musicisti alle sue spalle provano a dare un po’ di movimento: da citare le scrollate di capo del tastierista Michael Farrell e le piroette del bassista Cedryc Lemoyne, che oltre a svolgere il suo compito, mi accorgo, riscuote consensi tra il pubblico femminile.
La svolta arriva con Ironic, quando finalmente riesco a interrompere i miei tentativi un po’ maliziosi di cogliere ogni minima asincronia per avvalorare la mia tesi. Adesso finalmente c’è l’interpretazione, non solo l’esecuzione, ci sono variazioni melodiche, e la grande partecipazione della folla quando Alanis gira il microfono verso di noi. Posso rilassarmi e godermi la musica, che da questo punto in poi cambia e diventa più umana, in linea con quello che ci si aspetta da un live. Dopo è la volta di un’altra novità, Havoc, prima di
Head Over Feet, 21 Things I Want in a Lover e di una nuova ondata d’entusiasmo scatenata da You Oughta Know.
Chiude la scaletta, prima dei bis, Numb, che culmina in un headbanging che per un breve istante mostra quel lato indisciplinato della Morissette che colpiva all’inizio della sua carriera, e del quale ora è rimasto poco. A volte l’esuberanza giovanile si trasforma in carisma e autorevolezza, altre più semplicemente svanisce per lasciare solo il ricordo.
Dopo i finti saluti due bis: Hand In My Pocket e Uninvited, un’altra breve pausa e la conclusione con Thank You, ringraziamento finale dopo un’ora e mezza fin troppo ordinaria.
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