Per prima cosa proviamo a tenere il ritmo: tempi dispari. E' chiaro che non ci troviamo di fronte alla solita minestra. Sono progressive, se si tiene conto di un'accezione intrinsecamente "regressive" del termine nell'utilizzo odierno, sguardo agli anni '70, ma emancipazione dal progresso elettronico, esigenza di sperimentazione interamente votata all'acustico.
Prestiamo poi attenzione ai testi. Esistere è la riflessione intima e personale con cui si apre l'album, quasi un monito sussurrato dal vocalist e chitarrista Claudio Domestico: non è un lavoro da ascoltare con superficialità. Un sax a briglia sciolta gioca sul riff ostinato in 5/4 di Solo con Me mentre la linea melodica vocale si stacca dalla frenesia dell'accompagnamento per indugiare sul tema della solitudine.
Viene invece affidato ad un arco l'introduzione del riff successivo, subito rimarcato dal sax: è il ritmo a trasmettere l'ansia di fuggire, l'affannosa ricerca di evasione di chi si trova Senza Scampo.
Castigo e Delirio è il brano più consistente (se non altro dal punto di vista della durata) dell'album che si chiude con un finale definito dallo stesso compositore "delirante": un botta e risposta tra archetto e contrabbasso pizzicato marcano lo stacco tra il corpo vero e proprio del brano e i quasi due minuti di assolo che lo concludono. Assoli di chitarra e sax e falsetti si alternano lungo la struttura anti-canonica di La Cura per stemperarsi ed amalgamarsi in un finale concitato.
La musica degli Gnut sfiora anche ritmi latini, ne è esempio l'accenno di bossanova in Stimoli, mentre la chiusura dell'album avviene su tutt'altro tipo di registro, lo stesso con cui la band napoletana si era presentata, il lento introspettivo di Potrebbe andar meglio.
Insomma, DiVento soddisfa pienamente l'ascoltatore più curioso e ci consegna una band, gli Gnut, sicuramente in grado di sorprenderci ancora.