L’operazione della raccolta di cover Thank You, di due anni più tardi, composto per lo più da materiale inadatto al gruppo, si rivelava un boomerang, esponendosi al pollice verso sia di critica che di pubblico. Per tutta risposta, quando ci fu da mettere mano al disco successivo, la Capitol/EMI pensò bene di chiudere il rapporto, dopo circa un ventennio, editando nominalmente l’album ma senza curarne minimamente marketing e promozione. E’stato il momento più vicino allo scioglimento, e per giunta a registrazioni iniziate anche il bassista lascia la band. John Taylor contribuirà il songwriting e il basso in soli quattro pezzi, dei quali Midnight Sun è la traccia più notevole.
Contrariamente alle previsoni, Rhodes, Cuccurullo e LeBon decidono di proseguire il lavoro. Ciò che ne risulterà, pur non essendo un masterpiece, ridà giustizia e dignità a dei professionisti che, dopo i rovinosi anni ’80 che li ha consegnati al mito in un battibaleno, impedendo loro di ottenere credibilità come musicisti, avevano sempre lottato per tenere in piedi una carriera declinante quando il vento delle mode aveva implacabilmente mutato direzione. Partendo dal nulla in cui erano piombati, i superstiti della più ingombrante icona pop del decennio precedente mostrano nudi ciò che sanno fare. E cioè un pop-rock genuino, non necessariamente banale, che spazia dalle potenti Be My Icon e So Long Suicide, ispirata forse dalla drammatica fine di Kurt Cobain, o il disarmonico inno Big Bang Generation, per passare a momenti di lucida poesia come Buried In The Sand gentile saluto al vecchio amico John, all’epoca non si prevedeva davvero la riunione di sette anni più tardi, o la composta Silva Halo. Brani all’apice dell’anticommercialità, a dimostrazione che nel momento in cui riescano a farsi ascoltare, i Duran Duran vanno oltre lustrini e paiettes. Palma del brano migliore alla bellissima Who Do You Think You Are?, probabile messaggio d’addio ai dirigenti della major che si disfavano di una leggenda passata di moda, con un lirismo paragonabile a The Chauffeur o Seventh Stranger. E’ doveroso far notare che l’” elettronismo” dell’epoca d’oro resta anche nella presente opera una prerogativa del suono del gruppo, ma ciò era insito nella band e non bensì imposto da chicchessia. In quest’occasione porta al maggiore hit-single tratto dall’album, ossia Electric Barbarella che recupera sfacciatamente le sonorità dance degli esordi, bisognava pur campare, tanto più in tempi di magra. Curiosa la title track Meddazzaland, stravagante esercizio affidato alla voce di Rhodes, con liriche oscure e risonanze spaziali che riportano in certi punti al Bowie berlinese.
Brani eleganti e di sicuro effetto sono anche Out Of My Mind, primo singolo, che verrà anche utilizzato nella colonna sonora del film The Saint con Val Kilmer, godendo così di un certo airplay, o la riflessiva Michael You’ve Got A Lot To Answer For, che lo stesso Simon indicò dedicata all’amico Michael Hutchenche. Tristemente il leader degli Inxs scomparve il mese seguente l’uscita di Meddazzaland. La consapevolezza della decadenza, espressa con ironia ed arroganza nella conclusiva Undergoing Treatment, in stile vagamente retrò, è il congedo di un disco più che dignitoso. Ascoltando questo lavoro non si può esimere dal pensare ciò i ragazzi avrebbero potuto fare della loro carriera se (si) fossero gestiti meglio dall’inizio, invece di passare attraverso la rovinosa, illusoria centrifuga dello star system. Certamente ora godrebbero di un maggiore, meritato credito anche di parte di certa critica che si ostina, ancor oggi, a rifiutarsi di recensire i loro prodotti.