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Martedì, 19 Marzo 2013 14:17

Intensive Care // Robbie Williams

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Intensive Care // Robbie Williams Intensive Care // Robbie Williams

La pubblicazione di Intensive care, nel 2005,era sostanzialmente servita a ribadire l'appartenenza di Mr. Williams allo status di popstar di fama mondiale,cui era assurto
ormai da alcuni anni. Ebbe anche però la peculiarità di confermare una sensazione già affiorata all'epoca di Escapology: il rischio che l'ormai trentunenne inglese stesse assorbendo i più deleteri crismi del musicista di successo: finto-trasgressivo e poi finto affrancato dallatrasgressione, finto-sofferente e finto-risorto, finto-in crisi e finto-
trionfante.

Cos'era andato perso negli anni? L'impronta personale di Williams, spontaneità, freschezza, un po’ di goliardia, a vantaggio di una formula “costruito-sicuro” i cui effetti artistici risultano, a detta di chi scrive, sensibilmente discutibili.
Manca l'essere realmente ribelle e scanzonato come i primi anni post- “Prendi Quello”.
Gli ultimi dischi, questo compreso, danno l'impressione di svendita, ossia di rinuncia di materiale davvero sentito, davvero genuinamente "Robbie", per privilegiare canzoncine pop-rock impeccabili quanto fredde, tanto orecchiabili quanto impersonali, che avrebbero potuto essere scritte, eseguite, cantate da chiunque altro.

Detto questo, si può poi analizzare il livello tecnico del disco e stabilirne che tutto è gelidamente bello, purtroppo anche troppo spesso deja-vu. L'opening Ghosts sembra il proseguimento di Come Undone, persino a livello di contenuto. Make Me Pure si basa su uno schema di ballata standard con una melodia discretamente "nuova", ma ha bisogno di ben quattro strofe prima di arrivare al dunque di un bridge che porti un'urgente variazione. Alcuni brani tuttavia, è giusto sottolinearlo, includono un qualche tentativo di sviluppo fuori dall'ordinario, come il middle eight della pimpante Spread Your Wings, che sfratta un
previdibilissimo refrain, rinviandolo a fine brano, stravolgendo il tran tran del pezzo. Oppure il primo singolo, Tripping, che vanta un indovinato arrangiamento reggae ed un ritornello meno banale di quanto minacciato dalla strofa. Molto ben riuscito anche Advertising space, cinica cronaca della fine di un mito, che riesce a mantenersi in un tono asciutto ed intimo senza affogare nella pomposità o nella sovrapproduzione.
Il momento migliore è rappresentato dalla struggente Please Don't Die, dove Williams riesce a contentere il suo voluttuoso talento e ad esprimersi in una preghiera accorata ma briosa, assorta ma serena, che cattura in pieno l'ascoltatore. Ma il resto dei brani non
riesce in realtà ad elevare l'opera oltre la soglia del compitino.

Your Gay Friend recupera l'energia primitiva di Life thru A Lens ma è penalizzata da incisi debolucci. Per Sin Sin Sin vale, musicalmente, il discorso di Ghosts, con un rivestimento elettropop che assicura il seguito nelle charts e in disco. Altri pezzi sono poveri d'attrattive, come le consecutive Random Act Of Kindness e The Trouble With Me, quest'ultima col curioso coretto "sudtirolese" a metà e fine corsa.

L'amicizia con Elton John deve aver salvato Robbie dall'accusa di plagio, a meno che sir Dwight non si sia accorto che il riff e il cantato di base di A place to crash siano pressochè
identici al suo vecchio cavallo di battaglia, Saturday Nisht's Alright For Fighting.

La meditativa King Of Bloke And Bird chiude il disco lasciando alcuni interrogativi senza risposta. Onestamente, non siamo ancora pronti per sentire Williams amareggiarsi con frasi come: "Then comes the evening that makes life worth living", come un vecchio disilluso, con il seguito di due minuti di tastiera soporiferamente uguale. Dopo dieci anni di carriera solistica, l'inventiva di Robbie e il suo clan segnala riserva. Serve linfa nuova negli arrangiamenti, nei temi, nei suoni.

Come reinventarsi? La bella sorpresa arriverà due anni dopo con Rudebox. Ascoltate quello, che è meglio.

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Alfonso Gariboldi

Poesie, racconti, recensioni: la caleidoscopica  proposta di Alfonso Gariboldi per AMA music si traduce in una acuta retrospetiva che indaga vizi e virtù degli album che hanno fatto la storia della musica. Ogni sua recensione è arricchita da un collegamento storico, un aneddoto, una riflessione sagace che contribuisce a delineare lo stile irreprensibile e irriverente della rivista.

Per ulteriori informazioni circa l'attività letteraria di Alfonso rimandiamo al suo sito personale www.alfonsogariboldi.it

Sito web: www.alfonsogariboldi.it

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