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Giovedì, 31 Gennaio 2013 16:22

Sandinista! // The Clash

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Sandinista! // The Clash Sandinista! // The Clash

Le labili frontiere del punk

Sandinista! è un album pesantemente politicizzato, esageratamente lungo, dipanandosi in quasi due ore e mezza di suoni, copiosamente diversificato (o, come direbbero i puristi, annacquato), da una miriade di stili ed approcci melodici che fanno a pezzi i rigorosi confini del punk cui i quattro avevano già attentato nel precedente e tuttavia più omogeneo London Calling.

Fregiandosi di collaborazioni di rilievo, tra cui il musicista giamaicano Mikey Dread, i nostri si tuffano in uno scenario reggae-dub che porta a risultati notevoli, tra cui l’epica One More Time (bissata dalla successiva One More Dub), che pare uscire da un corteo di protesta di Harlem, l’ironica Charlie Don’t Surf (il re del napalm...) o Junkie Slip. Ma anche The Crooked Beat per quanto inopinatamente dilatata, ne è un buon esempio. Alla voce del batterista Topper Headon è affidata Ivan Meets G.I.Joe, riedizione dell’eterno confronto USA-URSS a colpi di ska. Per restare nel genere però, preferiamo la divertente Hitsville UK, scelta dalla band come secondo singolo del disco ed ammorbidita dal coretto femminile.

C’è anche aria di maggior democrazia all’interno del gruppo, ora i pezzi non sono più prerogativa dei soli Jones & Strummer, e non è escluso che la varietà d’espressioni artistiche sia dovuta ad una maggior voce in capitolo della sezione ritmica. Non che il rock sia assente, è ovvio. La potente Somebody Got Murdered, cantata da Mick, crudele celebrazione dell’indifferenza imperante; gli irriverenti rock-bonsai di The Leader e Midnight Log; la crudezza della magnifica Lightning Strikes (in doppia versione, con la gemella The Magnificient Seven, la working-class-hero rap dei Clash); il sarcastico messaggio d’amore alla capitale di Up In Heaven. E’ proprio il sociale a fare inevitabilmente la parte del leone. Protesta e poi ancora protesta: antimilitare, nel 45 giri The Call Up; contro i guerrafondai ovunque disseminati, nel calypso di Washington Bullets; contro l’Inghilterra che ripudia i suoi eroi di guerra in Something About England, ove è particolarmente efficace il contrasto tra la confezione musicale del brano, un’allegra marcetta, e l’amarezza del testo.

Ma dal niente, si accende una luce: il gospel di Sound Of Sinners racchiude un’invocazione sincera al Signore al quale il nostro Joe ammette, bontà sua, di non essere ancora paragonabile malgrado le “sofferenze e i patimenti subiti”. Non crediate però sia un disco austero, serioso; fatevi coinvolgere dai ritmi latini di Let’s Go Crazy svaccati sulle amache con la batida in mano e la vita vi sembrerà migliore. Strepitose le cover, una per ogni genere, sostanzialmente: l’inno Police On My Back, manifesto anti-apartheid del vecchio Eddy Grant, ripreso in versione hard rock; l’elegante esercizio jazz di Look Here, con il basso di Paul in grande evidenza ma specialmente la superba Lose This Skin, interpretata dall’ autore Tymon Doggcoll’indimenticabile riff di violino ed il suo ritmo irresistibile. Dove il disco parrebbe perdere spessore è nel sesto lato, composto da versioni dub di brani altrove presenti Silicone On Sapphire per Washington Bullets o Version Pardner per Junco Pardner, e da una sarcastica riedizione di Career Opportunities, ma bisogna considerare che simili espressioni sono assolutamente confacenti allo spirito innovativo del suono della band. (Non bisogna dimenticare comunque che, pur trattandosi di un triplo vinile, Sandinista! venne messo in vendita al prezzo d’un doppio). Ma in questo stesso lato è impossibile, ad esempio, non lasciarsi ammaliare dall’unisono dissonante di Version City o dal folle pianobar di Living in fame, roba inimmaginabile solo un anno prima.

Il passo in avanti è comunque evidente, lo si noti nella scientifica cacofonia di Broadway, nelle lezioni jazz di The Equaliser e If Music Could Talk, resa strumentale di Living in fame o nel passo cadenzato di Rebel Waltz. Inutile specificare che il fascino di Sandinista! risiede proprio nel suo compiaciuto eccedere, nel libero spaziare in totale mancanza di rispetto di canoni e strutture omologati. Duro il giudizio della critica dell’epoca, specialmente quella inglese, mentre la ventata di novità fu meglio accolta al di là dell’atlantico; oggi mediamente le opinione sono state riviste e corrette ed il giusto risalto viene dato ad un disco che più d’ogni altro ha sdoganato e sviluppato l’immagine ormai (siamo già nei “nefasti” ’80) antiquata ed un po’ patetica del guerriero punk.

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Alfonso Gariboldi

Poesie, racconti, recensioni: la caleidoscopica  proposta di Alfonso Gariboldi per AMA music si traduce in una acuta retrospetiva che indaga vizi e virtù degli album che hanno fatto la storia della musica. Ogni sua recensione è arricchita da un collegamento storico, un aneddoto, una riflessione sagace che contribuisce a delineare lo stile irreprensibile e irriverente della rivista.

Per ulteriori informazioni circa l'attività letteraria di Alfonso rimandiamo al suo sito personale www.alfonsogariboldi.it

Sito web: www.alfonsogariboldi.it

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