Forse il riproporsi puntualmente come guru generazionale di un’intera popolazione lo distrae a tal punto da rendergli difficile una sincera e profonda ricerca stilistica-musicale che lo salvi dalle ripetitività e le eccessive similitudini con certe opere del suo passato. Ciò diventa quanto mai evidente ascoltando la maggior parte di quest’opera, posta a cavallo tra i due dischi citati e dunque apparentemente non pubblicata sulle ali di un avvenimento storico-politico statunitense.
Prendete You’ll be comin’ down, ad esempio, come non accorgersi che il cantato del refrain, e in parte anche del bridge è preso pari pari dalla vecchia Lucky Town? Anche Your Own Worst Enemy non riesce a divincolarsi dalle sabbie mobili di una musicalità rassegnatamente risaputa. Persino i temi trattati in queste due canzoni sono nebulosi, torvi avvertimenti vagamente minacciosi per colpevoli indefiniti. E non risulta lampante al primo ascolto che la strofa di Livin In The Future rappresenti una versione rallentata di Cover Me? Quest’ultimo brano riesce poi ad assumere una propria identità, prima di esser rovinato sul finale da un coretto ruffiano ed irritante, mentre le parole riportano inevitabilmente alle traumatiche separazioni post Ground Zero. La situazione non migliora ascoltando il brano di maggior successo tratto dal disco, ossia il secondo singolo Girls In Their Summer Clothes. Anche qui l’idea della “musica come lavoro di routine” e non come frutto di ispirazione artistica si fa inevitabilmente strada. Il pezzo si svolge in un giro di accordi elementare ed abusato, formula sicura del successo commerciale; di poco peso anche il testo, che narra la quieta malinconia generazionale dei sorpassati. Sfortunatamente c’è spazio per espressioni ancora più deludenti. I’ll Work For Your Love è il prototipo della love song classica del Boss. Dall’intro di piano trasportato direttamente da Rosalita al 2007, al giro discendente di basso nella strofa, al bridge con gli strumenti a zero o quasi, al ritornello di una straziante banalità, al testo rassicurante: non manca nulla. Poi ascolti Long Walk Home e non scrivi niente, dato che dovresti ribadire quanto appena affermato, con l’ovvia differenza delle liriche che narrano il lungo e doloroso ritorno a casa dei reduci del 9-11.
Troppo sfruttate, ritrite le strutture dei pezzi. Mai uno spunto veramente innovativo, mai un guizzo che apri strade differenti dal solito clichè.
Ad onor del vero, qualcosa in questo disco, sembra salvarsi. Indubbiamente la title track, il pezzo migliore dell’opera, denuncia dei professionisti della magia che vendono i loro trucchi a gente semplice e talvolta bisognosa. Arrangiato con equilibrio e sobrietà, senza la ricerca ostentata del refrain ad effetto, il brano procede mesto e riflessivo prima d’interrompersi improvviso alla soglia dei tre minuti. Oppure la ballata country-rock Gypsy Biker, prima dell’ennesimo coro inopportuno. Riuscita anche Radio Nowhere, primo singolo tratto dall’album, un rock semplice e diretto ma che se non altro riesce a non dare l‘impressione del già sentito, avvalorato da uno slogan ribadito ad oltranza nel bridge: “vorrei solo sentire del ritmo” che s’impadronisce della scena in luogo del ritornello a scandire il buon inizio di un disco mediocre. Galleggiano su e giù per la sufficienza brani come Devil’s Arcade e Last To Die che presentano un tema comune, ossia l’ossessione delle guerre. Nel primo brano l’arido e desolato paesaggio di morte dell’Irak di oggi è descritto in un giro melodico monocorde che si dilunga per il brano intero. Malgrado l’arrangiamento variegato, è un bene che la canzone termini prima di cadere nella monotonia. La seconda traccia evoca echi di conflitti lontani nel tempo rivestendoli di una tensione positiva e, soprattutto meno deja-vu del resto del disco. Peccato che poi l’album si chiuda con Untitled o Terry’s song, omaggio all’amico scomparso Terry Magovern. L’idea lodevole è però frustrata dalla melodia e dal cantato, la consueta litania da cantautore anni ’70 scontata e convenzionale, già ampiamente sfruttata in Nebraska e poi ancora in Ghost of Tom Joad.
Tutto sommato un disco piuttosto sconcertante, tanto più se consideriamo che proviene da un artista che non ha più nulla da dimostrare e potrebbe creare in piena libertà e senza alcun limite creativo.