In quest’opera non si ha mai l’impressione di uno stile ripetitivo, di un sound standardizzato che aveva rappresentato a lungo la principale arma dei detrattori del gruppo. Chi ha storto il naso di fronte alle similitudini riscontrate nei riff di alcuni brani precedenti, si trova qui piacevolmente spiazzato da una sorprendente varietà di colori. La canzone di apertura, che occupa un terzo dell’intero ellepì, Telegraph Road è un inatteso ed efficace trattato di rock progressivo. Narrazioni epiche, sezioni strumentali ad ampio respiro che si alternano a suggestivi momenti d’atmosfera, prima di cinque riuscitissimi minuti di assolo finale: e certamente quanto di più lontano ci si sarebbe aspettato dal gruppo in quel momento. Pregna di tensione, la track successiva Private investigations racconta le intime angosce ed insicurezze di un professionista dei pedinamenti. “Vetri blindati alle finestre e dolore dietro gli occhi” sono liriche che si sposano perfettamente col coinvolgente arpeggio di chitarra che perdura per il brano intero. Il nostro si confessa mantenendo un tono grave e dimesso. Al termine della sua testimonianza anche la chitarra sbiadisce, lasciando spazio ad un'unica nota di basso ripetuta ossessivamente, prima di riesplodere sul finale in lancinanti strascichi distorti accompagnati da stacchi di piano davvero azzeccati. Il basso accompagna poi il pezzo alla fine sfumandolo con sfiancante lentezza. Il lato due si apre con un atletico ed ironico rock’n’roll. Niente di meglio per stemperare la cupezza della traccia precedente. Industrial disease è una divertente satira dell’universo economico-finanziario, con accenni sarcastici a malfunzionamenti e depressioni. Qui si tocca il vertice opposto, un riff semplicissimo che non va certo a discapito della qualità e ripropone il marchio di fabbrica Knopfler. L’arrangiamento “spaziale” di tastiere e batteria specie nel finale contribuisce a un effetto davvero riuscito. E’ la volta della title track, senza dubbio il pezzo più elegante e delicato del disco. Love over gold è un brano mite, disseminato da morbidi arpeggi di chitarra e tenui accenni di pianoforte. Appena sussurrate le liriche del pezzo, una vera poesia in musica che culmina nella bellissima frase finale: “Ci vuole un amore che valga più dell’oro e una mente che sovrasti la materia quando le cose cui tenevi sembrano scivolarti tra le dita come sabbia”. Meritatamente il pezzo da il titolo all’opera intera. Ne è la più rappresentativa immagine, così docile eppure intenso, colmo d’espressività.
A chiusura di un disco tanto sorprendente, ecco It never rains, che inizia con un giro di tastiera che entra in testa e non ne esce più. Dopo una prima parte puramente melodica il brano sfocia in un rock energico; si staglia su tutto la parte mediana della canzone con il refrain alzato di tono ed accompagnato da un organo da brividi. Poco più tardi la voce si spegne all’improvviso e lascia la scena ad un lungo epilogo strumentale che dilaga in pieno stile “prog”. Melodie variegate, assoli su scale differenti, vitalità straripante a terminare degnamente l’opera più ambiziosa della band.