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FRANCO BATTIATOwww.battiato.itLuogo: Villa Reale, Monza (MB)
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«Pump up the volume» esorta una voce femminile dagli altoparlanti. Che sia una comunicazione di servizio?
Non c'è tempo per le supposizioni: una propulsiva Up Patriots to arms irrompe con una potenza che i suoi 31 anni di storia sembrano aver caricato, anziché smussato. Come accadrà per altri brani durante la serata, il pezzo non è suonato in versione integrale: la band riassume in un'anteprima di poche battute quello che sarà lo spirito dell'intero concerto. Per capirci, è quanto accade anche nell'arte cinematografica (di cui Battiato non è certo digiuno): i titoli di testa spesso anticipano allo spettatore quello che accadrà nel corso del film.
Quindi, se abbiamo colto il messaggio, Franco Battiato si appresta a spruzzare dell'autentico rock 'n' roll tra la suggestiva cornice della Villa Reale di Monza, pennellando qua e là arrangiamenti raffinati e curati in modo quasi maniacale: musica popolare e colta si amalgameranno come colori stesi sulla tela da una mano sapiente. E così sarà.
Una prima sferzata di adrenalina scorre tra la platea assieme alle note di Auto Da Fe, No Time, No Space e Un'altra vita, spunto per una freddura sul protrarsi oltre misura delle opere pubbliche in Italia (la terza linea del metrò che avanza – ironizza Battiato - e io è da 30 anni che l'aspetto questa terza linea).
Una serie di successi più recenti, sostenuti a colpi di distorsione da un "tarantolato" Davide Ferrario, infuocano il pubblico che non può fare a meno di rimbalzare sulle sedie al ritmo di Tra sesso e castità, Il ballo del potere, Inneres Auge e una superba resa live di Shock in my town. In un crescendo di emozioni, la scaletta non poteva che prevedere due brani dello storico La voce del padrone. Dopo Gli uccelli e Segnali di vita, dritto nel cuore della serata, arriva il momento forse più alto del concerto con il Quartetto Italiano che è ora protagonista di due chansons francaises riarrangiate dallo stesso Battiato per il primo Fleur: l’interpretazione che ci offre de La canzone dei vecchi amanti e J'entends siffler le train è sublime.
Povera patria, tristemente attuale, riesce a smuovere i sentimenti del pubblico più di qualsiasi turbolenta canzone di protesta; subito dopo, a placare gli animi arriva Prospettiva Nievsky, brano etereo in grado di riconciliare chiunque col mondo intero.
Sapevo bene quanto il repertorio di Battiato fosse vasto e ricco di capolavori, ma mai me ne sono resa conto come in questo momento: La Cura, I treni di Tozeur, La stagione dell'amore, L'era del cinghiale bianco, La danza, E ti vengo a cercare e Cuccurucucu vengono snocciolati a raffica per un pubblico in delirio, già in piedi e accorso sotto il palcoscenico con il benestare del cantante Catanese che zampetta per il palcoscenico, balla e si agita come un ragazzino.
Il pubblico pienamente appagato inizia a defluire col sorriso sulle labbra, ma ci sono ancora delle perle che attendono di essere chiamate banalmente "bis": L'animale, Stranizza d'amuri e, ovviamente, Centro di gravità permanente, chiudono più che degnamente una scaletta strepitosa che nemmeno l'acustica non esattamente impeccabile del cortile di Villa Reale è riuscita a sminuire.
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Ringo StarrLuogo: Arena civica, Milano
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Mi aspettavo molta più gente, ma devo comunque farmi largo con i gomiti tra i presenti. Sono affannato, ma arrivo appena in tempo, davanti a me solo un paio di persone, e Paul McCartney che appare all'improvviso e arriva a passo rapido. Non si fermerà neanche un attimo, forse il tempo di un saluto, poi se ne andrà. Mi sfila davanti, riesco ad affossare chi mi precede, allungo una mano e riesco a stringere la sua e a farfugliare qualcosa, poi sono costretto a mollare la presa. Paul si imbarca su un aereo privato, decolla, e io mi sveglio. Eh sì, purtroppo non ho avuto un incontro ravvicinato con Sir McCartney, bensì quanto appena raccontato altro non è che un sogno fatto poche ore dopo avere assistito al concerto di Milano di Ringo Starr e la sua “All Starr Band”, evidentemente sono un po' suggestionabile, ma perdonatemi, non capita tutti i giorni di trovarsi davanti un membro dei Beatles, e la circostanza straordinaria deve avere un po' scosso il mio subconscio.
Risvolti onirici a parte, ho comunque il dovere, e il piacere, di recensire l'evento, già di per sé straordinario, se pensate che Ringo non suonava a Milano dal leggendario pomeriggio del Vigorelli del 1965. Questa volta il palco è quello dell'Arena civica, e la data è inserita nel programma del Milano Jazzin Festival 2011. Sarebbe scontato e sbrigativo dire che il pubblico è eterogeneo, ma di fatto la platea è molto variegata, sebbene ragazzini e settantenni indossino le stesse magliette dei 'Fab' e nonostante negli occhi dei più anziani a volte la nostalgia rubi il posto alla meraviglia.
Non voglio dilungarmi troppo sulla presentazione dei musicisti, tra i quali merita però una citazione Edgar Winter, polistrumentista fratello del più famoso chitarrista Johnny. Oltre a lui sul palco ci sono Richard Page, bassista ed ex leader dei Mr. Mister (band degli anni 80 conosciuta in Italia soprattutto per i singoli Kyrie e Broken Wings), il chitarrista Rick Derringer (la sua Hang on Sloopy nel 1965 fu scalzata dalla testa della hit parade americana proprio da Yesterday...), Gary Wright, pianista che, tra gli altri, ha collaborato anche con George Harrison, il secondo chitarrista Wally Palmar e il batterista Gregg Bissonette.
Ringo non si fa attendere, e dopo una breve introduzione strumentale fa la sua apparizione, con gli immancabili indici e medi alzati in segno di pace e amore. Afferra il microfono e inizia a cantare It don't come easy, a pochi metri da lui la festa è già cominciata, molti hanno abbandonato le seggioline per accalcarsi dietro le transenne, gli addetti alla sicurezza tentano di farli (di farci) arretrare, e quasi ci riescono, poi Palmar fa un cenno: ci vuole vicino, e ovviamente tutti accolgono il suo appello, con buona pace della security. Il secondo brano è Honey Don't, da Beatles for sale, poi Ringo si accomoda dietro alla sua batteria Ludwig dotata di grande stella sulla gran cassa, e lascia spazio ai colleghi. Il primo a esibirsi e Derringer, con la già citata Hang on Sloopy, poi tocca a Palmar con Talking in Your Sleep dei Romantics, dopodiché si vive il primo momento di euforia collettiva: “Ora un pezzo che un tempo suonavo con un'altra band...”, battuta di Ringo che precede I Wanna Be Your Man.
Canta, agita le sue bacchette e scuote la testa, come fa ormai più di sessant'anni, anche se coadiuvato da Bissonette alla sua sinistra. Un po' di gloria per Wright e Page, poi uno degli ex ragazzi che scioccarono il mondo propone un brano dal suo ultimo album, The Other Side Of Liverpool, altra premessa a una nuova esplosione di entusiasmo: “Se non conoscete
la prossima canzone forse avete sbagliato concerto”, ma esistono poche persone che non abbiamo mai canticchiato “In the town where I was born...”, e di certo nessuna di queste potrebbe trovarsi per errore in mezzo ad altre migliaia che fanno il controcanto all'unisono, d'altra parte John, Paul e George non ci sono, e qualcuno deve pur sostituirli. Proprio in questo momento mi rendo conto che un signore, un paio di file davanti a me, a occhio e croce coetaneo di Sir Starkey, ha con sé la sua collezione di vinili, e sta sollevando la sua copia di Yellow Submarine, nota di colore fra centinaia di mani alzate.
Tra un'esibizione e l'altra arriva il turno di Back Off Boogaloo, ancora dal repertorio solista del protagonista della serata, poi Derringer fa sfoggio delle sue capacità chitarristiche per una decina di minuti: scale e tecniche varie, senza un vero filo logico, diciamo un riempitivo per far tirare il fiato agli altri e allungare un po' lo show. Non che il signore in questione non sia all'altezza, ma davvero niente di originale. E' lo stesso Ringo a ironizzare non appena si spegne l'ultima nota: “Ero talmente eccitato da questo assolo che mi ero dimenticato di essere il prossimo...”. Anche questa canzone arriva dal passato, ma addirittura dal periodo pre Beatles, nonostante sia entrata poi nella storia grazie a loro: Boys, che l'allora giovanissimo batterista cresciuto nel quartiere irlandese di Liverpool cantava e suonava già con Rory Storm and the Hurricanes. Chiudendo gli occhi, con uno sforzo di immaginazione, si può davvero sognare di essere al Cavern, e poco importa che ogni tanto le zanzare milanesi riportino alla realtà.
La fine si avvicina, ma le emozioni non sono terminate. C'è tempo per Photograph, scritta a due mani con George Harrison, Act Naturally, e poi, quando chiede “un aiuto” al pubblico, tutti capiscono, gli applausi coprono ogni altro suono, e gli altri membri della band non possono che urlare nei microfoni il nome che tutti aspettano di sentire: Billy Shears. With a Little Help From my Friends (con una copertina di Sgt Peppers che si alza subito davanti a me) è il penultimo atto, poiché il sipario cala solo dopo un piccolo omaggio a John Lennon: Give Peace a Chance. Solo il ritornello, niente di più, ma l'idea è gradita alla folla, che chiede invano un bis che non ci sarà e si rassegna a vedere scomparire Ringo dietro le quinte.
Poco meno di due ore, durata accettabile per uno spettacolo più che dignitoso. Inutile dire che in molti sono accorsi più per poter dire di avere visto un “Beatle” ancora vivo che perché innamorati delle doti dell'artista in questione, ma alla fine di tutto non si può che esprimere un giudizio molto positivo su un musicista che porta egregiamente i suoi 71 anni (lui che non ha mai finto di volersi ritirare a meno di sessant'anni...), snello come un adolescente, con la voglia di ridere e saltellare ancora su un palco, lui, che ha saputo prima convivere con le personalità smisurate dei suoi tre compagni di viaggio (e a farsi volere bene da tutti loro, restando al di fuori dei conflitti interni al gruppo), e che poi è riuscito a invecchiare meglio di molti altri, senza neanche abusare del chirurgo estetico.
Il vero “Quiet Beatle” è sempre stato lui, poche parole, pochi gesti plateali, capacità non certo fenomenali, ma sempre all'altezza della situazione, il tutto condito da un sense of humorn che gli ha permesso di superare momenti difficili e di potersi presentarsi oggi su un palco senza suscitare quella compassione che a volte purtroppo si avverte quando certe leggende “stagionate” imbracciano i loro strumenti sotto i riflettori. “The love you take is equal to the love you make”, e la musica ha già restituito a Ringo Starr un posto fra gli immortali.
Peace & Love: questa recensione lui la finirebbe così, e non me la sento di deluderlo.
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Big 4Luogo: Rho, Arena concerti Fiera Milano
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Partiamo dalla fine. Siamo ormai agli sgoccioli di questa lunghissima giornata quando James Hetfield chiama a raduno i colleghi: “Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario dei Metallica ed è fantastico essere sullo stesso palco con i Big 4. Pensavamo che non sarebbe mai accaduto invece questo è il momento giusto! Invito i componenti di Anthrax, Megadeth e Slayer a uscire sul palco per suonare un pezzo insieme e ricordare che la musica heavy è viva!”.
Ecco, il Big 4 è questo. Sul palco si respira un’atmosfera di rimpatriata tra vecchi amici-nemici che, raggiunta ormai la piena maturità, hanno definitivamente deposto l’ascia di guerra. Ci sono i Metallica al completo, Scott Ian degli Anthrax, Dave Mustaine, David Ellefson, Chris Broderick e Shawn Drover dei Megadeth e Dave Lombardo, Kerry King e Gary Holt, chitarrista degli Exudus sostituto del convalescente Jeff Hanneman, degli Slayer: praticamente il gotha di un genere, il thrash metal, nato con loro nei primi anni ’80 e che, probabilmente, con loro morirà. Insieme si lanciano in una cover infuocata di Die, Die My Darling dei Misfits e, alla fine, gli abbracci e i complimenti reciproci si sprecano; se siano sentiti o dettati dall’occasione non lo sappiamo, quel che è certo è che una scena del genere, visti i trascorsi burrascosi, non ce la saremmo mai aspettata.
Chiusa questa parentesi da “libro cuore”, i Metallica tornano a riprendersi la scena e chiudono l’esibizione con una doppietta devastante - Damage, Inc. e Creeping Death - che non lascia nemmeno il tempo agli oltre 35mila fan accorsi di chiedersi se le altre band non meritassero un trattamento migliore. Sia chiaro, il ruolo di headliner dei Four Horsemen è fuori discussione e anche in questa serata i quattro californiani non tardano a confermarsi come una delle migliori band in circolazione quanto a impatto dal vivo. Detto questo, però, anche gli altri Big avrebbero meritato una “potenza di fuoco” adeguata per potersela giocare, almeno dal punto di vista dei decibel, ad armi pari.
Purtroppo non è stato così, con buona pace del buon Dave Mustaine. I suoi Megadeth infatti, abituati a improntare le proprie esibizioni dal vivo sull’elevato tasso tecnico piuttosto che sulla potenza o sulla carica emotiva, sembrano proprio i più sfavoriti dalle carenze dell’impianto audio ma bisogna anche ammettere, però, che la loro performance, la meno brillante della giornata, risente pesantemente della scarsa vena (e voce) del biondo cantante. Nonostante dei cavalli di battaglia del calibro di Hangar 18, Wake Up Dead, Symphony of Destruction e le conclusive Peace Sells e Holy Wars…, alternati a qualche pezzo più recente e a un inedito, e i virtuosismi snocciolati da David Ellefson al basso e dall’ottimo Chris Broderick alla chitarra, l’ora e un quarto circa di esibizione dei Megadeth scivola via senza troppi scossoni.
Meglio di loro avevano fatto poco prima i redivivi Anthrax che avevano il difficile compito di aprire le danze alle 16 e 30 in punto e catalizzare l’attenzione di un pubblico già provato, prima ancora di cominciare, dall’impietosa canicola milanese. La prima sorpresa è Joey Belladonna, il cantante di chiare origini italiane che si aggiudica il mio personalissimo premio per la simpatia e l’impegno. Più tirato in viso di Steven Tyler, Joey corre avanti e indietro lungo il palco come ai tempi d’oro e, dopo qualche pezzo di “riscaldamento” come Madhouse e Got The Time, riesce quasi a sfiorare le tonalità che lo avevano reso celebre negli anni ‘80 in brani come Indians, Metal Thrashing Mad e I Am The Law. Il secondo evento inatteso è la comparsa sul palco, a metà concerto, del carismatico chitarrista Scott Ian che avrebbe dovuto farsi sostituire per tutte le date dei Big 4 da Andreas Kisser dei Sepultura per poter stare al fianco della moglie in dolce attesa e che invece, per nostra fortuna, non ha saputo resistere al richiamo dell’Italia. L’innesto di una terza chitarra dà una marcia in più alla parte finale dell’esibizione degli Anthrax che si chiude, ahimè, puntuale dopo un’ora, con la già citata I Am The Law.
Dopo i Megedeth, proprio mentre il sole inizia a calare alle spalle del palco, è il turno degli Slayer. Senza fronzoli, senza compromessi, come ci ha abituati da anni, il quartetto losangelino inizia a sparare riff e raffiche di doppia cassa che portano lo scompiglio nel pit e non solo. Anche in questo caso è necessario qualche pezzo prima che i tecnici riescano a diffondere un audio decente: appare quindi azzeccata la scelta di Tom Araya e soci di aprire l’esibizione con i brani più recenti per poi concludere il loro show con il trittico che tutti attendevano con impazienza: South of Heaven, Raining Blood e Angel of Death. Per un’ora e un quarto circa gli Slayer mettono a ferro e fuoco l’”arena” di Rho con un’esibizione tiratissima, potente e precisa, con un Araya in buona forma, un Kerry King sempre più incazzato e, soprattutto, un Dave Lombardo a dir poco devastante dietro la batteria.
Dopo le 21 e 30, a concludere questa lunga e caldissima giornata arrivano, con qualche minuto di ritardo sulla tabella di marcia finora di precisione svizzera, i Metallica. La setlist proposta è di quelle delle grandi occasioni e spazia dai ritmi furiosi di Hit the Lights e Blackened alle atmosfere cupe di For Whom the Bell Tolls e Fade to Black, dalle pirotecniche One e Enter Sandman alle immortali Seek & Destroy e Master of Puppets passando da All Nightmare Long, l’unico pezzo pescato dagli ultimi vent’anni di registrazioni in studio. In due ore abbondanti di show i quattro di San Francisco mettono in mostra tutto il meglio del proprio repertorio fatto di velocità, tecnica, altissima intensità e di un’energia e una passione tali da farci chiudere un occhio davanti a qualche sbavatura di Hammet, che ogni tanto si lascia prendere troppo - è proprio il caso di dirlo - la mano, o a qualche passaggio a vuoto di Ulrich (vedi The Call of Ktulu).
Risulta invece più difficile soprassedere su due particolari che avrebbero dovuto rendere perfetto questo evento, già di per sé eccezionale, e che invece hanno lasciato un filo di delusione nei ricordi dei 35mila presenti. Mi riferisco, oltre al già criticato livello insufficiente dei decibel durante le esibizioni pomeridiane, all’inadeguatezza della location: una distesa di asfalto con scarse possibilità di scampo dai raggi solari e dotata di un unico vialetto per il deflusso di diverse migliaia di persone ostruito, tra l’altro, dai carretti dei venditori abusivi liberi di agire indisturbati sotto il vigile sguardo delle forze dell’ordine.
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Bob Dylanwww.bobdylan.comLuogo: Alcatraz, Milano
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Ha l’effetto di un’onda d’urto dirompente che si propaga alla velocità del suono dell'armonica: il primo respiro di Dylan filtrato dalle ance si trasforma in un incantesimo scagliato sulla folla col cenno di una mano.
Tutto ha inizio qualche minuto prima. Cappello, giacca nera e camicia bianca, poco dopo le 21.00 l'anti-icona di Duluth si fa largo tra le giacche-bianche-camicie-nere della band, un misto di eleganza dannata e rockabilly. Al centro della scena campeggia la chitarra di Charles Sexton, mentre Bob Dylan si divide tra la postazione alle tastiere e la buia prima linea della ribalta, avvolta (casualmente?) dall'oscurità, al riparo dall'occhio indiscreto dei fari.
La base blues-rock di Leopard-Skin Pill-Box Hat è il tappeto rosso che porta Dylan al cospetto del pubblico radunatosi da tutta Italia all'Alcatraz di Milano: la voce inizia a graffiare la musica con un timbro attraversato da scaglie di vetro.
L'attacco del secondo brano è un chiaro indicatore del tenore che avrà la serata: canzoni del primo Dylan si alternano a pezzi più recenti con ritmi sempre più incalzanti, complice il tiro della band che non si ferma nemmeno di fronte a piccole incomprensioni su come far procedere o risolvere i brani.
Si ritorna al Blonde On Blonde di Vision Of Johanna, privata ovviamente di ogni tendenza melodica, ma non della magia e del fascino trasognato che continua a trasmettere a decenni dalla sua pubblicazione. Lo spettacolo (sembra impossibile) è ancora in crescendo: Dylan, assieme alla sua band, approda a brani dello spessore di Highway 61 Revisited, si sofferma sulla struggente Forgetful Heart e saluta la prima parte della serata sulle note dell'immensa Ballad Of A Thin Man.
Durante la pausa un veloce sound-check inietta nel locale una distorsione fino a questo punto inedita. Non c'è tempo per un pronostico sul titolo che segnerà il rientro in scena dei musicisti: l'attacco inconfondibile di Like A Rolling Stone ha già squassato le pareti dell'Alcatraz e lo stomaco dei presenti. L’assolo d'organo passa tra le dita di Dylan che si destreggia tra armonica, tastiera e chitarra con la naturalezza di chi ha alle spalle mezzo secolo di pratica. Come mantenere questo livello? Bastano due accordi dl brano successivo perché il quesito si sciolga tra note di All Along The Watchtower. Al termine del celeberrimo e iper-coverizzato brano, Dylan, solo alle tastiere, intona (forse per la prima volta nella serata) la presentazione dei componenti della band: la base ritmica è retta da Tony Garnier (basso elettrico e contrabbasso) e George Recile (batteria), Stu Kimball affianca il già citato Charles Sexton alla sei corde mentre Donnie Herron passa dal banjo alle tastiere.
La chiusura definitiva è affidata ad un pezzo che sa svolgere assai dignitosamente il suo compito, un pezzo celebre almeno quanto i versi con cui apre: "How many roads must a man walk down / Before you call him a man?".
La risposta, forse, è scritta proprio nella storia di Bob Dylan.
Arena Concerti Fiera Milano Rho
L'occasione, storica, è la reunion dei System Of A Down. Il luogo deputato ad accogliere l'evento (già, perchè non di semplice concerto si trattava, data l'unicità delle circostanze) la cosiddetta Arena Concerti Fiera Milano Rho. Il giorno 2 giugno 2011 si è spenta nel modo più indegno, nel parcheggio interno di una squallida ed inadeguata struttura fieristica, l'unica data italiana del tour dei System Of A Down.
I cancelli aprono la mattina, durante il pomeriggio Anti-Flag, Volbeat, Sick of It All, Danzig preparano l'atmosfera con volumi che rendono difficoltosi anche i più banali rapporti interpersonali; ma sono gruppi validi e i volumi smodati fanno parte dell'argot metal: la situazione lo richiede, sopportiamo di buon grado. Attorno alle 21.00 la massa composta da giovanissimi, da fan di vecchia data e persino da genitori con pargolo da iniziare al metallo si accalca nei pressi del palcoscenico. Il parcheggio interno (chi si ostina a chiamarla Arena, del dizionario italiano non è nemmeno arrivato alla prima lettera) è gremito, si ci siano 40.000 persone, forse 60.000.
La tensione cresce fino alle 21:30 quando, spaccando il secondo (a quanto pare le stravaganze non rientrano più nei costumi delle rock star!) i SOAD fanno il loro ingresso. Non me ne accorgo. La prima canzone è oltre la metà e non la riconosco se non al secondo ritornello, e solo perchè una ragazza più attenta di me è riuscita a decifrarla e a memoria ci canta sopra. «Qualcosa è andato storto - penso - si saranno rotte le casse». «Sarà per via di qualche legge sulla limitazione dei decibel» bisbiglia qualcuno alla mia destra; «Non è possibile» mugugna mesto qualcun altro qualche fila più avanti. Il fatto che riesca a sentire chiaramente commenti bisbigliati dai compagni di sventura nel bel mezzo di Mezmerize a 30 metri dal palco la dice lunga sulla condizione in cui siamo stati costretti a fruire l'esibizione live dei System Of A Down.
I quattro continuano a suonare, attorno a me sguardi attoniti, occhi sbarrati: il pubblico incredulo non sa nemmeno come reagire. La musica non è bassa: è indecifrabile, non è intellegibile. Suoni ovattati, non calibrati, dinamica inesistente: sento una buona dose di basi "grazie" al ritorno, ogni tanto un gracchiare in lontananza mi dice che l'ignaro Daron Malakian sta ancora suonando la chitarra, la voce inconfondibile e magnifica di Serj Tankian...beh, ha cantato? Tocchiamo il punto più alto della serata quando Malakian al microfono sfiora le note acute per cui è celebre: le casse friggono. «Quindi - mi ripeto - si è rotto l'impianto». E allora perchè non hanno interrotto il concerto? Tutt'ora una spiegazione non l'ho.
Non posso scrivere una riga sul live perchè non l'ho sentito, benché abbia percepito assai bene il costo del biglietto.
Infine, premesso che non è mio compito criticare strutture fieristiche reinventate per ospitare concerti, nè ho le competenze per giudicare l'efficienza dei sistemi di sicurezza di cui devono, mi auguro, essere dotate, propongo un'ulteriore riflessione: un parcheggio che ospita 50.000 persone, un unico cancello da cui far defluire la massa di gente, un'unica strada che costeggia la ferrovia, separata dai binari da un muretto alto 30 cm, su cui si è riversato un fiume di carne; che prontamente ha scavalcato il muretto (i controlli erano pressochè inesistenti) ed ha iniziato ad attraversare i binari. Uno scenario quasi apocalittico: chi può permettere che tutto ciò avvenga?
Se la musica deve essere un business, che almeno lo sia per i musicisti, non per qualche delinquente (sì, delinquente è chi commette un crimine, chi ha estorto con l'inganno a me ed al altre 40.000 persone 70 euro per un servizio che non ha fornito) che sfrutta in modo fraudolento entusiasmi e passioni altrui per raggiungere il solo obiettivo di un guadagno spropositato e illecito.
di Martina Bernareggi
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ROGER WATERSwww.roger-waters.comLuogo: Mediolanum Forum, Assago (MI)
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Sapevo che avrei visto cinghiali volare tra gli anelli del Forum, aerei precipitare, giganti mostruosi muoversi sulla scena ed interagire con i musicisti; mi han detto che durante il concerto, mattone dopo mattone, avrebbe preso forma un muro di 70 metri il cui crollo, ovviamente, avrebbe sancito la fine dello show (e riaffermato un ideale); insomma, la storia la si conosce, la musica pure. In definitiva prima di vedere The Wall sapevo tutto, tranne che tutto mi avrebbe stupita.
In perfetto orario le luci si spengono e il palazzetto si trasforma. Lo spettacolo non si vede dalle tribune: lo spettacolo sono le tribune stesse. Una contraerea circonda la platea con effetto dolby, occhi di bue scandagliano il pubblico nascosto nella penombra, un aereo si abbatte sui pezzi di muro al lato del palco e prende fuoco tra esplosioni pirotecniche: In The Flesh ci spinge a colpi di scena nella ferita di Waters, nel dramma di The Wall.
Uno schermo tondo appeso al centro della scena è il fulcro delle proiezioni, completate ai lati dal muro utilizzato come megaschermo in divenire. Le immagini che scorrono sono sia tratte dell'opera originale, sia video creati ad hoc per lo show. Di quest'ultima categoria fanno parte i primi piani delle vittime di guerra, militari e civili, che scorrono durante The Thin Ice, il primo dei quali è un omaggio al padre di Waters morto ad Anzio nel 1944.
Impossibile – penso - che lo spettacolo possa tenere lo stesso tenore per tutta la sua durata; e vengo subito smentita. Le emozioni sono in crescendo, come i personaggi sul palco: il severo e dispotico professore-martello disegnato da Gerald Scarfe si materializza in versione marionetta di 90 metri alla destra del palco. Con movimenti fluidi e perfettamente ritagliati sull’animazione originale il pupazzo oversize sembra minacciare i musicisti finché il monderno coro di bambini freestyle di Another Brick in The Wall lo caccia dal palco.
A metà serata manca solo un mattone al completamento del muro: è l’unico spiraglio da cui ancora si intravede il palcoscenico prima che Waters, affacciato verso il pubblico, chiuda brano, primo tempo e contatto visivo. Nella seconda parte sono i quindici proiettori puntati sulla parete a dar vita ad uno spettacolo surreale: il muro esplode, implode, si liquefa e riscostruisce grazie ad effetti 3D estremamente suggestivi.
I musicisti sono celati alla vista del pubblico. Si elevano al di sopra del muro tramite un sistema di montacarichi e pedane mobili solo nei momenti in cui il loro ruolo è centrale (un esempio su tutti, il sacro solo gilmouriano di Confortably Numb). In tutto questo Waters ha il carisma e il phisique du role per non essere oscurato dalle sofisticate ed eccezionali scenografie, è l'assoluto protagonista e si cala perfettamente nei panni del suo alter ego; c'è tuttavia chi paga il prezzo di tutto questo sfoggio: il concerto stesso, lo spirito live, il rapporto intimo ed empatico tra l'artista e il suo pubblico.
Ma lo scopo dello spettacolo non era certo questo. Waters ribadisce nel 2011 la sua condanna delle dittature, dei soprusi, dei giochi di potere che si abbattono sull'umanità come le bombe che in Goodby Blu Sky prendono simbolicamente la forma di svastica, stella di david, falce e martello, dollaro. Lo scopo dello spettacolo, perfettamente centrato, era stupire, colpire e suscitare una rifilessione attraverso la musica e la metafora immortale di The Wall.
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