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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Giovedì Marzo 26, 2026
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Cesare G. Romana

Cesare G. Romana

Cesare G. Romana Genovese doc, amico intimo di Fabrizio De André e suo compagno di strada, è il decano dei giornalisti musicali italiani. Critico de “Il Giornale”, è autore di un fortunato libro su Gino Paoli, e, per Arcana, di Quanta strada nei miei sandali. In viaggio con Paolo Conte e Smisurate preghiere. Sulla cattiva strada con De André.

Ciao Cesare, vogliamo ricordarti così
Giovedì, 26 Aprile 2012 15:42

Storia di musica n. 13 - Sinéad O'Connor

Bianca donna della magia

Sinéad O'Connor - Storie di Musica di Cesare G. Romana

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Fu un destino sgarbato ad assegnare a Sinéad O'Connor una madre manesca, ladra e alcolista. E un'indole alterna di santa e di strega, più un'infanzia di utopie e ossessioni. La stessa sorte imprudente ne imprigionò l'adolescenza in scuole-convento e in collegi-lager, dove il puzzo di sudore ed escrementi suppliva all'affetto: che poi, finisce che uno si metta a cantare e a scrivere, "prima che sentimenti e risentimenti ti esplodano dentro e ti mandino in pezzi", dirà lei, più avanti.

Del resto ne aveva di sgomenti da sfogare, Sinéad Marie Bernadette O'Connor, nata l'8 dicembre 1966 in una Dublino macerata da irrequietezze ataviche. Si celebravano i cinquant'anni dalla rivolta di Pasqua, era stato incoronato presidente Eamon De Valera, eroe dell'insurrezione anti-inglese, e l'Ira aveva festeggiato mandando in frantumi la statua di Nelson. Sinéad venne al mondo, così, in un clima di festa e di bombe e crebbe, coerentemente, in un crescendo di diverbi, utopie e percosse. I primi tra il padre John, ingegnere e giurista, e la madre Marie, ex sarta paranoide e cupa, che occupava il tempo libero sgranando rosari o rubando nei negozi, in compagnia della figlia. Per picchiare la quale usava mazze da hockey, racchette da tennis o battipanni, poi la scagliava per terra premendole addosso «per farti scoppiare», infine la chiudeva in un armadio a muro, lasciandola là per ore o giorni, nuda e digiuna.

«Ero abbandonata e rabbiosa, nessuno che mi venisse vicino per chiedermi cosa provassi», dirà poi Sinéad. E intanto cercava rifugio in fantasie contorte. Si persuase d'essere la reincarnazione di Bernadette Soubirous, la pastorella di Lourdes, e passava le notti ad aspettare che sul ciglio del letto comparisse la Madonna. Che non venne, e allora immaginò d'essere stata, in precedenti esistenze, la Cathy di Cime tempestose, poi Giovanna d'Arco arsa sul rogo. C'era, nei suoi deliri, una fame d'eroismo che sfumava solo di fronte alle botte: Marie picchiava e lei ferma a subire, finché la furia sbolliva.

Quando aveva otto anni i genitori si separarono, e lei se ne andò con la madre. La donna viveva di rancori, alcol e Valium, rubava, educò la figlia ai sensi di colpa e a barattare l'affetto col disprezzo. Dopo quattro anni Sinéad fuggì dal padre. Si dedicò al borseggio e ai videogiochi, girava con un tampax tra i capelli, marinava la scuola. Il padre la confinò in un collegio per ragazze "difficili", lo gestivano le suore e lei se le inimicò, dicendo in giro che «pretendono d'insegnarti la vita senza aver mai scopato». Finì in un riformatorio, che era anche un ospizio per anziane dementi. Una sorta d'inferno dickensiano accolse le sue dissipazioni: ad ogni marachella la mandavano a dormire tra le vecchie, nel lezzo di vomito, escrementi e senilità miserevole. Fu qui, tuttavia, che imparò a cantare, decidendo di diventare una star «non per i soldi, ma perché la celebrità ti dà potere». Esordì in un saggio scolastico, cantò Don't cry for me Argentina e Hurricane, di Dylan, poi la vollero a una festa di nozze. Colpì per la voce dolce e possente, e la mobilissima bellezza del viso: ora smagliante ora gelida, un po' angelo e un po' virago, maschia nelle mascelle risolute e femminea quando si pensava, o scopriva, femmina. Attratta vigorosamente dai maschi, ad onta del suo misticismo da rifugiata: per quel bisogno frustrato d'amore lasciatole dall'infanzia, cui si associavano le turbolenze adolescenti della carne.

Ebbe vari amanti, concordi nel descriverla copulatrice ingenua e sapiente, che era un altro aspetto della sua umanità contraddittoria. Craig Johnson, un musicista, fu il suo primo fidanzato ufficiale, cui ne alternò altri ma che più avanti avrebbe sposato, dandogli un figlio, Jake. Il loro amore carsico, intervallato da altre storie, sancì l'ingresso di Sinéad nel mondo della musica. Scrisse le prime canzoni per In Tua Nua, modesta band dublinese, poi formò un gruppo con Columb Farrelly, ex stuntman, bassista, esperto d'occultismo, stregoneria, voodoo, zen ed esoterismi assortiti. Sinéad, il cui nome in gaelico significa "bianca donna della magia", ne fu sedotta: ripudiò il cattolicesimo, seguì Farrelly nei suoi intrecci d'Irlanda, scale arabe, ritmi del Caribe, e concordò con lui che la band dovesse chiamarsi Ton Ton Macoute. Il nome evocava memorie sinistre: gli squadristi assassini ingaggiati da Papa Doc Duvalier, il tiranno di Haiti, e la setta di zombie sanguinari, tramandata dalla mitologia locale. Una gaffe, ma loro sostennero che la denominazione li aveva sedotti "per il suo ritmo possente" e per le sue ascendenze animiste.

Il gruppo era mediocre, non fosse stato per Sinéad. Che mise a frutto la sua anima doppia: di ribelle con vene di mansuetudine, mansueta con barbagli di ribellione. Cantare fu il suo modo di conciliare i due opposti, con quella voce purissima in cui s'incrociavano la levigatezza del folk, la selvatichezza del punk, la carnalità delle grandi interpreti nere, il lamento dei banshees, gli spiriti annunciatori di morte del mito gaelico. «Canto senza controllo - diceva - con un bagliore nero negli occhi, con l'altra parte di me che crede d'essere una regina e chiede solo di urlare». E con una sensualità primordiale, tesa, da bomba innescata: una sera, dal palco, vide un uomo tra il pubblico «che mi guardava e mi spezzò il cuore», raccontò poi. E su due piedi inventò una canzone, cantandola con gli occhi immersi in quelli ignari dell'altro.

Fu in quell'epoca, era il 1985, che la madre morì in un incidente stradale. Stava andando in chiesa, spirò in un incubo di freni ululanti e d'asfalto rigato. E la rabbia che Sinéad aveva cullato per anni, con tanta perversione d'amore, morì a sua volta. "Seppe" del lutto senza saperlo, una sera che le venne di chiedere, al fidanzato d'una notte, «cosa sarebbe di noi, se i nostri genitori morissero». E la invase un malessere dolente, del corpo e dell'animo. Seppe, l'indomani, che proprio in quel momento era diventata orfana. Per giorni e mesi sopportò uno strazio imprevisto. Sentiva la madre accanto a sé, ne avvertiva il profumo e i consigli. Tornò al cattolicesimo perché Mary, in uno di quei colloqui immaginari, glielo ingiunse. E a lei dedicò il suo primo ellepì, felice di poter liberare un affetto nascosto per anni nei recessi del cuore. Tra i suoi amori ci fu un prete protestante, nero, sposato e padre. Che la stregò e poi l'abbandonò, preferendole la famiglia, la tonaca e la parrocchia, consegnandole come dono d'addio un aspirapolvere. Lei scrisse Troy - «risorgerò Fenice dalle fiamme/ e mi vedrai tornare/ per essere quello che sono» - e lasciò l'Irlanda. A Londra abitò un appartamento umido, sbarcava il lunario leggendo i tarocchi, la testa rapata che la faceva assomigliare a un carcerato, o al "bonzo furibondo" della Butterfly, e gli occhi da Sibilla. Fece sua Nothing compares 2 U, un brano scartato da Prince, e così arrivò il successo, oggetto di finto disprezzo e in realtà perseguito con determinazione d'acciaio e senso del marketing. Ché Sinéad da allora lavora a costruisce il proprio mito, tra mattane dettate dai bollori dell'istinto e sapienti stramberie. Nutre l'appetito dei media con furiose invettive - «La Tatcher in tivù/ scioccata dai morti a Pechino/ strano che si senta offesa/ lei che dà gli stessi ordini» - ed exploit plateali: al grido di «combatti il vero nemico» straccia in mondovisione una foto di Karol Woytjla, accusa gli U2, che la stimano, di «mafiosità musicale» e ammonisce che «Milosevic non ha poi tutti i torti». Sfoggia reggiseni neri con scritto «Smetti di guardarmi le tette», annuncia e disdice tournée, rifiuta un Grammy per protestare contro «i mercanti dell'arte» e col nome di suor Bernadette Marie fonda una Chiesa tutta sua, autoproclamandosi prete. Per poi ripudiarla e spretarsi, con la stessa disinvoltura.

Nelle interviste si dichiara, via via, lesbica, bisessuale e «moglie di nessun uomo». Ma intanto, di uomini, ne sposa due, e due volte diventa madre. Qualcuno, a proposito del suo talento promozionale, la definisce malignetto «una Madonna più colta». Più colta, certo, ma anche più ispirata: per le sue canzoni figlie di un'Irlanda piagata, «razza di bambini/ che da soli si schiaffeggiano», e dei travagli dell'esistenza, gravate dal tormento della memoria, segnate dalla brama di luce e dal male di vivere. Finché, arriva l'ennesimo coup de théatre: «Abbandono la musica - fa sapere Sinéad - per coltivare la mia vita privata e intraprendere una nuova carriera», non specificata nel messaggio di congedo indirizzato ai fan, ringraziati «per ventidue anni di fedeltà» ed esortati a «non dimenticarsi di pregare per l'amore e per la pace». Un mese dopo, tuttavia, rieccola su un palco di Dublino, a fianco dei Massive Attack, a cantare, enigmatica: «Andrà bene, una buona volta/ non ci sarà un'altra volta/ ci sarà spettacolo, stavolta».

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Due anni dopo svela al pubblico dell'Oprah Winfrey Show di essere affetta da disordine bipolare e confessa di aver tentato il suicidio nel 1999, nel giorno del suo trentatreesimo compleanno. Di pochi giorni fa è la notizia che Sined O'Connor ha dovuto annullare le restanti date del tour in corso, compresa quella milanese, per  problemi di salute. E attraverso i social network la "bianca donna della magia" si scusa con i fan: «stupidamente, ho ignorato i consigli del medico a mio stesso discapito, tentando di essere più forte di quanto realmente sono».

Venerdì, 13 Aprile 2012 07:33

Storia di musica n. 12 - Jaco Pastorius

Jaco Pastorius - Storie di Musica

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Il viso scarno, con l’ardore degli occhi e le labbra enormi, aveva una sua contrastata bellezza: con un’idea di carnalità, che stregava le donne, e un che di ascetico, che intrigava tutti. Rammentava, dissero, quello di Akenhaton, il faraone eretico e poeta. Del resto eretico, Jaco Pastorius, lo fu la sua parte: per come d’uno strumento gregario, il basso, fece un protagonista assoluto; per come smantellò le convenzioni del jazz con iniezioni di punk, psichedelia, Bach, funk, rhythm and blues; per come dalle quattro corde del suo strumento trasse di tutto: il sospiro d’un violoncello, i pigolii d’un violino, la levità d’una chitarra, i singulti d’un sax. E come spesso è capitato agli eretici, non morì di vecchiaia, né nel suo letto.

John Francis Pastorius nacque nel ’51 a Norristown, in Pennsylvania. Il padre, batterista jazz, gli insegnò ad usare bacchette e rullante, il suo sogno, in realtà, era diventare campione di baseball ma una pallonata, a 13 anni, lo sventò per sempre, fratturandogli un polso. Non restava che la musica e Jaco, da autodidatta, imparò a suonare il basso elettrico, la chitarra, il pianoforte, il sassofono. Due anni dopo i suoi si lasciarono: assistere impotente alla fine della sua famiglia aprì una ferita che non si sarebbe mai chiusa e due matrimoni falliti, divenuto adulto, l’avrebbero resa più dolente.

Per anni lo aiutò ad occultarla quel suo orgoglio di perdente che non voleva perdere, imparato sui campi di foot-ball e di baseball . Seguì il padre a Fort Laudendale, in Florida, a Miami imparò i ritmi ipnotici dei Caraibi, quei suoni gonfi di sole. Suonò in vari gruppi, col suo basso cui aveva tolto i tasti, spalmandolo di vernice impermeabile per barche: donde quel suono unico, carnoso, adatto ai fiati lunghi della melodia più che alla secchezza del ritmo. Transitò  nei Bakers Kozen, con Paul Metheny, e nei C.C. Riders, il cui leader gli disse: «Sei un meraviglioso, fottuto bassista, hai anima, suoni da ingordo, per notti intere». Poi conobbe Joe Zawinul, lo Zawa-head - capo - dei Weather Report. Gli si presentò col suo vestito stazzonato e i capelli aggrovigliati come serpi, disse: «Sono John Francis Pastorius III, il più grande bassista del mondo». E Zawinul: «Porta il tuo culo fuori di qui». «Ma ho preparato un nastro, almeno lo ascolti». Zawinul ascoltò: «C’è un sacco di strumenti, perché non hai usato anche il basso?». «Ho usato solo quello».

Nacque un’amicizia, e più avanti Jaco entrò nei Weather Report. Per loro scrisse Teen town, su un club di Fort Laudendale dove, da ragazzo, suonava per i coetanei. Le  sue esibizioni sul palco - «fiammeggianti», le definirono i critici - dilatarono la popolarità della band. Zawinul racconta: «Mi ricordava quand’ero un ragazzaccio invadente, mi presentai a Cannonball Adderley e gli dissi: “Sono il più cattivo“. Jaco aveva addosso una specie di magia, la stessa di Jimi Hendrix».

Quattro anni, e intanto la vecchia ferita continuava a dolere. Inasprita dalla fine del matrimonio con Ingrid, che gli aveva dato due gemelli, Julius e Felix. «Quando doveva suonare in città - racconta l’ex moglie - lo capivi dall’attesa eccitata che si spandeva nell’aria: che so, un’energia misteriosa, una specie di ronzio. Bastava informarsi su quando avrebbe suonato, e dove». Si conobbero, vissero insieme, «lui amava falciare l’erba del prato, riparare l’impianto elettrico, ridipingere le pareti. Con i figli era perfetto, li faceva sentire speciali, gli insegnava i suoi giochi di prestigio imparati in tournée con Joni Mitchell. Ricordo i campeggi, le gite in barca, le serate sulla spiaggia. E quando si esercitava a suonare: ore e ore, ogni volta rappresentando lo spettacolo della sua vita». Così nacquero Mr GoneHeavy weather, Punk jazzRiver people, Three views of a secret, ogni titolo un destino.

Ma la fine della sua famiglia d’origine gli aveva inoculato, a quest’uomo assetato di famiglia, i germi del nomadismo. Nel momento in cui vide in Zawinul la controfigura d’un padre, lo prese una voglia selvaggia d’andarsene. Disse a Zawinul: «Voglio guardare il mondo attraverso i miei occhi». E fondò i Word of Mouth. Ma la vecchia ferita, dal subconscio, non s’acqueta, anzi preme per salire alla luce. Il primo album solista di Jaco s’apre con un titolo premonitore, Chrisis: una corsa a rompicollo verso il baratro, tutti gli strumenti sobillati dal galoppante basso continuo di Jaco. E poi la melanconia raggelata di Views of a secret, a contrasto col solare miraggio di Liberty City. E la "Fantasia cromatica" di Bach reinventata come un poema spettrale, il beatlesiano Blackbird col basso elettrico che canta come un contrabbasso, l’arredo urbano di Word of mouth, John and Marie elegia metafisica, oltre la vita. Fin troppo ispirato, per i tempi che corrono: figuratevi Chagall a fare il designer in una fabbrica di computer. «Pastorius era buono, gentile - dice un amico -, portava il cuore sulla camicia: inerme, insomma. Specie nei confronti dell’industria musicale, che lo avrebbe masticato e poi sputato via». Il disco è comunque un successo, la fama di Pastorius sfiora le stelle. Lo chiamano «il Duke Ellington della nuova generazione», «il futuro Miles Davis». Joni Mitchell, che lo ha al suo fianco in Hejira, vede in lui «la faccia dell’uomo sulla luna», la vertigine dei suoi assolo lo mostra egualmente connesso - dirà Metheny - col cielo e la terra.

Ma naufragò anche una nuova unione, quella con Tracy. E l’antica ferita ne trasse pretesto per salire alla luce, suppurò. Un medico la definì «depressione maniacale bipolare», male oscuro per il quale, allora, non c’erano cure. Jaco ne inventa una: alcol e cocaina. Il resto è notti su notti senza dormire, i morsi della paranoia, l’autodistruzione inseguita con cocciuto puntiglio. Senza la vicinanza paterna di Zawinul il male monta, «l’uomo sulla luna» diventa un oltraggioso attaccabrighe, le sue stramberie fanno titolo. Un tour giapponese, nell’82, fu un interminabile incubo. Lo arrestarono che girava nudo, su una moto, per le vie di Tokyo, sul palco pareva voler sabotare la sua band: se era sobrio ritrovava, d’incanto, la vecchia magia, se era ubriaco arrivava in scena con la faccia impiastricciata coi pennarelli, si lanciava in corse folli, troncava un assolo e usciva, poi rientrava e suonava sequenze insensate, insultava la platea, faceva a cazzotti con i suoi musicisti.

Nell’83, a Rimini, precipita dal balcone d’un hotel: sei metri di volo, un polso e tre costole rotte. A un festival provoca un tumulto e lo trascinano giù dal palco, rimpatriato passa sei settimane al reparto psichiatrico del Bellevue Hospital: forte depressione con atteggiamenti paranoidi, dice la prognosi. Dimesso, gira scalzo per le vie di New York, insultando i passanti. E continua a «curarsi» con bourbon e droghe. Finché di nitido, nella sua mente, resta solo la voglia di distruggersi. Dice Othello Molineaux, musicista della sua band: «Aiutarlo non fu possibile: era un guscio vuoto, lo spirito se n’era andato. L’anima che lo aveva protetto per anni, nei momenti di desolazione e nelle notti insonni, non c’era più: lasciò che lo abbandonasse».

Tornò a Fort Lauderdale ridotto a uno spiritato fantasma. L’eretico sconfitto aveva decretato da solo il proprio autodafé. Una sera del settembre ’87 saltò sul palco dove suonava Carlos Santana, interruppe il concerto con lazzi e grida, fu malmenato e cacciato. Vagò fino alle quattro di notte per le vie suburbane, si fermò davanti a un club malfamato, forse cercava droga, forse una donna. Ma l’ingresso era riservato ai soci: il portiere chiamò il buttafuori, il buttafuori chiamò il proprietario. Costui, un omaccione, atterrò l’intruso a colpi di karate: la polizia trovò Jaco bocconi sul marciapiede, il cranio sfondato. Ricoverato, impiegò nove giorni a passare dal buio relativo del coma a quello assoluto della morte. Aveva trentacinque anni.

Venerdì, 30 Marzo 2012 08:51

Storia di musica n. 11 - Laurie Anderson

 

Piccola Sibilla elettronica

 

Laurie Anderson - Storie di Musica

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Era un giorno del '94, in una Monaco rannuvolata. Laurie Anderson s'assopì, come spesso le accadeva, nel tiepido della controra. Chiuse dietro le palpebre i grandi occhi impertinenti e il sogno non tardò a intrufolarsi nel sonno. Era un suo modo di lavorare, il sogno: un'irruzione di fantasia sfrenata nel suo rigido mondo di relais e microchip, voci paranormali di origine ignota a rammentarle il primato dell'imponderabile sull'amatissima scienza. Vide una piana brulla, e su quella una stereofonia di tamburi che correvano come scoiattoli. Ma prima che la vicenda si evolvesse il telefono la distolse dal sonno, e dal sogno.

Era Lou Reed, di passaggio in Baviera. Si erano conosciuti due anni prima su un set, poi nelle fuggevoli occasioni che costellano la vita delle rockstar. Ora lui le proponeva di cenare insieme: e siccome nulla li accomunava, erano due rette parallele proiettate verso mondi inconciliabili, Laurie disse sì. A cena gli raccontò la sua visione interrotta, e il sogno divenne una canzone da cantare a due voci: In our sleep, nel sonno mentre parliamo/ ascolta il rullo dei tamburi/ nel sonno dove c'incontriamo. Non solo: la cena s'allungò fino a diventare una convivenza, come quando due rette parallele s'incrociano contro le leggi della geometria, e si rifugiano in un loft di New York che è città troppo magmatica perché qualcuno si stupisca di qualcosa, o s'accorga di te.

Davvero un'insolita coppia, quei due che di uguale hanno solo l'iniziale del nome di battesimo, e il mestiere di musicista scritto sul passaporto. Lui col suo collo da lottatore e l'aspetto da guappo di Coney Island, epopee di droga e di torbidi amori, poeta di dannazioni suburbane e d'inferni quotidiani. Lei radiosa nell'irta raggiera dei capelli e nella non-bellezza da Piaf postmoderna, innamorata della tecnologia quanto lui lo è della rude manualità del rock'n'roll, cinque lauree e un curriculum che accomuna il suo nome a quelli di Philip Glass, John Cage, Peter Gabriel, William Burroughs, Brian Eno, Allen Ginsberg. Fino al Dalai Lama, a Rauschenberg e a Cab Calloway, suo partner in uno storico show di capodanno.

Se è vera la metafora platonica dei due amanti come parti ricongiunte d'una mela divisa, fu una distrazione degli dei l'avere unito due metà di mele tanto diverse: e tuttavia quella tra Laurie Anderson e Lou Reed è un'unione felice. Il che mai avrebbe previsto, la Laurie dabbene che da scolara modello sognava di fare la bibliotecaria, nella Chicago dov'era nata nel '47 da un verniciatore e da una violinista, discendenti da antenati puritani venuti dall'Inghilterra per esercitare il prezioso diritto di perseguitare chi non la pensava come loro, perché il re gli vietava di punire chi lavorava di domenica. Quando poi capì che il bibliotecario è soltanto un secondino che tiene i libri in libertà vigilata, Laurie sterzò verso la musica. Spinta dall'esempio materno e dall'appartenenza ad una famiglia di narratori abituali affascinati dal linguaggio: ognuno aveva il suo, lo usava per inventare storie e canzoni, e ci capivamo per telepatia.

Tutto nella biografia di Laurie Anderson, o nel pochissimo che ne è trapelato, è nel segno della genialità infusa: eccola studiare violino a quattordici anni e a sedici suonare nella Chicago Youth Orchestra, a vent'anni studiare storia, scultura e arte alla Columbia University e intanto occuparsi di fotografia, architettura, elettronica e musica d'avanguardia, a ventidue laurearsi in storia dell'arte e a venticinque in scultura. Mescolando tutto ciò, nei ritagli di tempo, in complicati lavori teatrali, frequentando musicisti d'avanguardia, progettando installazioni multimediali e tenendo corsi universitari per studenti più anziani di lei. Vive in un loft non riscaldato, gira d'inverno senza cappotto più per esprit de bohème che per indigenza, scrive spettacoli e testi inconsueti: un Concerto per automobili in scena nel Vermont e un saggio su Narcolessia e sogni. Nel '73 la sua prima invenzione: una serie di scatole che discorrono tra loro, ciascuna sul suo piedestallo. Seguiranno la livella parlante (se la inclini da un lato ne esce una voce di donna, dall'altro risponde una voce maschile) e il Tape bow violin, con un nastro magnetico al posto del crine, estremo discendente dell'intonarumori futurista. Non paga, nei suoi spettacoli, la Anderson affida la propria voce al filtro d'un congegno, il Vocoder, che improvvisamente ne muta il timbro in quello d'un cavernoso baritono, lasciando di stucco la platea. Segue una cabina telefonica interattiva, un clone digitale di Laurie medesima, sorta di doppio virtuale da usare nei video, e un congegno ritmico disseminato lungo il suo corpo, che lei suona dandosi grandi manate sul petto, sui fianchi e in fronte. Fare musica è come frugarmi addosso, sfogliare la bibbia dei nervi, che è appunto il mio corpo, spiega lei, e Newsweek parla di Cassandra elettronica che ci nutre con parole immagini suoni melodie gag e storie, altri la definisce l'Archimede Pitagorico del pop. Finché i ladri le svuotano il loft col suo campionario leonardesco di computer, strumenti, formule e appunti.

Laurie abbandona l'ingrata patria trasferendosi in Messico, dove impasta tortillas per gli indiani Tzotil, che esterrefatti per le sue lenti a contatto la battezzano Loscha, donna brutta con gioielli. Poi si compra una canna da pesca e un'accetta e colleziona esperienze al polo nord, torna a New York e vive in una comune tra agricoltura biologica, radiofonia clandestina, droghe psichedeliche, filosofie orientali. Nel '77 due settimane di silenzio in un ritiro buddista preludono a un giro degli States con una valigia piena di violini, nastri e arnesi elettronici, punteggiata da concerti e conferenze in bar e musei. L'uscita del primo singolo, It's not the bullet that kills you, non le impedisce di fare la raccoglitrice di cotone nel Kentucky, poi la spalla del comico Andy Kaufman a Coney Island e infine di tenere corsi di recitazione alle suore benedettine del Wisconsin. Né di ricevere tre lauree honoris causa e di stupire i viennesi con una movimentata performance: canta e affabula su un palco spennellato di sangue, irrompe la polizia e una spettatrice indignata contrappunta il recital a suon di cazzotti. Il pubblico pensa che il tutto faccia parte del copione, e l'unica a restare imperturbabile è lei, la protagonista. Sono incidenti siffatti a preservare Laurie Anderson dagli algidi stereotipi e dagli astratti furori dell'avanguardia, insieme al suo senso indomito della realtà. Così l'impietoso affresco di United states è la caricatura esistenziale e sociale, visiva e sonora di un'America madre e matrigna: Stringimi Mamma tra le tue braccia elettroniche/ le tue braccia petrolchimiche/ le tue braccia militari, canta la Cassandra di Chicago in Superman, gran successo nell'81.

Eppoi c'è il sogno, che è la realtà proiettata nella surrealtà, e riemersa dagli abissi del desiderio e dell'inconscio. E', anche, la sola concessione all'autobiografia che emerge dal ferreo riserbo di Laurie, e dalla piana oggettività della sua musica. Sognai che sostenevo un esame in una latteria, su un pianeta lontano. Alieni scrutavano la Terra con un telescopio al posto degli occhi, racconta la Anderson, e prontamente il sogno diventa canzone. Oppure: Ero l'amante di Jimmy Carter senza averlo mai visto. Alla Casa Bianca, con altre amanti, discutevamo un suo decreto, che estendeva ai morti l'eleggibilità presidenziale. "Questa sì che è democrazia", dicevano. Altra canzone. O ancora: Arrivai in auto in una caverna preistorica, dovevo insegnare ai cavernicoli ad usare frullatori e tostapane. Ero un cane in una mostra canina. Passarono mio padre e i miei amici: non ero mai stata guardata così a lungo. Ero su un'isola piena di divi della tivù. C'era un panorama stupendo, ma nessuno lo vide perché tutti dicevano: guardami, guardami. E infine: Sognai Haensel e Gretel, lei faceva l'entraîneuse a Berlino e lui l'attore per Fassbinder. Haensel disse: "Sei una puttana, ho perso la vita in quella stupida favola quando il mio vero amore era la strega cattiva. Tanti sogni, altrettante canzoni.

La spinta onirica è tanto forte, per la piccola Sibilla elettronica, da permeare la stessa realtà. Così eccola alle pendici dell'Himalaia per cercare il Lama Latso, un lago sulle cui acque - sostiene Laurie - è scritto in codice il nome del futuro Dalai Lama. O trascorrere giorni a progettare, con altri artisti, scienziati, fonici mascherati da paperi e elettricisti in frac, il più improbabile dei suoi spettacoli: un parco e sopra di esso una nube più nera del nero, dal cui ventre sprigioni l'imput segreto capace di donare la favella agli alberi. Spettacolo mai realizzato, s'intende: se la fantasia non conosce limiti la tecnologia ne ha, e grossi.

ivano-fossati

IVANO FOSSATI

www.ivanofossati.com

Luogo: Teatro Strehler, Milano
Data: 19 marzo 2012
Evento: Decadancing Tour

 

C’è un’intrigante schizofrenia, quasi un gradito ossimoro quando il congedo d’un grande artista assomiglia piuttosto a un ritrovarsi, la melanconia di un addio svela la speranza d’un arrivederci e così è stato nel concerto ultimo di Ivano Fossati, che nel teatro intitolato a Giorgio Strehler ha annunciato il suo non negoziabile ritiro dalle scene. Due ore di commozione ma senza dolore, anzi sorridenti, con guizzi d’autentica festa: così il pubblico milanese ha salutato uno dei protagonisti più colti, ispirati e soprattutto più schivi, e anche perciò più amati della nostra canzone d’autore.

Il quale ha ricambiato tracciando, per l’ultima volta, l’autoritratto d’un autore-interprete rigoroso, austero e tuttavia ben più comunicativo di quanto implichi la nativa, ligustica renitenza all’ammiccamento. Con un passato creativo insidiato da qualche intellettualismo, ma senza che l’intensità ne risenta più di tanto. E nell’ultima tratta, da Lampo viaggiatore in poi, svoltato verso una semplicità molto accessibile, e tuttavia meno prodiga di genialità. Forse meno ispirata, ma mai disponibile alla frivolezza.

Con questo curriculum alle spalle il “Viaggiatore d’occidente" si appresta a partire per un viaggio che sarà, d’ora in poi, rigorosamente privato, niente più microfoni e platee plaudenti. Ma intanto ecco riaffacciarsi sul palco capolavori lontani (VentilazioneUna notte in Italia, La musica che gira intorno) e pagine recenti, da La decadenza a Quello che manca al mondo, tuttora attualissime le prime, un po’ pleonastiche le seconde ma che importa: la classe dell’autore, la sua chitarra versatile, il suo pianoforte impressionista e la sua band – molto complice, organizzata e capitanata da Piero Cantarelli – non rinunciano a rifulgere. E spesso a commuoverci, ché Ivano Fossati è artista per niente incline all’impudicizia emozionale, e tuttavia sempre disponibile all’emozione profonda, seppure discreta.

Di più: ecco un concerto che oltre a elargire vibrazioni autentiche non rinuncia a essere anche piacevole. E vario: ché il suo fluire s’agghinda di citazioni preziose, Bach (al violoncello di Martina Merchiori) e Boris Vian (Le déserteur), i Led Zeppelin e il minuetto settecentesco, i Procol Harum e il Medio Oriente. Con momenti di contagiosa squisitezza “sociale”, come Mio fratello che guardi il mondo dove il tappeto di dissonanze non compromette la purezza della melodia, e Stella benigna, la ragazza irachena sfuggita a Saddam Hussein, storia vera.

Insomma c’è in tutto il concerto un senso molto fossatiano del viaggio tra solitudini e latitudini diverse, ma intime, luoghi dell’animo più che della geografia. Donde il simbolismo volatile che alimenta via via Lindbergh («E la voglio fare tutta questa strada/ fino al punto esatto in cui si spegne»), L’orologio americano, Ho sognato una strada nonché, sempre più magiche, Ventilazione, I treni a vapore, La pianta del tè. Con inflessioni che apparirebbero, d’acchito, privatissime, ma nel progredire dell’ascolto sfoderano un’oggettività che le fa diventare di tutti: La costruzione di un amore, per esempio, raramente così toccante. Ora certo la canzone italiana perde uno dei suoi grandi. Un talento non certo minore, se uno stuolo di cantanti e cantantesse, da Celentano a Mina eppoi De Gregori, De André, Patty Pravo, e ancora le Berté, Mannoia, Zucchero hanno attinto alla sua vena sghemba, refrattaria alle “piccole cose rassicuranti”, diceva Dalla, della canzonetta usa e getta. Alla levità futile della cosiddetta musica leggera: ché se di leggerezza s’ha da parlare, in Fossati, non è certo quella della dell’esilità, dell’occasionalità, della banalità programmatica: ed ecco perché il suo canto scabro, i testi asciutti eppur complessi, le musiche armonicamente inconsuete e mai biecamente orecchiabili hanno resistito sulla ribalta per quarant’anni.

Ed è anche per questo che l’arte di un moderno trovatore può congedarsi dal pubblico senza però abbandonarci: perché nulla c’è di meno transeunte della genuinità pregnante e della profondità pudica, che sono tra i tratti salienti del canzoniere di Ivano. E il concerto ce lo ha rammentato, pur nell’ampiezza di un arco cronologico che va dai fecondi anni Settanta a questo oggi di ambigue restaurazioni politiche, insicurezze sociali, sgomenti esistenziali, ribellismi velleitari.

 

 


 

MUSICISTI

 

  • Pietro Cantarelli (produzione artistica e arrangiamenti, pianoforte, tastiere, Hammond, chitarre elettriche, fisarmonica e voce)
  • Claudio Fossati e Andrea Fontana (batteria e percussioni)
  • Riccardo Galardini (chitarre acustiche, nylon, elettriche, mandola)
  • Fabrizio Barale (chitarre elettriche e acustiche, voce)
  • Max Gelsi (basso elettrico e acustico)
  • Martina Marchiori  (violoncello, fisarmonica, organetto, tastiere, percussioni)
  • Mercedes Martini (voce recitante).

 

Mercoledì, 14 Marzo 2012 18:17

Storia di musica n. 10 - Nick Cave

«Orrendo a vedersi»

Nick Cave - Storia di musica n. 10

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«Ecco, io ti mando il mio messaggero a prepararti la via: c’è una voce che grida nel deserto...»: così s’iniziava il libro. Steso sul suo letto d’albergo l’uomo dall’anima lunga cominciò a leggere. L’aveva appena comprato, quel volumetto smilzo, in una bottega di Soho, rovistando tra gialli, romanzetti erotici, biografie d’atleti. «Solito papista fanatico», aveva sogghignato il libraio, guardando la faccia da patibolo, lo sguardo in allerta, la piega lunatica dei capelli corvini. Non seppe mai d’aver venduto il Vangelo di Marco, versione cattolica con l’imprimatur di Basilius Hume archiepiscopus, al più ostico tra i maledetti del rock. Leggendario per le sue risse sul palco, per i suoi quarant’anni cresciuti ad eroina e alcol, per il patto col diavolo che lo faceva uscire illeso da mortali overdose e bevute da schiantare un santo.

L’uomo, che era Nick Cave, percorse d’un fiato quei sedici capitoli dalla trama fitta, poi ripartì e lesse e rilesse, folgorato come Saulo sulla via per Damasco. E per la prima volta, in quattro lustri macinati, avrebbe detto il suo amatissimo Màrquez, «da angelo condannato al marciume», la bottiglia di whisky, sul comodino, restò intonsa.

La notizia del reprobo redento percorse il mondo ciarliero del rock, e un giornale titolò che Nick Cave, innamorato com’era di Beckett, aveva superato il maestro, e aveva trovato Godot: il suo piccolo dio di speranza, cercato invano nei Profeti e in Dostoevskij, in Dylan e in Artaud, in santo Genet comedien et martyr e in tutte le bibbie della dannazione e del riscatto. Ci fu chi esultò e chi rimpianse il vecchio maudit, chi lo abiurò e chi lo scoprì. Lui rispose con cantici raggianti: «Il tuo volto s’illumina/ c’è un idioma d’amore che sale/ tutta la scienza e la conoscenza e l’arte/ non possono ottenere di più». Il suo gusto per l’eccesso lo trascinò in un parossismo di luce, e dopo aver teorizzato, negli anni, la tragedia della vita ammise: «Per decenni ho tentato d’articolare un senso di perdita che accampava diritti sulla mia esistenza», ma ora Dio è la casa stregata dal desiderio in cui abita la vera canzone d’amore».

Tre settimane di disintossicazione avevano pulito il sangue di Cave, e la sua mente, dai veleni accumulati in vent’anni, e rivoluzionato il corso franoso della sua esistenza. Cominciata in un livido meriggio australiano, era il 22 settembre del ’57, in una clinica di Warracknabeal, trecento chilometri da Melbourne. Bibliotecaria la madre, Dawn, professore il padre, Colin. Da quelle parti era nato Ned Kelly, capo d’una banda di ladri di mandrie, rapinatori di banche e assassini di sbirri. Catturato, s’offrì al boia con un sorriso e una frase. dopo tutto, questa è la vita. La sua storia colpì nel profondo il piccolo Nicholas, come più avanti quella di Joseph Kallinger, serial killer nella cui mente sconvolta lesse «il rigore di un’impeccabile logica», o di Carl Panzram che, processato arrestato dopo venti omicidi, gridò alla giuria: «Io ho fatto il mio dovere, voi fate il vostro».

[...continua dall'homepage] Nick ne dedusse la visione d’un mondo bifronte, dove il bene ha bisogno del male, la luce della tenebra, Gesù, amato come rarità antropologica e profeta d’amore, di Lucifero, il Guevara biblico che aveva seminato nell’alto dei cieli l’azzardo dell’eversione. E lo disse in decine di testi. «Corruttore di giovani anime», «zozzone decrepito che ha costruito sul camuffarsi da cadavere la propria carriera», tuonavano i giornali. Lui rispose denunciando «la Santa Alleanza tra sinistra liberale e conservatorismo puritano», e tappezzando le pareti di casa con stampe religiose e foto porno, «perché il bene ed il male s’illuminano a vicenda». Alla musica arrivò per narcisismo, per sfidare gli dei e per conquistarsi la stima paterna, che non ebbe mai e fu questa la ferita più agra che l’infanzia gli lasciò. La sua voce stonata funestò il coro della cattedrale anglicana, a sedici anni fondò una band, Boys Next Doors, «incapaci totali, come me», a dodici anni era già maestro di ribalderie. Tentò di denudare a strattoni una compagna di classe, e rischiò un processo per stupro, fondò una setta di alcolisti anonimi e insegnò loro a distillare liquori con zucchero e bucce di patata. Accusato di pederastia, si vestì da donna e redarguì a mattonate i suoi detrattori. S’iscrisse a una scuola d’arte, frequentata da gay e ubriaconi, e dipinse torbide tele, dove l’espressionismo tedesco tendeva la mano a Tiziano, ai maestri del Gotico, al Rinascimento. In un club malfamato incontrò Anita Lane, fuggita da casa, espulsa da scuola, convinta che «pensare con la mia testa mi ha resa distruttiva»: perfetta per lui, che l’avvinghiò in un amore cocente, durato dieci anni fra baruffe, tradimenti e passione.

In breve fu noto, a Melbourne, per le zuffe che animavano i suoi concerti, i duelli con i naziskin, i festini dove si ballava con i calzoni calati, ci s’imbottiva di acidi, si sradicavano i lavandini dei cessi al ritmo iroso del punk. Fondò un nuovo gruppo, i Birthday Party, traendo il nome da Dostoevskij, e con loro volò a Londra, in cerca di gloria. Gli andò male. La sua reputazione, il suo aspetto, la mestizia dei suoi abiti gli alienarono i gestori dei locali, in albergo una cameriera lo derubò e fu la fame. Visse d’elemosine, di furti, di bottiglie vuote ripescate nelle pattumiere e rivendute per comprarne altre, piene di sidro. Fece lo spazzino e lo sguattero, rubò biciclette per procurarsi la droga e partite di cioccolata per arginare la fame, in un testo si descrisse «Nick the stripper, orrendo a vedersi», in un altro King Ink, Re Inchiostro, «un insetto che odia il suo putrido guscio».

La rabbia ne fece un poeta: secondo solo a Bob Dylan nel fulgore visionario, nei gorghi di lirismo vorace, vocaboli arcaici, interiezioni brade, conscio con Màrquez che «scrivere bene è il dovere più rivoluzionario d’uno scrittore». Alla fine arrivò un cauto successo: stufi di melassa pop e di mascherate new glamour, i giovani gli accordarono il plauso che la stampa gli negava. Tornato a Melbourne, trovò code di fan fuori dai negozi che vendevano i suoi dischi, e dai locali che lo ospitavano. Ma anche poliziotti: finì in carcere per avere speronato, ubriaco, l’auto d’un commissario, rifugiandosi poi in un bidone d’immondizie, per avere distrutto un pullmino ficcando nel serbatoio un calzino in fiamme, per avere orinato, da un furgone in corsa, sulla moglie d’un ufficiale.

Per il suo secondo album, Prayers on fire, progettò un video da ambientare in una discarica: un festino all’inferno con tossici veri e veri clochard, un vecchio hippy vestito da Cristo, un capestro su cui un Pantagruel manicomiale se ne stava appollaiato, ululando alla luna. E lui, Cave, impiccato a quel capestro. Cominciò il disgelo della critica: parlarono di «disco superbo, sull’onda di Beckett, Jarry, Père Ubu, Capt. Beefheart», di «miscele di paranoia, passione ubriaca, demenziale autoparodia». Lydia Lunch, «divina» del punk, vi lesse «l’esibizionismo dei timidi», e con Nick scrisse una serie di brevi atti unici. In uno di essi una donna, uccisa da malviventi, ascende al cielo. Poi ripiomba giù, e una voce scandisce: «Non permetteremo a nessuno di elevarsi sopra il letame». «Esprimo il mio gusto per il crimine, l’eros ossessivo, la crudeltà, le chimere», chiosò Cave. E poi, quasi citando Carmelo Bene: «Scrivere drammi è offensivo, il teatro è morto e sepolto». Una frenesia d’orrore sembra percorrere Nick: ai concerti lancia invettive in latino, scaglia microfoni in faccia ai fan, frantuma a testate i tamburi, canta con la faccia insanguinata. Ai fonici ingiunge: «Voglio un sound raschiante, brutto, pieno d’acuti. Qualcosa d’intensamente orrendo». In camerino si buca e lascia sui muri cuori disegnati col suo sangue.

Nell’83 scioglie i Birthday Party e abbandona Anita, dedicandole Cabin fever: Lui è Achab, lei l’inerme Balena «che cerca di divincolarsi tra un teschio e un pugnale». «Sono un misogino - spiega Cave - le mie opere nascono da una totale, egoistica autoindulgenza». L’anno dopo forma i Bad Seems, i Semi del Male, rubandone il nome dal Libro dei salmi. Ma l’eroina e l’alcol cominciano a fiaccarne gli estri: si ricovera, si disintossica, riconosce che «finora tutto era filtrato dal disgusto che provavo per me stesso». Salvato sul ciglio dell’abisso si trasferisce in Brasile, in cerca del suo nuovo mattino: «Mi giunse una voce così luminosa che mi coprii gli occhi», canta in New Morning.

A Sâo Paulo conosce Viviane Carneiro, disegnatrice di moda: è l’amore. E la paternità: nel 1991, il piccolo Luke viene al mondo in un mattino raggiante. La bruttezza del padre lo lascia indenne, Cave identifica in quella vita novella la propria rinascita, s’annulla in bamboleggiamenti da vecchio neonato. Ma la felicità rende più insostenibili gli orrori di cui è testimone: le favelas miserande, gli squadroni della morte, i bambini intossicati nell’anima dal baliatico della strada. Decide d’andarsene. Con Viviane pensano all’America, «ma - oppone Nick - è troppo malata di violenza , di sentimentalismo senza sentimento». Meglio Londra: quel torpore di nebbia, quel cielo muschiato di nubi proteggeranno la quiete del naufrago riemerso alla vita. Li accoglie una villa di Kensington nascosta nel verde. Finché, in un negozietto di Soho, Nick Cave trova un libro.

Giovedì, 01 Marzo 2012 20:35

Storia di musica n. 9 - Juliette Gréco

 Fragile frastuono di libertà

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Juliette Gréco - Storie di Musica di Cesare G. RomanaAnche nella morsa della Gestapo Parigi era smagliante. Ai piedi di boulevard Saint Michel la statua dell'Arcangelo era un inno alla luce, nei giardini del Luxembourg il verde straripava. La ragazza, sedici anni, passò rapida, con i seni da matriarca in affanno e i pantaloni da uomo sformati dall'incuria. Si fermò soltanto nel pronao del teatro, tra le colonne dove i clochard passavano la notte e dove ogni giorno andava a sognare e a dimenticare: sognare un futuro improbabile di palcoscenici, per dimenticare il presente.

È la prima immagine che i biografi - ultimo lo splendido libro di Bertrand Dicale, intitolato all'artista e fresco di stampa per l'editrice Le Lettere - ci tramandano di Juliette Gréco. L'antefatto è invece a Bordeaux, nel quartiere iper-borghese di Talence che nel '27 le dà i natali: un'infanzia da bambina ostica, per padre un poliziotto egocentrico e brutale, per madre una letterata altera, distante, persa tra miraggi di grandezza e utopie da femminista avant lettre. La donna chiama la figlia Toutoute, come una trovatella: «Non t'ho fatta io - le ripete -, t'ho comprata dagli zingari». Quando il padre se ne va, solo amico di Juliette resta un grosso, soave orso di pezza: la madre glielo butta via, «era fatta per cose gloriose - dirà la figlia -, la tenerezza le era estranea».

Ancora implume, in vacanza a Périgord, Toutoute s'innamora. Lui è un gitano sordomuto, vive in una roulotte ed è ammalato, come lei, di libertà. Ma è un amore di soli sguardi: muto, e in più platonico. A svelare a Juliette il mistero del sesso è, in collegio, la suora che una notte si infila nel suo letto, e poi la notte dopo e altre ancora. Finché Toutoute, accusata di furto, litiga con la superiora e l'espellono.

Tornata in famiglia vive con la madre, le sue amanti e i suoi amanti. Viene come un cardo selvatico, solitaria e spinosa. A tredici anni prende a schiaffi la signora Gréco e poi fugge in un fienile: i gendarmi la ritrovano a notte fonda, tremante di gelo e di terrore. A scuola non lega con nessuno, i giochi dei coetanei la irritano. Passa ore nella toilette a declamare Racine, un'insegnante ne nota "gli occhi di marmo nero, da Cleopatra, e la voce da attrice tragica".

Intanto le schiere di Hitler hanno invaso la Francia, la madre di Juliette entra nella Resistenza, fornisce falsi documenti ai partigiani e l'arrestano. Una mattina, Toutoute aspetta la sorella, Charlotte, in place de la Madeleine, quando quattro figuri l'afferrano. Trascinata su un cellulare prende a schiaffi gli uomini della Gestapo e ne è picchiata con foga selvaggia. Nella prigione di Fresnes una kapò, perquisendola, la deflora, poi la chiude, sanguinante, in una cella illuminata giorno e notte, con tre puttane che ne odiano da subito il riserbo insolente, poi finiscono per amarne la fragilità.

Tornata libera Toutoute alloggia in una pensione vicino a Saint Sulpice, a un fiato da Saint-Germain-des-Prés. Nell'appartamento si gela, il cibo manca e per scaldarsi non resta che sradicare pezzi di parquet e dargli fuoco. Uno studente, Bernard Quentin, offre a Juliette i suoi vestiti e il suo letto, per mangiare Toutoute deruba chiunque abbia una baguette o una fetta di formaggio. Quando, a diciannove anni, resta incinta una mammana l'aiuta ad abortire: le gambe intrappolate in un cerchio di metallo, uno strazio di ferri adunchi, carni ferite, emorragie che si susseguono per giorni e giorni. Juliette è un bucaniere alla deriva, ma è proprio l'indole da bucaniere a salvarla dal naufragio. E un chirurgo di buon cuore: che la vede svenire per strada, la soccorre e la cura, gratuitamente.

Finisce la guerra, i tedeschi sfollano via, De Gaulle annuncia la riacquistata libertà. E sulla Francia soffia un vento d'allegria ritrovata: "È la dittatura del piacere", titola un piscia-fogli, come nelle caves della Rive Gauche chiamano i giornalisti. Nei bar di Saint-Germain si reimpara a ridere, si ama, s'inventa. E si beve, a fiumi: «Un po' perché l'alcol non mancava - dirà Simone de Beauvoir -, un po' per sfogo, per festa, per oblio». Juliette e Quentin vivono, ora, in una mansarda da vie de bohème, oltre l'abbaino fumano i mille comignoli di Parigi, lui dipinge e lei sogna. O legge: Kierkegaard, Marx, Gide, Teresa d'Avila. Si iscrive al partito comunista, vende l'Humanité, con Marguerite Duras, su per il boulevard Saint-Michel, poi scopre che la militanza è una gabbia, non s'addice al suo animo volatile e restituisce la tessera. Fa la comparsa alla Comédie Française in un dramma di Claudel, intona "costruiremo un domani che canta" a fianco di Trenet e Josephine Baker, recita in Victor o i bambini al potere, di Roger Vitrac, con la regia di Antonin Artaud. Il dramma racconta, dice quest'ultimo, "la disgregazione del pensiero moderno in favore di chissà cosa", Juliette se ne accende con tale veemenza che un critico le riconosce "una precoce autorevolezza". Ora i copains di Toutoute sono un professore gentile e ironico, uscito da un lager tedesco, che si chiama Jean-Paul Sartre, e con lui la Beauvoir, Camus, Queneau, Prévert. E Boris Vian, fresco dello sdegnato successo di Sputerò sulle vostre tombe, che suona la tromba in un gruppo jazz e le è maestro di euforie e depressioni. Senza avere mai girato un film o inciso un disco, Juliette si ritrova famosa: per le sue risse, gli amori spiazzanti, le amicizie eterodosse. Per aver preso a ceffoni un ministro troppo galante, per aver messo al tappeto il figlio d'Alfred Cortot, per "la furia selvaggia con la quale fa a pugni", scrive France Dimanche. Ma soprattutto perché nessuno, nella Francia rinata, sa impersonare, come lei, lo scandalo, la gloria, il frastuono della libertà.

Declinano intanto, nell'euforia e nell'incertezza del futuro, i tumultuosi anni Quaranta e a Juliette portano in dono il più grande amore della sua vita, e il più feroce dolore. Lui è un campione automobilista, eroe della Resistenza, ingegnere, si chiama Jean-Pierre Wimille, ha gli occhi verdi, le tempie grigie e ventitrè anni più di lei. È mondano quanto lei è schiva, allegro quanto lei è ombrosa. Li avvince la legge degli opposti: si conoscono, si guardano e la passione divampa. Insieme girano Parigi, Antibes, Capri. Dopo la prima notte d'amore, in sogno, Toutoute vede l'uomo morire sulla sua auto, col petto dilaniato dal volante. Ed è esattamente così che Jean-Pierre se ne va il 29 gennaio '49, sul circuito di Buenos Aires, slittando su una cunetta.

Per Juliette è una fine senza fine, una disperazione che s'allunga sugli anni a venire. Si guarda vivere con occhi da estranea, si fa ancor più introversa, le leggendarie baruffe sono solo un ricordo. Cerca sollievo, vanamente, in liaisons provvisorie. Con Miles Davis, per esempio: lui, ventitrè anni, è soltanto un cupo, misogino genio in fieri, ma Juliette lo vede "bello come un dio egizio" e gli suscita un amore senza scampo. Per addolcirle il risveglio Davis, immerso nella vasca da bagno, suona Bach, insieme ciondolano ore e ore, mano nella mano, su e giù per il Lungosenna. Finisce tre settimane dopo: Miles torna a New York e sprofonda nell'eroina. Poi Marlon Brando: giovane, bellissimo e già famoso, sfreccia per Parigi con la sua moto enorme. La conquista senza fatica, e senza fatica la perde. Passano tre anni e Toutoute sente incombere il momento di reinventarsi. Lascia i pantaloni sformati e le scarpe da uomo, s'inguaina in tubini neri, muta le forme tozze in una magrezza da naufrago. E trasforma la ragazzaccia della rive gauche in una lady altera. Comincia col cinema: è Circe in Ulysse, di Alexandre Astruc, con Simone Signoret che fa Penelope, Jean Cocteau che è Omero e Jean Genet che dovrebbe essere Polifemo, ma non si fa vedere. Poi le consigliano di diventare cantante. Sartre la guida nella scelta dei brani: liriche di Queneau (Si tu t'imagines), Laforgue (L'éternel féminin), Prévert (Les feuilles mortes) e dello stesso Jean-Paul (La rue des Blancs-Manteauxz).

Joseph Kosma scrive le musiche e al debutto, in un club della rive droite, applaudono Mauriac, Allégret, Resnais, Erskine Caldwell. Juliette canta con Wimille nel cuore, neppure l'innata alterigia argina l'urgenza del rimpianto. Azzarda Les feuilles mortes e, quando canta "en ce temps là la vie était plus belle", dalla gola filtra solo un sussurro: il resto è pianto rattenuto. La voce è fosca e imprecisa, ma Sartre ne scrive: "Le parole hanno una bellezza sensuale, e Juliette ce la ricorda: attizza il fuoco che nascondono, ha nella gola milioni di poesie mai scritte".

Il dado è tratto, il successo di Juliette Gréco dilaga nel mondo, i maggiori teatri l'accolgono e, tra i primi, quello dei suoi sogni di bambina. Il resto è storia: successi, diatribe, scandali e un rosario lungo d'amici, mariti ed amanti. Musicisti come Sacha Distel, produttori come Darryl Zanuck, attori come Michel Piccoli, Philippe Lemaire che la sposa e ne nasce Laurence-Marie, bionda e ridente e bellissima, Rolande Alexandre che s'uccide col gas, travolto dal disamore di lei. Poi gli amici: Françoise Sagan, Eddie Constantine, Brassens, Léo Ferré, Serge Gainsbourg, Yves Montand, Aznavour. Più un giovane belga con gli occhi di febbre e il viso scarnito, che un giorno le fa ascoltare le proprie canzoni e lei dice: "Non saprei interpretarle come te, cantale tu". Lui si chiama Jacques Brel, suo pianista e coautore è un tale Gérard Jouannest. Ha modi cortesi, è schivo e tenace. Quando Jacques si ritira a morire nella quiete delle Marchesi, diventa il pianista di Juliette e il suo nuovo marito. Lo è ancora.

Venerdì, 17 Febbraio 2012 13:49

Storia di musica n. 8 - Piero Ciampi

 «Sono livornese, anarchico e comunista»

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Piero Ciampi - Storie di musica

Per viatico chiese un fiore e un bicchiere di vino fresco. Poi vide i fianchi dell'infermiera sparire rotondi oltre la corsia, e finalmente scivolò nel nulla. Sorridendo di sollievo, come mai gli aveva concesso la vita. Furono pochi i giornali che annunciarono la morte di Piero Ciampi, in quel diaccio gennaio del 1980 che lui coronò il sogno di un'esistenza «tutta passata a morire, ad ogni cosa che faccio». Parlarono invece i poeti: «Cantò la normale stranezza della realtà - lo descrisse Maurizio Cucchi - con voce così poco canora che non potevi fare a meno di considerarla viva e parlante». Gino Paoli fece eco: «Mi ricordava Vian, Bianciardi e Céline, visse come scriveva: iroso, acre, tenero, assurdo». «Preferiva alla rabbia il litigio, alla provocazione la bagarre», disse Paolo Conte. E Carmelo Bene, compagno di litigiose partite a dama, ringhiò: «Scompare, al solito, una delle rare persone eccezionali che abbiamo, e ci si accorge di lui troppo tardi».

Fu l'epitaffio più sferzante, quello che Ciampi avrebbe prescelto come il più consentaneo alla sua anima buona e rissosa. Sarebbe stato il più dolce degli epicedi, per la sua boria indifesa e per la sua anima fragile, rafforzata dalle zuffe. «Di mestiere farò il poeta, ma se va male lavorerò in porto dove i cazzotti non mancano mai», confidava ai parenti, ancora bambino.

Ché furono, i cazzotti, un suo modo di far poesia, insieme al vino e agli amori: pochi, allegri e devastati dall'incuria e dal malanimo, come in fondo fu tutta la sua esistenza. Imparò a fare a pugni fin dall'infanzia, figlio d'un venditore di perle e d'una madre morta giovane, che gli aprì nel cuore una ferita perpetua. Un giorno, con un fratello, diede fuoco alla casa paterna: per allegria, per sfregio o per vedere l'effetto che fa. Studiò di contraggenio, come s'addice alle menti profonde, ebbe amici rissosi come lui e, diplomatosi, emigrò a Milano per compiacere il padre, che lo voleva ingegnere. Ma Milano era euforica, torbida e senza mare, lui era un pirata, abituato al maestrale e al salino. Era un rock'n'roll di cantieri e motori, lui misurava il tempo di vivere sui ritmi lunghi delle onde. Così se ne tornò a Livorno e alle sue asprezze, ché «noi livornesi - diceva, orgoglioso - siamo toscani come gli altri, solo più antipatici».

Si guadagnò da vivere vendendo lubrificanti, e da sopravvivere scrivendo poesie come questa: Ho visto/ un cuore/ giacere rossastro/ sulla strada/ e un gatto/ mangiarlo/ tra gente/ indifferente. Nel '55, compiuti i ventun anni, andò al Car di Pesaro, in servizio di leva. Tra le reclute c'era Gianfranco Reverberi: musicista, baffi guasconi, risata pronta. All'attesa per le assegnazioni, Gianfranco sentì «una voce da menefreghista - disse - che articolava un blues», la raggiunse, si presentò e i due furono subito amici. Misero su un complessino, tennero banco nelle balere fino a ferma conclusa. Ciampi scriveva canzoni sui tovaglioli delle osterie, Reverberi ne lesse alcune e disse: «Strane come sono, piacerebbero in Francia». E Ciampi partì per Parigi.

Portò con sé una camicia, la chitarra e il biglietto d'andata. Sul passaporto pretese che scrivessero: Ciampi Pietro, Livorno 20 settembre 1934, professione poeta. Visse due anni tra ammezzati, conventi e cantine. A mezzogiorno sfilava dai frati per un piatto di brodo, al pomeriggio faceva la questua in Boulevard Saint Germain, la sera cantava nei bistrot, tre locali ogni sera, la ruggine in gola e uno pesudonimo, Piero Litaliano, che i francesi pronunciavano tronco, Litalianò. In un bar del quartiere latino un uomo magrissimo lo ascoltò e poi lo invitò al suo tavolo. Aveva la voce impastata nel cognac ed era Louis-Ferdinand Céline, ormai vicino a morire. Trovò nel livornese allampanato un altro se stesso, gli insegnò il mestiere sottile dell'autodistruggersi, che è un modo di vivere senza il peso di esistere.

Gli amori francesi di Ciampi furono brevi come fiati di vento: brevi, veementi. Gli chiesi, anni dopo, se ne avesse mai avuto uno felice, che dai suoi versi non si sarebbe detto. «Un paio, ma così corti», rispose brusco. E accennò alla strofa, famosissima, che in una sera parigina gli aveva bofonchiato Céline, appunto: Plasir d'amour ne dure qu'un moment/ chagrin d'amour dure toute le vie. Gli domandai come fosse, Céline. «Aveva una voce d'agonia e un sarcasmo da ciclope, non capii mai se, sotto sotto, amasse più la vita o la morte», ricordò, e fu tutto. Mi parve di vederli, il livornese con gli occhi azzurri che gesticolava senza requie, e di fronte a lui il vecchio fragile, arrivato al termine della notte, che ansimava con ironia di morente.

Lasciata la Francia, Piero Litalianò vagò tra Inghilterra, Spagna e Irlanda. Seguiva una sua geografia sbilenca, fondata su un atlante arbitrario: la Calabria è un'isola, diceva, l'Irlanda è un paradiso e l'America non esiste più. Quando non trovava dove esibirsi faceva la fame, ma senza rancore: d'altronde «un poeta - spiegava - può andare a cena soltanto sulle stelle». Proponeva canzoni piene di tenerezza furtiva e d'esplicita rabbia, spiegando che cantava «per non ammazzare», e dicendosi «sempre incazzato per tre buoni motivi: sono livornese, anarchico e comunista». Alle sue risicate platee parlava spesso di Livorno, «che è un'isola ma è anche il mondo, e io ne sono il Robinson Crusoe». Infatti ci tornò, senza un soldo come quando l'aveva lasciata, costretto dal rimpianto e dal fatto che all'estero non aveva mai ottenuto, tutte insieme, le quattro cose che più gli premevano: una frittata di cipolle, un bicchiere di vino, un caffé caldo e un taxi alla porta.

A una festa, a Genova, incontrò un'irlandese alta, snella e bionda. Il suo estro di navigante gliela fece apparire bellissima e in lei s'arenò, la ragazza apprezzò, di lui, la faccia ribalda e la timidezza aspra. Si sposarono, ebbero due figli, poi l'irlandese se ne fuggì: Piero l'amava dal pirata che era, lei cercava il tepore della stabilità. La rincorse in America, non la trovò perché l'America non è Livorno, è un universo dai confini impossibili, dove c'è tutto e nulla. Così si risposò, ma con l'alcol: che non tradisce, alla pari d'un amore s'infiltra nel sangue e pian piano ti consuma. Pochissimi da allora lo videro sobrio. Diceva: «In tutto quello che faccio c'è un po' di morte».

Visse tra Roma e Livorno con quello squarcio nell'animo. Gino Paoli lo impose alla Rca, gli procurarono un contratto e una casa, lui firmò, prese i soldi e sparì. Fece dischi con etichette rionali, firmandosi ora Piero Litaliano, ora Ramsete, poi col suo nome e cognome, e ogni volta con lo stesso insuccesso. Sul palco arrivava quasi sempre ubriaco, dimenticandosi i testi e reinventandoli all'impronta, con la logica storta e la coerenza bambina del poeta che credeva di essere, e probabilmente non fu. Del valore dei soldi non ebbe mai cognizione, gli piaceva la fama ma mal sopportava le telecamere: «Se vogliono riprendermi paghino - diceva -, sono ricchi, questi signori della tivù: portano mocassini da diecimila lire». Cantanti e cantautori? Se ne sentiva disamato, li chiamava "pezzi di merda" e preferiva frequentare pittori e scrittori: Bevilacqua, Turcato, Schifano, Carmelo Bene. E tuttavia Paoli gli incise vari brani, Aznavour lo volle al suo fianco in tivù, altre sue cose le interpretarono Gigliola Cinquetti, Connie Francis, Milly, Nicola di Bari, Morandi. E Nada la livornese, stregata da quel suo sguardo «dolce, triste, profondo: lo sguardo d'un bambino che sa ma non sa come fare». Ché piaceva, in fondo, l'impudicizia del suo mettersi a nudo, la voglia di autoritrarsi in pagine come questa: Ha tutte le carte in regola/ per essere un artista/ ha un carattere malinconico/ beve come un irlandese...

Trascorse così vent'anni: tribolando e divertendosi tra lucidissime sbronze, prestiti mai restituiti, contratti disattesi, parchi successi, turbolenti concerti, amicizie e inimicizie egualmente riottose. E per vent'anni, sorso dopo sorso, preparò la sua fine, aspettando che il fegato gli si spappolasse nell'alcol: invece il destino gli giocò l'ultima beffa, uccidendolo di cancro alla gola. Un ospedale romano gli fu ultima casa e ultima spiaggia, finché se ne andò come in una pagina del suo Céline, l'ultima di Voyage au bout de la nuit: «È crollato, tranquillo, tra enormi sospiri. Ha dormito. Che non se ne parli più». Gli restò, sul viso, un sorriso di pace, come mai la vita gli aveva concesso. Non fu difficile, trasferirlo dal letto alla bara: il male aveva reso il suo corpo sottile come una vela, tanto che sotto il lenzuolo - fu detto - rimaneva soltanto la sua intelligenza. Quando gli portarono il vino del commiato e il fiore della tregua, cadde nel sopore della buona morte. Tra i poeti, veri, che gli dissero addio, l'epicedio più bello glielo dedicò Francesco De Gregori: «Nella noiosa foresta della Gente Muta, le sue canzoni sono i sassolini che ci portano alla spianata da cui, con un po' di buona sorte, puoi vedere un pezzetto di luna».

Venerdì, 03 Febbraio 2012 10:27

Storia di musica n.7 - Joni Mitchell

L'insidiosa patologia della libertà

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Joni Mitchell - Storie di musica di Cesare G. Romana

Fu lei stessa a diagnosticare il male che l’affligge ormai da sessant’anni, l’insidiosa patologia della libertà. Comparandosi «al cuore d’un cactus», morbido dentro ma intoccabile fuori, in una delle sue canzoni più chiaroveggenti. Il testo le nacque al volante, mentre correva lungo l’East Coast in uno dei suoi raid solitari, e riflettendo sui perché della vita spense il motore e annotò, sul retro d’una multa: «Convinta d’amarli tutti/ li ha portati dentro i suoi sensi/ hanno riso dentro la sua risata». Poi ci ripensò ed aggiunse: «Ma guai se qualcuno la volesse in eterno/ impegnata com’è a essere libera».

Fu così che Joni Mitchell codificò la sua vocazione all’incompiutezza, prepotente fin da quando, pittrice stregata da Botticelli e Van Gogh, un destino scortese le assegnò un futuro da cantautrice. Incompiutezza ribadita dai suoi molti amori, tutti grandi e non grandi abbastanza da resistere al tempo. E già presumibile nell’irrisolta bellezza del suo stesso viso: fatato nei presupposti, con quegli occhi d’acquamarina e i capelli di finissimo oro, e tuttavia spigoloso, quasi la natura avesse dimenticato di levigarne le asperità.

Un’infanzia nomade, condivisa con una madre insegnante, Myrtha, che cercò di educarla ai sovrani principi americani, e un padre aviere, William, che le trasmise il batterio dell’indipendenza, fu l’humus nel quale, anno via anno, germogliarono le sue irrequietezze. Nata nel ’43 a Fort MacLeod, poco più che un villaggio nell’ovest del Canada, visse poi a Calgary, quindi a North Buttleford e ancora a Saskatown, a un passo dalle riserve indiane di Saskatchewan. Crebbe tra le melopee pellerossa e le filastrocche della nonna materna, l’impazienza del jazz, le musiche di Mozart e il garbo viennese di Schubert. Le infinite praterie, le danze coloratissime degli indiani, il turchese dei grandi laghi accesero il suo amore per la pittura, lo studio del pianoforte suscitò una più mansueta vocazione alla musica, una poliomielite domata a fatica alimentò la sua insicurezza e ad indirizzarla alla poesia fu un’insegnante della Queen Elizabeth School, che vide i suoi disegni e dedusse: «Se sai raccontare con i pennelli, puoi farlo anche con le parole». Fu così che Roberta Joan Anderson, dodici anni, intraprese il cammino che l’avrebbe tramutata, tempo un decennio, in Joni Mitchell. Si comprò un ukulele e le feste dei teen ager, poi le pedane delle coffee house, le offrirono la prima platea. Rifaceva Mozart a tempo di folk, rileggeva Ray Charles, Chuck Berry, gli Everly Brothers. Le lezioni all’Alberta College of Arts l’annoiavano, le esibizioni al club The Depression le diedero qualche brivido in più e a ventun anni salì su un treno per Toronto, l’ukulele a tracolla, in borsetta la sua prima canzone, Day after day per viatico i dischi di Judy Collins. Un compagno del liceo le offrì il destro di diventare madre, incompiuta anche in questo: la neonata fu data in affidamento, lei se ne dimenticò per ritrovarla trent’anni dopo e vivere, già anziana, una maternità differita.

A Toronto rimase perché le mancarono i soldi per il ritorno: conobbe Dave Van Ronk e Odetta, frequentò le cantine con Leonard Cohen, Buffy Sainte-Marie e Neil Young, faticò a trovare ingaggi e fece la commessa in un emporio. Qui conobbe un folksinger più squattrinato di lei, si chiamava Chuck Mitchell e le disse: «Sposami, avrò cura di te». Obbedì. Si lasciarono un anno appresso, dopo un soggiorno a Detroit e una canzone The Last Time I Saw Richard, scritta per formalizzare l’addio. Altri treni la condussero a New York, poi in Florida, quindi in California. E un nuovo amore la gettò tra le braccia di David Crosby: generoso, massiccio, perso in un circuito di droghe, alcol, utopie hippy. Nell’éra dei figli dei fiori, lui divenne il guru della West Coast, Joni ne condivise gli ideali e le sbornie. Finì due anni dopo, lei scrisse: «Mi mandò a quel paese/ barcollai verso la porta/ un altro uomo allungò la mano/ io la colmai d’argento». E, coerente, si trasferì tra le braccia di Graham Nash, che di Crosby era tra gli amici più stretti. Ma prima fece in tempo a pubblicare Joni Mitchell, il suo album d’esordio, a cogliere tiepidi applausi alla Royal Festival House londinese e a partecipare ad un tour con Crosby, Stills, Nash & Young: trionfale per loro, disastroso per lei che ogni sera fuggiva dal palco, piangendo per la disattenzione del pubblico. Un nuovo disco Clouds, con la parentesi pacifista di The Fiddle And The Drum, ne raddrizzò la pencolante notorietà. A Woodstock, invitata, non andò ma descrisse quel raduno come l’ultimo avamposto di un Eden possibile: «Ho sognato di vedere bombardieri - cantò - mutarsi in farfalle/ sopra la nostra nazione/. Siamo polvere di stelle/ dobbiamo tornare al Giardino». L’anno dopo era già una star, stanca e alienata. La consueta insicurezza l’indusse ad annunciare il ritiro dalle scene «per dipingere, distrarmi e viaggiare», e dopo tre mesi a smentirsi con Ladies Of The Canyon: autobiografico, solare, la fedele chitarra folk immersa in un alone gentile di violoncello, pianoforte, flauto, clarino. E anche Nash fu consegnato all’album dei ricordi. Ci fu una crociera con Crosby, un tour europeo, un soggiorno in Grecia, l’amore fulmineo con un contadino trovato in una comune naturista, dopo quelli con un gigolò cocainomane e con un prete conosciuto in un aeroporto: perché «ogni volta mi sento appena nata/ uno squarcio di luce nella tempesta».

Fu proprio la sua incompiutezza di donna a rendere grande la sua musica. Scavalcò i generi come una farfalla curiosa. Dall’impressionismo passò al jazz e nella sua tenuta, tra il verde della British Columbia, affluirono Jaco Pastorius, Stanley Clarke, Gerry Mulligan, Wayne Shorter, John McLaughlin. La cercò il grande Charles Mingus e le propose un album su versi di Eliot. Lei passò una notte a leggere: «Ci sarà tempo per chiedersi "Avrò il coraggio?"/ e poi "Avrò il coraggio?"/ e ancora: “Avrò il coraggio?“/ tempo per voltarsi a scendere le scale/ con una chiazza calva in mezzo ai capelli». All’alba decise che non ce l’avrebbe fatta, chiamò il maestro e disse: «Sarebbe più facile rifare la Bibbia». Mingus ribatté: «Allora scriviamo altre cose». Era costretto su una sedia a rotelle, morì in corso d’opera ma l’album, Mingus, uscì egualmente, incompiuto rispetto alle intenzioni, perfetto negli esiti. E tuttavia l’insuccesso fu clamoroso, le radio lo ricusarono, la critica ne fu spiazzata.

Un giro in auto, tutta sola, nel sud degli States, e la partecipazione alla Rolling Thunder Revue di Bob Dylan - «per studiare il misticismo e le malformazioni dell’ego» -, la nascita e la fine d’un nuovo amore col batterista John Guerin fornirono a Joni l’idea di Hejira: trasse il titolo dal viaggio di Maometto tra la Mecca e Medina, che consacrò l’avvento dell’Islam, ma ne fece il simbolo della sua itinerante inquietudine. I critici ironizzarono - «È sempre in cerca d’un approdo sfuggente» -, lei annunciò l’ennesimo ritiro, s’occupò di cinema e fotografia, imparò a giocare a nascondino col proprio mito. In un film mai distribuito impersonò un ragazzo nero e lo chiamò Art Nouveau, poi a richiamarla alla musica fu Paolo di Tarso: Joni lesse la seconda Lettera ai Corinzi e la trasformò in canzone sull’amore, «che si compiace della verità/ mai dell’ingiustizia/ e vede come vede un bambino». Tornò su un palco al fianco degli U2, ne fu surclassata e se ne andò, urlando alla platea: «Tenete le bombe per dopo». Ma, questa volta, non pianse: la sua insicurezza aveva trovato il puntello dell’aggressività, e gliene venne un’inconsueta gioia di vivere. Era l’89 quando andò al premio Tenco: cantò con la febbre alta, «avvolta in calzoni e scialli tzigani», nel dopoteatro un pianista azzardò un samba e la vedemmo in piedi su un tavolo, a ballare in una sorta di transfert orgiastico. Il suo compagno era, all’epoca, il bassista Larry Klein. Lo sposò, col suo aiuto ritrovò la figlia ignorata per trent’anni, poi lo lasciò. Al catalogo delle incompiutezze risolte aggiunse la maternità e s’inoltrò in un’imprevista avventura, quella di un’esistenza appagata. Accanto al nuovo compagno, Dan Freed, alla figlia Kilauren e alla figlia di costei, s’inventò madre e nonna e la sua musica s’adeguò alla quiete finalmente trovata. Un critico l’accusò di «raccontare gli anni Ottanta da idealista intristita degli anni Sessanta», lei rispose nel più eloquente dei modi, con le tinte solatie di Man From Mars. E se un brano rammentava il distacco da Klein, Joni ne esorcizzò con ironia l’occasionale mestizia, attribuendone il testo «non alla fine del mio matrimonio, ma alla scomparsa del mio gatto». E si rifugiò tra le braccia di Freed. Ora era una donna in pace, «emersa - secondo una sua metafora - dall’indaco tumultuoso». Alle soglie dei sessant’anni il cactus aveva perso le spine: «Che il nostro slancio non venga mai meno - implorò in Facelift - la felicità è il migliore di tutti i lifting possibili».

Mercoledì, 18 Gennaio 2012 09:20

Storia di musica n. 6 - Jeff Buckley

Scintilla bagnata

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jeff buckley - storie di musica di Cesare G. RomanaQuando il fiume lo restituì, Jeff Buckley era un gonfio pupazzo di carne fracida, due ombre per occhi, il viso da serafino devastato dai pesci e dalla corrente. Otto giorni prima, quando il gorgo l'aveva inghiottito, era ancora il più bello tra i travagliati angeli del rock: diafano, lo sguardo sfuggente dei timidi, il sorriso malcerto di chi si porta appresso quella melanconia atavica che fa sentire le donne un po' amanti e un po' mamme. Apparteneva, insomma, alla razza apollinea dei Jim Morrison, dei Jackson Browne, dei Syd Barrett, dei Brian Jones. E di Tim Buckley, suo padre.

Era un crepuscolo di maggio, quando morì. L'aria di Memphis s'imporporava come in un distico di lui, Jeff: «C'è un orizzonte rosso/ fiammeggia urlando i nostri nomi». Buckley aveva lavorato per ore al nuovo disco, ora ascoltava i Led Zeppelin sulla riva del Wolf River, poco lontano cantava il Mississippi. Poi lo videro alzarsi, gettarsi vestito nell'acqua, sparirvi. Si mormorò di suicidio e si vociferò di incidente. Si evocò il fantasma del padre, morto diciotto anni prima di droga, detestato, adorato, eluso, bramato da questo figlio così simile a lui. «Ora, dovunque siano, sono davvero uniti», si consolò alle esequie Ann Marie, sorellastra di Jeff.
Il breve patrimonio della sua vita lo spese a inseguire un fantasma, suo padre. Per decidere se odiarlo o amarlo, esserne il calco o l'antitesi. Concluse il suo inutile viaggio in un gorgo del Mississippi, era il crepuscolo, l'acqua di maggio era tiepida e la morte dovette sembrargli mansueta. Ora, fu detto, lui e l'altro avrebbero potuto incontrarsi.

Questa è la storia di Jeff Buckley, musicista rock annegato a trent'anni. Storia strana ed estrema quella dei Buckley, Jeff annegato a trent'anni, Tim  ucciso dalla droga a ventotto. Mediamente noto, da vivo, il primo, e idolatrato in morte, amatissimo in vita il secondo, e quasi dimenticato poi. Al figlio, Tim aveva trasmesso di tutto: il viso d'angelo, il talento, la voce eterea ed estesa, la voglia e il rovello di vivere. Ma solo per via genetica: Buckley senior se ne andò da Los Angeles che la moglie Mary, diciotto anni, era ancora incinta di Jeff. Approdò a New York lasciando ad entrambi soltanto una canzone sbruffona e dolente d'addio: «Non so nuotare nelle tue acque - diceva alla donna - né tu camminare sulle mie terre». Poi una strofa su quel nascituro «fasciato di amare storie e mal di cuore/ mendico d'un sorriso». Versi feroci e facilmente profetici, ché a Tim bastava guardarsi allo specchio, per sapere come suo figlio sarebbe stato, e di quali patemi sarebbe vissuto.

E' il giugno '66, siamo ad Anaheim, Los Angeles.
Jeff nasce quattro mesi dopo, è il giugno '66. Cresce con Mary, i suoi amanti, una zia e una nonna, senza padre e tuttavia impregnato di lui. Carico di rancore per il suo abbandono, eppure mendico di quel sorriso, in una bipartizione dell'io che è l'anticipo della schizofrenia. Padre e figlio s'incontrano una sola volta, il ragazzo ha otto anni e il padre venti di più, ma una settimana di convivenza non sana il reciproco disagio né rafforza il reciproco radicamento: semmai dovette accrescere, in entrambi, il timore d'un possibile affetto, che nessuno dei due cercava ed entrambi inconsciamente volevano. E che li avrebbe come mutilati, Tim nella sua irresponsabilità vagabonda, Jeff nel suo bisogno d'identità: non il figlio di Tim Buckley, la star, ma semplicemente Jeff Scott Buckley, musicista.

Con quel vuoto dentro Jeff viene su, come vuole la convenzione biografica, "normalmente felice". Ma non troppo: una qualche saggezza già adulta, i capelli, alla nascita, quasi canuti, una connaturata mestizia inducono i familiari a chiamarlo el viejito, il vecchietto. La nonna materna ama citare, guardando il nipotino, Thomas Hardy e il suo Piccolo Padre Tempo: «Era la vecchiaia mascherata da giovinezza, così maldestramente che la sua vera identità trapelava dalle crepe». Ed è come se il piccolo cherubino crescesse con due anime: l'una colma di grazia, l'altra oscura, ribelle, da perseguitato. Mary gli suona le canzoni di Tim, lui dirà a tutti, per anni, di non averne mai sentita una: e intanto gli monta una gran voglia di conoscerlo, l'uomo che lo ha rifiutato. Per adorarlo, chissà, o per ferirlo a morte, per scegliere se esserne il doppio o l'antitesi.

La nonna gli regala una vecchia chitarra, lui si diverte a far rotolare tra le corde biglie di vetro, per cavarne liquescenze e sospiri. E' la radice delle canzoni future.
Quando Mary sposa Ron Moorhead, un meccanico appassionato di rock, Jeff assorbe quella passione ma non riesce a surrogare col patrigno il suo padre fantasma. La metà più ombrosa del suo carattere scatena il sarcasmo degli amici: «Sciocco moccioso», «Tonto caccoloso», «Scotty vasino» sono i soprannomi che gli infliggono, e peggio di tutti «Buckley-Fuckley». Anche per questo, all'asilo, lo iscrivono come Scott Moorhead. Ma alla morte di Tim si riprenderà il cognome paterno: «Non so perché lo faccio. O forse sì", spiegherà, senza spiegare.

Quell'assenza paterna, dunque, scandisce l'adolescenza di Jeff. E con essa la musica: quella che Mary suona al pianoforte o al violoncello (Chopin, Mendelssohn) e poi Bacharah, Edith Piaf, Led Zeppelin, Joni Mitchell. E Jim Morrison, grande amico di Tim. Poi la poesia:in una canzone a lui dedicata, i Cocteau Twins chiameranno Jeff «cuore di Rilke», ma un bisogno di filiazione lo spinge, piuttosto, verso i grandi visionari, quale era stato suo padre: Neruda, Lorca, Ginsberg una cui strofa - «Hipsters con la faccia d'angelo/ ardenti per l'antico contatto celeste/ fluttuanti sulle vette della città contemplando jazz» - sembra il suo ritratto.

Nel '75 Mary scopre che l'ex marito terrà un concerto a Hunkington Beach, un sobborgo di Los Angeles. Ormai Tim è un Icaro bruciato dai sogni e dalle droghe, il suo successo ha scalato il cielo ed è franato giù, nell'anticamera del dimenticatoio. Ma che importa: Mary conduce il figlio al concerto - «era tutto eccitato, gli fiammeggiavano gli occhi, non riusciva a stare seduto». Poi gli presenta il padre. Risultato: un abbraccio di dieci minuti e l'invito a trascorrere insieme le feste di Pasqua. Che, come si è detto, non spianano la strada ad un vero legame: i due sono troppo uguali per scoprirsi complementari, e perché sull'emulazione prevalga l'amore. Un mese dopo un'overdose si porta via Tim, e Jeff non va ai funerali: non l'hanno invitato.

Diventato adulto il giovane Buckley sbarca il lunario da centralinista e da commesso, fa il barista negli stessi locali in cui, smesso il grembiule e imbracciata la chitarra, intrattiene i tiratardi. Finché nel '90, a ventiquattro anni, fa la stessa scelta di Tim: lascia la California, "paese di selvaggi e di gente repressa", e se ne va a New York. Canta negli stessi locali dove aveva cantato suo padre, non dice a nessuno di esserne il figlio ma i meno immemori risconoscono in quell'atteggiarsi da bimbo smarrito la fragilità di Tim, il suo sguardo, la voce estesa ed eterea, intrisa di spleen e di sogni. E quando lo invitano a partecipare a un Tim Buckley Memorial, nella St. Ann's Church di Brooklyn, Jeff s'arrende, ma a patto che nessuno annunci il suo nome. Poi sale sull'altare e canta I never asked to be your mountain, la canzone con cui il padre, venticinque anni prima, si era congedato da Mary. E conclude attaccando Once I was a soldier: «Qualche volta mi domando - urla - se anche solo per un attimo/ ti ricorderai di me».

Ora Jeff Buckley è un musicista noto. Suona alla radio accompagnando, all'harmonium, le declamazioni di Allen Ginsberg e Peter Orlovsky, tiene applauditi concerti al Sin-é, firma il contratto che gli consente di registrare Live at Sin-é, il suo disco d'esordio. Gira l'Europa e l'America. Le sue sono, formalmente, canzoni d'amore, ma il tema dell'abbandono vi domina e rimanda ad un'altra perdita, mai accettata. «Se solo tornassi da me», sospira in Mojo Pin. «Soffocano il mio nome, così facile da imparare», soggiunge in Lorca. «Non essere come colui che mi ha fatto invecchiare/ come chi ha lasciato dietro di sé solo un nome», chiede in Dream brother. Un giorno, a Parigi, durante un suo concerto, due hippy intonano un brano di Tim. Lui li guarda poi mima, sarcastico, una morte per overdose. A un giornale dichiara: «Che Tim Buckley sia mio padre non è affar mio. Non si dedicava a me, ha aperto delle porte ma io non le ho mai attraversate». Quando, però, gli mostrano una fanzine dedicata a Tim, Jeff la sfoglia, le mani gli tremano, gli occhi s'inumidiscono, vede una foto del padre e sussurra: «Qui doveva avere bevuto". Poi accarezza l'immagine, con una tenerezza che nessuno gli aveva mai visto.

Finalmente ha instaurato, col ricordo paterno, un rapporto positivo, esultano i familiari. E una sera del maggio '97, a Memphis, il giovane ascolta dischi in riva al Wolf River. Il Mississippi scorre poco lontano, il sole tramonta e ricorda una canzone di Jeff, «c'è un orizzonte rosso, fiammeggia urlando i nostri nomi». Gli amici vedono Buckley tuffarsi, vestito, e nuotare fino al gorgo che lo inghiotte. E' l'estrema illusione, il ritorno agognato tra le braccia paterne. E la celebrità ormai inutile, l'alluvione di inediti, gli omaggi postumi, Joni Mitchell che parla di «scintilla che sfreccia nel cielo della notte, verso uno strano posto», Bono che piange «quella pura goccia di suono, in un oceano di rumore».

Mercoledì, 04 Gennaio 2012 09:10

Storia di musica n. 5 - Jimmy Page

"Page Satàn, page Satàn aleppe"

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Una scrittrice, Ellen Sander, ne attestò «lo sguardo febbrile e miserabile, che rende le quindicenni perverse», altri lo descrissero capace di resistere, senza un'ora di sonno, per giorni e settimane. Secondo gli agiografi fu Satana, nientemeno, a scatenare nel suo corpo malato una vitalità fuori norma e un talento iperbolico. E precocissimo: a sedici anni Jimmy Page, poi chitarrista e genio dei Led Zeppelin, già stregava le platee nei teatrini del Middlesex, dov'era nato da James, impiegato della Raf, e Patricia, segretaria d'un medico.

Era il '44, nel cielo britannico infuriavano gli Zeppelin e Jimmy, detto Pagey, s'inoltrò in un'infanzia senza amici, ché «la solitudine, se ai più fa paura, a me dà sicurezza». Gli regalarono una chitarra spagnola e Buddy Holly, James Burton, Bert Jansch furono i suoi primi modelli, Jeff Beck e Eric Clapton i primi sodali. Frequentò soprattutto il blues, che ammaliava Londra con Alexis Korner, John Mayall, Cyril Davies. Di Robert Johnson, icona di tutti i bluesmen del Delta, amò soprattutto un verso, «Salve Satana, è l'ora di andare». Poi, da una biografia ottocentesca, apprese che Nicolò Paganini, il sommo violinista, «aveva ottenuto dal demonio il proprio genio, in cambio di un'anima già abbastanza dannata». Da Goethe scoprì che Mefistofele aveva sedotto Faust impugnando violino e archetto, e come un Paganini rinato imparò a suonare la chitarra con l'arco, traendo dal Mi acuto stridori e lamenti d'un inferno virtuale, dal Mi basso borborigmi e cachinni d'un Ade venturo.

Le bubbole che ogni tanto si scrivono, o dicono, sui nessi tra rock e satanismo, lo intrigarono e lo lusingarono. Suonò in vari gruppi, fu musicista di studio - "pistolero mercenario", si definì, civettuolo - per i Them di Van Morrison, gli Who, i Kinks, Johnny Halliday. Per comprarsi una chitarra elettrica, e coronare il suo sogno al crocicchio tra Les Paul, Django Reinhardt e Jimi Hendrix, fece lo strillone e il lavavetri, l'autostop lo portò in Scandinavia e di là un viaggio in India lo condusse tra poeti del mantra e incantatori di serpenti. Tornò stremato nel fisico, ma con molte idee in più. A diciott'anni entrò nei Crusader e svenne al primo concerto, malato com'era di bronchi e d'inedia. Ristabilitosi alla meglio, suonò con Sonny Boy Williamson, un maciste di muscoli e blues, e del grande maestro lo incantò il sarcasmo saturnino, la costante ubriachezza, le imprese mirabili che gli si attribuivano: come l'avere incendiato un albergo di Birmingham, arrostendo un coniglio in una caffettiera.

L'ingresso negli Yardbirds svelò un Page «ispirato, gentile, servizievole - fu detto - almeno finché l'ego non si mise di mezzo». Un barcone ormeggiato sul Tamigi fu la sua casa, e là vuole la leggenda che Lucifero andasse a trovarlo, in una notte doverosamente tempestosa, porgendogli un contratto in caratteri runici e una penna intinta nel sangue. Fu poco dopo che nacquero i New Yardbirds, poi divenuti i Led Zeppelin. Jimmy reclutò il bassista John Paul Jones, timido e colto, e Robert Plant, un marcantonio in camicie di pizzo e boccoli biondi, innamorato di saghe celtiche e chanson de geste. Poi arrivò John "Bonzo" Bonham, che aveva costruito la sua prima batteria con un bidone di sali da bagno, una lattina di caffè e alcune pentole, foderandola di carta stagnola per farla crepitare come uno Sten. Una filastrocca del tempo di guerra - «Vola, Zeppelin, brucia l'Inghilterra» - suggerì il nuovo nome del gruppo, le utopie escatologiche di Plant sposarono, per la legge degli opposti, gli estri sulfurei di Page e il successo non tardò. Tour trionfali, festini bislacchi e morbosi, droga, alcol, tumulti scandirono la neonata celebrità. L'America adottò i nuovi divi, William S. Burroughs coniò per loro la definizione di heavy metal e Page la rispedì al mittente, protestando: «Non siamo dei fracassoni, ci attraggono la luce e l'ombra, il dramma e la versatilità». Attratto da tanto talento Elvis Presley li ricevette coprendoli di monili preziosi, e volle intonare con loro Treat Me Like a Fool. In Vietnam, i marines incalzavano i vietcong al ritmo di Whole Lotta Love, il primo hit del quartetto: «Ti darò il mio amore, baby/ vuoi tutto quanto il mio amore?».

Fu all'alba degli anni Settanta che Jimmy lesse, per caso, un libro di Alesteir Crowley, il papa dei satanisti. Alpinista, mago, grande affabulatore costui si diceva capace di cancellare la propria immagine dagli specchi, di resuscitare plotoni di demoni perché lo assistessero nei suoi duelli, di dialogare con la testa d'un uomo decapitato, che di notte rotolava per le sue stanze. Predicò il culto di Toth e di Horus, «per ricreare lo Spirito ucciso dai preti», asserì che «l'amore è degradazione e dannazione», viaggiò tallonato da creditori e polizia. W.B. Yeats lo cacciò personalmente da un'associazione esoterica, la Sicilia lo bandì dopo che lui vi aveva creato l'"abbazia rustica di Thelema", e morì nel '47, a Brighton, sopraffatto dall'asma e dallo sfacelo dei bronchi.

Page acquistò Boleskine House, vicino al lago di Lochness, dove Crowley aveva abitato, e la tramutò in tempio: la riempì con i libri del guru, i suoi tarocchi, le tuniche da druido che Alesteir aveva indossato per officiare i suoi riti. Un satanista famoso, Charlie Pierce, fu incaricato di arredare la villa, la disseminò di simboli apocalittici e leggiadrie floreali, occultò il montavivande in un antico confessionale. Quanto a Pagey, fece suo il motto di Crowley, «fà quello che vuoi, è il solo modo di essere», e vi sovrappose le parole che William S. Burroughs, il meno candido tra i poeti della beat generation, aveva dedicato proprio ai Led Zeppelin: «Far musica vuol dire rifornirsi alle fonti dell'energia magica, e può essere pericolosissimo». Dal tutto, poi, ricavò una sintesi folgorante: «Vivo rischiando, la prudenza mi è impossibile, l'esistenza è una danza sul ciglio del baratro».

Non gli difettò la coerenza: ingaggiò John Bindon, gangster e omicida, lo insignì del titolo di Primo Assassino e gli affidò il servizio d'ordine dei Led Zeppelin. Dell'ondata punk, che invadeva l'Europa con la sua rozza irruenza, disprezzò tutto tranne un gruppo, i Damned, il cui nome evocava panorami infernali e il cui "carisma negativo" lo sedusse. Si cimentò in sortilegi irrorati dal sangue di pipistrello, e forse lo inorgoglì la torva nomea che il suo satanismo gli andava creando. Né mancarono i pretesti: un guardiano di Boleskine House finì suicida, un altro impazzì e tentò di sterminare la propria famiglia, Bonzo morì nell'80, dopo una notte irrorata da quaranta bicchieri di vodka. Morirono ancora un fotografo amico di Page, l'ex Yardbird Keith Relf, un altro amico e il figlioletto, cinque anni, di Robert Plant. Tutto questo fu addebitato alla magia nera, che Page praticava e poi smentiva, senza persuadere nessuno.

Le sue amanti lo descrivono, invece, tenero e cavalleresco, più simile ad un principe azzurro che ad un vicario di Satana. Charlotte, una modella francese, lo amò fino a dargli una figlia, Miss Pamela, scafata regina delle groupies americane, attestò: «Mi fa sentire una principessa, è soffice e pudico come una gemma di rosa». Lori Maddox, che gli si diede a quattordici anni, raccontò: «Ci vedevamo e piangevamo a dirotto, tanto eravamo felici. Poi l'eroina lo ha rincretinito». E forse fu a causa dell'eroina, e d'un delirio protrattosi per almeno un decennio, che alla fine Pagey crollò, non riuscendo più ad assegnare un metodo alla propria follia: «Fornisce un esempio perfetto di magia impazzita - accusò il regista Kenneth Anger -: non riuscendo più a comprenderla, gli è impossibile sopportarla». Lui, melanconicamente, confermò: «Ho impiegato anni cercando un angelo con un'ala spezzata, ho inseguito il canto d'un cigno che muore, che è il suono più bello mai esistito. Ora m'aspetta un monastero, o un manicomio: per impazzirvi in pace».

Quando Bonzo morì, per due anni Page affondò nel silenzio. Ne riemerse suonando Chopin a un concerto benefico, Clapton e Beck, presenti, lo trovarono «scheletrico, rinfrancato, buffonesco». Annunciò d'avere ripudiato l'eroina, ma fu arrestato due volte per fatti di coca. Nell'84 escluse di voler rifondare i Led Zeppelin Plant ribatté definendolo «il Wagner della Telecaster, il Mahler della Les Paul», e l'anno dopo si ritrovarono, sul palco del Live Aid, per offrire a un miliardo di telespettatori un dagherrotipo  di quello che erano stati. Un tour e un buon disco tentarono invano di restituire a quel dagherrotipo i colori della realtà: mancava la convulsiva passione d'un tempo, l'empito mistico, l'ossessione faustiana.

Oggi si parla sempre meno di Pagey, che il 9 gennaio compirà sessantotto anni. Paul McCartney lo definisce «una reliquia, che ricorda un tale di nome Jimmy Page», gli agiografi raccontano, con qualche rammarico, d'un uomo ricco, solo e in pace col mondo. Forse è stato lui, a stancarsi di Satana. O forse ha ragione Georges Bernanos: il diavolo è un amico volubile, «mai che rimanga con te fino in fondo».

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