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SENZA MUSICA LA VITA SAREBBE UN ERRORE Friedrich Nietzsche

Domenica Gennaio 29, 2023
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Fino a pochi anni prima, sulla copertina dei loro dischi, i Queen imprimevano con orgoglio la scritta: ""And no synthesizers"". E se qualcosa era cambiato dalla pubblicazione di The Game, più di qualcosa stava evidentemente cambiando quando, una bella mattina dell'aprile 1982, i negozi si trovarono inondati dalla nuova fatica dei quattro.

 

Hot Space fu un colpo per i seguaci del gruppo ma anche per l'ascoltatore neutrale, in quando proprio sul sintetizzatore era largamente impostato. Il nuovo album propone, per tutto il primo lato e più sporadicamente nel secondo, venature funky e ritmi prettamente dance. Con premesse simili il rischio di un tuffo nella palta era straordinariamente alto, in quanto, se il cambiamento stilistico fosse rimasto fine a sé stesso, né critici né pubblico avrebbero avuto pietà  della band. Ma la prerogativa di Hot Space è proprio quella, per fortuna, di saper adattare l'elettronica al proprio sound più classico, creando una sorta di «hardn'rhytym» che porta a risultati (quasi sempre) efficaci.

 

Le espressioni più significative di questo new trendy abitano una di fianco all'altra e rispondono al nome di Dancer (di May) e Back Chat (di Deacon), ed il messaggio è trasparente: se proprio bisogna andare in discoteca, ci si va armati sino ai denti, con l'elettrica distorta a furoreggiare da inizio a fine. Il più attratto dal nuovo giocattolo stilistico pare essere, manco a dirlo, Freddie Mercury. Ma se Staying Power, modulata su toni bassi e smorzati, suona piacevole ed elegante, Body Language, che oltretutto i quattro ebbero la brutta idea di pubblicare come lead single, è roba davvero difficilmente digeribile, ricolma di gemiti e urletti ed adornata di un testo vuoto e insulso, quello si, ingrediente abituale delle dance halls di tutto il mondo. L' ingegnosa linea di basso che sostiene (è proprio il caso di dirlo) il brano non basta a risollevarne le sorti. E' anche vero che trattasi dell'unico, vero errore di Hot space, commesso probabilmente per il gusto dell' eccesso, che s'addiceva particolarmente al leader. Le canzoni di Roger Taylor sono accomunate da una ritmica incalzante e messaggi ottimisti: se Action This Day; con la chitarra all'unisono con il levare, è un deterrente alla staticità  di una soffocante esistenza metropolitana, Calling All Girls è l'allegro, sbarazzino richiamo a Play The Game» (of love, naturalmente) e diventa il primo pezzo del batterista a vincersi il lato A di un singolo.

 

Come accennato, il secondo lato dell'album rientra nei canoni più tradizionalmente Queen, e gli spasimi ""discorock"" assumono un profilo più dimesso. A dimostrazione, ecco la seconda prova di Brian May, forse il meno toccato dall'innovazione, che sprigiona la sua classica potenza heavy nella mordace Put Out The Fire. C'è tempo, a questo punto di Hot space, per un paio di momenti lirici davvero coinvolgenti: Life Is Real è la quintessenza del Mercury riflessivo, che omaggia John Lennon con una delle sue melodie più tenere ed emozionanti (e per non lasciare dubbi circa il destinatario della dedica, apre il pezzo con gli stessi tre tocchi di triangolo che iniziavano Starting over, l'ultima canzone incisa da John). Sbigottimento, angoscia, bisogno di certezze: tocca a Las palabras de amor, il Brian più intimo, riportare aspettative, speranza, con un brano acceso di coralità  fiduciose (E il ritornello in spagnolo, per ruffianare il mercato sudamericano). La succitata Calling All Girls e Cool cat, un'inusuale collaborazione Mercury-Deacon lento funky che dà  libero sfogo ai falsetti selvaggi del signor Bulsara, preparano il campo all'ultima traccia del lavoro, che merita tutta l'attenzione. Under Pressure, prima (ed ultima) collaborazione con David Bowie, è un'efficace pennellata glam-rock contro le nevrosi e le insanie della vita odierna, a discapito di rapporti sinceri e duraturi; messaggio in linea con il positive thinking dell'intero album che frutterà  ai quattro (cinque per una volta) il secondo singolo più venduto in assoluto dopo Another One Bites The Dust. E chiude in crescendo questo disco coraggioso ed innovativo, talvolta esagerato, bistrattato (non poteva essere altrimenti) all'epoca e rivalutato negli anni, che influenzerà  in misura variabile la restante produzione Queen del decennio in corso.

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La copertina dell’ottavo album dei Queen The Game, che vede i nostri, ormai galleggianti più al di là che al di qua dei trenta, imbrillantinati e con giacche di pelle nera da macho, può già dare un interessante indizio su quale tipo di musica si vada ad ascoltare. The Game, emesso al centro del primo anno del nuovo decennio, è un vero spartiacque stilistico per la produzione dei quattro. L’introduzione dell’elettronica, che fa tanto ‘80ies, il passaggio da una vena glam a un sound più accessibile, con aperture al rock’n’roll e al rockabilly, e per finire l’assimilazione della matrice disco funky che da qualche anno inondava i prodotti discografici d’oltreoceano. Miscelando questi fattori e condendoli con la classe che è loro propria, i ragazzi creano uno dei loro dischi più divertenti, direi eccitanti, spensierati e potenti dell’intera loro discografia. Due sono i manifesti di questa nuova primavera della band. Il primo è l’irripetibile Another One Bites The Dust, possente esercizio funk scaturito dalla penna di Deacon, con un testo perfetto per la vena da “duro” di Mercury, che diventerà uno dei più venduti singoli del pianeta in quella bollente estate. Pregnante esemplificazione dell’orma black di questo disco, vedrà il proprio trionfo nelle charts soul e diverrà on stage un numero atteso e immancabile. L’altro classico dell’opera è Crazy Little Thing Called Love, dove Mercury anticipa il fenomeno Brian Setzer, che proprio l’anno successivo invaderà il music biz con i suoi gatti randagi, e conduce tutti in pista con la ritmica e occhialoni neri.

Intorno a queste due tracce, la proposta della band è invariabilmente convincente.


Sia essa costituita dal rock pesante di Dragon Attack, anch’esso venato di cadenze saltellanti, tra le quali l’elettrica del suo autore sfracella soli vertiginosi, oppure dal rock grintoso e senza fronzoli di Rock It, atletica composizione tayloriana stranamente ignorata dal vivo. La proposta migliore di Mercury è la opener Play The Game, caldo invito a tempo di slow rock a partecipare al gioco (of love, of course) da parte di un frontman monotematico, che poi nella successiva Don’t Try Suicide consola con un nuovo sinuoso r’n’r chi dal gioco si è fatto scottare e magari soffre di fisime autodistruttive.

 


Anche il secondo pezzo creato dal bassista fa parte del Gioco. Need Your Loving Tonight emana tale candor, anche nel testo, da parere uno dei primi, timidi tentativi beatlesiani, ed il pezzo stesso è forse più che un tributo al periodo di Eight Days A Week. Al gioco partecipa May, e sue sono le tracks più meste e riflessive del disco, le uniche. I tormenti illustrati dal chitarrista verso una persona cara che sta per perdere (Sail Away Sweet Sister) o per una storia andata a male su cui assai aveva puntato (Save me) sono accompagnati da melodie struggenti, elettrificate il giusto, il cui refrain corale si stampa fin da subito nel cuore e la mente dei fans. Non manca l'espressione sempre un pò fuori dalle righe di Roger, che ribadisce una certa predilizione per suoni piuttosto scarni, scevri da melodie pompose o arrangiamenti troppo arzigogolati, sulla tradizione di Fight From The Inside o anche Fun It, e la sua "Coming soon" non costituisce eccezione.

 

Ma nemmeno modifica il trendy di un album compatto e soddisfacente, pur nella sua esiguità (con una trentina di minuti di "running time" si rileverà il disco più breve della loro carriera). Non cercate significati reconditi, che non ci sono; gli incazzati e sanguinolenti anni settanta sono finiti, e non è più il caso di lanciare anatemi. Inizia l'era glaciale dell’electronic- divertissement. Ed anche i sudditi preferiti della regina vi si adegueranno per i prossimi tre/quattro dischi, intingendovi la tradizionale proposta hard’n’heavy. Sempre con classe, of course.

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Dopo il vasto consenso decretato a Kind Of Magic e la mastodontica tournèe mondiale che ne era conseguita, il gruppo si concede una pausa prolungata per poi tornare in studio e sfornare quello che ne può essere considerato l’ideale continuazione: evidenti sono infatti le analogie nei temi trattati e nella proposta musicale ad ampio respiro, chiaro segnale di entusiasmo ritrovato.

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L’indiscusso capolavoro e l’album che impone definitivamente il gruppo alla ribalta mondiale. I Queen completano con A Night At The Opera il passaggio graduale dalla formula vincente hard’n’glam ad un rock a 360°, nel quale le abilità e la versatilità dei singoli componenti vengono esaltati alla massima potenza.

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Mi sono dibattuto sul fatto se avesse ancora senso recensire le opere degli ultimi Queen, tanto popolari e conosciute le stesse sono diventate a cavallo della scomparsa del leader. Ma se escludiamo Innuendo, che inevitabilmente rappresenta un discorso a parte sia a livello tecnico che emozionale, nella seconda parte della storia della band c’è un album che più di altre è degno d’attenzione e di riflessione.

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